L’aveva vista una volta, un
pomeriggio di novembre e gli era bastato per non dimenticarla. Una spider
grigia si era arrestata a pochi centimetri da loro, lei era scesa, aveva salutato
la compagnia, poi si era allontanata con un’amica, subito dopo era ripartita in
fretta, com’era arrivata.
Sicuramente i suoi occhi grandi e
profondi non l’avevano neppure notato, ma lui sì, aveva seguito la linea
sottile di quello sguardo perso nel vuoto e si era sentito trascinare via da
quel mondo finto, che gli galleggiava attorno e, per un attimo, gli era
sembrato di cogliere qualcosa di indicibilmente vivo e triste, che si celava
nel fondo di quegli occhi alteri e sfuggenti.
L’unica cosa che gli
rimaneva di lei era il suo nome sentito poco prima. Strano, gli sembrava
insolitamente familiare, come qualcosa di conosciuto e amato da sempre, eppure
inspiegabilmente dimenticato e, in quel momento, davvero desiderava dare un
volto a quella sensazione indefinita, che affiorava da un lontano passato, ma
non riusciva proprio a ricordare. Davanti gli ritornava sempre il volto di lei,
la sua bellezza antica, dipinta con grazia tante volte dai grandi artisti del
Rinascimento e il mistero di quegli occhi verdi, che gli scivolavano dentro e
gli mostravano un oscuro tormento, un’indicibile rinuncia, lei così bella,
lontana da tutto e da tutti.
Non era la prima volta
che s’imbatteva in quegli occhi inquieti e tristi, spalancati su un presente
assente e senza futuro. Conosceva il significato di quello sguardo muto e
penetrante, sembrava uno strappo alla vita da cui un’anima in pena fuggiva via
dal suo troppo passato e lei non l’aveva neppure visto, confuso com’era in
quella compagnia, che si godeva gli ultimi raggi di sole.
Si guardò attorno, non
aveva più voglia di stare lì a non far niente e aspettare la sera, l’unica cosa
che desiderava era passeggiare lungo il mare, guardare all’orizzonte,
dimenticare. Ormai non ci credeva più, non voleva illudersi ancora una volta,
preferiva rinunciare, prima di iniziare di nuovo tutto per poi andare incontro
all’ennesima delusione.
Fissò il lungomare, era
deserto a quell’ora del giorno, solo i rifiuti, spenti i clamori estivi,
facevano mostra di sé lungo la riva. Sembravano i resti di un mondo morto,
finito, irrimediabilmente consumato e buttato via, che soltanto la pietà del
mare non aveva respinto, restituendone le misere spoglie.
In quel momento pensò
alla sua vita passata, al lavoro di pochi mesi, che l’aveva trascinato lì e non
riusciva a staccare gli occhi da quei poveri resti, che gli ricordavano altre
stagioni e altri clamori, ma alla fine sempre la stessa sensazione, di essere
sopravvissuto ad una silenziosa catastrofe, che aveva portato via ogni cosa
bella e viva da questo mondo di morti.
L’atmosfera livida e
fredda lo faceva sentire ancora più solo in quella Rimini nebbiosa, che si
ritraeva indifferente, gli sembrava di essere fuori stagione, come tutto ciò
che lo circondava e rivedeva lei, che si allontanava in compagnia di un altro,
già molto avanti negli anni, certamente non suo padre, eppure la vista di lui,
dai modi così distinti e cortesi, gli aveva riservato una spiacevole
impressione, ma non voleva pensarci e ritornò sui suoi passi, dirigendosi verso
casa.
***
I giorni passarono in
fretta e di lei più nulla. Usciva, come al solito, verso sera con la stessa
compagnia di sempre, ormai si era abituato a buttare via il proprio tempo, gli
bastava seguire la linea dell’orizzonte, indifferentemente.
Una
sera, durante uno dei soliti giri tra i locali notturni e le discoteche della
costa, la rivide. All’inizio non l’aveva notata nella confusione della pista.
