Ritorno

 

PARTE SECONDA

 

Sedeva allora placidamente su quella che era la sua poltrona. Immobile. Atavico. Rigido fuorché nei suoi occhi. I suoi occhi immobili, non un battito di ciglio. Si spegneva ormai quella sigaretta tra le sue dita e riempiva l’ambiente di un sottile strato invalicabile. Sedimentava, sotto, il suo mondo; a metà tra le due sue visioni e quella mente anziana aveva visto se stesso e in se vedeva un anziano in cerca della sua mente.

La moquette rossa era cosparsa di macchie e bruciature, cenere e teneri peluches, o almeno, quello che ne rimaneva; un bambino camminava a piedi nudi nella camera buia, tentennando, cercando di evitare le pozze di vomito e le siringhe usate, in un angolo della camera una donna piangeva e urlava la sua disperazione.

Tetri disegni sulle pareti scrostate, da una grata, in alto, filtravano ormai i primi raggi del nuovo giorno, ma il sole, che stava per sorgere, sembrava tentennare quel giorno, si ricordava di un giorno, quando sorse quel giorno a illuminare il mondo, tentennava oggi e chiedeva tempo.

In TV un giullare scappava dalla finestra rincorso da ramarri blu che scivolavano su un arcobaleno in cui mancava il blu e saltavano, galleggiavano come palloncini in uno stagno vuoto ed erano immagini sconnesse come pezzi di un puzzle di cui erano stati persi parecchi pezzi. Fissavano i suoi occhi, ma la sua attenzione era come se fosse concentrata un metro oltre lo schermo, in un preciso punto indefinito dello spazio in cui metteva a fuoco un pensiero, quella visione, era come se l’aria presente in quel puntino stesse per liquefare, densa come il sangue che scorreva nelle sue vene pulsava nei suoi occhi rossi. Lentamente la cenere si staccò e, come una montagna che crolla rovinosamente su un villaggio in una notte disgraziata, cadde inesorabilmente.

La brezza fresca della mattina lambiva le sue calde gote di bambino, correva via in un prato fiorito e il sole scherzosamente faceva capolino dietro alle montagne che cingevano quel panorama idilliaco come a volerlo proteggere dal mondo, racchiudevano la bellezza di un istante, come una goccia di rugiada in volo cinge dentro di se la bellezza di un sentimento.

Quindi la sua mente, in bilico tra il mondo e la visione cadde da quel sottilissimo filo inconsistente di nebbia, cadendo in terra si infranse con un suono di vetri che si spezzano. Si aprì una crepa nel pavimento, la crepa si allargò, diventò una lunga fenditura, poi una voragine, enorme, di cui non si vedeva la fine e le stesse pareti erano lontane oltre la sua vista. Camminava in un prato di vetri rotti e scricchiolando e sfrigolando il suo corpo iniziò a sanguinare. Le sue mani, i suoi piedi, la sua fronte, il suo costato martoriato. Si creò una fenditura nello spazio in cuoi cadde, tra visione e mondo, rimanendo sempre lì seduto in quella stanza.

Tutte le luci e le voci si spensero, la realtà scomparve, come un marinaio alla deriva su una nave che solitaria solca il mare placido e immobile e rosso di sangue e fragoroso della tempesta appena terminata, che da pace.

Aprì gli occhi, lentamente. Apparvero brulle pianure e lievi colline rosse e marroni, il cielo in un infinita sfumatura tra arancio e blu come le onde che si allargavano all’infinito quando da bambino lanciava innocentemente sassi nello stagno del bosco, crepuscolarità della sua mente. Si innalzavano alberi altissimi e non si vedeva la fine, come pali infiniti, come aghi giganteschi piantati da una mano malevola nella sua mente. Statico, immobile, come in un deserto, e l’aria che condensava e creava laghi e mari e terra ed il calore che ne scaturiva alimentava fiamme infinite e buie come i suoi occhi.

Bzzz……Bzzz……”Addio mondo crudele”……Bzzz…”oggi me ne andrò, ti lascio”…Bzz……”Addio mondo crudele”……Bzzz…”E niente potrà più restare”…”Addio”…Bzzzzzzzzzzz.

E vide il mondo che girava e si allontanava, sempre più. E vide il Sole e il suo caldo abbraccio sentì per l’ultima volta. Dolcemente si salutarono, con le lacrime agli occhi lo salutò. E viaggiò, per l’ultima volta, l’ultimo suo viaggio e la sua meta era lì, già la vedeva, verso l’infinito, all’infinito.

Cadde nel mondo e si alzò e rivide la luce che aveva abbandonato quel giorno. Ma non era la stessa luce, non era lo stesso, qualcosa era cambiato, sentiva freddo, tutto era freddo ai suoi occhi. Vide il mondo, perché proprio il mondo? Era molto triste e voleva tornare indietro, ma non poteva.

Si alzo dunque, ma non voleva restare; iniziò lentamente a camminare e sempre più veloce, sempre più forte e i suoi passi erano sempre più serrati e più lunghi e più veloci, fuggendo, di corsa e corse sempre più velocemente, senza mai fermarsi e non provava fatica, il suo fiato non era affannato, ma la sua mente urlava dietro un muro e il suo pensiero viaggiava sempre più veloce, fino a non toccar più terra e i suoi occhi guardavano e le sue orecchie ascoltavano e le sue mani toccavano e lui correva sempre di più. Quindi si fermò. Un giorno si fermo dunque, in mezzo alla sua strada, per la sua via si fermò.

