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Volar via da qui
Uscita
La pioggia scivolava
sull’asfalto umido, impalpabile, bagnava le strade, appannava i vetri delle auto
in corsa. Senza guardarsi intorno, camminava lungo la via alberata sospesa
tra i portici e i negozi luccicanti del centro.
Aveva vissuto in quella città anni prima e aveva cercato di
dimenticarla, di dimenticare tutto, di tirarsi via quell’insolvenza umida
conficcata in un posto oscuro e profondo del cuore e ora, rivedendo quei
luoghi, le luci, la stessa gente, gli sembrava di non essersi mai davvero
staccato da lì, di aver solo sognato, una vita intera sparita in un attimo,
come se nulla fosse successo dopo.
I
rumori e i suoni gli venivano incontro come da un passato lontanissimo,
eppure era lo stesso mondo che l’aveva visto felice un giorno in quelle
vie, confuso tra quei volti, ora indifferenti e sconosciuti. Scorreva con
gli occhi le vecchie insegne, seguiva gli umori della strada, tutto come
allora, come sempre, lui solo non era più lo stesso, non era più quello
dell’inizio quando sentiva il mondo nelle proprie mani, l’atmosfera tersa
del giorno che si apriva davanti misterioso e carico di attese, promesse
presto svanite con gli anni, ma allora ancora possibili e vive. Non erano
stati certo sogni i suoi, eppure qualcosa si era rotto all’improvviso e lui
si era ritrovato a girare a vuoto sempre più lontano da lì, sempre più
distante da sé, da ciò che aveva amato e voluto.
Quando giunse nel vecchio appartamento dei suoi, la casa era avvolta
nel buio, silenziosa, tranquilla, sembrava un animale dormiente pronto ad
essere ridestato ancora una volta. Vi si aggirava cauto, tirando via i teli
che ricoprivano i mobili, cercava di riconoscere gli oggetti al tatto, di
riprovare sensazioni dimenticate. Era da tanto che vi mancava e tutto gli
sembrava incredibilmente a posto, in ordine, come se il tempo non fosse
passato affatto, proprio come con la vecchia foto di suo padre, orgoglioso
e fiero tra gli idrovolanti e il sommergibile, che lo fissava dal muro
dell’ingresso.
La sua stanza era in fondo al corridoio, la porta ancora socchiusa,
vi entrò, e alla luce della lampada rivide quello che un tempo era stato
uno spicchio del suo mondo tra i tetti e il cielo e poi le foto, le sue
foto sul muro: lui sorridente, da bambino e da grande, con gli amici, le
prime ragazze, al mare. C’erano tutti i suoi momenti felici, e vederli ora
lì sul muro gli faceva un certo effetto, forse li aveva dimenticati o non
credeva di averne avuti così tanti.
Poi, poco distante, una fotografia seminascosta tra le altre, che
quasi la coprivano del tutto, la staccò dal muro e l’avvicinò a sé. Era un
ritratto molto bello di una ragazza, lei indossava un vestito estivo, di
lino rosso. Anche se la stampa era in bianco e nero, ricordava
perfettamente la tonalità di quel rosso. Aveva in mano una sigaretta. Il
braccio destro raccolto in alto, il sinistro disteso lungo il fianco e
cercava di non guardare l’obbiettivo. Era così bella che non riusciva a
staccare gli occhi dal suo volto raccolto in quella posa intensa e senza
tempo e rivederla ora, gli toglieva ancora il respiro come una volta. Su un
bordo della foto alcune parole: “Per ogni amore ce n’è uno che brucia,
allora, dimmi come andrà a finire stavolta?”
Gli luccicarono gli occhi per l’emozione. Appoggiò la foto sul
tavolo, che per anni gli aveva fatto da scrivania e si diresse verso la
porta finestra, che dava sul terrazzo. Aveva voglia di sentire sul viso
l’aria fresca della sera, di distrarsi un po’, allora guardò fuori: il
parco col giardino ben curato, le cime delle colline che imbrunivano in
lontananza e il cielo in quell’ultima ora del tramonto.
Si appoggiò alla ringhiera, sporgendosi di lato, ma non c’era
nessuno e nessun rumore rompeva la quiete del luogo, la città sembrava
davvero lontana, poi si accese una sigaretta, guardò il fumo spandersi
lentamente verso l’alto e seguì con gli occhi il profilo delle colline che
lo portava via da lì.
***
Meno di tre ore di intercity ed eccolo, il lampo dolce delle palme e
dei cactus dell’onirico Sud delle Marche, che calmo gli correva incontro,
nel paesaggio punteggiato di scogli bruni e stabilimenti balneari dai
casotti in legno riverniciati da poco.
