
La filosofia antica
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La filosofia medievale
La filosofia moderna e contemporanea
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All’inizio il pensiero filosofico greco pone le sue
categorie fondamentali, ma la sistemazione definitiva avverrà con Aristotele
diversi secoli dopo con una ricomposizione non neutra dell’oggetto filosofico
nella quale parte dei contenuti originari non saranno più presenti.
Assistiamo così, nel giro di quattro
secoli, al costituirsi di un corpo filosofico, che si allontana, nonostante gli
stessi strumenti concettuali, dalla fonte originaria e lo stessa pensiero del
principio diventa per sempre misterioso ed incomprensibile, più poesia che vera
e propria filosofia.
Ed è allora che prende forma l’idea della
storia della filosofia come passaggio dal mito al pensiero con l’indubbio senso
di superiorità e di benessere che da una tale idea i filosofi successivi
ricaveranno.
Per noi, come per lo stesso Aristotele,
dunque, è diventato estremamente difficile intendere il senso originario delle
parole, che si incontrano all’inizio della filosofia occidentale, possiamo solo
proporre un’interpretazione.
Cosa volesse veramente dire Anassimandro
è impossibile comprenderlo e non solo perché di lui è stato conservato solo un
frammento, su cui per altro si nutrono fondati sospetti di parziale
inautenticità, ma soprattutto per il significato differente, che dovevano assumere
allora le parole giunte a noi attraverso la tradizione filosofica.
L’operare della filosofia sembra porsi
quindi come una perenne ricognizione archeologica sul proprio oggetto, sulle
proprie categorie, nel tentativo di afferrarne il senso originario sempre
sfuggente in una costante e infinita interpretazione.
Per i Greci era impossibile concepire il
mondo come universo. Il caos veniva posto ai primordi del tempo ed è dal caos
che il mitico Orfeo fece scaturire il cosmo, il tutto ordinato secondo un
principio, un “archè”.
All’ordine originario incomprensibile e
spietato di Esiodo seguì un qualcosa di più controllabile e umano, che si
affermò di pari passo con il crescere del potere degli uomini sulla natura, era
il Cosmo, concepito come un’armonia di sfere e di proporzioni, simile ad
un’opera di Fidia.
Dall’indistinto, l’indifferenziato, il tutto presso di sé,
senza misura né gradi, concepito per questo da Anassimandro come “Apeiron”,
l’illimitato, si precipitava per una “colpa originaria” nel caos, nel disordine
della “ghenesis”, del limitato senza nome. Era il mito della “caduta”, che si
ritrova nella fondazione del mondo.
La via del “misticismo”: la ricerca della
liberazione dell’essere dalle colpevoli differenze della ghenesis con il suo
ritorno alla quiete originaria e quella della “razionalità”: la ricomposizione
dell’unità senza contrasti né differenze, sono lo sviluppo di questa idea.
I Pitagorici, l’Orfismo, gli Eleati,
Platone, gli Ermetici, il Cristianesimo, il materialismo democriteo,
Aristotele, Epicuro e il meccanicismo, sono solo varianti di un unico
itinerario, che affonda le proprie radici in quella origine.
Il problema di Anassimandro fu quello di
spiegare il mondo come un tutto ordinato e l’essenza della “ghenesis”. La
soluzione era nel frammento conservato dalla tradizione filosofica dove si
parla di una colpa originaria alla base del mondo e del divenire.
Dopo Anassimandro l’Apeiron non bastò più
per spiegare l’origine e la natura delle cose, come non bastò più ricorrere al
mito della colpa per comprendere la “ghenesis”, il divenire.
La
filosofia con Parmenide e con Eraclito fece un ulteriore e decisivo passo
avanti. La colpa si rivelò per i filosofi una soluzione troppo “poetica” e
irrazionale del problema della conoscenza in un’epoca che rifiutava la meta
realtà degli dei e della “dixe” e chiedeva, invece, la comprensione dei
fenomeni sulla base di elementi controllabili e interni al mondo.
Parmenide si trovò così di fronte ad un
dilemma, che rischiava di diventare insuperabile e che l’empirismo pratico
degli Ioni aggravava. Se il mondo non era il prodotto della colpevole caduta
nel differenziato e nella ghenesis, cos’era allora? E poi, come si poteva
conoscerlo se la sua origine era anche il mistero da svelare? A questo punto la
filosofia sembrava essere precipitata in un vicolo cieco, ma l’Eleate trovò una
soluzione geniale. Quello che cadeva nell’orizzonte dei sensi, era illusione,
la ghenesis era solo ciò che persisteva presso di sé, senza mutare mai natura
né forma. L’essere parmenideo era questo. Il mutare, il divenire, poiché
incostante, differente e mai identico, era pura illusione, non essere.
L’idea di essere derivava a Parmenide
dalla frequentazione con la logica o meglio, da una analisi attenta del
pensiero. E la logica del pensiero parmenideo si fondava sul concetto di non
contraddizione, elemento questo che le assicurava una produttività e una
chiarezza senza possibili confusioni, attraverso cui si individuavano gli
elementi costanti, che costituivano i suoi oggetti e che definivano anche
quelli del pensiero e le modalità del suo operare nella realtà. Ed è questo uso
che spinse Parmenide ad estendere i risultati ottenuti sul piano logico a
quello ontologico, fondando così la metafisica eleatica e risolvendo il
problema della conoscenza e della verità.
L’avversario di Parmenide fu Eraclito.
Egli si rese conto dell’immane perdita subita dalla filosofia ad opera
dell’Eleate. Se la ghenesis era finzione lo era anche il mondo, la vita e
l’uomo. Come allora salvare tutto ciò senza rinunciare alla conoscenza e alla
verità?
La grandezza di Eraclito fu l’aver
compreso la “miseria” dell’essere parmenideo, ma anche il suo valore. Il
compito divenne, quindi, quello di salvare la conoscenza e il mondo senza
sacrificare l’uno all’altro.
Nella sua filosofia la ghenesis e l’usia potevano essere
distinte solo nell’arbitrio del pensiero, non nella realtà. In essa si dava
invece “l’unità degli opposti”, la confluenza di essere e divenire e l’usia era
questa unità vivente nella corrente del divenire.
Era quindi un’altra logica quella che
Eraclito elaborò a causa delle argomentazioni dell’Eleate, una logica, che in
opposizione con la precedente, si basava sulla “contraddizione”.
Essa se da un lato salvava il mondo e l’uomo,
rendeva però difficile la loro conoscenza. La filosofia eraclitea non conduceva
a nessuna scienza, ma solo ad un coraggioso impegno etico e questa sua
impossibilità segnò poi anche l’isolamento di Eraclito nel campo della
filosofia.
Dopo la scomparsa del filosofo di Efesto
si ritornò a Parmenide e agli Ionici nel tentativo di risolvere i problemi, che
erano diventati ancora più complessi e difficili.
Sulla via del razionalismo, anche se
fortemente impregnato di un misticismo esoterico, si muovevano i Pitagorici,
che individuarono nei numeri, concepiti come essenze del mondo, e nella
matematica le chiavi per risolvere i
problemi rimasti aperti dalla scuola di Mileto.
I numeri e i loro rapporti costituivano
la trama del reale. Conoscere le leggi e le loro proporzioni avrebbe permesso,
quindi, una visione esatta delle cose e una retta condotta di vita.
La saggezza pitagorica si prefigurava
dunque come la via per la purificazione dell’anima immortale, l’unico modo per
liberare quest’ultima dal ciclo delle esistenze, dalla prigionia delle
differenze e dell’individuato e per restituirla alla comprensione del tutto e
alla perfezione dell’unità a cui un tempo era appartenuta.
Con la teoria dei “quattro elementi” Empedocle operava una
sintesi ed una sistemazione del corpus filosofico. L’archè degli Ioni si
scindeva nei quattro semi fondamentali del reale, che assumevano la forma dell’essere
parmenideo: un tutto composto in continua ricerca della propria unità, quasi
come un eterno ritorno delle sostanze alla quiete originaria, attraverso la
corrente eraclitea del divenire e della trasformazione, che inondava
perennemente il mondo.
