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Il risveglio
di 
Siddharta
 

  

 

 

 

 

 

 

 

     Ancora non si chiamava Buddha, era il giovane principe Siddharta. Egli cresceva in salute e bellezza ed eccelleva in tutto, nell’arte oratoria, negli studi, nella saggezza antica dei sapienti, nel gioco e nello svago.

     Il re Suddhodana, suo padre, aveva dato a Siddharta tre palazzi, uno per l’inverno, uno per la stagione delle piogge e uno per l’estate. In questo modo egli pensava di proteggere il figlio dalla conoscenza del dolore e dell’angoscia, ma poi un giorno si udì un canto misterioso di sconvolgente bellezza.

     All’inizio Siddharta non riusciva a capire da dove provenisse. La canzone era in una lingua che egli non aveva mai udito prima e il suono melodioso e triste gli era ignoto. Cosa diceva, cosa significava? Per la prima volta si trovava di fronte a qualcosa, che non conosceva e che oscuramente l’attirava e allora, rivolgendosi alla moglie, la bellissima Yasodha, le chiese:

“Cos’è questa canzone? “

“È di una terra molto lontana, mio signore, evoca le meraviglie di paesi che ha conosciuto da bambina, di montagne e di laghi, che non potrà mai dimenticare”. Rispose lei, rivolgendosi a lui con dolcezza e soggezione.

“Che strano! Luoghi simili esistono dunque? Posti belli, come qui da noi?”

     Siddharta era sorpreso, mai aveva immaginato che la bellezza e la meraviglia potessero esistere fuori dai suoi palazzi e venendone a conoscenza, n’era rimasto profondamente turbato e commosso.

     Fino ad allora era cresciuto nello splendore di una vita dorata, che gli aveva riservato i frutti più belli, ma in quel momento scopriva che ciò non poteva essere tutto e la stessa bellezza di cui si era nutrito, cos’era veramente, se fuori n’esisteva un’altra, altrettanto bella?

     La moglie vide il turbamento e l’emozione negli occhi di Siddharta e sentì che si stava allontanando da lei e dal suo affetto sicuro. Lo guardò con inquietudine, poi la sua dolce voce si levò triste e supplichevole, non voleva perderlo e cercò di trattenerlo e di proteggerlo da se stesso:  

“Io so che esiste solo sofferenza oltre queste mura”.

“Che vuol dire sofferenza?”

     Gli chiese lui sorpreso di nuovo e per la seconda volta in quel giorno. Grazie a quel canto misterioso aveva scoperto, che la bellezza del mondo non era tutta lì, ma ora veniva a conoscenza dell’esistenza di qualcosa al di là di essa, che rendeva tristi gli occhi della sua dolce Yasodha. Non li aveva mai visti sul suo volto e n’era meravigliato. Lei evitò la sua domanda e, con le uniche parole che potevano ancora trattenerlo, gli rispose:

“Tuo padre ti vuole molto bene, ti ha dato tutto ciò che si può volere, non occorre andare altrove quando c’è tanta bellezza intorno a te”.

     Era il suo ultimo, disperato tentativo per convincerlo a restare, ma Siddharta non si accontentò. Sì, aveva tutto ciò che si poteva desiderare al mondo, eppure, non gli bastava per colmare il vuoto che avvertiva dentro e le belle cose che lo circondavano in quel momento gli sembravano inutili e fredde. Sentiva di essersi risvegliato da un lungo sonno e di essere tornato a vivere e, come la prima volta, non sapeva chi era.

     Fino ad allora aveva vissuto di vita riflessa e aveva visto il mondo con gli occhi degli altri, ora, voleva vederlo con i suoi e vivere finalmente la sua vita. Guardò la sua cara Yasodha e le rispose:

“È vero! Abbiamo ogni cosa e ogni cosa è perfetta. Allora, cos’è questa sensazione, che ho dentro? Se il mondo è così bello perché non l’ho mai visto io. Io non ho mai visto nemmeno la mia città. Devo vedere il mondo, Yasodha, vederlo con i miei occhi”.

     Quando terminò di parlare, la moglie alzò gli occhi su di lui, l’imploravano di rimanere, ma Siddharta non la guardava più, inseguiva già con la fantasia la sua vita futura e, allora, lei li abbassò, sapeva ormai di averlo perduto.        

      Giunse infine il giorno in cui le porte del palazzo si aprirono e il giovane Siddharta alla testa del magnifico corteo regale uscì per vedere il mondo con i propri occhi.

     Il padre, segretamente, aveva fatto allontanare dalla via tutti coloro che potevano turbare la vista del figlio prediletto, ma ciò nonostante, la vita vera gli si parò davanti e, per la prima volta, il giovane principe vide la vecchiaia, la povertà, la malattia, il dolore e la morte e da quel giorno apprese cos’era la sofferenza e scoprì cos’era la compassione. Tornò al palazzo e quella sera stessa, comunicò al padre la sua decisione:

“Oh padre mio, perché mi hai nascosto la verità così a lungo, perché mi hai mentito sull’esistenza della sofferenza, la malattia, la povertà, la vecchiaia e la morte?”

     Il vecchio re sollevando gli occhi su di lui gli rispose, giustificandosi come ogni padre farebbe con suo figlio:

“Se ti ho mentito Siddharta, è stato soltanto per amore”.

     Ma Siddharta sentiva ormai quell’amore insopportabile perché l’aveva escluso dal mondo, gli aveva negato se stesso e lui ora voleva essere libero di vivere la propria vita, non quella che gli altri avevano disposto per lui e gli disse:

“Il tuo amore è diventato una prigione. Come potrei continuare a vivere così qui dentro, io devo trovare una risposta alla sofferenza”.

     Il padre addolorato ma sicuro dell’impossibilità del compito a cui si accingeva il figlio, aggiunse:

“Nessuno potrà mai sfuggire a questa maledizione”.

     Siddharta lo sapeva bene, eppure sentiva che quella era la sua via, liberare se stesso dalla sofferenza e dal dolore, che lo turbavano e restituire all’esistenza la pienezza della vita vera, solo così ci si poteva affrancare dalla maledizione, che da sempre gravava sugli uomini. Guardò il padre per l’ultima volta, poi aggiunse con tono deciso:

“Allora, questo sarà il mio compito, io toglierò questa maledizione”.        

 

Franco D'Arco

Racconto

 

liberamente ispirato dal film “Piccolo Buddha”

di Bernardo Bertolucci

6 - 7 febbraio 1999

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