Aveva viaggiato incontro all’azzurro dell’Adriatico tra brusche
fermate e scossoni. Con le tendine che tremolavano all’aria sui lati del
finestrino e vibravano brillanti di luce nella trama grossa del tessuto in
quel primo caldo d’aprile, ma lui, preso com’era dal paesaggio, non se ne
curava, preferiva pensare al presepe di teste giovanili e motorette dai
raccolti manubri che svettavano in curva, pareva facessero corni al vento,
e immaginare le ragazze con le minigonne in tela di jeans, ne vedeva i
pettinini gialli e rossi che sulle loro nuche diciassettenni raccoglievano
i bei capelli, e gli zoccoli che con divertita allegria e compiaciute
lasciavano snaccherare alle due del pomeriggio, quando la gente adulta riposava,
contro i più bei marciapiedi risonanti.
E
poi, le più lente insegne Fs, che annunciavano l’ingresso nella stazione
gli furono avanti agli occhi nella tenue luce del tramonto, e un istante
dopo il convoglio si fermò al riparo della pensilina.
Scese in fretta e imbucò il sottopassaggio. In pochi attimi fu in
strada immerso in quella primavera di fine aprile, confusa dietro i cactus
e le palme, ed era lì che andava di viverla, a un passo dalla distesa
quieta, trasparente e piatta dell’Adriatico che sarebbe restato, ancora per
un poco almeno, limpido come il vetro.
Lei era lì, bella come se l’aspettava, come la voleva ricordare.
Quante volte aveva accarezzato quel volto con gli occhi, cercando di capire
cosa davvero gli riservava, erano amici dai tempi della scuola, ma non si
era mai spinto più in là fino alla sorgente, che li legava come due gusci
di noce sbattuti l’uno contro l’altro nella corrente, era quasi un pudore
il suo, una forma di difesa per quell’amicizia che gli era capitata per
caso, forse la cosa più bella che aveva e che non voleva sciupare.
Lei gli mosse incontro e gli disse: “Ciao” in un sorriso morbido,
indeciso, incerta se baciarlo o sfiorarlo solo con la mano e sempre con
quel fondo di incertezza, di misure da assestare poco per volta.
“Come stai?” Le disse sorridendo.
“Così!”gli rispose, nascondendo il viso tra i
capelli scuri, che le scivolavano morbidi sulla fronte. Lui si avvicinò e
le diede un bacio, poi aggiustandosi la sacca a tracollo, la prese
sottobraccio e si avviarono verso il lungomare.
Camminava al suo fianco, silenziosa, preferiva ascoltarlo, sentire
la sua voce raccontare degli amici e del viaggio e delle cose che voleva
fare con lei, e ogni tanto sorrideva ad una sua battuta e lui lo faceva apposta
per vederglielo fare, poi staccandosi dal suo braccio, andò verso il mare,
che si colorava di scuro a quell’ora del tramonto, appoggiò la schiena al
tronco di una palma e guardando l’orizzonte, disse:
“Portami via, ovunque, ma non a casa, non me
la sento di vedere le solite facce anche stasera”.
“Ma non conosco la città” gli fece lui,
tradendo per un attimo la sorpresa. Strano, non gli aveva mai parlato in
quel modo, doveva essere accaduto qualcosa d’imprevisto, di nuovo, allora
aggiunse: “Non saprei dove andare, dimmelo tu?”
Lei si voltò e guardandolo fisso negli occhi, come se vi cercasse la
vera domanda, gli disse: “Conosco un posto non lontano da qui, andavo da
ragazzina a farci il bagno con le amiche, l’estate. Vedrai ti piacerà, è al
vecchio borgo dei pescatori, ora ci sono alcuni ristorantini sulla darsena
e qualche locale lungo il molo, ma è ancora bello quasi come allora”.
C’era ancora luce e non lontano in fondo si distinguevano già le
casine azzurre a ridosso della piccola baia punteggiata di scogli e di
barche, contro le quali il sole si stava poggiando nel suo ultimo bagliore,
più avanti le prime luci della sera avanzavano all’orizzonte e sul mare.
Scesero per il viottolo, giù per i gradini scavati nella roccia che
portavano all’insenatura, fino alla piccola baia seminascosta dal
promontorio con in fondo una spiaggetta e il borgo marinaro, già tutto
illuminato di luci e di colori.
Camminavano accostati l’uno all’altra, vicini, cullati dal mormorio
delle onde, che arrivava fin lì dal mare e nella calma, che li circondava,
la mente tornava a sere simili passate in posti diversi con gente diversa o
alla volta che si erano conosciuti e a quell’amicizia durata così a lungo,
forse l’unica cosa che si era salvata della loro giovinezza.
Lei gli parlava dell’estate e di quando da ragazzina il tempo le
pareva davvero fermarsi e della sensazione di felicità che provava
lasciandosi sciogliere al sole. Lo diceva con nostalgia, come se si
riferisse a un mondo perduto dove il tempo non passava, non feriva, ma si
accumulava in giorni sconfinati, senza orizzonte, e un sentimento di
evasione ne nasceva, era semplicemente un mancare a tutto, non rispondere
di niente, a nessuno, un’esistenza che poteva bastare per sempre.
