Thomas Mann
La narrativa dall'esilio alla morte
Ambiguità, autobiografia e storia ne « I Buddenbrook »
La malattia: fascino e giudizio
Da"La montagna incantata" al "Doctor
Faustus
Franco D'Arco & Salvatore Guglielmino
La produzione
di Thomas Mann si snoda lungo mezzo secolo (il suo primo romanzo, "I
Buddenbrook" è del 1900) e percorre un itinerario che parte dal
decadentismo e approda, attraverso un lungo e complesso processo, al suo faticoso
superamento.
Inoltre Mann
è stato, durante i tristi anni hitleriani, una delle voci più alte della
Germania antinazista, che ai miti della violenza e della potenza ha opposto i
valori della ragione e della tradizione democratico - liberale.
Nacque a
Lubecca nel 1875 da una famiglia di borghesia commerciale che dopo essere stata
da diverse generazioni parte attiva, anche politica, di questa città, in
seguito, per sopravvenute difficoltà negli affari, cominciò a decadere e si
trasferì - sciolta la società commerciale - a Monaco.
Mann comunque
poté sempre attendere ai suoi studi, ai suoi viaggi e alla sua attività
creativa senza preoccupazioni di ordine pratico. Sono momenti fondamentali
della sua vita: l'esaltazione della guerra in occasione del primo conflitto
mondiale, la successiva svolta dello spirito che gli fa prendere posizione a
favore della repubblica di Weimar e delle idealità democratiche, l'assegnazione
del premio Nobel nel 1929, l'opposizione ad Hitler e l'abbandono, nel 1933,
della Germania. Si stabilisce in un primo tempo a Zurigo, poi in California: ed
intanto la sua attività letteraria continua intensissima.
Ritorna nel
'47 in Germania per alcune conferenze e nel 1952 si stabilisce definitivamente
a Zurigo, dove nel 1955 muore. Tra le sue opere più importanti: I Buddenbrook
(1900), Tristano (1902), Tonio Kroger (1903), La morte a Venezia (1911), La
mo!1tagna incantata (1924), la tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli (1933-43),
Doctor Faustus (1947), oltre ad una vastissima serie di saggi e discorsi:
famosi fra questi i radiomessaggi trasmessi dalla B.B.C. nel 1942 per gli
ascoltatori tedeschi.
Thomas Mann
(1875-1955) è l’autore più rappresentativo del panorama letterario tedesco del
Novecento. La sua immensa produzione abbraccia mezzo secolo e rappresenta
l’elemento di congiunzione fra la grande tradizione narrativa dell’Ottocento e
le innovazioni introdotte nella letteratura del secolo successivo, dalla
psicanalisi (di Freud, ma anche di Carl Gustav Jung) alla forma del romanzo -
saggio.
Di fatto,
l’opera di Thomas Mann non si distacca mai, eccetto che per la saggistica,
dalla narrativa e, in particolare, dal romanzo, esplorato dall'autore in tutte
le sue numerose possibilità: dal romanzo di idee, moderna versione del
Bildungsroman a quello storico -mitico, dalla grande tradizione realista e di
società, al saggio, quale frantumazione della forma tradizionale, all'opera
sulla crisi dell’arte e della civiltà.
La
prospettiva ironica permette di guardare con distacco ad uno dei temi più
ricorrenti della narrativa manniana e di offrire una lucida analisi a quello
che, sostanzialmente, è il problema dell'autore stesso: il dissidio tra arte,
che è sì malattia, sregolatezza, decadenza, ma anche godimento e felicità, e
vita borghese, che è salute, energia attiva, rigore etico, ma anche grigiore e
sottomissione della tensione spirituale alle leggi dell’economia.
Questo
binomio è parte della biografia stessa dell’autore, figlio di un ricco
commerciante, senatore della città di Lubecca, e di una donna di sangue creolo,
che gli trasmette la passione per l’arte. Mann risente così delle opposte
tendenze che caratterizzano i genitori, appassionandosi all'arte ma conducendo,
d'altra parte, un’esistenza borghese, fondata sulla famiglia (sposa nel 1905
Katja Pringsheim da cui ha sei figli e che rappresenterà una compagna fedele
per tutta la vita), lontano dagli atteggiamenti bohémien e dalle tendenze
provocatorie caratteristici della sua epoca.
Con la
pubblicazione nel 1901 del romanzo Buddenbrooks. Verfall einer Familie (I
Buddenbrook. Decadenza di una famiglia),
Thomas Mann ottiene un inatteso successo internazionale, ponendosi al centro
dell’attenzione di critica e pubblico.