Anassagora venne accentuando l’aspetto razionalistico presente
nella filosofia greca e si affidò unicamente alla razionalità per risolvere i
problemi, che la scuola di Mileto, gli Eleati ed Eraclito avevano lasciato
insoluti.
Egli perfezionò il modello epistemologico
empedocleo ed introdusse a suo sostegno il concetto di “nus”, di intelletto
universale, che veniva ad affiancare le forze agenti nella ghenesis, rendendo
così plausibile ai livelli più complessi lo stesso sistema empedocleo. In più
la sua preoccupazione fu di salvare i fenomeni, eliminando la distanza, che li
separava dall’essenza, quella stessa distanza, che in precedenza aveva fatto
parlare di parvenza e di illusione. Infatti, alla luce della nuova concezione,
essi non erano altro che la manifestazione evidente della sostanza reale
impercettibile ai sensi, ma solo all’intelletto.
Solo il pensiero, per le sue qualità
logiche, era in grado di risalire dal fenomeno all’essenza, ricostruendo
razionalmente la catena invisibile, che vi era celata. In questo modo la via
per l’atomismo naturalistico era aperta.
Democrito si rese conto della pericolosità dell’attacco
parmenideo mosso alla fondatezza del reale e aggravato dall’uso spregiudicato,
che Zenone aveva fatto del concetto d’infinito esteso dal campo della
matematica a quello della fisica.
La teoria atomistica democritea pose le
condizione entro le quali si restituivano ai fenomeni una solidità ed una
certezza ontologica. Essi, infatti, erano ricondotti ad un concetto di essere o
di sostanza con una solida base fisica, che scindeva l’infinito matematico dal
campo della fisica, ponendo per quest’ultima un limite oltre il quale non era
possibile andare (l’atomo).
In questo modo la fondatezza del reale
era assicurata e con essa la possibilità di produrre conoscenza. L’usia e la
ghenesis erano così riconducibili allo stesso fondamento, che non rischiava più
di dissolversi nel labirinto infinito delle sue parti.
Per salvare quindi la consistenza del
reale, bisognava assumerlo integralmente, ma ciò conduceva alla messa in ombra
di troppi elementi, che assumevano sempre più importanza e non potevano essere
semplicemente ricondotti entro il modello del materialismo, pena un loro
drastico ridimensionamento. D'altronde lo stesso materialismo si trovava in
forte difficoltà quando doveva passare dal piano fisico a quello morale ed
etico, lì la sua capacità euristica era inadeguata e favoriva ipotesi filosofiche
alternative capaci di produrre analisi più convincenti.
Sicché le condizioni storiche e i limiti
interni al paradigma democriteo spinsero i filosofi a cercare soluzioni meno
coerenti, capaci però di rispondere sia all’esigenza di assicurare consistenza
alla realtà e sia di trovare un sistema convincente di comprensione dei
fenomeni umani, che iniziavano allora a porsi in modo decisivo.
Le proposte alternative di Eraclito, Empedocle, Anassagora e
Democrito al teorema eleatico si erano dovute tutte confrontare col problema di
dare consistenza ontologica al movimento del divenire per poter attenuare la
condanna parmenidea della ghenesis, senza riuscire peraltro a fugare i dubbi e
le incertezze.
Trovare una soluzione convincente a ciò
che era mutevole, e quindi giudicato inconsistente e spiegare il perché del
passaggio dall’essere al divenire, era tanto più traumatico quanto meno ci si
poteva affidare all’evidenza e alla sensibilità. L’unica via percorribile era
quella del razionalismo, che ponendosi però al di là della conoscenza
sensibile, recideva gli unici termini di confronto in grado di dare consistenza
alle proprie ipotesi di difesa del reale.
La debolezza di queste filosofie favorì
l’affermazione di posizioni, che accettando l’ordine di verità imposto dalla
dottrina eleatica, assumevano il reale come mutevole parvenza e finzione. La
verità e il mondo nelle loro mani divennero giocattoli formali, strumenti di
affermazione personale, esercitazione delle proprie capacità intellettuali e
ciò non poteva essere altrimenti dal momento che si accettava la sconfessione
del reale e la sua riduzione ad apparenza con la conseguente adeguazione della
“sofia” a “doxa”, ad opinione.
Il sapere si trasformava così in tecnica
del ragionamento e della persuasione e la sua autorità si affidava non alla
propria capacità di comprensione del mondo, ma soltanto alla sua forza di
persuasione e di convinzione, mentre la verità diventava da quel momento solo
principio di coerenza formale del discorso, correttezza delle argomentazioni.
Socrate introdusse nel labirinto sofistico un principio
ordinatore di natura morale, quello della soggettività. Il mondo che ne derivò
era il prodotto della sua volontà, ma al di là dei suoi confini permanevano
l’incertezza e l’inganno della realtà fenomenica. L’unica verità possibile e
accettabile diventava, quindi, solo quella morale.
Partendo dalla constatazione eleatica dell’impossibilità di
conoscere l’essenza del mondo attraverso l’esperienza dei sensi in quanto il
mondo era un continuo divenire, la conoscenza razionale doveva fondarsi per
Platone su qualcosa d’altro, altrimenti essa doveva arrendersi al relativismo
senza certezze e senza verità di Protagora e dei Sofisti.
La teoria delle idee fu la soluzione
platonica al problema della conoscenza. Secondo questa concezione al di là del
mondo sensibile esisterebbe un mondo ideale costituito da essenze immutabili,
eterne da cui la realtà stessa proverrebbe. La validità di una tale
supposizione era data dal rinvenimento nella coscienza del singolo, non solo
della necessità di una simile esistenza, ma di contenuti non riconducibili ad
esperienze sensibili, che inducevano a credere alla sua esistenza. Il legame
tra il mondo ideale e quello umano era poi assicurato dall’anima, che essendo
della stessa sostanza delle idee, era a sua volta immortale.
Ne derivava che la saggezza si presentava
come la via della liberazione – purificazione dell’anima dalle scorie materiali
del mondo sensibile. Ciò avveniva attraverso un processo di purificazione, che
la elevava al mondo universale delle idee da cui per una colpa ne era stata
allontanata.
Platone, quindi, per assicurare un
fondamento certo alla conoscenza fu costretto ad elaborare la teoria delle idee
al fine di neutralizzare da un lato il relativismo impotente dei Sofisti, l’insufficienza
socratica, l’empirismo degli Ioni e le debolezze del materialismo democriteo e
dall’altro la negazione del reale operata dagli Eleati, solo che per salvare il
mondo e la verità fu obbligato a svalutarlo ad apparenza, gioco di ombre,
dietro cui si celava l’essenza universale delle idee.
Aristotele, a differenza di Platone, non
ebbe bisogno di ricorrere ad una meta realtà per spiegare l’origine e la
consistenza del mondo. Il reale da cui la sua filosofia prendeva le mosse
diventava tale solo a partire dall’ordine teleologico, che lo fondava. Essere e
divenire, che si erano contrapposti in tutta la filosofia precedente, erano da
questo momento parti di un sistema metafisico, che li comprendeva entrambi e
gli stessi fenomeni diventavano ora essere e ora divenire a seconda del punto
di vista, che di volta in volta si voleva affermare, comunque sempre saldamente
organizzati entro un rigido sistema finalistico, che faceva da orizzonte di
senso a tutta la filosofia aristotelica. Ed è questo finalismo, che se ancorava
la filosofia al reale, la trasformava in metafisica, rendendo in tal modo
difficile la ricerca e la conoscenza, poiché bastava ricondurre ogni fenomeno a
quell’orizzonte, che aveva una volta per tutte definito e concluso il sapere.
Con Platone ed Aristotele la filosofia greca sembrava giunta
ad un livello di sicurezza invidiabile,
eppure essi offrirono il fianco allo sviluppo di nuove filosofie, che traevano
alimento dalle loro debolezze.