E
invece, ora i suoi occhi gli mostravano una felicità dimenticata e un
dolore cavo alle sue spalle, come un grande spazio vuoto dove era sola con
tutte le sue vicende, senza potersi afferrare a niente.
Poi, voltandosi
all’improvviso verso di lui, gli disse quasi con rabbia:
“È che ci credevo, credevo che
fosse possibile, ma non è così. Adesso che ho capito chi è veramente, non
me ne importa nulla e non ho più voglia di sperare. Nessuno può aiutarmi,
neanche tu!” e nello sguardo, nella voce che tremava, c’era una delusione che
bruciava più delle altre, che s’insinuava là dove non doveva giungere e
gliela portava via.
Sentiva che voleva solo farla finita, chiudere anche con lui e con
tutte le sue parole, che un tempo le avevano dato la forza
per andare avanti, per reagire a quelli che la volevano una come tante:
banale, facile, disinvolta.
“E così gli uomini si buttano via alla fine,
come dicevi una volta e ora tocca a me. Vero?” gli disse triste,
guardandola alla luce del crepuscolo, che la rendeva ancora più bella e
sola, ma poi aggiunse ”No, non l’accetto, non voglio perderti”.
“Scusami, non volevo, non…” e su quel “non”
si bloccò, non riusciva più ad andare avanti, a continuare. Gli occhi le
luccicavano e tra le lacrime e il buio tutto le spariva, anche lui, e le
sembrava di essere sola in una stanza affollata e di
essere l’unica a correre, a urlare, a cercare di uscire, ma nessuno si
preoccupava di lei.
Si tirò via le lacrime col palmo
della mano in fretta, con rabbia, e gli riapparve davanti. Lo guardò sorpresa,
incredula. Per un attimo rimase silenziosa, indecisa, poi il viso si
illuminò all’improvviso come per un bagliore nel buio, un’insolvenza troppo
a lungo rimasta in sospeso e allora capì tutti i suoi silenzi, tutte le sue
parole e disse:
“Mi ami, mi hai sempre amato, perché non
l’hai mai detto?”
Si scostò da lei di un passo e guardando
davanti a sé il mare, che spariva all’orizzonte, rispose:
“Perché doveva accadere, ecco perché”.
Gli era vicina, vicinissima, ne sentiva il respiro, l’odore delle
labbra e le sue parole che gli chiedevano: “Come andrà a finire stavolta?”
Ma poi lei non attese la sua risposta, lo baciò, sciogliendo in quel bacio
disperato, dolcissimo, ogni incertezza, ogni dubbio.
***
Verso oriente correvano le nuvole della sera sospinte dal vento, che
calava dai colli, l’aria si era fatta all’improvviso pungente. Rientrò. Si
guardò attorno spaesato, raccolse la foto, la fissò ancora una volta come
per fermare lo spazio di quell’emozione, il ricordo, e rivide la spuma del mare
arrivare a lambire la spiaggia dorata in quel pomeriggio d’estate e lei gli
era accanto.
Sedeva sull’erba tra gli alberi di una pineta, appoggiata al fusto
ombroso di una pianta, gli accarezzava i capelli appena mossi dalla brezza,
e lui se ne stava immobile a fissarla, mentre lei lo guardava con la testa
sulla sua spalla, poi gli spostò una ciocca dalla fronte. Era lontanissima
da ogni cosa. Felice solo della sua tenerezza d’erba e di quella sua
giovinezza insieme a lui e in quel momento sentì che la vita gli
apparteneva, come non gli era mai stata.
Rimasero per un po’ in silenzio, accoccolati sull’erba morbida e
fresca, avvolti da quel tepore, che sapeva di mare e di sole, poi volgendo
gli occhi verso la linea dell’orizzonte, che spariva tra le onde, lei
trattenne per un attimo il respiro, sembrava cercare qualcosa d’indistinto
e di sofferto, che le premeva dentro e non trovava il modo di venire fuori
e disse, quasi in un sussurro, in un mormorio sommesso:
“Amo starmene qui distesa con te e godermi
questo sole, che scalda e non brucia, peccato che passa presto”, poi
guardandolo, aggiunse “E invece è bene ciò che dura, non credi?”
“Forse” le rispose e sapeva di aver eluso il
dubbio, l’insicurezza, che la riafferrava, sospingendola di nuovo al largo,
lontano da lui, ma non aveva trovato le parole e ora se ne rammaricava.
Lei insisté ancora.
“No, dimmi quello che pensi veramente”.
“Anche ciò che brucia può essere bello”.
“E tu lo credi possibile?”
“Non lo so”.
“E tra noi?”