La storia
narra le vicende di una ricca famiglia di commercianti di Lubecca abbracciando
quattro generazioni, dall’ascesa economica del nonno Johann al declino totale,
adombrato dalla morte prematura dell’ultimo discendente, Hanno Buddenbrook. Punto di svolta e inizio della decadenza
sono rappresentati dall’incontro di Thomas, degno nipote di Johann di cui ha
continuato la tradizione economica, con la filosofia di Schopenhauer. Inizia
così un inarrestabile processo di sviluppo della coscienza e di elevazione
spirituale che tuttavia, dal punto di vista dell’etica borghese orientata
economicamente, significano declino, sia finanziario che morale.
L’ampia
struttura epica del romanzo viene sorretta da una sorta di leitmotiv, per cui
ogni personaggio o particolare situazione sono introdotti da una serie di
aggettivi e espressioni, continuamente variati e intrecciati tra loro. Tale
tecnica, che mette in risalto il distacco ironico dell’autore dalla materia
narrata, mutuata dalla musica di Wagner, per Thomas Mann significa espressione
del primato dell’estetica concettualizzato da Nietzsche.
Il tema del
dissidio tra arte e vita, tra nostalgia dell’artista per la salute fisica e
morale dei suoi amici d’infanzia, integrati e felici, e le gioie del decadente
mondo dell’arte, trova una delle massime espressioni nella novella Tonio Kröger
del 1903, dove l'autore delinea la sua stessa vocazione artistica, adducendo
anche elementi biografici nelle figure dei genitori del protagonista, il padre,
un rigido e scrupoloso patrizio di Lubecca, e la madre, meridionale, dallo
spirito avventuroso e sregolato.
Nel racconto
più famoso di Mann, Der Tod in Venedig (La morte a Venezia, 1912), il conflitto
tra arte e vita avviene all’interno dell’artista stesso e raggiunge, quale
esito estremo, la morte. L’anziano e famoso scrittore Gustav von Aschenbach,
travolto dall’amore per la bellezza del giovane Tadzio, dal desiderio di
trasgressione a una vita fatta di disciplina e dedizione al lavoro, rimane a
Venezia nonostante il dilagare dell’epidemia di colera che finirà per
ucciderlo.
Il dualismo
si ripropone in chiave politica nelle Betrachtungen eines Unpolitischen
(Considerazioni di un impolitico, 1918), nel contrasto tra la Kultur, impostata
sulla metafisica, la musica, i valori dell’arte, lo spirito aristocratico e il
pessimismo (attraverso cui si esplica l’anima tedesca), e la Zivilisation,
volgare espressione dell’occidente moderno razionalista, dominato dalla
tecnica, dal progresso e dal primato di politica e economia.
È questa la
risposta di Thomas Mann, tesa a difendere i valori del nazionalismo e a
giustificare la partecipazione della Germania alla prima guerra mondiale, nei
confronti dell’impegno pacifista del fratello Heinrich. La sua visione
profondamente conservatrice si stempererà più tardi verso l’adesione alla
democrazia, giungendo poi ad auspicare un’alleanza tra borghesia e socialismo
per fronteggiare il pericolo nazista.
Nel romanzo
Der Zauberberg (La montagna incantata, 1924), Thomas Mann rielabora il
contrasto alla base delle Betrachtungen nella contrapposizione tra la visione
del mondo illuminista e democratica di Settembrini e quella reazionaria e
terroristica del gesuita ebreo Naphta.
Essi sono
ospiti del sanatorio in cui il giovane Hans Castorp va in visita al cugino, ma
dove invece rimane per ben sette anni, scoprendosi anch’esso malato. In
effetti, è il fascino del luogo, contrassegnato dal tempo sospeso della
malattia, a trattenerlo fino a quando non sarà richiamato per partecipare alla
concretissima realtà della prima guerra mondiale, che lo condurrà alla morte.
In quel mondo incantato si delineano, come in un microcosmo sociale, tutte le
tensioni e le contraddizioni della società tedesca ante - guerra, che
rappresentano gli stimoli per la maturazione spirituale di Castorp. Il romanzo
si situa perciò nel filone del Bildungsroman, anticipando tuttavia, con
l’alternarsi di brillanti dialoghi e brani di riflessione, lo scardinamento
della struttura ottocentesca del romanzo attuato poi dalle opere di Musil e
Broch.