Lo svilimento del mondo sensibile operato
da Platone e la riconduzione del reale ad una ferrea logica di sistema, di cui
sfuggivano ormai il senso e la comprensione, sembravano appartenere a mondi
sociali ancora in ascesa, capaci di forti volontà entro i quali il singolo si
riconosceva, ritrovandosi come parte del tutto, ma ora nello sfacelo della
civiltà delle polis, nella crisi di un intero mondo, i grandi sistemi venivano
avvertiti come estranei ed
incomprensibili.
L’individuo di quest’epoca si sentiva
perduto, fuori da quella “totalità”, che per lungo tempo nel bene e nel male
l’aveva compreso e tutelato. Le ragioni della sua esistenza non erano più
avvertite come un destino comune da affermare entro un ordine, che si costruiva
attraverso il sapere e l’azione. Il mondo era diventato soltanto lo scenario
orrido e sofferente entro cui si scontava l’impotenza dei singoli.
I Cinici, i Cirenaici e i Megarici
ritornarono allora all’universo dei Sofisti. Così se la realtà, come essi
affermavano, era oscura ed incomprensibile tanto da non poter stabilire su di
essa nessuna verità, ciò che invece si poteva fare era dedicarsi allo studio
della vita pratica per una giusta condotta, seguendo in questo l’esempio di
Socrate. Il terreno favorevole allo Scetticismo era ormai pronto. Nella selva
delle opinioni al saggio non rimaneva che sospendere ogni giudizio, ogni
“epoche” per ritrovare in questa assenza di conflitto e di incertezze
“l’atarassia”, la quiete e
l’imperturbabilità dell’animo, che faceva del saggio solo un ospite del mondo.
L’ottica dell’interesse filosofico ormai si era
definitivamente spostato dalla realtà al soggetto. Le concezioni cosmologiche,
fisiche e metafisiche del passato servivano ora solo a solidificare una
particolare concezione della vita.
L’atomismo democriteo divenne così lo
sfondo laico e materialistico della filosofia epicurea, che si presentava come
dottrina della saggezza del vivere al riparo da un mondo senza ordine e
spietato, ma che il saggio epicureo sapeva eludere perché conosceva l’essenza
del bene, ciò che gli permetteva di evitarne il “tumulto” delle passioni e
della realtà.
Il logos per gli Stoici, questo principio spirituale e
materiale, anima del mondo, era l’oggetto della conoscenza metafisica e logica
e la guida per una giusta condotta di vita.
L’imperturbabilità dell’animo si
conquistava per questi filosofi attraverso la comprensione della giustizia
dell’ordine cosmico nel quale il singolo era collocato. Accettare quindi il
ruolo che il destino riservava ad ognuno, era vivere nell’armonia del logos,
nella imperturbabilità dell’accadere.
Il mondo, per gli Stoici, era la
costruzione perfetta e sempre uguale del logos, legge interna e necessaria
delle cose e principio personale, divinità che vuole. Il filosofo comprendeva
tutto questo e si adeguava secondo la sua particolare natura a ciò che essa gli
aveva affidato nel mondo, in un mondo imperscrutabile, ma perfetto in cui il
male era soltanto un difetto di conoscenza, una non retta comprensione dell’armonia
perfetta del tutto.
Quando neppure questo bastò più e pressanti divennero i timori
del vivere, di fronte alla crisi delle certezze si fecero forti, allora, le
suggestioni irrazionali e il ricorso alle più disparate fedi.
Misticismo e dottrine esoteriche presero
così sempre più il posto della ragione e della filosofia e anche i grandi
sistemi del passato furono interpretati alla luce di queste nuove esigenze.
In questo labirinto di dottrine misteriche ed iniziatiche i
testi ermetici assunsero una dimensione speculare e sinistra. Essi
rappresentarono la summa del nuovo sapere, la filigrana delle nuove concezioni,
che si venivano affermando a partire dai primi secoli dell’evo cristiano.
Sotto forma di rivelazione essi affrontarono i più impellenti
problemi del tempo: la sofferenza, la purificazione e la salvezza. Le vie che
indicavano al credente erano i sentieri, che portavano fuori dal mondo, lontano
dal tumulto e dal caos, ma esse si acquistavano solo affidandosi alla fede,
alla parola del dio(Ermete) a cui tutto andava sacrificato in una vita di
ascesi e di purificazione.
L’universo rovesciato del misticismo dominava così
incontrastato e in lotta perenne con l’impero, il male, il dolore e solo la
conoscenza, la “gnosi”, l’imitazione del dio, poteva portare l’individuo alla
salvezza e al ricongiungimento con la sostanza originaria nel lungo e faticoso
cammino della purificazione.
Ma per coloro che non volevano attendere o non erano in grado
di seguire una via così intellettuale ed elitaria, ecco allora spuntare i
“culti misterici”, che costituirono la strada più breve e più agevole, grazie
al contatto mistico col dio, che assicurava la salvezza in eterno e la quiete
in questa vita.
La ripresa neoplatonica, che si ebbe a
partire dal II secolo dopo Cristo, si pose anche essa il problema storico della
salvezza individuale, ma a differenza del razionalismo ellenistico delle
filosofie stoiche ed epicuree, i Neoplatonici pensavano di raggiungere la
salvezza non attraverso la conoscenza e l’accettazione morale dell’ordine
cosmico ma con il superamento della differenza tra l’individuo e il tutto,
ottenuto mediante la conoscenza indirizzata esclusivamente alla purificazione
dell’anima e al suo ricongiungimento con l’essere.
Si fecero così forti le suggestioni e i
richiami delle dottrine esoteriche e teosofiche del tempo, che reagivano sul
corpo del pensiero greco, ridefinendone l’essenza.
La metafisica di Plotino con la sua
concezione negativa dell’essere pose fine all’onto – teologia greca.
Il concetto di infinito, che aveva sempre
fatto temere i Greci per il suo intrinseco carattere indeterminato e dinamico e
che per tale motivo non poteva essere accostato alla nozione di essere
perfetto, divenne con Plotino il termine di riferimento obbligato. Ma ciò non
bastava, era la stessa essenza della concezione dell’essere, elaborata dai
Greci, che veniva rigettata. Essi avevano concepito l’essere come presenza,
permanenza, ovvero un sempre presente, ora era quest’idea del tempo e
dell’essere, che veniva rovesciata e non solo perché sull’essere nulla si
poteva dire ma perché era proprio questa sua “nullità”, che lo poneva al di là
del tempo e dell’eternità, caratterizzandolo invece come un continuo infinito
senza limiti. I Greci, individuando nella presenza l’attributo dell’essere, si
erano acquistati in tal modo l’accesso alla sua intelligibilità e con essa a
quella del reale di cui costituiva gli enti. Ma con Plotino venne meno proprio
questa intelligibilità, poiché l’essere era posto al di là dell’eternità, della
presenza.
La conoscenza con lui si emancipava da
ogni ontologia dell’essere per acquistare, invece, la consapevolezza dei propri
limiti. Ma fu una conquista effimera perché i Neoplatonici preferirono seguire
la via più tradizionale e in armonia con i tempi, quella dell’ascesi mistica e
della purificazione dell’anima con il suo completo annientamento lungo il
sentiero che la conduceva al ricongiungimento con l’essere infinito.
L’affermazione del Cristianesimo era indubbiamente legato al
clima di incertezza e di forte bisogno di religiosità dei primi secoli della
nuova era, ma soprattutto alla novità che esso introduceva nell’emisfero
concettuale del mondo antico.
L’essere veniva concepito come volontà e
la salvezza non era più, come nelle filosofie ellenistiche, gnosi, ma conversione
dallo stato di soggezione al peccato allo stato di libertà nell’amore di Dio e
del prossimo, questo era per il cristianesimo l’unica vera conoscenza.
La nuova concezione, se da un lato era
debitrice della religione ebraica nella concezione del dio – persona e nella
spiegazione dello stato di immoralità del tempo con la primitiva caduta di
Adamo, dall’altro andava ben oltre, estendendo la concezione di Dio come padre
a tutti gli uomini senza alcuna distinzione e introducendo il tema della salvezza
come atteggiamento interiore di sincero amore e fede.