“Sarà come ora e se anche durerà solo un
istante in più che sia così, che amore sarebbe altrimenti”. Lo disse con
convinzione, quasi con disperazione, come se le parole non bastassero a
dire quello che aveva dentro e che, nonostante lo sforzo, poteva solo
essere sentito da chi viveva la sua stessa emozione.
Allontanò gli occhi dalla foto, la mise in tasca, poi guardando
l’orologio si accorse che era già tardi ed era tempo di uscire. In strada
imboccò la discesa di via Varthena dove le macchine che provenivano dai colli
correvano incontro al traffico della pianura e poi la più quieta via
Baumann, tra le palazzine basse, i marciapiedi silenziosi stretti tra le
facciate degli edifici e la linea continua dei tigli, che bordavano la
strada, più in là, la città.
Proseguì fino a raggiungere il centro, allontanandosi dal profumo
verde dell’erba, che risaliva la collina nel vento mite della buona
stagione e non aveva fretta di niente, voleva solo non essere lì e invece
ogni luogo, ogni strada gli ricordava qualcosa di lei, di quando distratti
con tutto e con tutti, ogni bacio chiedeva un altro bacio, portati via come
erano dalle cose normali e da quelle straordinarie e loro si sentivano
parte di queste ultime, della felicità vasta, enorme, che li avvolgeva da
ogni lato, abbagliante e silenziosa.
Aveva amato in lei la sua aria schiva, la sua franchezza. I suoi
salti d’umore la rendevano imprevedibile, ma sapeva che era sincera e che
gli diceva quello che pensava, anche se le costava, e soprattutto il modo
che aveva di ascoltarlo, il suono gentile del respiro, le sue pause morbide
d’intesa, e l’accento della voce, una voce leggera, dolce, accogliente nel
cui fondo si ritrovava, e gli era piaciuto imparare da lei come ci si
sentiva nelle piccole cose di sempre, aspettare un autobus che non passa
mai e ti fa arrivare in ritardo a lezione, bere una cioccolata in un bar
guardingo frequentato solo da vecchi o trascorrere una serata a
chiacchierare con gli amici.
Sì, con lei era stato facile dimenticare ciò che gli girava intorno
e chiudersi in quelle tre sospiratissime stanzette di via Morandi nel
tripudio di rossi bolognesi e tegole, che rivestivano i tetti di fronte nel
bel sole primaverile, che mandava terse le colline al loro sguardo.
Poi venne l’autunno, lo ricordava ancora, intatto e fragile con le
foglie morte che cadevano a mucchi ai lati dei viali e il freddo in strada,
che li costringeva a rintanarsi, contro la propria volontà, fra quelle
pareti coperte di ovvi poster da cui uscirne solo la sera per cenare in una
di quelle trattorie a buon mercato di via Tirinto ed essere fianco a fianco
in casa di amici o nei locali dove tirare fino a tardi la notte e
riscoprire attraverso i suoi occhi l’essenza benevola della città che lo
nutriva.
Cercava allora di vedere il lato bello, di accontentarsi del momento
migliore, di fidarsi del suo abbraccio e non chiedeva altro perché la vita
di lei non gli apparteneva, era solo sua e per quanto lui volesse, non
gliela poteva cambiare in suo favore. Fidarsi del suo abbraccio, ecco,
della sua pelle contro la propria questa era l’unica cosa da fare e doveva
bastare.
Certo l’avrebbe vista andare via tante volte e poi una sarebbe stata
l’ultima, ma ogni sera non era già l’ultima volta? Vedere il lato più
bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando lo cercava in
mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel proprio
amore che non le avrebbe cambiato la vita, ma che non avrebbe dannato la
propria perché se l’amava e se soffriva per lei questi erano problemi solo
suoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando stava con lui, questo e
nient’altro era allora il suo amore e sapeva bene che non poteva
confonderlo con la vita e senza accorgersene la stagione migliore scivolava
via impercettibilmente.
***
“Ci saranno un po’ di amici”, così gli aveva
detto Michele al telefono, invitandolo a casa sua.
Quando vi giunse era ormai sera inoltrata. Tutte le luci della villa
erano accese. Il terrazzo era illuminato da sottili lampioni e il grande
oblò della facciata splendeva come una luna piena fra i platani e i cedri
del giardino. Gli ospiti si muovevano attorno alle sorgenti di luci come
falene. Faceva caldo. I profumi del giardino erano forti, intensi.
Michele gli venne incontro reggendo in mano un calice di spumante,
era leggermente ingrassato e in po’ appesantito dagli anni, lo salutò
affabilmente e lo guidò in mezzo alla piccola folla degli invitati.
“Non mi avevi detto che c’era così tanta
gente”, gli disse.
“E tu saresti venuto altrimenti?”
“No!”
“Vedi? Ho fatto bene. Vieni, ti presento
qualcuno”.
