e una che resta perennemente avvolta nel
mistero.
Il regno
dell’ignoto
si sovrappone a
quello del mondo conosciuto:
a metà strada ci
siamo noi,
The Doors, le porte,
un varco tra
queste due dimensioni”.
Jim Morrison
Fu leggendo “Le porte della percezione”,
un volumetto di Aldous Huxley, che il giovane Jim Morrison decise di chiamare
il suo gruppo The Doors, le porte. Quel libro si rifaceva direttamente ad
alcuni versi che il poeta inglese William Blake aveva composto oltre un secolo prima: ”Se
le porte della percezione fossero superate, tutto apparirebbe com’è, infinito…La
strada dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza”.
Con in mente le citazioni di Blake, ma
anche quelle di Rimbaud, di Baudelaire
e di Artaud (di quest’ultimo Jim utilizzerà il suo “Teatro e il suo doppio”
dove tra l’altro si affermava: “Il teatro dà sfogo ai conflitti, scatena i
poteri e libera le possibilità…”, applicando da subito ai concerti molte delle
teorie contenute).
Jim Morrison fu artista intelligente e colto
e riuscì ad imporre la sua musica ipnotica e i suoi testi al tempo stesso
poetici e crudi. Sensibile e dolce nel privato, sul palco Morrison si
trasformava. Per lui la cosa più importante era incantare, sorprendere, portare
il pubblico in uno stato di “trance”. Per farlo, ricorreva alla gestualità di
Artaud e del “Living Theatre", che gli costò numerosi arresti per
disordini e atti osceni. Quando erano ormai famosi, prima di ogni loro concerto
ricevevano la visita del capo della polizia locale: “Ho qui dei mandati di
cattura per ognuno di voi. Le accuse le scriverò durante lo spettacolo. Tanto
sono sicuro che stasera commetterete qualche infrazione”. I Doors non se ne
preoccupavano minimamente, le loro esibizioni erano frutto delle emozioni del
momento.
John Densmore amava ripetere che un
concerto dei Doors era un “avvenimento”, tanto per il gruppo come per il
pubblico, “Un teatro totale che viveva grazie alle magie di Jim. In fondo
nemmeno lui stesso sapeva esattamente quello che avrebbe fatto da una sera
all’altra, e questa incertezza era la parte più emozionante, una suspense, che
non poteva essere limitata neppure dai rigidi schemi musicali delle canzoni.”
Tutto andò più o meno bene sino al 10 aprile
del 1970, quando, cioè, durante un concerto a Miami, Jim si lasciò andare e ciò
gli procurò un processo e una condanna pesante. Meno di un anno dopo si
trasferì a Parigi. C’era andato per seguire la sua compagna Pamela Courson, per
sfuggire all’inevitabile arresto, ma, soprattutto, per trovare nuove
ispirazioni nella patria dei suoi poeti preferiti e nella notte tra il 3 e il 4
luglio del 1971 Jim Morrison vi trovò la morte.