Ballava con movimenti composti e aggraziati, lasciandosi condurre dalla musica
in un mondo tutto suo e quella sensazione di muta attesa nel suo sguardo,
sembrava proprio scomparsa. Ora era contenta e, di tanto in tanto, sorrideva ad
un gruppo di persone seduto ad un tavolino di prima fila.
“Ti piace?”
Gli
chiese un’amica, avvicinandosi. Lui finse di non capire, non voleva parlare di
lei in quel modo e le rispose:
“Sabina?” e l’altra gli ribatté, seccata:
“Chi se no, non fare lo scemo!”
“Certo, è bella no?” le fece lui, messo alle strette, ma, in ogni
modo, cercò di evitare che la conversazione prendesse quella piega, lei però,
non si accontentò e insisté:
“Molto, ma non fa per te”.
“E perché, sentiamo?”
“Non vedi chi frequenta, non è certo il tuo giro?”
“Possono essere solo amici perché cercare di capire tutto al primo
sguardo. Che cosa significa, sentiamo?”
“Sì, amici a quell’età, ma dai! Io vado a ballare,
vieni?”
“No, non ne ho voglia, scusami, preferisco finire
la mia birra”.
“Fa’ come vuoi, ma ti consiglio di pensare ad
un’altra, quella lì è bella, ma scomoda, ti avviso”.
La
vide allontanarsi, scomparire tra la gente, che affollava la pista e ripensò
alle parole dell’amica, forse aveva ragione, era lui che si era illuso di
capire tutto al primo sguardo. In quel momento, lei era così diversa da come
l’aveva vista la prima volta, non desiderava più qualcuno, che la portasse via,
che la strappasse a quella prigione di maschere, era semplicemente appagata,
contenta di essere lì, tra quella gente, nel loro mondo.
Si
alzò e si diresse versò il bar, aveva bisogno di bere qualcosa di forte e
ghiacciato, ordinò una vodka e incominciò a sorseggiarla, poi guardando in
direzione della pista, incontrò i suoi occhi, lei se n’accorse e abbassò lo
sguardo. Ora non sorrideva più alle battute dei suoi amici, sembrava quasi che
la infastidissero, mettendola a disagio, poi lo guardò di nuovo e i suoi occhi
ridivennero espressivi e invitanti come la prima volta.
Lui si
staccò dalla reception e si diresse verso di lei. Continuava a guardarlo e
quando le fu vicino, gli disse con voce aggraziata:
“Andrea Longhi, suppongo. Marisa mi ha parlato
molto di lei, io sono Sabina Vanini, piacere” e gli porse la mano, una morbida
mano, che scivolò nella sua.
“Mi auguro che abbia parlato bene di me”.
Lo
disse in tono scherzoso, ma conoscendo un po’ Marisa, sapeva com’erano
graffianti le sue battute e, soprattutto, i suoi giudizi.
“Oh, non si preoccupi, Marisa è sempre molto
comprensiva verso i forestieri, come dice lei. – e accennò ad un sorriso, poi
abbassando gli occhi, aggiunse – Allora, lei è il famoso ”biondo” di cui tanto
si parla, ma vedo che non si diverte, se ne sta tutto solo in questa
confusione. Strano, conoscendola è molto diverso da come me ne hanno parlato”.
“Spero in meglio” aggiunse lui, guardandola negli
occhi.
“Forse, chissà” rispose lei pensosa.
“Mi hanno detto che non è mai stata a Venezia, noi
ci andiamo per questo fine settimana. Vuole venire? Ci sarà anche Marisa e mi
piacerebbe farle conoscere quella città, in passato era come una mia seconda
casa e mi sono trovato bene lì”.
La sua
voce era calda, suggestiva, invitante, lei se n’accorse, scostò con la mano i
capelli, che le erano scivolati sugli occhi, poi inclinando leggermente il bel
viso, gli rispose con un filo di voce:
“Non lo so, devo vedere se posso, certo mi
piacerebbe visitarla, è una cosa che ho sempre desiderato fare, ma poi,
niente”.
“E allora venga, se non ha già altri impegni”.