“Ma dai, non è per questo che sono qui”.
“Già, dovevo immaginarlo. Seguirmi, sono
tutti di sopra” e si avviarono verso le scale che conducevano al terrazzo.
“È da un bel po’ che non ci vediamo, ma stai
bene, sai, sempre lo stesso, però con qualcosa in più, direi”.
“Vuoi prendermi in giro?”
“No, no, lo dico davvero! Che sono cinque
anni che non ti fai vivo?”
“Sì, più o meno”.
“E come te la passi?”
Si guardò attorno, anche lì sul terrazzo c’era gente, una fauna
multicolore e in movimento, alcune persone ballavano seguendo il ritmo
della musica, che proveniva dal piano di sotto, altri si spostavano da un
divano all’altro e tutti parlavano, si affannavano, bevevano, scherzavano,
ma nessuno in modo davvero spontaneo, reale, sembravano piuttosto figure di
un copione visto già altre volte, fantasmi, che si accavallavano l’uno
l’altro in quel chiacchierio confuso e straripante, che li sommergeva. Si
voltò verso l’amico e gli rispose con una strana inflessione nella voce:
“Bene, come vedi".
“Mi fa piacere. E cosa hai fatto in tutto
questo tempo? Sei sparito così all’improvviso senza lasciare tracce,
neppure un recapito, come se la tua intenzione fosse proprio quella di
svanire nel nulla e quando a volte mi capitava di incontrare tuo padre, mi
diceva sempre che eri in giro, magari all’estero e l’unica cosa di te erano
i tuoi scritti, che ogni tanto apparivano su qualche rivista, ma niente di
più”.
“È passato ormai tanto tempo da allora, che
vuoi che ti dica, qui mi sembrava di non avere più nulla da fare, che non
ci fosse più nulla per me, ma tu piuttosto vedo che ti sei sistemato bene:
successo, carriera, soldi”.
“Non mi posso lamentare, ma ho dovuto
faticare e molto all’inizio, nessuno ti dà niente per niente, soprattutto
se non sei del giro o non ci sai fare”.
“Immagino” e lo disse con un mezzo sorriso
sulle labbra.
“Dai, ora non essere tu a prendermi in giro,
cosa vuoi farci, se vuoi vivere bene, devi fare come tutti gli altri, anzi,
meglio”.
“Più sfacciato, vuoi dire?”
“Sì, anche e perché no. Come credi che sia
arrivato a tutto questo col vecchio studio di mio padre? No, amicizie,
appoggi, favori e soprattutto esagerare. Sai cosa voglio dire, vero?”
“Si, certo ed è una delle ragioni per cui me
ne sono andato, non mi sento tagliato per questo genere di vita, ho bisogno
di respirare aria non viziata e poi, lo sai, non mi piace neppure lo
spumante”.
“Già, già” disse Michele ridendo “Vieni, gli
amici sono di qua” e lo condusse attraverso quella piccola folla dall’altro
lato del terrazzo.
Lì, attorno ad un divano in giunco, di fianco ad un lampioncino, vi
era raccolto un gruppo sui trent’anni, parlavano moderatamente tra loro,
scherzavano e sembravano allegri, forse per il vino o gli alcolici, che
avevano bevuto fino ad allora.
RIconobbe subito Vicky, era proprio al centro, e non poteva essere
altrimenti, la scena era sempre stata sua, era ancora bella come una volta
e la sua voce spiccava sulle altre. Accanto, sulla sinistra, appoggiato al
parapetto della terrazza, c’era Dino, il bello del gruppo, quello per cui
le ragazze ci morivano dietro un tempo e più in là Marika, la mora dai
tratti persiani, che ti mangiava con gli occhi e Lili, la dolce Lili, la
pallida Lili, chissà poi se l’aveva trovato il suo amore e via via tutti
gli altri.
Alex sempre in procinto di partire, ma che non andava da nessuna
parte e Pier con quella sua smania di cambiar vita come cambiava le
macchine di suo padre, quello dell’autosalone Jolly e le corse nella notte
da giovani con le storie che ti ronzavano nella testa, solitarie e
fuggitive e in ultimo il vecchio Rico un tempo con l’aria da perenne
scazzato. Sì, c’erano proprio tutti o quasi.
Li guardò ancora un attimo prima di entrare nel cono di luce, che li
illuminava e gli sembrò di essere atterrato su un altro mondo, in un’altra
epoca, quella della sua giovinezza e come allora, ancora una volta si sentì
stretto alla sua compagnia, alla sua colonna.
“Ecco la sorpresa, che vi avevo annunciato”,
disse Michele, tirandosi indietro e lasciandolo passare.
Sentì i loro sguardi carichi di attesa, di curiosità, di stupore,
dopo tutti quegli anni non se l’aspettavano proprio di vederlo comparire lì
all’improvviso, poi Vicky tolse tutti dall’imbarazzo, gli si avvicinò e
come un tempo lo salutò con un bacio.
