Riprese il cammino, chissà che ci abitava adesso, in quella prima casa della via, con il cartello in marmo che pareva quasi invecchiato.
La
salita era abbastanza faticosa, ma non ci faceva caso, teneva il suo ombrello
sotto un braccio e camminava decisa, mentre il fumo della sua sigaretta si
disperdeva nell’aria, come un emozione persa e mai più ritrovata. Una canzone
le rimbombava nella mente, erano quelle note di pianoforte decise e quella voce
un po’ triste di un cantante sconosciuto al mondo e pieno ancora di sogni.
Ed ora era come se la stesse riascoltando di nuovo tra quelle piccole stradine ben asfaltate adesso, ma un tempo fatte di ciottoli con ai margini dei muretti coperti di erbe sconosciute, di rampicanti e di piccoli fiorellini viola. Un tempo c’erano state pochissime case, come l’unica che rimaneva ancora li, con le balaustre in marmo, seguite da una fila di villette, che si schieravano tra i pochi alberi rimasti.
Ancora
quelle note di pianoforte, l’entrata di un gruppo di violini, forse, e la
nebbia che ricopriva quel palazzo sulla montagna: “Il palazzo degli angeli”,
così veniva chiamato. Rosso, maestoso, allungato e fascinoso nel suo intero.
Circondato da grandi alberi, piccoli platani e molte specie di alberi e
arbusti, che non riusciva a distinguere. La pioggia s’era fatta più fitta e
così aprì l’ombrello. La salita che l’attendeva non era più come una volta, ora
era asfaltata e curata con a lato una fila di scalette ordinate, che portava
alle villette.
Ma
sopra, era come lo ricordava: le erbe mai tagliate sulla destra e il grande
albero di castagne, che si ergeva sulla sinistra, un poco più avanti, e il
prato dalle erbe alte dov’era stata costretta a dire di si ad un ragazzo. Ora,
non c’era più, una casa s’innalzava tra le piante. Ricordava le parole
profonde, che aveva usato:
“Tu mi conosci bene, se combatto o se sto per
arrendermi, è quando a me stessa non ci tengo più e pare che il mondo mi cada
addosso e solo io abbia tutte le sfighe del mondo. So, che ce ne vuole di
pazienza con “una” come me, ma io non voglio rinunciare a un amico speciale,
quello che sei tu adesso, per una storia come tutte le altre.”
“Ma io voglio essere di più di un amico”, quelle
solite parole.
E lo sapeva che l’aveva fatto solo per lui e da
quello sbaglio aveva imparato, per quello se ne ricordava.
La
strada era ancora più bella, saliva piano in una piccola radura dove spesso
andava a nascondersi, ma ora era troppo coperta. Aveva provato a inoltrarsi, ma
alla fine c’era il solito cancello chiuso. Riprese la stradina di ciottoli con
gli alberi, che si posavano sulla strada, il paesaggio era molto curato nei
particolari, come in un dipinto.
L’odore umidiccio della pioggia, il canto degli uccellini, quell’atmosfera
che non si poteva distruggere. La rugiada che cadeva da una foglia, un insetto
che cercava un riparo e quel cinguettio continuo, insistente, ma leggero,
delicato.
Saliva
col fiato corto, non c’era più abituata. Come al solito, una macchina, una vecchia
“Orion” grigia e delle scale in cemento, sostituite a quelle che aveva
costruito lei. Sopra alle scalette, la prima cosa che rivide, era quel vecchio
albero, che faceva frutti strani, amari, e quella collinetta dove si sedeva
sempre come “prima sosta” per arrivare al posto che gli piaceva tanto. Non
aveva il tempo di andarci o forse non aveva voglia di prendere un’ennesima
delusione.
La
strada era diventata più grande e vedeva la curva che si nascondeva sulla
destra, quell’atmosfera e sempre quegli alberi, che si piegavano sulla strada,
quasi per non voler far passare quelle maledette macchine, che salivano da
quella strada per arrivare ai divertimenti costruiti in cima, per non pensare,
per divertirsi “al massimo”. Poi, un rombo di una macchina, un pacchetto di
sigarette buttate dal finestrino, senza darci troppo peso.
Scorse
un soffione, la pioggia ne aveva bagnato i petali, così non si riusciva a farli
volare via, con il proprio desiderio.
Quanti desideri aveva espresso da ragazza, che nemmeno ricordava, tutti
avrebbero potuto benissimo dire che si fossero avverati: era diventata una
donna in carriera senza alcun problema, già, i problemi…
L’asfalto emanava un odore forte di bagnato e di tristezza e poi lì, in
mezzo al verde di un pinetto arrotondato, di un albero troppo grande e dei rovi
si nascondeva “La Casa delle Bambole”. Ci era sempre andata da bambina con
l’oratorio, tutta quella processione di bambini dai volti tristi, buttati lì
per caso con in mano un cerino a pregare per chissà cosa e quelle candele delle
quali aveva sempre avuto paura, che le bruciassero i bei capelli lunghi che
portava.
C’era
un’altra vecchia strada da quelle parti, che portava al lazzaretto e ai
laghetti in posti sconosciuti e da nessuno mai calpestati tranne che dalle sue
impronte decise e allegre di ragazzina. Lo sguardo le cadde sulla città, la
costruzione più imponente era la chiesa, che sorgeva lì, immobile, muta e
triste, dove si era nascosta delle volte per pensare e c’era anche andata con
una sua amica. Avevano passato tutto il pomeriggio a parlare sottovoce e a
farsi proteggere dagli altri, dai loro insulti, dal calore e dal caos
soffocante della città. Non aveva mai creduto molto però, in generale, in
qualsiasi cosa e neppure in se stessa.