Come numerosi
altri intellettuali tedeschi, Thomas Mann deve lasciare la Germania nel 1933,
rifugiandosi dapprima in Svizzera e trasferendosi poi negli Stati Uniti, dove
tiene numerose conferenze e interventi sulla situazione del suo Paese.
Contrapponendosi al razzismo nazista Thomas Mann rivolge la sua
attenzione alla mitologia biblica, da cui nasce la tetralogia Joseph und seine
Brüder (Giuseppe e i suoi fratelli, 1933-43), caratterizzata da una varietà di
motivi, stili, riflessioni, che ne fanno un’opera complessa e imponente. Nella
rivisitazione del personaggio, l'autore attinge non solo alla Bibbia, ma anche
alla mitologia, alla geografia, all'archeologia e alla storia, rielaborando
tutto il materiale secondo schemi tratti dalla psicologia di Carl Gustav Jung e
dalla storia delle religioni di Karl Kerényi.
Le stesse
fonti servono a creare un linguaggio che si adegui alla loro varietà e soprattutto
che ricomponga lo stile delle antiche cronache, mettendo così in risalto quello
ironico della prospettiva moderna.
Nel romanzo
Doktor Faustus (1947), Thomas Mann riprende il tema faustiano con il
personaggio del compositore Adrian Leverkühn che, in cambio dell’anima, ottiene
ventiquattro anni di genialità artistica, acuendo così le sue doti astratte e
mistiche e arrivando a concepire una musica totalmente innovativa.
I principi
sono quelli della dodecafonia di Arnold Schönberg, che protesta contro la sua
assimilazione al protagonista. Leverkühn, infatti, malato di sifilide,
impazzirà al compimento dell'opera che dovrebbe porre fine ai valori di misura
e classicità espressi dalla Nona sinfonia di Beethoven.
Il suo
destino adombra quello della Germania, la cui sfrenata volontà di potenza l'ha
condotta allo scellerato patto con le forze del male, preparandola al
definitivo declino.
Nel romanzo
Bekentinisse des Hochstaplers Felix Krull
(Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull, 1954), Thomas Mann
riprende invece un’idea giovanile di cui aveva già pubblicato un frammento nel
1922.
Con la morte
dell’autore, l'opera rimane incompiuta. Si tratta di un testo comico,
riconducibile quasi allo stile picaresco, che narra in prima persona le vicende
truffaldine di un buffonesco imbroglione, sorta di divertita testimonianza del
fare artistico che ha il suo centro nella creazione di ingannevoli giochi e di
false apparenze.
I Buddenbrook
è uno dei più famosi romanzi di Thomas Mann, iniziato nel 1897 e pubblicato a
Berlino ne11902. L'opera, il cui sottotitolo è Decadenza di una famiglia, narra
la storia di un 'agiata famiglia di commercianti di Lubecca, seguita attraverso
quattro generazioni.
La vicenda ha
inizio nel 1835 con il sontuoso pranzo, che i Buddenbrook, raccolti intorno al
patriarca Johann, offrono a parenti e amici in occasione del loro insediamento
nella nuova casa, uno splendido palazzo già appartenuto ai Ratenkamp ed ora
simbolo di un traguardo economico raggiunto e di nuove, maggiori ambizioni.
Sono presenti
tre generazioni della famiglia: i nonni, fondatori della fiorente impresa
commerciale, il figlio Jean, console della città, con la moglie, e i loro fIgli
Thomas, Christian, e Tony.
Le fortune della famiglia aumentano,
Johann "junior" diventa console dei Paesi Bassi, Thomas senatore. Lo
stesso Thomas acquista una nuova sede ancora più prestigiosa. Ma i germi della
decadenza, dapprima presenti come inespresso male oscuro, diventano via via più
evidenti e l'immagine di stabilità iniziale incomincia ad incrinarsi quando
Jean, pervaso da una dolente religiosità. succede al padre.
Ma è
soprattutto con i figli di Jean che si profila l'irreversibile decadenza dei
Buddenbrook. Thomas, il maggiore, che assume la direzione dell'impresa, sente
affiorare in sé un'oscura malinconia che si sforza di mascherare con un con
contegno freddo e razionale.
Christian,
inetto e nevrotico, con velleità artistiche, dissipa il patrimonio e finisce
per impazzire in un sanatorio. Tony, la
giovane sorella, nonostante il fallimento dei suoi due matrimoni, è l'unica che
riesca ad affrontare delusioni e rovesci con l'orgoglio tipico dei Buddenbrook.