“Mi sei mancato, non sai quanto”.
I
suoi occhi tradivano l’emozione, cercò di nasconderla senza riuscirvi,
allora tirò su il bel viso e disse: “Ora però ci racconti tutto, vogliamo
sapere ogni cosa e non credere che stavolta ti lasciamo scappare”.
“Eh sì, proprio tutto”, aggiunse Alex e
Marika: “Dai, comincia dall’inizio da quando te ne andasti quella mattina
senza dirci niente”.
“Beh, io torno dai miei invitati, è meglio
non lasciarli troppo soli, qui non avete più bisogno di me” li interruppe
Michele sorridendo “Ma tu prima di sparire ancora, fatti vedere, mi
raccomando” e li salutò, allontanandosi nella folla.
“Dal principio, dite? Ma non è poi così
interessante”.
“E tu provaci lo stesso” gli rispose Lili,
sfiorandolo con la mano, quella piccola mano che aveva stretto tante volte
nella sua, che aveva protetto e curato e portato a spasso un’infinità di
volte.
Allora si avvicinò ancora di più e iniziò:
“Sentivo che stavo solo sprecando il mio tempo qui e la nostra città,
talmente pigra e confortevole, non mi aiutava certo, così quando non mi fu
più possibile resistere, presi il treno e partii. Era venuto il momento di
evadere.
Avevo bisogno di un’occasione per andarmene, ma poi capii che non
dovevo aspettarla, l’occasione era la voglia di tirarmi via da qui, di
tagliare i ponti. E ricordo che già all’uscita da una galleria la vita mi
apparve diversa e fu quello il periodo in cui non facevo altro che girare
in lungo e in largo l’Italia alla ricerca di una città che mi offrisse il
maggior numero di uscite di sicurezza.
I
primi tempi non furono facili. I soldi che ricavavo dalle cose che scrivevo
e riuscivo a pubblicare, non bastavano, così mi arrangiavo collaborando con
qualche rivista, ma per lo più mi adattavo a quello che mi capitava, non
c’erano problemi”.
“E poi?” gli chiese Rico.
“Niente, che vuoi che ti dica, senza quasi
accorgermene sono passati gli anni sempre in giro. In tante case, in tanti
luoghi, cose del genere e forse quello è stato un modo per non riflettere,
per lasciarmi alle spalle i miei punti di non ritorno, le cose che nella
mia vita non andavano e che non potevo cambiare da solo”.
“Parli di lei, della ragazza con cui stavi
allora, è così?” gli domandò Lili, guardandolo negli occhi” Te ne sei
andato per lei, vero?”
“Anche, non voglio dire di no, lo sai, ma
quella storia mi fece capire che era venuto il momento di chiudere con la
vita…”
“Di allora, di quando si è giovani, vuoi
dire?” l’interruppe Pier.
“Sì, solo che a me non andava di tirarci
sopra una bella riga e fare finta che la vita iniziasse solo dopo, come se
tutto quello che avevo sognato, sperato, vissuto, fosse stato inutile o da
buttare via, no, non volevo cercarmi uno di quei soliti lavori, comodi,
sicuri dove far carriera e magari successo, preferivo rimetterci di mio,
rischiare, ma almeno fare quello che m’andava, come scrivere ad esempio e
non rispondere di questo a nessuno.
“E ci sei riuscito, sei contento voglio
dire?” gli chiese Vicky, stringendogli dolcemente il braccio con la mano.
La guardò un attimo in silenzio, non voleva
fingere e allora le rispose: ”In parte sì, certo non campo solo con quello
che scrivo, ma mi dà la voglia di sognare ancora la vita e provare intatta l’insoddisfazione
di allora. Sai a cosa mi riferisco, vero?”
“Oh sì, alla paura di vivere che avevamo e a
quella voglia di togliersi di mezzo, sempre alla ricerca di qualcosa per la
nostra esistenza ancora così poco amata o detestata, che può girare in un modo
o in un altro e tu non ci puoi fare niente perché non la puoi controllare,
hai solo questo corpo per conoscere e farti conoscere e dire tutto quello
che sei” e le parole le vennero via con tristezza, quasi come se fossero
rimaste lì da troppo tempo e poi inaspettatamente qualcosa le aveva tirate
fuori, all’improvviso.
“Ma ora ti va bene, è così?”
“Beh, ho quello che volevo”, poi abbassando
gli occhi, aggiunse “Anche se, forse non è tutto”.
“Rimpianti?”
“Un po’, ma tu te ne andasti e allora sembrò
proprio la fine, la fine di tutto e ognuno seguì, poi la sua strada:
Michele si buttò negli affari e ha avuto successo, io il mio lavoro e un
buon matrimonio, Rico ha lasciato perdere la rabbia di allora e fa
l’avvocato, Lili insegna al nostro vecchio liceo e per Dino la bella
stagione è finita da un pezzo. Come vedi, siamo tutti più o meno contenti e
felici, no?”