Lo guardò
silenziosa e rimase così per alcuni istanti, come se stesse pensando a qualcosa
di faticoso e difficile, poi abbassando gli occhi, disse:
“Va bene, però andiamo con la mia auto perché, se
non guido, sto male”.
“Non c’è problema”.
“Allora, ci vediamo, mi metterò d’accordo con
Marisa, ora però la devo salutare, è meglio non fare attendere troppo gli
amici”.
La
vide andare via, scivolare in quella penombra di luci soffuse e riprendere il
suo posto accanto agli altri, immersa com’era in quella rete d’attenzioni, che
la circondavano e l’allontanavano da lui. Salutò gli amici e uscì dal locale.
L’aria fresca sul viso lo faceva stare meglio.
Non
voleva farsi coinvolgere troppo, ma c’era qualcosa in lei che l’attirava
irrimediabilmente, forse la sua bellezza, così fuori moda per i tempi, eppure a
tratti affioravano alla mente vecchi sogni, antiche letture, fantasmi di un
lontano passato, mai veramente dimenticati, che gli parlavano di lei e di altre
storie, che avevano oscuramente governato la sua vita. Salì in auto e si
diresse verso le colline, guidava seguendo il vento, non aveva voglia di
tornare a casa a quell’ora della notte.
***
Alcuni
giorni dopo, un sabato, si attendeva solo lei per partire. Andrea la vide
arrivare con la solita compagnia, non se l’aspettava, ora sapeva che era stata
solo per curiosità se lei gli aveva parlato in discoteca, ma fece finta di
nulla. In quel momento desiderava unicamente che i giorni a Venezia passassero
in fretta. Li portò in giro e lei si divertì come una ragazzina, eppure non era
così che se l’era immaginato, ma probabilmente la donna, che aveva visto quel
pomeriggio di novembre, era solo una sua fantasia. Sabina, che aveva davanti,
che scherzava con lui seduta al Caffè Florian e in giro per Venezia, era molto
diversa, sempre così attenta a mantenere le distanze, a frapporre un muro
invalicabile fra loro due, fatto di gesti e di parole pronunciate a bassa voce
all’amica per non farsi intendere.
Sentiva che lei voleva conservare
la sua impenetrabilità racchiusa in quello sguardo altero, che a volte brillava
nei suoi occhi e non c’era nulla che lui potesse fare per strappargliela via,
se non rinunciare a ciò che era e fingere di essere un altro, uno dei tanti ai
quali lei, sicuramente, era abituata, ma questo non poteva accettarlo, non
l’aveva mai fatto.
I mesi che seguirono,
scivolarono via senza lasciare tracce. Di tanto in tanto, gli capitava di
rivederla, ma sempre di sfuggita e, immancabilmente, in compagnia di quel
vecchio dai modi distinti. Ora non si chiedeva più la ragione di un’amicizia
simile, così esclusiva e impenetrabile.
***
Il
giorno in cui Marisa partì, altre l’avevano fatto prima di lei, era una grigia
mattina di febbraio, il freddo pungente della costa riempiva l’aria immobile di
granelli di gelo.
Alla
stazione c’erano solo loro due, gli unici rimasti. Quel giorno lei era sola e
si vedeva che era triste, ormai non aveva più nessuno accanto a lei, tranne quel
vecchio signore dall’atteggiamento paterno e lui, quasi uno sconosciuto.
La
riaccompagnò a casa, era la prima volta. L’appartamentino era arredato con
gusto e pieno di luce, fu la prima cosa che notò. Lei si muoveva con grazia in
quell’ambiente piccolo, ma accogliente e, ogni tanto, lo guardava di sfuggita,
per non farsi scoprire da lui, l’osservava, cercava, probabilmente, di capire
chi fosse veramente. Lui, invece, le parlava, scegliendo con cura le parole e
le lasciava fluire, come un’invisibile rete nella quale lei incominciava a
riconoscersi.
Da quella volta si
rividero quasi ogni giorno, lei si era abituata alla sua presenza, le piacevano
il suo modo di fare sicuro e pieno di attenzioni, le sue parole e la sua voce,
mentre lo sguardo altero e l’atteggiamento distaccato e un po’ scostante erano
scomparsi, davvero sembrava la donna incontrata per un attimo quel giorno di
novembre, il fantasma che Andrea aveva inseguito vanamente per anni.