Ma ben altri e più gravosi furono i
problemi con la filosofia greca, soprattutto con lo stoicismo e l’immanentismo
platonico e neoplatonico. Vi era innanzitutto l’aspetto teoretico, che si accentrava
sul rapporto tra fede e ragione, cioè sull’accettazione di una verità rivelata
e il tentativo di una sua spiegazione attraverso un processo razionale. I
pericoli qui presenti erano due: da un lato quello di attribuire un eccessivo
peso alla razionalità, il che avrebbe rappresentato il dissolvimento della
funzione fondamentale riconosciuta dal Cristianesimo alla fede, dall’altro la
contrapposizione pura e semplice della fede alla ragione, il che avrebbe
rappresentato la rottura completa con la tradizione della filosofia greca e
l’impossibilità di assorbirne, sia pure solo in parte, i preziosi insegnamenti.
Particolarmente delicati furono a tale
riguardo i rapporti con l’immanentismo platonico, proprio perché questi con la
sua teoria delle emanazioni dell’uno pareva offrire la chiave per la
comprensione dei più difficili misteri cristiani, come quello della trinità.
Non era possibile interpretare il logos cristiano (il verbo fattosi uomo in
Cristo) come analogo all’intelletto di Plotino? Il pericolo insito in questa
interpretazione era che essa conduceva a riconoscere nel logos una divinità
inferiore, lasciando il dio supremo in una posizione di assoluta trascendenza
rispetto al mondo.
La subordinazione del figlio al padre fu
sostenuta da Ario e tenacemente combattuta dagli “ortodossi”, che videro in
essa un subdolo abbandono del più prezioso insegnamento cristiano. Non meno
grave era l’aspetto etico della questione. Già si è detto che il cristianesimo
ammetteva la realtà del peccato e la necessità, affinché l’individuo si salvi
dell’intervento della grazia, ma qui di nuovo vi erano due eccessi da evitare:
da un lato quello di cadere in una concezione manichea, dall’altro quello di
scivolare nell’ottimismo greco, interpretando il male come una deficienza
colmabile e passeggera.
In connessione più diretta con l’azione
si avevano due interpretazioni antitetiche del processo di salvazione: l’una
tendente a vederlo come un puro e semplice effetto dell’intervento divino,
l’altra, invece, a cogliere in esso un processo essenzialmente umano, che aveva
bisogno, sì, dell’ausilio della grazia, ma traeva origine dal libero arbitrio
umano.
La Chiesa le combatté entrambe, ma forse
con maggiore energia la seconda, rendendosi conto della grave minaccia, che
arrecava alla stessa ragion d’essere del Cristianesimo. Infatti, questa
dottrina si domandava perché il verbo divino si era incarnato in Cristo ed era
salito sulla croce per salvare l’umanità, se l’inizio del processo di
salvazione traeva origine dall’uomo stesso. Questo il motivo fondamentale della
polemica di Agostino con Pelagio.
Il pensiero della Gnosi costituì il momento culminante di
questa atmosfera di misticismo e di diffuso senso della religiosità. In esso,
intorno al II e III secolo d.C. confluirono le più diverse teorie, che diedero
vita al suo suggestivo affresco dell’anima e della salvezza, da Platone ai
Neoplatonici, dall’Ebraismo al Cristianesimo, dalle dottrine ermetiche alle
teosofie dei misteri. La salvezza che proponeva era completamente rovesciata
rispetto a quella rivelata dal IV Vangelo cristiano in quanto non era la
divinità col suo sacrificio a salvare l’uomo ma era la gnosi a darla.
L’universo che essa svelava era
costituita da una gerarchia di sfere e di esseri, creazione di un demone
malvagio o prodotto di un errore tragico, che si succedevano d’imperfezione in
imperfezione al di là dell’emisfero luminoso e puro della sostanza spirituale e
nel quale l’anima era precipitata. Con ciò la Gnosi rispondeva a suo modo al
problema dell’esistenza del male, che non poteva trovare giustificazione alcuna
né essere fatto derivare dalla divinità stessa per non rischiare di ridurre
quest’ultima o di accusarla d’imperfezione e di malvagità.
L’anima, che nella propria sofferenza
riconosceva la sua identità “altra”, in possesso della gnosi saliva a ritroso
nel tempo e nello spazio, attraverso un calvario di purificazione e ascesi, che
costituiva la via della salvezza e della liberazione dal male e dal mondo.
Questo era però un sentiero tracciato per
pochi eletti, gli spirituali abitatori e custodi della gnosi. Le scuole
gnostiche più importanti furono quelle di Saturnino, Basilide, Carpocrate e
Valentino. Dopo il IV secolo d.C. si vennero affermando soprattutto una
corrente ben definita della gnosi costituita dal “Manicheismo”.
La versione cristiana di Clemente d’Alessandria e,
soprattutto, di Origine, divenne l’affresco di un grande progetto escatologico
di salvezza collettiva celato in un orizzonte di forte neoplatonismo. Il mondo
per essi era il prodotto della scelta, della volontà libera, che per affermarsi
doveva rigettare l’ordine perfetto delle cose da cui proveniva, dandosi
all’individualità e al male. Il riscatto da questa colpa non poteva essere a
sua volta una salvezza individuale, ma doveva avvenire soltanto quando il
processo inverso, iniziato con l’incarnazione di Cristo, si sarebbe concluso
con il ritorno di tutta la realtà al suo principio.
Inutili si rendevano, quindi, per Origine
la fede e la grazia, bastava solo la conoscenza dell’ordine del tempo ad
assicurare la certezza della salvezza.
La conoscenza per Agostino, senza il supporto della grazia e
della fede era, invece, inutile alla salvezza. Questa era la risposta più
coerente e radicale alle concezioni filosofiche del tardo Ellenismo e della
Gnosi.
La conoscenza derivava, secondo Agostino,
direttamente da Dio e l’uomo la sentiva nell’intimità della sua coscienza,
quando nel dubbio più estremo, quello della propria esistenza, ritrovava
nell’esitare la prima certezza, preannuncio di altre e più profonde verità, che
da nessun altro potevano giungere se non da Dio stesso.
In un tale contesto religioso il tema
platonico della conoscenza veniva utilizzato come arma contro lo scetticismo e
la filosofia del mondo antico e fu questa una conclusione teorica estremamente
pericolosa, perché fece della conoscenza una questione di fede e di teologia,
svalutando il sapere reale a falsa coscienza, poiché la verità era già
nell’uomo:”Non uscire fuori da te, ritorna in te stesso perché nell’interno
dell’uomo abita la verità”.
Ma di fronte alla coscienza si profilava
un altro problema, tipico dell’epoca, quello dell’essenza del male e del suo
significato. Agostino non solo condannò le tesi del Manicheismo ma ridefinì il
male, giungendo ad un sua concezione morale. Il male derivava dalla libera
volontà, che consapevolmente si opponeva al dettato divino e ciò accadeva
quando essa non era toccata dal dono della grazia, che salvava dal male e dava
la redenzione.
Su questo punto le tesi agostiniane nel
corso della polemica con Pelagio, che tendeva a ridimensionare il peso della
grazia rispetto al libero arbitrio nella vicenda della salvezza, tesero a
radicalizzarsi a un punto tale da escludere quasi ogni libera scelta da parte
dell’uomo, facendone soltanto una rigida questione di predestinazione.
La filosofia medievale
La ripresa filosofica, che si ebbe a partire dalla rinascita carolingia ,si aprì con un grande
dibattito sulla predestinazione. Le posizioni che vi si confrontarono
rappresentavano i differenti modi con cui la cultura del tempo viveva il
conflitto di potere tra le autorità universali dell’epoca.
Gotescalco d’Alambois accentuò il tema
agostiniano dell’assoluta onnipotenza divina, che distribuendo la grazia in
maniera del tutto misteriosa, vanificava in sostanza meriti e responsabilità
personali dell’individuo.