Se da una
parte vengono meno all'interno della famiglia valori e comportamenti borghesi,
dall'altra si affermano tendenze artistiche.
Thomas,
infatti, sposa Gerda, un'appassionata musicista, che introduce una nuova
sensibilità nel mondo solido e limitato d Buddenbrook. Da questo matrimonio
nascerà Hanno, dotato di uno straordinario talento musicale e destinato ad una
morte precoce. La sua malattia è il segno tangibile del disfacimento
dell'intera famiglia e del mondo da essa rappresentato.
Anche Thomas
morirà di lì a poco, stramazzando indecorosamente per strada. All'irrimediabile
declino della vecchia ditta farà riscontro l'ascesa di commercianti volgari e
spregiudicati, privi di quel codice morale e di quell'amore per la cultura che
avevano caratterizzato i Buddenbrook.
Già con
questo suo primo romanzo - la storia della progressiva ascesa e della
successiva decadenza di una famiglia di commercianti di Lubecca - Mann ottiene
una risonanza vastissima che lo impone all'attenzione europea. Scritto con
moduli narrativi che s'inquadrano completamente entro i confini della
tradizione realistica, il vasto romanzo contiene già un motivo di fondo
dell'arte di Mann: cioè un dissidio, una posizione conflittuale rispetto al mondo borghese rappresentato.
La solidità
fisica e psicologica, la concretezza produttiva di quei mercanti anseatici sono
visti dall'autore come qualità che vanno si ammirate, ma che nel contempo
svelano una certa angustia di orizzonti, una sicurezza e una gioia di vivere un
po' troppo a buon mercato per essere con piena adesione condivise.
È già
evidente cioè la consapevolezza dei limiti delle virtù borghesi e l'attrazione
-che Mann non cesserà mai di sentire -verso tutta quella gamma di atteggiamenti
e di modi di essere che della solida sanità e normalità borghese sono la
negazione: l'inquietudine, la sensibilità raffinata al punto da diventare
morbosa, l'aggrovigliarsi di dubbi nell'intimità problematica della coscienza,
l'attrazione verso il gorgo ineffabile dell'arte, della musica, la diversità
che si configura come inettitudine a quella vita e come malattia. È questa la
tematica cui soprattutto inclina Mann e la storia dei Buddenbrook è storia di
una decadenza, di un affinamento che è disfacimento degli antichi valori; e
così si spiega l'attenzione per i conflitti interiori dell'ultimo Buddenbrook,
il giovane Hanno, nel quale questo nuovo sentire si impersona, così si spiegano
il fascino della morte che Mann sente ed esprime in pagine mirabili dedicate via
via al finire dei vari personaggi.
Nel romanzo,
Mann trascriveva indubbiamente una larga parte della propria biografia umana e
intellettuale, vale a dire: la vicenda della sua famiglia di operosa borghesia
mercantile e la sua esperienza di intellettuale fine di secolo che accoglieva
le suggestioni inquietanti del decadentismo e si estraniava dal mondo dei
padri. Ma questo estraniarsi non era privo di dolorose lacerazioni.
La polemica
dei decadenti (Huysmans, Wilde, D'Annunzio) era improntata ad un aristocratico
disprezzo, Mann invece sente quella solida sanità e quell'equilibrio del mondo
dei padri come valori che non può più condividere ma che però non può
disprezzare: quel mondo aveva una sua dignità, una sua misura e ci può essere
posto, nel rappresentarne la fine, per la malinconica elegia o per la poesia
della morte, non per il disprezzo.
Ma nello
stesso tempo quell'itinerario personale diventava paradigma di storia europea
ed il successo del libro fu anche dovuto a questo, anche se Mann con molta
modestia se ne confessò sorpreso: "Neppure in sogno mi passò per la
testa che da questa storia della decadenza di una famiglia si sarebbe sentita
toccata e colpita la borghesia di altri paesi e avrebbe potuto riconoscervisi;
che, per dire tutto in breve, mentre avevo dato un libro molto tedesco, quanto
a forma e contenuto, nello stesso tempo avevo dato un libro europeo, un brano
della storia dell'anima della borghesia europea."
Dopo I
Buddenbrook Mann non farà che approfondire, sfaccettandolo in una serie di
sfumature problematiche, questo tema - il rapporto ambiguo coi valori borghesi
- e nella galleria dei personaggi via via da lui creati si incontra sempre più
frequentemente un tipo, un mito umano segnato dal carattere della diversità,
dalla estraneità al mondo borghese, attratto dall'avventura spirituale, lontano
dalla schietta naturalezza, dalla gioventù vittoriosa, e vicino quindi alla
malattia (in un senso largo del termine).