***
Quella sera la trovò
intenta a cucire la piega di un vestito, avvolta com’era nella morbida gonna
verde, che a lui piaceva tanto, i lunghi capelli le scivolavano sulle spalle,
accarezzandole il viso, mentre gli occhi seguivano il filo, che scompariva nel
tessuto, ma subito si posarono dolcemente su di lui, vedendolo entrare.
“Mi piace quando mi guardi e non posso più fingere di esserti solo
amico. C’è un momento in cui due persone incominciano ad amarsi? Sì, e credo che questo sia il nostro. Vorrei
soltanto che non finisse, che potesse durare così come ora”.
Lei abbassò gli occhi,
rimase immobile, stringeva solo le mani e non disse nulla. Rimase muta,
silenziosa, impenetrabile ad ogni sua parola, ad ogni suo sguardo. In quel
momento ad Andrea sembrò che il muro invalicabile, che in passato li aveva
tenuti così distanti, si fosse di nuovo richiuso attorno a lei e non riusciva a
capire, continuava a parlarle, ma la sua voce non era più ferma come prima e
vedeva che qualcosa di oscuro la tormentava e l’allontanava inesorabilmente da
lui.
Gli sembrava che
spettri di un lontano passato le si agitassero dentro, spingendola a fuggire
ancora una volta da lui e dalla vita.
Li conosceva bene, quante volte li aveva visti riflessi nei suoi verdi
occhi e gli avevano parlato di delusioni, che segnano come croci la vita di una
persona, lui aveva cercato di strapparla a quel destino, ma ora gli sembrava
che tutto fosse stato inutile, lei si era richiusa in se stessa, ancora una
volta in compagnia del suo dolore e lui n’era rimasto irrimediabilmente fuori.
Era disperato, non
voleva che tutto finisse così amaramente, senza neppure una parola o un gesto.
Lei se n’accorse, alzò il suo bel viso e, facendosi forza, gli disse solo:
“Ho più anni di te, come vuoi che possa funzionare”.
Abbassò gli occhi, non
voleva che lui vedesse le sue lacrime ed era come se gli avesse detto: “Lo so,
mi deluderai come hanno fatto tutti gli altri prima di te, quando ti sarai
stancato di me, te n’andrai e io mi ritroverò ancora più sola e sarà una
delusione peggiore delle altre. È questo quello che vuoi da me, approfittare
della mia fragilità perché sai che non ho più la forza di resisterti?”
Le parole erano
diventate ormai superflue, tutto quello che Andrea poteva dirle, non sarebbe
servito a niente, lui non poteva promettere nulla, non poteva fingere, ma solo
sperare che lei l’amasse veramente, al punto di rischiare e soffrire per lui.
In quel momento avrebbe
fatto qualsiasi cosa per lei, ma sarebbe stato inutile, era lei che doveva
rischiare se stessa e solo per un fragile amore come il loro. Le si avvicinò e
le disse dolcemente di pensarci, di pensare bene a loro due e andò via.
L’auto filava
sull’autostrada, lui seguiva indifferente la striscia bianca sull’asfalto e
avrebbe voluto porre fine a quella corsa, ma sapeva che ci sarebbero state solo
altre vie e altre città oltre quella.
Il silenzio della notte
era opprimente come un vuoto indesiderato, che gli parlava di lei e della
propria vita sospesa ad una sua parola, che non era giunta e lui si ritrovava
lì ad inseguire un antico fantasma, mentre scivolava sempre più nella notte per
non sognare.
Ora sì che ricordava
quel vecchio film tanto amato in gioventù, ora sì che rivedeva lei sorridente,
attenderlo alla fine della strada. Doveva rimanere solo un sogno, un sogno che
gli aveva segnato tutta l’esistenza? No, pensava, non poteva finire così nel
silenzio di quella notte.
