Un Attimo ancora
 

 

 

 

 

 

 


     Ascoltava la musica di un vecchio cd e non aveva voglia di fare niente, non ce la faceva più, troppe cose le stavano succedendo in poco tempo, eppure sembrava così strano: tutto le appariva ugualmente monotono e senza senso.

     Le serate passate con le solite persone le riaffioravano alla mente, non aveva paura della nuova realtà, che le si stava aprendo, per lei era solo un nuovo regalo da scoprire e assaporare ogni giorno di più. La cosa meravigliosa era cambiare, ma era strano sentire la gente intorno a lei sempre lì, sicura che il bello era ciò che stavano vivendo, mentre, invece, non stavano neanche minimamente provando cosa era la vera vita … non che lei lo sapesse, ma aveva la volontà di scoprirlo e di migliorarsi, perché sapeva che qualcosa di diverso per sé c’era e forse era riuscita anche a provarlo per poco.

     Piangeva mentre le note di quella canzone scivolavano via. A volte può sembrar brutto dover scrivere qualcosa, quando non si ha niente da dire, quando si hanno solo le lacrime per dar sfogo alle parole mai dette, e quelle sono le più amare, confondono e dopo un po’ non si possono più rimandare… e lei non poteva più farlo. E fu proprio da qui che iniziò la sua “sgorbia storia”.

     Era “uno di quei giorni che ti prende la malinconia e fino a sera non ti lascia più”, e lei doveva riempire quel vuoto incolmabile, così decise di seguire la bellissima lezione, che le era stata fatta giorni prima, ne ricordava ancora le parole, la conclusione: quando si è soli, non bisogna autocompatirsi e piangere, ma colmare i vuoti che si hanno e lei non poteva permettere che quel vuoto la prendesse più di quanto non l’avesse già uccisa, così mise le sue adidas (che avevano una lunga storia dietro, per quello le piacevano) e non fece caso alle parole sorprese e un po’ stronze: “Dove vai? Non ti pare che devi studiare…” solo quello sapevano ancora dire i suoi genitori, che avevano esaurito ogni parola e ogni gesto carino nei suoi confronti, ormai le accuse le teneva dentro, senza farci più caso, tanto non avrebbero capito ugualmente.

     Conosceva un posto speciale, lei, poco frequentato dove i bagliori, che si riflettevano sul lago, portavano con lo sguardo fino al sole. Fu li che l’incontrò, era un pomeriggio inizio febbraio, e forse per lui era la prima volta che aveva cercato di evadere da quel mondo perfetto, che gli si era creato attorno, solo in quel momento aveva capito che bastava il suo motorino e una corsa lontano da tutti: via, dove non ci sono gli altri con le loro parole indiscrete e le battute che fanno male. Allora poteva scoprire quel po’ di sé seppellito sotto flaconi di gel e da specchi troppo lucidi.

     Una volta non l’avrebbe fatto e quel pallino di non voler essere come tutti i suoi amici, ma diverso, speciale, anche solo per uno che l’avesse capito, se lo ritrovava nel cervello, come un piccolo pensiero, e non è una cosa che capita tutti i giorni, e lui l’avrebbe colta come un dono, che non si ha fretta di scartare, di sciupare in fretta, ma l’avrebbe aperto giorno per giorno, come il regalo più prezioso, che avesse mai ricevuto, con gli occhi scintillanti di chi è innamorato pazzo.

     Aveva impiegato un po’ ad arrivare lì e il sole non era più così caldo, lui era appoggiato al motorino, ma forse in quel momento era con la mente in un posto che lei non avrebbe mai saputo.

     I suoi occhi chiari erano persi da qualche parte nelle vie del suo cuore, dove presto sarebbe stata anche lei. Ci voleva una breve presentazione per sciogliere quel velo d’imbarazzo, che si avvertiva tra loro e forse qualche volta l’aveva anche pensata, … ma era meglio stare zitta e non impicciarsi, che “non si sa mai”.  

     Ma stranamente fu lui a iniziare: “Anche tu triste?” Lei rispose in un modo in cui presto si sarebbe pentita: “Non pensavo che i ragazzi come te potessero soffrire”. Lui ne rimase sorpreso, ormai lo sapeva, la sua figura era quella e non la poteva tradire, evidentemente. “Sai, molta gente mi soprannomina “il bello insofferente”, ma forse le ragazze che lo dicono, sono così stupide che non sanno neanche che cosa vuol dire la parola soffrire, ma io la conosco, anche se ti è difficile crederlo, lo so, ormai sarò destinato ad essere così. Certe volte l’immagine che ti crea la vita la devi accettare e basta perché è sempre troppo tardi quando ti accorgi che è stretta o scomoda per la tua portata”.

     L’aveva presa bene, quelle parole l’avevano colpita come non mai, ma le ci voleva un po’ di più per levarsi quel sapore amaro dalla bocca, un sapore di amori sciupati, qualcosa di perfetto, che evidentemente era destinato a morire e forse era per quello che l’aveva deluso. In seguito erano ritornati in quel posto, dove si erano conosciuti quel primo giorno, poi lui l’accompagnava a casa e si erano sempre rincontrati li, parlavano di tutto e stavano bene insieme, ma da altre parti lui era un'altra persona e, forse, anche lei era costretta a farla.

     Quella sera avevano deciso di trascorrerla lì, era quasi un mese che si conoscevano e il venticello quasi estivo di marzo le accarezzava il viso, mentre il motorino filava sulla provinciale. Dopo poche strade a ciottoli si ritrovarono li, come vecchi amici, sdraiati su una coperta a guardare le stelle e a pensare al futuro. Fu li che lui decise che era giunto il momento di fare il grande passo e le chiese se voleva mettersi insieme, lei aveva un passato triste e forse non se la sentiva di ricominciare, ma lui non poteva saperlo.     

     Ascoltava dal suo walkman “Un attimo ancora” e ripeteva le parole piangendo… lui l’abbracciò, non voleva metterle fretta, voleva solo il suo amore e quella sera si perse l’ultima lacrima, prima che il vento portasse via con sé le ultime parole ancora non dette.

     La riaccompagnò a casa e sotto al portone, già chiuso, le parole erano di troppo e così l’abbracciò soltanto. Passarono settimane senza che si vedessero, ma in fondo quando non si ha più niente da dire, il tempo passa senza che nessuno se ne accorga. Poi una delle ultime settimane di marzo lei decise di tornare in quel posto, che l’aveva aiutata a sfogarsi e l’aveva fatta innamorare senza neanche accorgersene, per lasciare un ultimo ricordo. Si rannicchiò nel maglione dalle maniche troppo lunghe e lui, sì, anche lui era lì.

“Ogni sera sono tornato qui per rivederti, ma tu non ci sei mai stata”, le disse.

Lei si voltò e lo vide ancora una volta appoggiato al motorino: “Credimi, io volevo essere tua amica e…”.

“Senti, io un’amica così la voglio solo amare…”, aggiunse lui, poi prese il motorino e si lasciò andare per il pendio a motore spento.

     Lei lo amava, l’aveva capito solo allora, ma ormai era troppo tardi e le parole, quelle non dette, tutte le altre, rimasero appese a un sogno.

 

18 Febbraio 2001                                                                          

Veronica Catania

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