
Si sentiva solo e per la prima volta provava per intero quella
sconfinata sensazione d’inquietudine lenta, che gli moriva dentro. Non era mai
stato così, tutto ciò che aveva fatto in precedenza non l’aveva provato
veramente, era solo il riflesso di altri, ed era anche stato convinto di non
poter cambiare, forse perché era stato troppo preso da quelle cose inutili, che
lo rendevano come tutti gli altri. Aveva potuto avere i suoi occhi scuri e li
aveva sprecati, non era neanche riuscito a dirle che lei era di più, più di
quello che le faceva credere, più di tutto.
E vederla
piangere, senza fare niente e mai che le avesse parlato, quando aveva bisogno
di un abbraccio o di un semplice sorriso, che lui non le aveva mai dato e questo
solo per orgoglio. Non avrebbe voluto mentire e fingere, lui, ma ormai che
tutto era finito, capiva perché l’aveva guardato e spinto indietro, piangendo:
“Non toccarmi, non puoi confondermi ancora, se tra noi non
c’è più niente, se è stata colpa mia che non ho saputo salvare niente di più di
queste lacrime, allora no, ti prego, no…”
Se l’era lasciata
scappare via e non aveva saputo neanche ammettere che era stata tutta colpa
sua, neppure quella volta in quel bar, quando le ripeteva “Sei una ragazza,
cerca di capire…”, mentre era lui che non aveva capito niente e la cameriera,
con discrezione li aveva interrotti, dicendo: “Ragazzi presto, che tra un po’
si chiude”, e a lui aveva fatto anche comodo, come la vecchia canzone nel juke
– boxe, che lo supplicava “Potrò crescere per te, ti posso dare tutta me
stessa… per favore…”, ma quando finì, lei aveva imparato a vivere, mentre lui
iniziava a morire senza lei.
Non
bastavano più gli amici e ormai se ne fregava della loro libertà, rimaneva solo
nella sua camera sdraiato accanto al dolore. Chissà come stava, come viveva e
chi andava a prenderla? Magari qualcuno più grande e maturo, che le apriva lo
sportello dell’auto nuova con un “Prego signorina, adesso si vola”.
Maledizione, ma che giorno era quello e lui com’era ridotto! L’aveva
persa per sempre e chi le domandava “Resto?”, chi aveva portato via il suo
cuore, chi gridava il suo nome, ora? Chissà se era diventata come le altre e se
passava qualche giorno in più davanti allo specchio…Erano tutte domande che si
poneva ogni giorno e a cui non poteva rispondere
Poi
giunse il giorno in cui lei sarebbe partita, lo sapeva, come sapeva che sarebbe
rimasta ad aspettarlo fuori dal cancello di casa:
“Ciao, scusa se sono qui, ma domani parto e quindi…”
“Così vai via? Non scherzare, dai…”
Fece cenno di no con la testa: “Domani partirò,
mia madre lo ha sempre voluto, non vuole dipendere dalle poche cose che la
legano qua, ed ora che mio padre se n’è andato… bè non so dirti dove… lei non
può fare altro che cambiare ed è bastato il mio consenso per fare due
biglietti, ma ci tenevo a salutarti…”
“Dai, che vuoi che sia, se devi… vai!” – e mentre
lo diceva, pensava di non poter più fare a meno di lei, ma non sapeva come
trattenerla.
Credeva che le “grandi parole” non sarebbero servite a niente perché era
davvero finito tutto, e lei non poteva sentirlo, non poteva sentire il suo
dolore e vedere nei suoi occhi, le parole che lui non era riuscito a dirle,
come quella sera, “Forse domani correrò dietro al tuo treno per poterti dire
“Ti amo”….. Dio mio scrivimi, ti prego, e so che è banale dirlo adesso…. Dai
stringimi e canta quella canzone”. Avrebbe voluto dirle questo e, invece,
doveva ora solo cercare di rimanere a galla in qualche modo, ma lei le aveva lette
nei suoi occhi quelle parole e lo strinse a sé, cantando con un filo di voce,
mentre i minuti passavano….
Ora
non poteva più alzarsi, si sentiva troppo solo, ormai non sperava più che un
giorno sarebbe tornata, forse aveva ancora tante cose da capire e da vedere, ma
la cosa più concreta della sua vita era lì, in un metallico click,
semplicemente un click, tutto lì.
“Ciao,
ricordi ancora chi sono? Non penso, ma hai sempre detto che l’amore infinito è
quello che non c’è più, perché non si può competere con chi non c’è. Non
pretendo di essere il tuo amore infinito, ma almeno di essere ricordato, e se
puoi, perdonato.
È inutile o forse stupido scriverti solo
adesso, e non posso spiegarti tutto quello che ho sbagliato nella mia vita, ma
sono sicuro che con te ho sbagliato tutto, sei stata l’unica vera ragazza della
mia vita, e ora piango sulle note della canzone, che mi piaceva tanto e mi
avevi registrato. Riesco ancora a ricordare quando con la tua calligrafia dolce
e perfetta mi scrivesti sull’etichetta la frase, che ricordo ti piaceva di più
“Colpisci al cuore il passato, le delusioni di sempre”.
Hanno sempre
detto o almeno lo ho sentito dire, che l’attimo prima di morire rivedi tutta la
tua vita, ma per me è stato il profumo della colazione della domenica mattina
di mamma, il pianto di mio fratello a notte fonda, le litigate di mia sorella
al telefono, le stelle di San Lorenzo, e tu quando abbiamo ballato quel lento,
l’ultimo oramai, che me lo canticchiavi nell’orecchio, sei stata tu con il tuo
pianto, che avrei voluto non essere stato io a provocare. Ora ti posso dire
solo un’ultima cosa, vorrei essere uno dei pensieri che farai prima del tuo
“salto fuori dal cerchio”, e spero non sarà per disperazione come me, ti voglio
sempre bene e te ne ho sempre voluto, anche se ti sarà difficile crederlo, ma
era l’età che passano tutti i ragazzi stupidi come me, ora però è tardi per
rimediare, per tutto.”