***
La rivide ancora, ma
evitava di trovarsi da solo con lei, i suoi occhi verdi gli imploravano di
tacere, di non tradirla e lui, in alcun modo, l’avrebbe fatto, ma vedeva che
soffriva e non riusciva a nasconderlo e questo era una pena troppo grande,
insopportabile, che l’avrebbe portato via da lei.
La domenica mattina, parcheggiando
l’auto al solito posto sul lungomare, si sentì chiamare, si voltò e vide
venirgli incontro Giulio, l’anziano amico di Sabina, l’uomo l’invitò ad unirsi
a loro in una gita al Parco dei Giganti presso Reggio Emilia, lì c’era un
incantevole lago in fondo ad un bosco di faggi, che Sabina desiderava da tempo
vedere. Era la prima volta che Giulio lo invitava, strano e lui, nascondendo la
sorpresa, accettò.
Il primo sole di marzo
scioglieva gli ultimi tepori del mattino in quel cielo terso, adagiato sugli
Appennini, tutt’intorno il verde delle selve.
Il lago era davanti a
loro con i suoi canneti e i suoi isolotti di sabbia, Andrea le appoggiò la mano
sulla spalla, lei non la scostò, alzò gli occhi su di lui e, sorridendogli, gli
disse:
“Andiamo, vuoi?”
***
Nel pomeriggio
rientrarono in città. La spider grigia si arrestò accanto alla sua auto, ferma
sul lungomare, lui scese e, rivolgendosi a Giulio, disse:
“Accompagno io Sabina a casa, non preoccuparti”.
Il sole calava
dolcemente sull’orizzonte, Andrea guidava da alcune ore e, mentre le parlava,
di tanto in tanto la guardava e lei gli sorrideva, contenta. L’auto filava
veloce, seguendo la striscia bruna, che si apriva la strada in quell’immensa
distesa gialla bruciata dal sole, lei la vedeva scorrere ai suoi lati e
incominciava a riconoscere i luoghi e i profumi della sua terra, era sorpresa,
non se l’aspettava.
“Perché siamo qui?” gli chiese.
“Ti riporto a casa, è da tempo che aspetto questo momento ed è la
prima cosa che desidero fare insieme a te, quando saremo vicini, tu mi
indicherai la via, solo tu la conosci e non voglio sbagliare”.
Lo guardava, le
luccicavano gli occhi per l’emozione, poggiò la sua morbida mano su quella di
Andrea, lui fermò l’auto, lei gli si avvicinò e lo baciò per la prima volta,
poi adagiò il capo sulla sua spalla e ripartirono.
La casa era circondata
dal verde, appena fuori del paese, un tempo un borgo di pescatori, tutt’intorno
il mare e il sale. All’ingresso una margherita brillava alle prime luci della
sera. Entrarono. Sabina si affrettò a togliere i teli, che ricoprivano i mobili
dell’ampia sala del soggiorno e li portò in un’altra stanza.
Andrea si guardò
intorno, su uno scrittoio c’era un album di fotografie, si avvicinò e, mentre
lo sfogliava, aveva la sensazione di conoscere da sempre quella storia, quei
bei volti tristi di lei, che gli sfilavano davanti in una silenziosa delusione,
consumatasi negli anni. Richiuse l’album e solo allora si accorse della
presenza di un piccolo diario, ne sfiorò delicatamente con la mano il velluto
bianco della copertina dai bordi dorati, il passato di lei era lì in quelle
pagine segrete, lo guardò un’ultima volta, poi si scostò.
Lei entrò in quel
momento, vide lui e il diario e i suoi occhi si riempirono di lacrime, aveva
dimenticato che era lì, lo afferrò con rabbia, piangeva, l’aprì tra i
singhiozzi, che le scuotevano il petto e incominciò a strappare le pagine in
piccoli pezzettini, disperata. Andrea la guardò e con tenerezza le sfiorò i
capelli con la mano, poi le asciugò delicatamente le lacrime e con dolcezza le
disse:
“Ti amo, ora non piangere più, è tutto passato” le sollevò il bel
viso e la baciò.
17 – 25 luglio 1999
Franco D’Arco