Icmaro di Reims gli contrappose la
dottrina cattolica ufficiale ovvero che la grazia divina si ripartiva tra gli
individui attraverso la mediazione della Chiesa e l’irlandese Scoto Eurigena
inserì la questione della predestinazione in una visione speculativa
dell’universo di origine neoplatonica, che nella sua gerarchia di sfere vedeva
assegnato dalla legge divina ad ogni essere un ambito preciso, ma all’interno
di ogni singola sfera la libertà dell’individuo era piena e completa.
Sullo sfondo della crisi delle istituzioni universali tra il X
e l’XI secolo l’interesse speculativo si spostò progressivamente. Anselmo
d’Aosta cercò di fondare razionalmente l’esistenza di Dio, era la sua famosa
“prova ontologica”. Ma tra l’XI e il XII secolo quello che venne messo in
discussione fu l’ambizioso progetto agostiniano di unità tra sapere e fede
sotto il primato di quest’ultima.
Prima con la lunga ed estenuante polemica
sugli “universali” nella quale si contrapposero due partiti principali: quello
di chi affermava che i concetti universali, somiglianti alle idee di Platone,
avevano una vera e propria realtà, che precedeva le cose e quello di chi,
ricollegandosi alla tradizione aristotelica, affermava che erano soltanto nomi collettivi astratti
desunti dalla realtà. Assegnando alla logica una dimensione essenzialmente
linguistica, quest’ultima posizione la liberava da una concezione metafisica
degli universali e restituiva alla realtà e alla conoscenza il primato, che la
“sapienza cristiana” di marca agostiniana le aveva tolto.
A quest’ultima corrente appartennero sia
Abelardo che i francescani inglesi Ruggero Bacone, Duns Scoto e Guglielmo
d’Occam, mentre alla prima: Bernardo di Chiaravalle e i filosofi ortodossi.
Furono proprio Duns Scoto e Guglielmo
d’Occam a sancire definitivamente la separazione tra la verità di fede,
dipendente esclusivamente dalla volontà individuale, e la verità di ragione e a
dare il colpo decisivo ad una tormentata polemica di secoli. Contro di loro nulla
valsero le soluzioni tomistiche e il loro recupero del pensiero aristotelico.
La somiglianza tra la conoscenza
razionale e quella divina non si spinse in Tommaso d’Aquino oltre il limite
della fede e sulla spinosa questione degli universali il suo compromesso fu
ancora più evidente, essi erano, sì, astrazioni della ragione, ma questa
proveniente da Dio, che la comprendeva, faceva si che, se tutte le cose erano
in lui sin dall’origine, allora anche gli universali erano precedenti alle cose
stesse.
Una preminenza dell’individuale
sull’universale emergeva poi dalla mistica di Eckhart, per lui l’individuo nel
fondo dell’anima possedeva la
“scintilla”, che in un laborioso distacco dal molteplice gli consentiva di
intuire razionalmente Dio come la suprema unità. In questo contatto immediato
dell’individuo con Dio la Chiesa istituzione mediatrice diveniva
superflua.
La filosofia moderna
La ripresa filosofica, che si ebbe a partire dal XIV secolo,
assunse le stesse caratteristiche dominanti dell’epoca: ritorno ai testi
classici, soprattutto stoici, la scoperta di Platone in chiave neoplatonica, il
recupero dei commenti greci ad Aristotele e il diffuso senso di disagio e di
rigetto nei confronti della cultura filosofica medievale dominata dalla
discussione sulla logica e sulla metafisica aristotelica.
Nella filosofia di Nicola Cusano si venne
definendo l’orizzonte entro cui buona parte della filosofia del periodo si
sarebbe mossa. L’obiettivo principale del filosofo fu la conciliazione tra
teologia e conoscenza, attraverso la dottrina della “dotta ignoranza” e della
coincidenza degli opposti di forte ascendenza neoplatonica.
La sostanza di questa dottrina era data
dall’idea di infinità dell’essere, nel quale tutto coincideva (uno) e la
conoscenza umana, di fronte a tale incommensurabile immensità, poteva solo
intuirlo. La matematica offriva, poi l’esempio più brillante di una simile
logica.
Marsilio Ficino, uno dei massimi filosofi
del Quattrocento, preoccupato di riassorbire il Cristianesimo entro il grande
orizzonte filosofico neoplatonico e affascinato dalla potenza del pensiero di
Platone, ridusse in una sintesi brillante il secondo al primo, collocandosi in
questo modo all’interno di una generale ripresa degli studi neoplatonici, che
animò il secolo.
Ma accanto alle novità filosofiche di un
Ficino ritornavano forti le polemiche tradizionali tra le scuole su ciò che in
campo teologico e filosofico si era dibattuto nei tempi passati.
Storica, allora, fu la polemica tra
Averroisti ed Ortodossi sulla “questione dell’anima”, nella quale si inserirono
anche gli Alessandristi, di Alessandro di Afrodicia, questi ultimi negavano
all’anima una sua sostanza spirituale e quindi, per essi non si poteva parlare
dell’anima come vera sostanza immortale.
Gli Averroisti, pur non potendo negare
tutte le tesi della scuola alessandrista, riconoscevano l’immortalità solo
all’anima del mondo (l’intelletto sovraindividuale). Da qui la dottrina della
doppia verità, la verità di fede e quella di ragione.
La diffusione della magia e delle pratiche esoteriche era
favorita dall’animismo neoplatonico e dalla sua idea di natura come materia
animata da presenze di forze e di demoni e dall’aristotelismo con la sua concezione
della materia solo potenza alla quale veniva aggiunta l’anima (animazione), la
forma che le conferiva l’azione, il movimento (il compimento, che l’animava)
Sulla base di tali dottrine facile era
dedurre che bastava ricercare nella natura l’idea, l’essenza o forma dei
fenomeni per modificare secondo la propria volontà la natura stessa. Da qui, il
forte impulso che ebbero nel Rinascimento le arti magiche, l’alchimia,
l’astrologia e tutto ciò che sapesse di occulto.
Con Telesio si ritornò alle concezioni filosofiche
presocratiche, soprattutto alla filosofia di Empedocle. Dopo i platonici, dopo
Platone, la filosofia della natura nei primi decenni del Cinquecento risalì
alla grande stagione del pensiero greco volto all’indagine del reale.
La materia, per Telesio, era sensibile,
animata da due forze: il caldo e il freddo, che agivano su di essa, facendone
qualcosa di ben più complesso e vivo del semplice sostrato o potenza di
aristotelica memoria. La filosofia di Telesio per il suo empirismo di fondo si
caratterizzava, dunque, come fortemente antimetafisica ed antiaristotelica.
Con Giordano Bruno la filosofia italiana operò la grande
sintesi filosofica del tempo. I “nuovi umori” filosofici, che dal XIV al XVI
secolo si vennero agitando in Europa, favoriti dalla grande ripresa dello
studio dei classici greci e dal neoplatonismo, trovarono in Bruno il fertile
terreno di coltura nel quale anche i nuovi semi della scienza vennero
sbocciando (Copernico) .
Da Platone, attraverso una lettura
neoplatonica mediata dalla filosofia di Cusano, veniva a Bruno la concezione
panteistica della natura e quell’originale ilozoismo, che avrebbe condotto alla
dottrina morale e gnoseologica degli “eroici furori”.
L’universo, l’antico cosmo dei Greci, era
un infinito vivente, nulla a paragone con l’inerte materia aristotelica, esso
era animato, invece, dall’alito di Dio, che era tutto e uno. Un unico grande
immenso corpo vitale in cui lo spirito, l’intelletto, costituivano l’essere e
il movimento del tutto.
In questo contesto l’intelletto umano,
proprio in quanto partecipe della stessa sostanza universale (divina), era in
grado, a differenza da ciò che affermava Cusano, di cogliere l’essenza divina
proprio in una tale infinità.
Dio e l’universo si ricongiungevano
nell’uno animato da questo spirito di conoscenza e di condotta etico – morale,
gli “eroici furori”, mentre la conciliazione degli opposti e più in là le dottrine
neoplatoniche sostenevano, da un punto di vista logico – metafisico, la
concezione fisica di Bruno.