Malattia che
è la premessa dell'arte, anzi si identifica quasi sempre con l'arte: dei tre
racconti - La morte a Venezia, Tristano, Tonio Kròger -
successivi al romanzo sono infatti protagonisti tre artisti. Ma come si
configura il rapporto fra malattia (e arte) e vita? fra diversità dell'artista
e vita coi suoi modesti e prosaici valori?
Nel Tristano
il conflitto tra arte e vita viene esemplificato nella lotta che un raffinato
esteta, Spinell, e un borghese impegnano intorno ad una donna, la moglie di
quest'ultimo; ma il racconto si conclude con l'avvilente sconfitta di Spinell,
nella cui figura Mann ha riassunto « tutti i Iati negativi dell'esteta di moda
agli inizi del secolo » (R. Fertonani).
Nel Tonio
Kròger il protagonista è lucidamente consapevole dell'identità fra malattia
e arte: A un'epoca in cui si potrebbe ragionevolmente pretendere di vivere
d'amore e d'accordo con Dio e con il mondo, uno comincia a sentirsi segnato, a
rendersi conto d'essere in incomprensibile contrasto cogli altri, coi normali,
con la gente ordinaria, sempre più fondo si scava l'abisso di ironia, di
incredulità, di opposizione, di lucidità, di sensibilità, che lo separa dagli
uomini, la solitudine lo inghiotte, e da quel momento non c'è più possibilità di
intesa.
Ma questa
coscienza di essere diverso e segnato è però sentita come condanna e il senso
del racconto - che a molta critica sembra una delle cose migliori di Mann - è
proprio nell'affermazione che se qualcosa è realmente in grado di fare di un
letterato un poeta è appunto questo borghese amore per l'umano e il vivo e
l'ordinario.
Un'atmosfera
livida e cupa di decadenza e di morte aleggia su tutta la Morte a Venezia,
incentrata su una materia che congloba tutte le seduzioni dei più vari temi del
decadentismo: una commistione di bellezza e di morte, di miti classici inseriti
nel contesto di una città splendida e pure insidiata dal colera.
Certo, ancora
una volta, di fronte al torbido e al vagheggiamento del sogno di bellezza del
protagonista (l'artista senescente Gustav Aschenbach), Mann non è esente, qua
e là, da ambiguità, ma la realtà del
colera che nella fascinosa città si cerca dI minimizzare e tener nascosto e poi
esplode - e Aschenbach ne resta vittima - assume significazione di giudizio
morale: e d'altra parte quell'impasto di miti di bellezza e di fuga dalla
realtà, di estraneità e solitudine è descritto da Mann con uno stile inclemente
e lucido nel quale è prevalente l'atteggiamento del distacco e della diagnosi.
Mann cioè è
pervenuto proprio a denunziare quale prezzo di sofferenza e di sconfitta
comporti in ultima analisi il dissidio tra arte e vita, l'aristocratico
compiacimento della diversità e della malattia: il privilegio della diversità
si paga con l'estraniamento e la solitudine, non disgiunta ora da una nostalgia
di normalità, di vita.
Ed è alla
luce di questo approdo che va vista la sua posizione - altrimenti
incomprensibile - di fronte alla prima guerra mondiale: contro lo spirito, la
complicazione, la civilizzazione egli opta per la spontaneità, per le forze
primigenie, persino per la barbarie (per quello che di istintivo e di riscatto
dall'intellettualismo c'è in essa).
Una tappa
fondamentale dell'itinerario di Mann è rappresentata da "La montagna
incantata". Mann definì quest'opera un ideale congedo da molte
pericolose simpatie e seduzioni e incantesimi da cui l'Europa era ancora
pervasa e certo si tratta di un'opera di straordinaria complessità, di un
romanzo che per le perenni discussioni tra i protagonisti (specialmente quelle
fra Naphta e Settembrini) finisce per diventare un saggio o almeno un
romanzo-saggio, una summa dei problemi e del dibattito ideologico dell'Europa
del primo Novecento.
Certo, sono
nel vero quanti sostengono che qui più che una conclusione interessa
soprattutto a Mann il dibattito in se, lo scontro intellettuale; ma è anche
vero che qui è ben evidente una componente pedagogica dell'arte di Mann
orientata ora verso un recupero dei valori della ragione: Naphta è il
celebratore dell'irrazionale, della mitologia delle oscure forze istintive, del
dispotismo teocratico, di quanto di torbido e di oscuro cioè la società europea
del Novecento già conteneva (e avrebbe mostruosamente sviluppato nei decenni
successivi), ma approda al suicidio (l'esemplarità pedagogica qui è magari un
po' troppo meccanica).