“Già, e voi” rivolgendosi agli altri ”Che mi
dite, eh? Tu Pier e la tua smania di cambiar vita?”
“Quella è andata a farsi benedire” intervenne
ridendo Marika “Dovresti vederlo la mattina nell’autosalone del padre, che
ora è suo, come se la tira e non ti dico poi con le clienti giovani e
carine”.
“Ma dai, non prendermi in giro come al
solito, la tua è solo invidia. Dì la verità, vorresti essere al posto di
Roberta e invece ti devi accontentare di quell’assicuratore, che ti ronza
intorno”.
“Vuoi scherzare? La compatisco proprio quella
poverina di tua moglie, con tutte le bugie che le rifili”.
E
continuarono così ancora per un po’, parlando e scherzando come se quei
tempi non fossero mai passati; poi guardando l’orologio, disse:
“Si è fatto proprio tardi, è meglio andare,
domani il notaio mi aspetta presto per sistemare la faccenda della casa”.
“Hai proprio deciso, la vendi? “gli chiese
Vicky.
“Sì, è così abbandonata e io non so più cosa
farmene”.
“Ma ci vedremo ancora, qualche volta?”
insisté lei.
“E perché no! Quando mi trovo a passare in
città, mi metto d’accordo con Michele e ci vediamo, è bello ritrovare la
compagnia che eravamo”.
Si salutarono e si diresse verso le scale, ma prima di andarsene
cercò l’amico e non gli fu difficile trovarlo, ormai erano rimaste poche
persone e il party volgeva alla fine. Lo vide quasi subito, era nel salotto
che parlava con una ragazza bionda piuttosto elegante, ma appena lo notò,
si staccò da lei, movendogli incontro.
“Pensavo che ti fossi dileguato senza
salutarmi” gli disse, raggiungendolo.
“Come vedi, non è così” gli rispose
sorridendo.
“Andiamo, allora”.
“E la tua accompagnatrice?”
“Oh beh, per quella c’è sempre tempo” e
voltandosi verso di lei, la salutò con un cenno della mano.
“Vieni, togliamoci di qui” e lo condusse
attraverso alcune stanze fin nel suo studio, chiuse la porta e
avvicinandosi alla grande vetrata, che faceva da veranda sul giardino, gli
chiese come era andata. L’ascoltò in silenzio e quando l’amico terminò,
disse solo:
“Chissà poi perché quei tempi debbano
finire”.
“Per quello che hai attorno, no?”
“Ti ho deluso, vero?”
”Non sono io quello che è deluso, non credi?”
“Hai ragione, ma non posso fare a meno di
certe comodità e tu lo sai”.
“Già”.
“Però so farmi perdonare” e gli diede un
foglio, forse una lettera, che aveva preso poco prima da un cassetto della
scrivania mentre l’amico parlava.
Lui
lo scorse rapidamente con gli occhi, ne riconobbe la calligrafia minuta e
gli rispose: “Sì, sai farlo benissimo. Quando l’hai vista?”
“Un paio di mesi fa, mi trovavo per lavoro
giù nelle Marche, un grosso progetto turistico e l’incontrai lì per caso. Ci
siamo visti diverse volte e nell’ultima mi ha dato questa per te, sapeva
che ero l’unico con cui ti facevi vivo ogni tanto e voleva fartela avere”.
“Come sta?”
“Beh, non saprei, fisicamente è come se gli
anni per lei non fossero passati affatto, è bella come allora, ma credo che
a parte questo, il resto non l’abbia soddisfatta”.
“Vuoi dire che non è felice?”
“Non so cosa ti abbia scritto, ma se l’ha
fatto non deve essere contenta, poi io non so perché tutto tra voi finì,
posso dirti che quando l’ho vista era di te che mi parlava e non per
un’improvvisa nostalgia, no”.
“E non ti ha detto altro?”
“Cosa vuoi sapere ancora, eh? Abbiamo parlato
di te, di lei, del suo lavoro e che non ha nessuno, nessuno d’importante,
dico”.
“Capisco”.
“Ma tu perché la lasciasti?”
“E credi davvero che io l’abbia lasciata?”
E allora cosa successe?”
“Non lo so neppure io, in tutti questi anni
me lo sono chiesto più volte, ma una risposta definitiva non l’ho mai
trovata, so solo che quell’ospite indesiderato che irrompe a volte nella
vita di chi ami si affacciò un giorno e fu il principio della fine. E non è
stata colpa di nessuno, forse era così che doveva andare o era tutta
un’illusione e noi abbiamo amato quell’illusione”.
“E ora che farai, andrai da lei?”
“Sì”.