Legato al naturalismo telesiano e antiaristotelico, Campanella
elaborò una complessa metafisica. All’idea di natura animata del Bruno egli vi
aggiunse una visione dell’essere costituita sulla base di tre qualità
fondamentali.
Infine, prendendo dal naturalismo
telesiano la concezione sensualistica della conoscenza, il filosofo la
ridefiniva alla luce della sua nuova dottrina del rapporto tra soggetto e
oggetto, nel quale il soggetto percepiva la “cosa” sulla base dalla sua stessa
modificazione avvenuta nell’incontro.
Il pensiero di Nicola Cusano recuperò alcune importanti idee
neoplatoniche rimaste in ombra nella crisi della civiltà antica: l’idea di
universo infinito e quella della divinità concepita come essere negativo,
ineffabile, per la conoscenza intellettiva.
Sono idee queste che contribuirono
potentemente al rivoluzionamento della concezione del mondo ereditata dalla
cultura classica. L’astronomia copernicana trovò in essa, infatti,
quell’appoggio filosofico, che avrebbe costituito, tra gli spiriti più aperti
del Rinascimento, quel terreno favorevole al proprio sviluppo e alla propria
diffusione.
Il mondo chiuso e tutto limitato degli
antichi era così veramente finito. Nel suo vuoto la scienza moderna si venne
aprendo faticosamente la strada. Essa abbandonò la vecchia fisica qualitativa,
non indagando più sull’essenza delle cose, ma soltanto sui fenomeni, cercando
quindi di comprendere non la loro natura ma il loro corso.
Fu un laborioso cammino, ostacolato dai
residui del passato. La magia, l’astrologia, l’alchimia, le pratiche esoteriche
convissero negli spiriti più illuminati con autentiche aspirazioni alla
ragione. Queste erano favorite dal clima culturale di quegli anni nel quale sia
l’animismo neoplatonico, con la sua idea di natura vivente, sia la vecchia
fisica qualitativa aristotelica, spingevano gli animi ad indagare intorno alla
natura nascosta delle cose (causa di tutto) nella convinzione che afferratala
si poteva intervenire e trasformare il corso degli eventi secondo il proprio
volere.
Ma ciò che rendeva così confuso il clima
scientifico del tempo era la mancanza non solo del metodo di ricerca ma
soprattutto di una concezione “riduttiva” della realtà, interessata solo al suo
aspetto fisico in cui il momento matematico della “misura” e della “relazione”
tra i fenomeni diventava fondamentale, senza una tale concezione la scienza
moderna non poteva sorgere.
Alla fine del Cinquecento e nei primi
decenni del Seicento si venne così affermando una nuova concezione fisica
dell’universo, che al vecchio sostanzialismo qualitativo sostituiva il mondo altrettanto
assoluto del razionalismo meccanicistico, fondato sull’idea di “coincidenza”
tra l’essenza degli antichi e i fenomeni dei moderni, che indagati con gli
strumenti razionali della ricerca, rivelavano l’oggettività sostanziale del
reale, la sua unica “essenza”, che si dava, ormai, solo nelle leggi e nella
costruzione matematica della scienza.
La “differenza” caotica del divenire, che
aveva preoccupato il mondo antico, tanto da dover essere fagocitata entro una
meta – realtà fantastica, quella delle idee e della sostanza, trovava ora nella
razionalità della scienza la sua spiegazione e la sua neutralizzazione.
La filosofia rinascimentale nel suo
attacco al principio di autorità e nella sua critica all’aristotelismo aveva
dissolto il sistema metafisico prodotto dai classici. Era stata favorita in ciò
dalla riscoperta di testi originali e dalla filosofia antica, che però non
erano più sufficienti.
In questo vuoto concettuale e confusione di fermenti vecchi e
nuovi Cartesio venne elaborando la nuova base metafisica , il nuovo
aristotelismo adeguato ai tempi nuovi. Nel suo sistema il principio
dell’evidenza, il nascente razionalismo, l’autorità della ragione e il
soggetto, anche se ancora concepito metafisicamente come sostanza ”res
cogitans”, venivano a svolgere un ruolo di gran lunga più importante della
figura ontologica tradizionale di Dio, messo lì a sostegno e a garanzia della
validità di tutta la costruzione filosofica – gnoseologica.
Anche se con tali limiti furono questi
passi avanti fondamentali, che ressero positivamente la nuova scienza nella
dura battaglia per la sua affermazione. Così Cartesio venne realizzando il
nuovo sistema. Egli partiva da una situazione di dubbio, che si faceva via via
sempre più radicale. Su ciò pesava il clima dell’epoca, lo scetticismo
rinascimentale e il fatto che per costruire il nuovo sistema, esso non doveva
derivare da alcun’altra dottrina precedente per essere veramente indipendente,
quindi, era anche una scelta di libertà e di autonomia importanti.
Dal dubbio, divenuto metodico, si
giungeva poi alla prima certezza, la
presenza del dubbio inferiva sulla esistenza di un’attività specifica, il
pensare, senza la quale il primo non poteva sussistere, quindi, la conseguenza
di questo ragionamento era che se c’era pensiero, doveva esserci anche
l’essere,”cogito ergo sunt”. E così il primo e più importante passo era stato
compiuto.
Il passaggio a Dio avveniva poi
attraverso l’uso della vecchia prova ontologica di Sant’Anselmo. L’idea di dio
proveniva all’uomo da un’entità a lui per forza superiore, poiché l’ideale di
perfezione, che è nell’uomo non può esservi connaturato dato che egli è un
essere imperfetto. Accanto a questa prima prova Cartesio utilizzò, come si è
detto, l’argomentazione medievale di Sant’Anselmo: Dio come essere perfetto,
deve anche esistere, altrimenti viene meno un elemento essenziale della sua
completezza, l’esistenza.
Ma quello che era un argomento di logica
venne trasformato da Cartesio in un fondamento di assoluta certezza, in
un’evidenza intuitiva, immediata. Dal pensiero all’essere, dall’essere a Dio,
da Dio al mondo, il circuito logico metafisico cartesiano si chiudeva qui.
Le idee di mondo, infine, provenivano
alla coscienza dalla rex estenza e non erano delle illusioni poiché Dio,
creatore del tutto, era assolutamente verace né potevano derivare dal pensiero
in quanto questi non poteva concepire ciò che non era nella sua natura:
l’estensione, il moto, ecc.
Nella filosofia di Malebranche la ragione divenne l’epicentro
di tutto il sistema e anche Dio doveva assoggettarsi. La ragione era la regola
e la legge. Tutto era in essa già definito e compreso.
A questo punto che senso doveva avere l’esistenza, il finito,
l’errare, se ogni cosa era già data in
modo perfetto nel disegno razionale delle leggi logiche del pensiero? La
risposta razionale era insufficiente, solo la fede per Malebranche poteva
garantire l’uomo sull’esistenza del mondo. Il misticismo riprendeva, quindi, il
sopravvento sul razionalismo.
Se la ragione era il principio di tutte le cose a cui anche
Dio si doveva sottomettere, allora per Spinoza egli doveva essere solo causa
infinita del tutto e non creazione. La via al panteismo era così tracciata. Dio
era la ragione del vivente, l’immanenza e non la trascendenza.
La filosofia di Spinoza su questa scissione tra causalità e
creazione era opposta alla filosofia di Malebranche e a tutta la tradizione
ebraico . cristiana, perché affermando Dio quale causa del mondo, si sanciva la
sua perenne “attualità” e presenza, la sua immanenza, il suo integrale
panteismo (presenza di Dio nel mondo). Porlo invece come origine e soggetto
della creazione, significava vederlo come causa prima e iniziale del tutto e
stabilirne la sua trascendenza, la sua “differenza” rispetto al creato.
Con la filosofia di Spinoza ciò veniva meno perché non si
davano più opposizioni ontologiche, spirito materia, anima corpo, ecc.