La parola
resta così a Settembrini, portavoce del razionalismo e delle idealità
democratiche, e si può concludere che Mann, anche se non risparmia contro di
lui le puntate ironiche, ne condivida però il credo tutto illuministico. Questa
posizione, d'altra parte, trova riscontro con gli atteggiamenti politici dello
scrittore che, superando quel groviglio di vitalismo barbarico che lo aveva
portato ad esaltare la guerra del '14, ora è su posizioni democratiche.
Su questa
strada Mann arriverà ad un impegno sempre più concreto e negli anni della
trionfante follia nazista la sua voce si leverà, con una vastissima eco, a
difesa dei valori della migliore tradizione democratica e umanistica
dell'Europa. È in questa dimensione che va inscritta un'altra fondamentale sua
opera: "Doctor Faustus".
È ovvio che
qui ritorna un vecchio mito caro a Mann - l'artista diverso dalla normale
umanità, il rapporto tra malattia e arte - ma due osservazioni sono
essenziali:. Il cronista Zeitbloom registra la vicenda di Leverkuhn con
l'orrore dell'uomo « normale » e quindi con un implicito giudizio, che nella
conclusione sarà espresso a piene lettere, di condanna di questa demoniaca
avventura intellettuale.
Siamo, in
ultima analisi, sulla linea della conquista già realizzata ne "La montagna
incantata": cioè il recupero della ragione, l'accettazione di un metro di
giudizio alla cui luce la malattia perde ogni torbido fascino, ogni
aristocratico privilegio.. « Nella sorte di Adrian Leverkuhn grandiosa ma
tragica, Zeitbloom vede il destino di tutta la Germania negli ultimi decenni
della sua storia e soprattutto nell'epilogo terrificante della seconda guerra
mondiale.
Gli elementi
demoniaci, quasi un patto o una serie di patti col diavolo, la superbia
derivata dalle stesse qualità positive, dalla grandiosità dei successi,
l'arditezza senza limiti, anzi la temerarietà di andare oltre tutti i confini,
una crudeltà spregiudicata, senza doveri morali, fredda, quasi glaciale, sono
caratteristiche di Adrian Leverkhun, ma anche di parecchi momenti della
politica tedesca della storia recente » (B. Tecchi).
Ed è fondamentale
il giudizio conclusivo su questa vicenda (di un uomo e di un'intera nazione)
espresso nelle ultime parole di Zeitbloom: quando sorgerà dalla estrema
disperazione il nuova crepuscolo di una speranza? Ecco, un uomo solitario
giunge le mani e invoca: Dio sia clemente alle vostre povere anime, o amico, o
patria!
La vicenda
del protagonista Adrian Leverkuhn è narrata nel romanzo dall'amico Serenus
Zeitbloom. Adrian, un giovane musicista, ha incontrato una prostituta alla
quale, malgrado i di lei ammonimenti, si è unito: ha contratto così una
terribile malattia che lo di- struggerà lentamente ma nel contempo gli
consentirà momenti di straordinaria eccitazione creativa. Venuto in Italia, a
Palestrina, Adrian incontra -reale
apparizione e allucinazione della sua eccitata fantasia sotto le spoglie di un
distinto signore, il diavolo che gli propone un patto: qualche decennio di
intensa attività creativa -una musica straordinariamente originale - in cambio
della rinunzia ad ogni affetto, dell'assoluta aridità sentimentale ed umana.
Adrian
accetta, realizza un'opera di potente novità, ma alla fine, proprio mentre la
esegue di fronte ad una cerchia di intenditori, che ha convocato appositamente,
crolla, confessa il suo terribile segreto e finisce con l'impazzire.
Su
quest'opera conviene concludere queste notizie su Mann perché essa sintetizza
quasi -pur senza essere sul piano artistico la più valida - il significato che
nella cultura del secolo ha avuto questo scrittore. Il quale ha accolto i temi
di fondo del decadentismo ma, con un dibattito e una interiore ricerca durata
una vita, li ha sottoposti ad un riesame, ha dato alla trascrizione della
propria biografia intellettuale ed umana una significazione universale, ha
contribuito ad esorcizzare col fascino della creazione artistica e del dominio
intellettuale i mostri del mondo moderno.