Altre case erano state costruite, ma sulla
montagna rimaneva quell’unica baita, alla quale si poteva accedere grazie alla
funivia, che aveva sempre potuto scorgere dalla sua stanza. Poche volte c’era
anche andata, forse si era divertita o era solo il ricordo di una bugia, che un
tempo non era riuscita a ingannare se stessa.
Dei
suoi momenti più speciali e belli non ne aveva mai scritto, pensava sarebbero
rimasti per sempre in lei, nitidi come un tempo nella sua memoria, ma non era
stato così…
Vide
la strada che aveva anche percorso per andare a lavorare. Era un lavoretto
estivo, solo per un anno, per contribuire ai sacrifici della madre per
riportarle in vacanza appena dieci giorni a settembre. Ricordava quei pomeriggi
a fare pezzi per automobili 50 lire l’uno e ad ascoltare musica napoletana, che
piaceva alla ragazza per la quale lavorava, un paranoia assurda di Gigi
D’Alessio, che poi ad alcune canzoni si era “affezionata” anche.
Che
stupida era stata, aveva lasciato scappare i ricordi più belli della
giovinezza, che ora le passavano per la mente veloci, quasi privi di senso,
come fulmini in un temporale estivo. Rivide la panchina dove si era seduta dopo
essere passata un attimo dalla biblioteca, un altro posto dove amava
trascorrere il tempo, dopo che l’avevano spostata a poco da casa sua, era
un’isola di pace nella quale poteva studiare tranquilla, senza sorbirsi i
soliti e noiosi ormai litigi dei genitori.
Tutta
contornata da erbe e ortiche, quella panchina era l’unica immersa nel verde,
sulla quale aveva passato quell’intero pomeriggio a leggere “Il Grande Gatsby”.
Una volta era capitata lì con dei suoi compagni di classe, ma loro non ci
avevano fatto neanche caso. Dicevano che si sarebbero incontrati dopo che lei
fosse partita, qualche giorno, si, appunto, qualche giorno…
Già,
tornava giù per quella discesa e i momenti passavano così, veloci. Il rumore
lontano di un’auto che passava sopra un tombino e le righe bianche, che
delimitano la carreggiata, che si allontanavano, mentre altre si avvicinavano.
I momenti li perdeva così, in un attimo volavano via e anche l’attimo prima, in
cui aveva creduto di poter stare per sempre in quei boschi era già svanito, ed
era ancora lì ad osservare le case, che viste da quella prospettiva erano più
grandi di lei e non più così insignificanti.
L’azzurro rarefatto del cielo, le poche nuvole che si muovevano pigre ed
era tardi, quasi le undici e lei doveva prendere il treno. Era passata così per
rivedere i posti un ultima volta. Doveva tornare in auto a Milano e poi
prendere il treno e andare a Roma e ritornare in quella città dopo tanti anni
da quando c’era andata con sua madre e sua sorella per il Giubileo, che poi era
stata solo una scusa per stare qualche giorno al mare.
Guardava due uccellini appollaiati sopra i fili della luce e dietro la
montagna, il cielo, il sole per poco coperto dalle nuvole, il vento fresco
della mattina, una casa, il suo ombrello colorato e una vita, che si stava
sciupando così, in quei pensieri confusi.
Il suo
primo bacio, così segretamente nascosto nella memoria, ma con ancora intatte le
parole, le espressioni, era l’unica cosa che le era rimasta veramente. Sotto a
quella palma poco adagiata su di loro, l’atmosfera così calda mentre l’aria,
invece, era freddissima, lei stretta nel suo maglione bianco preferito, il
tempo brutto e la pioggia, che minacciava di arrivare, ma non avevano bisogno
del vento caldo, non avevano bisogno di niente, solo di quella luna, di
quell’immensa luna in mezzo al cielo, che faceva compagnia ai granelli argentei
delle stelle.
“Posso darti un bacio?”
Non sapeva più cosa dire dopo che avevano
camminato abbracciati e un po’ imbarazzati, forse. Adagiare le labbra sopra le
sue, sentire il suo respiro caldo nel suo, una fusione di anime per un momento,
un istante che restava affisso alle pareti del suo cuore, che non avrebbe
dimenticato.
Ancora
un tratto di strada ed era nuovamente di fronte alla casa, che era stata “sua”.
Due ragazze stavano sedute sul balcone, su due sedie, ad ascoltare musica.
Quante ne aveva passate lei, quante canzoni da un estate, quante serate in pub
o discoteche o semplicemente a letto, con lo stereo acceso, ad ascoltare le
belle canzoni lente in inglese e quelle, che dopo poco da quanto le sentivi,
non ne potevi più. Quelle italiane, che rispecchiavano sempre le loro storie,
era sempre così, un continuo passaggio di volti, di emozioni, di espressioni,
le note di una vecchia canzone “Thank you…” e poi, di nuovo, la “vecchia”
canzone con il pianoforte, come un disco rotto, che non voleva cessare di
vivere, di far provare emozioni.
“Avere coraggio per lei significava aprirsi un
varco tra quella nebbia insulsa, che scende sulla vita, non solo passare sopra
alle persone e alle circostanze, ma passare sopra alla desolazione
dell’esistenza.” Erano quelle le parole che ricordava di quel bellissimo libro,
ma ora la doveva smettere di pensare al passato, era fin troppo tardi.
***
9 - 12 maggio 2001
Veronica Catania