L’estremo convenzionalismo nominalistico dominava il sistema
filosofico di Hobbes. Per lui non esisteva alcuna distinzione tra pensiero e
materia, tra res cogitans e res exstensa, il pensiero come ogni evento era
ricondotto al movimento presente nell’universo. Ma anche questa grandiosa
costruzione fondata sul meccanicismo dei tempi era soltanto ipotetica e non
aprioristica. Il razionalismo approdava, così, all’estremo convenzionalismo e soggettivismo. Le
certezze cartesiane erano ormai lontane.
Con Locke il concetto metafisico di sostanza, fondamento del
razionalismo meccanicistico seicentesco, venne sostituito a favore di una
concezione empiristica della realtà, unita ad una visione convenzionalistica
del linguaggio e della conoscenza.
Nel suo “Trattato sull’intelletto umano”,
Locke partiva dalle idee per individuare due grandi categorie di cose: le
semplici e le complesse. Le prime non erano presenti nell’intelletto in quanto
erano la configurazione delle cose stesse, i fenomeni, esse provenivano alla
coscienza attraverso la sensazione (senso esterno) o la riflessione (senso
interno) ed avevano due tipi di qualità: le qualità primarie (geometrico –
spaziali) e le qualità secondarie, formate dalle impressioni delle prime sul
soggetto (colore, odore, ecc.).
Le idee complesse erano, invece, il
prodotto dell’intelletto umano e risultavano dalla composizione di più idee
semplici e dalla riflessione su di esse. Erano di tre tipi: modi, sostanze e
relazioni.
I primi si componevano delle
caratteristiche delle seconde e le terze delle loro relazioni e connessioni. La
sostanza cartesiana si era così dissolta nella nebbia percettiva
dell’esperienza, di cui non si poteva più dare una certezza ontologica come in
passato o con il Dio di Cartesio.
L’esperienza era quindi il solo punto di
partenza della filosofia di Locke ed era l’unico elemento a cui affidarsi e su
cui innalzare la struttura razionale dell’intelletto. Questi riceveva
dall’esperienza i materiali (idee semplici), che poi rielaborava secondo un
criterio di razionalità rispondente al mondo, che la esperienza stessa
prefigurava.
In
tal modo la razionalità si fondava sull’esperienza, che la confermava, ma che
non poteva più conferirle valore come nel passato.
Cadendo la concezione sostanzialistica
del reale, che era alla base del razionalismo cartesiano e in generale, del meccanicismo
seicentesco, la conoscenza scientifica e filosofica si liberava dell’idea
assoluta di mondo, che ne derivava, aprendo la strada, in questo modo, ad una
continua sperimentazione, che trovava i suoi criteri di verità e di validità
nella sola esperienza, ovvero, nell’ulteriore sperimentazione.
Alla nuova corrente di pensiero
inaugurata da Locke, occorreva però la soluzione di alcuni problemi emersi dal
empirismo, come quelli legati al criterio di verità oggettiva, l’unica in grado
di porre la filosofia e la scienza al riparo dai possibili attacchi dello
scetticismo, ripresosi dopo la liquidazione dell’ordine razionale delle cose
causato dall’empirismo.
Secondo il razionalismo meccanicistico la
natura si costituiva mediante leggi razionali di tipo meccanicistico logico –
costruttive. L’essenza razionale del reale veniva così a sostituire la vecchia
idea sostanzialistica e teologica di Dio, che aveva retto la metafisica del
passato.
I rapporti che l’osservazione scientifica
poneva in evidenza fra i dati empirici, venivano così formulati in termini di
relazioni causali, questa forma di sapere scientifico rispondeva ad una
esigenza precisa, quella di fondare su basi sicure le proprie conoscenze, la
propria visione della realtà, senza pericoli di vederle messe in crisi o
falsificate. In questo modo, però le forme razionali del tempo diventavano le
forme razionali della stessa natura, presentandosi quindi ancora con lo stesso
vizio essenzialistico delle dottrine precedenti.
Per questa ragione i fisici e gli
scienziati del XVII e del XVIII secolo erano interessati non solo al
funzionamento del reale, ma anche al perché della sua struttura, poiché per
loro il come era comprensibile e spiegabile proprio a partire dal perché. Così
i rapporti posti in luce tra le parti della realtà assumevano inesorabilmente i
connotati sostanzialistici della metafisica di una volta, in quanto si basavano
sul principio causale e l’intera forma logico – razionale si trasformava in
ontologia meccanicistica.
Hume e Berkely criticarono proprio questa
forma ontologica, che l’idea di realtà aveva assunto nella fisica moderna
d’impostazione meccanicistica. La natura non si dava in rapporti causali, le
leggi razionalistiche non erano la struttura logica e ontologica del mondo e se
pretendevano di porsi come tali, dovevano essere considerate false perché
l’esperienza non lo rivelava. La “spiegazione” del mondo fornita dal
meccanicismo era, dunque, insostenibile per l’empirismo. Ma venendo meno questa
metafisica era in pericolo la stessa “descrizione del reale” fornita dalla
fisica moderna, che si fondava su tale concezione.
Kant, rifondando l’idea meccanicistica non più come base ed
essenza della realtà ma solo come forma e schema costituivo dell’esperienza
soggettiva dell’io, fece un passo indietro rispetto ad Hume, ma uno avanti nei
confronti del razionalismo e salvò in questo modo l’assetto newtoniano delle scienze
dalla critica corrosiva dell’empirismo.
Da Hume prese l’idea che il mondo era
esperienza, ma essa si dava solo nel soggetto e questa fu l’originale soluzione
kantiana al problema drammatico della salvaguardia dell’autonomo statuto delle
scienze. Il soggetto, secondo Kant, aveva forme e schemi di conoscenza entro
cui esperiva il mondo e queste forme, come lo schematismo, che ne derivava,
erano le stesse della metafisica meccanicistica, cioè erano ancora basate su
una concezione sostanzialistica, essenzialistica della realtà (lo spazio, il
tempo, il moto assoluto, tipici della geometria euclidea).
Questo era il passo indietro rispetto
all’empirismo di Hume, che aveva mostrato la non corrispondenza tra tale
immagine “sintetica” e i dati dell’esperienza.
La filosofia contemporanea
Schopenhauer compì un ulteriore passo
avanti, liquidando l’ingombrante costruzione trascendentale di Kant. Il mondo
era sì visibile al soggetto, ma questi, secondo il filosofo tedesco, lo
rappresentava senza più quella oggettività metafisica, che Kant gli aveva
conferito. L’immagine meccanicistica del mondo, la sua forma logico –
essenzialistica e assolutizzante venne criticata e “liquidata” da Schopenhauer
sul piano filosofico. Più tardi, nella seconda metà dell’Ottocento, le
geometrie non euclidee e le altre scoperte scientifiche spezzarono
definitivamente ogni ulteriore pretesa del meccanicismo di costituirsi come
“spiegazione”sostanziale della realtà.
La critica schopenhauriana al soggetto kantiano e la
successiva sua fondazione idealistico – metafisica operata da Hegel resero
impossibile la costruzione della conoscenza scientifica anche sul piano
soggettivo. Ritornarono, quindi, in primo piano le critiche empiristiche al
razionalismo meccanicismo.
Mach accolse nel suo progetto
epistemologico di rifondazione dei fondamenti della scienza sia la critica
schopenhauriana allo schematismo kantiano e la conseguente dissoluzione del
soggetto, sia la critica di Hume, riformulandola però in una nuova critica al
meccanicismo, che si presentava ora come una critica alla metafisica della
scienza.
La realtà, i dati dell’esperienza a cui
Mach si richiamava unicamente, si davano in rapporti non causali (come avveniva
nella metafisica meccanicistica), ma più modestamente in termini “relazionali”,
funzionali, una funzionalità concepita in termini deterministico –
lineari.
Cadeva in questo modo la pretesa di
spiegare i rapporti esistenti tra i fenomeni e prevaleva, invece, la
consapevolezza, tutta d’impronta kantiana, di poter solo “descrivere” la loro
forma, la cui essenza era diventata ormai inconoscibile. La forma dei rapporti
era, dunque, per Mach relazionale e non più causale, una relazionalità
concepita però in modo lineare.