“Ma tu l’ami ancora?”
“In questi anni ho cercato di dimenticarla e
di non dannare la mia vita per lei, ma non ci sono riuscito del tutto, ogni
volta che ci provavo, qualcosa in fondo me lo impediva e se era amore non
saprei, comunque gli assomiglia molto”.
Michele gli si avvicinò, lo guardò un attimo
negli occhi, poi per cambiare discorso, disse: “Se vuoi, penso io a vendere
la casa, posso farti avere un prezzo di favore. Che ne dici?”
“Si, se per te non è proprio un disturbo?”
“Ma dai, nessun fastidio?”
“E con il notaio come facciamo?”
“Come si chiama?”
“Bardi, lo conosci?”
“Certo, non è un problema, ci penso io. poi
ti faccio sapere”.
“Beh, ora sono più tranquillo la casa è in
buone mani”.
“Anch’io. Allora, ci vediamo?”.
Gli fece di sì con il capo e si avviò verso la
porta.
***
Le riposava lo
sguardo quell’azzurro terso e limpido che visto dalla finestra della
camera, pareva mare. Distesa sul letto, affacciata su quella vista, pensava
alla sua vita e agli anni che le erano sgusciati via invece di fissarsi,
mentre negli altri le pareva che si fosse formata una specie di esistenza.
Cose semplici,
come svegliarsi al mattino con il senso di qualcosa da fare, un luogo dove
andare, qualcuno che ti aspetta o ti è accanto quando ti svegli e nel
silenzio stanco e immobile della stanza, si sentì sprofondare lentamente in
quella catena infinita di sofferenze, che s’infilano l’una nell’altra fino
alla deflagrazione mortale in cui ci si può perdere e distruggere per
sempre ciò che si era stato una volta.
Per questo gli
aveva scritto, ma lui non aveva risposto, in fondo perché avrebbe dovuto,
aveva fallito anche con lui, aveva accolto il suo amore, ma non era
riuscita a custodirlo.
Si avviò verso il bagno. La porta cigolò leggermente lasciandola
entrare. Fece scorrere la fontana e
piegandosi nello specchio, vide il viso ancora bello scivolare nell’acqua,
che le sfuggiva tra le piccole mani. Tutto ciò che le rimaneva era quel
riflesso.
Aveva voglia di piangere, di liberarsi dalle voci che le risuonavano
dentro, improvvise e struggenti, ma si trattenne, col tempo aveva imparato
anche questo. Si asciugò in fretta, terminò di prepararsi e uscì.
Tre fermate d’autobus dopo e si trovò già nella via più frequentata
e centrale della città nel vecchio palazzo, che ospitava l’agenzia dove era
impiegata. Dalle scaffalature, che correvano lungo le pareti, sporgevano in
bella mostra file e file di depliant luccicanti di offerte di viaggi con
paesaggi da sogno e volti sorridenti.
Entrando, non li notava neppure, ormai c’era abituata, quello che
avrebbe voluto davvero era invece volar via da lì, ma non sapeva più come
fare e allora si lasciò andare allo schienale della poltroncina, avviò il
computer che le stava davanti e s’immerse nel lavoro per non pensarci.
Qualche minuto dopo vide già i primi clienti entrare, una coppia
giovane e alcuni ragazzi venuti per prenotare le loro prime vacanze e
sapeva che sarebbe continuata così per tutta la mattinata.
Gli occhi scorrevano serie di numeri, di tasti, di offerte e tutto
quel rincorrersi di cifre, di nomi, di luoghi le procuravano solo un
intenso bruciore alla vista. Alzò lo sguardo per riposarsi un attimo e lo vide,
era in piena luce, di fronte a lei.
“Ho ricevuto la tua lettera solo ieri da
Michele e ho tante cose da dirti”.
Lo guardò sorpresa, stupita di vederlo lì,
ormai non ci sperava più e riuscì a dirgli solo: ”Anch’io”.
“Ci sono ancora quelle casine azzurre e la
spiaggetta e il promontorio lungo la darsena?”
“Sì”.
“Beh, potremmo andare lì, dopo, quando hai
finito?”
“E tu che farai ora?”
“Ti aspetterò, non è un problema”.
“Perché tutto questo tempo, perché ci siamo fatti tanto male?”
gli chiese, camminandogli accanto, mentre scendevano per i gradini scavati
nella roccia, che portavano alla piccola baia.
“Non lo so, le cose non vanno mai come uno se
le aspetta e non ci possiamo fare niente. Allora, forse volevamo davvero
amarci, ma volerlo non basta, bisognava prima perdersi e sentire per intero
il dolore infinito di questa nostra perdita per scoprire che non ne
possiamo fare a meno”.
“Sì” e lo baciò, spegnendo sulle sue labbra
ogni altra parola”.
4 ottobre – 6 dicembre 2001
Franco D’Arco
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