Il nuovo determinismo a cui egli approdò
insieme all’intero pensiero neoclassico si basava su questa particolare idea di
soggettività e di natura. Per Mach, infatti, l’oggetto osservato da un soggetto
ridotto a semplice osservatore (contemplante e passivo), era riducibile ai suoi
“dati atomici” relazionali. L’idea veramente metafisica presente in tutta
questa rifondazione neoclassica della razionalità era che si poteva afferrare
la realtà nei suoi “dati puri”, determinati e determinabili.
Un’immagine della realtà, quindi, non più
da spiegare ma solo da descrivere nei suoi fenomeni e nella sua logica, quella
che meglio di altre riusciva a rispondere ai criteri di funzionalità e di
economicità del reale.
Sulla base di questa nuova concezione
epistemologica era così possibile fondare una “lingua ideale” o comune con cui
costituire e ordinare i diversi saperi scientifici. Una lingua ideale, che si
richiamasse direttamente ai “dati atomici” della realtà e le cui proposizioni
semplici fossero in rapporto “immediato di significato” con questi ultimi. La
sintassi di tali proposizioni, cioè, le regole o relazioni in cui esse si
trovavano, erano poi le stesse della realtà e rispondevano a ragioni meramente
funzionali, per cui il criterio di verità delle proposizioni logiche diventava
la corrispondenza di significato con i dati atomici per quelle “semplici” e la
teoria del significato (dell’univocità, linearità delle relazioni e
combinazioni) per le proposizioni composte comprendenti le precedenti.
Nietszche fece sua la critica alla
ragione kantiana e il conseguente “formalismo” che Schopenhauer aveva proposto,
ma non ne accettò gli esiti pessimistici. La sua critica al meccanicismo e alla
razionalità distruggeva ogni possibile residua idea di “sostanza” e in ciò
concordava con le posizioni epistemologiche e filosofiche di Mach sulla
“questione della metafisica”. Per Nietszche non era possibile una spiegazione
del mondo, ovvero conoscere la sua essenza, la sua verità. Esso era soltanto
descrivibile, ma la descrizione e qui, egli era oltre Mach e ogni altra
rifondazione neoclassica della ragione, non era determinabile, poiché la
relazione tra i dati osservati e il soggetto osservante era attiva, dinamica e
non contemplativa.
Per Nietszche il soggetto si dissolveva
nell’oggetto dell’osservazione, che risultava alla fine “indeterminato” e
indeterminabile. L’essere, quindi, si scioglieva nelle differenti figure del
divenire e la stessa molteplicità era soltanto la caotica “danza”, attraverso
cui si manifestava la volontà di potenza del soggetto, che non riposava più su
alcuna “sostanza”, ma unicamente se stesso, sulla sua infondatezza.
Il mondo era dunque la rappresentazione di questo soggetto,
che riportava nel pensiero “l’intrinseca indeterminatezza e complessità del
reale”, la dialettica all’origine tra essere e divenire, tra soggetto e
oggetto, che costituiva la realtà stessa e che ne sanciva la sua validità e
potenza rispetto alle precedenti immagini elaborate dalla filosofia e dalla
scienza.
Il mondo, giunti a questo punto, si dava
ora solo in rapporti probabilistico – statistici, convenzionali, dunque, ma
vincolanti per tutti una volta accettata la sua convenzionalità.
Le novità portate nel campo fisico dalla teoria quantistica e
da quella della relatività einsteiniana agli inizi del Novecento sconvolsero
rapidamente l’assetto delle scienze, mandandone in crisi i “fondamenti”
neoclassici.
Il principio di “indeterminazione” e il
carattere relativo – convenzionale della realtà fisica emergenti da queste
innovazioni si fondavano tutte sulla rilevazione dell’importanza fondamentale
che “le tecniche d’osservazione” avevano sul fenomeno osservato e della
centralità del punto d’osservazione.
Si venne così costituendo una nuova
immagine della “oggettività” dalle caratteristiche intrinsecamente
“indeterminabili” rispetto al passato. Questa qualità peculiare della nuova
oggettività era dovuta al fatto che essa non era più esterna al soggetto e
l’osservazione diventava determinante e costitutiva dell’oggetto stesso. Da qui
la sua ambiguità e “indeterminatezza” per cui il fenomeno si dava agli
strumenti di rilevazione (al soggetto dell’esperimento) in forme probabilistico
– statistiche, connesse indissolubilmente alle “pratiche” soggettive, cambiando
le quali, cambiavano i risultati.
Il mondo fisico, che emergeva non si
costituiva quindi più come per la razionalità neoclassica su dati puri in sé
determinabili, contemplati da un soggetto osservatore esterno, ma su un
complesso di pratiche soggettive e di situazioni fisiche di
osservazioni,intrinsecamente connesse,
che vedevano ormai il soggetto parte attiva ed interna al mondo fisico
stesso.
Il sapere scientifico venne investito
frontalmente da queste novità e dovette riclassificare radicalmente i suoi
parametri e le sue teorie su basi probabilistico – statistiche per adattarli
alla nuova realtà. Le forme scientifiche, che ne derivarono assunsero,
nonostante la loro costruzione formale, un’effettualità e una produttività di
gran lunga superiore a quelle funzionali, deterministico – lineari, della
ragione neoclassica.
Con questi sviluppi della scienza del
Novecento venne a cadere la possibilità di fondare una “logica ideale”, un
metalinguaggio comune ai singoli saperi, perché si rivelarono metafisiche gli
elementi della teoria del significato:
la corrispondenza tra dato atomico e proposizione della logica. Metafisica diventava, ora, quest’idea di
“dato” inghiottita dal vortice dell’indeterminatezza.
Le regole del linguaggio non erano più
vere, non corrispondevano più al “mondo atomico dei fatti” in quanto la realtà
non era più rilevabile, esse erano soltanto rispondenti alle “intenzioni” del
soggetto che le creava.
Il linguaggio, avrebbe affermato in
seguito Wittgenstein, era unicamente un “gioco” linguistico con delle sue
regole convenzionali, formulabile solo sulla base del soggetto che lo
“praticava” e funzionava proprio per la sua convenzionalità, un funzionamento
che conduceva inesorabilmente alla sua trasformazione. Il destino del linguaggio,
quindi, si inscriveva in questa incessante creazione – sostituzione –
trasformazione dei suoi “giochi” linguistici.
Il linguaggio era diventato, così,
soltanto un complesso di regole e di pratiche con cui il soggetto
s’impossessava del mondo, lo conosceva e lo dominava e questa conoscenza, non
era più scindibile dalla sua presenza, per cui il linguaggio non poteva che
essere la descrizione del suo “potere sul mondo”.
Chiarezza, dunque, ma anche miseria del
linguaggio, poiché fare chiarezza era per questo soggetto trasformarlo,
distruggerlo, poiché il linguaggio se esprimeva un’immagine di mondo, era
condannato dalla pratica del soggetto, che lo creava dal di fuori,.alla sua
continua trasformazione e distruzione.
Il rapporto che il soggetto, quindi,
aveva con il linguaggio viveva della complessa relazione tra sé e il mondo, una
relazione mai funzionale e descrivibile in termini lineari, ma sempre
razionalizzabile come volontà di potenza, critica – innovazione, trasformazione
– crisi, tra un soggetto in continuo cambiamento e un mondo trasformato
perennemente, che modificava il soggetto e il suo linguaggio.
Il linguaggio era così posto dal
soggetto, che ne costituiva però anche il limite. Il mondo si dava, dunque al
soggetto, nel linguaggio come razionalizzazione, ma questo soggetto era passato
attraverso la critica nietzschheana del fondamento, per cui fare chiarezza,
mettere ordine, secondo la scienza del Novecento, era anche accorgesi che ciò
di cui si stava parlando non aveva più importanza perché era già passato e
l’ineffabile, il mondo, la propria pratica (vita), stava creando già nuovi
ordini.
La filosofia, a questo punto, ne prendeva
atto e si adeguava, rinunciando per sempre alla speranza di cambiare il mondo.
Il cambiamento ormai era a totale appannaggio delle “pratiche” linguistiche del
soggetto.