La poca luce che filtrava dal braciere in mezzo alla stanza si spandeva fiocamente, lasciando in penombra molti degli angoli di quella ambigua costruzione della mente umana e creando tetri giochi di luce sulle pareti, ricoperte da neri arazzi in oro ricamati di gotiche scene di morte. Il vento, che entrava da sbocchi al livello del pavimento, gonfiava gli arazzi e muoveva i macabri ricami dorati. L’antro, ricavato in cima alla alta torre, era di forma ottagonale e, dall’apertura nella parete a nord, si entrava nella sala, che culminava in un soffitto a sesto acuto. Dal braciere in mezzo alla stanza  emanavano aromi di un mondo lontano nel tempo, che in vispe fiammelle riscaldavano l’ambiente. Il pavimento di duro legno scuro scricchiolava macabramente ad ogni suo passo, mentre avanzava verso quella ricca poltrona ottocentesca su cui era seduto il suo vecchio amico, il suo più grande amico d’infanzia.

Voltandosi l’anziano uomo riconobbe il suo antico compagno d’avventure e, alzando verso di lui la coppa di vino, che stava lentamente sorseggiando nella penombra, lo invitò a sedersi con lui.

"Dove vuoi andare?...Dove vuoi scappare?...Dove vuoi nasconderti?...In nessun posto...ormai come te non ne è rimasto più nessuno".

"Vedo con dispiacere che anche tu ti sei venduto al nuovo mondo".

"In verità non mi sono venduto, no, non ancora e lui non avrebbe avuto il piacere di comprarmi; in verità il nuovo mondo di cui tu parli, sono io e lui è mio...ed è una bellissima sensazione essere qualcosa o meglio, avere...non credi forse? “.

“Tu sei come me…tu vuoi essere come me, ma io non vorrò mai essere te e non sono te, perché tu non sei in me e non sei in te…chi sarai tu? Chi sei dunque? Qualcuno? Nessuno forse o come tutti, qualcosa”.

“Vedi, caro amico, con la cultura io ho sconfitto questo interrogativo e tra queste mura io sono nel tempo, in simbiosi con la mia materia e mai più un anima io sarò, perché la solidità della consistenza fa di me un uomo finito e imperturbabile, sereno di essere”.

“E’ vero, Dio è morto e anch’io non mi sento molto bene, ma il rischio c’è, rimane sempre e forse, un giorno, ti sveglierai, un giorno, ed inizierai anche tu a soffrire, guardandoti, vedrai un mostro e vorrai morire, perché non hai mai amato e, allora, tu vorrai morire, ma non potrai, perché non hai mai amato e potrai innamorarti cento e mille volte e tutte le donne saranno tue, ma tu non amerai mai. E il tuo mondo è immenso, ma limitato e tu lo guardi tutto, con uno sguardo lo controlli e lo capisci, ma non sei un uomo e, potrai essere la grandezza, potrai essere tutto e potrai avere ogni cosa che esiste, ma sarai sempre una parte, solo una parte e niente più, mai sarai completo, e alla fine ti perderai e non sarai più niente, perché non sei un uomo, e senza di me tu uomo non sarai mai. E non ti basterà la quiete del gregge e non ci sarà più piacere che lenisca questa verità, perché non potrai mai conoscere la verità e perché non potrai mai più tornare indietro e mai guardarti alle spalle, perché i tuoi occhi non guardino te stesso. Non puoi essere quello che non sei e ingannare la tua vita in un stanza, perché non puoi essere onesto se ti opponi al genio o alla coscienza solo per salvaguardare agi o appagamenti momentanei.

…Guarda, la vedi? Sta già arrivando, sta venendo a prenderti, è venuta per te e non hai scampo. Dove vuoi andare ora?...Dove vuoi scappare ora?...Dove vuoi nasconderti ora?...E non potrai rimanere in questa torre per sempre, perché il tuo mondo non è più qui”.

Alzando stancamente gli occhi verso la finestra il suo placido sguardo cambiò improvvisamente espressione e una maschera, a metà di stupore e di meraviglia e a metà di terrore e sgomento, si dipinse sul suo volto incredulo.

E lui lo sapeva, sapeva che un giorno sarebbe accaduto, ma non voleva pensarci e lo dimenticò o non volle ricordare, ma ora era lì e non poteva scappare. Aveva tradito se stesso e quello che era, aveva dimenticato quel sogno di un bambino e si era fermato. Ormai era venuto il tempo di tornare sulla sua strada e, con il viso stanco e rassegnato, si alzò e lentamente si accostò alla finestra per guardare meglio, ma non vide nulla e tutto era stato inghiottito dalla luce e tutto era scomparso e i lupi del suo bosco correvano terrorizzati intorno alla torre e ululati impauriti e tra l’aria immobile giungevano come un turbinio alle sue orecchie.

“E’ scesa la nebbia sul mondo e i suoi confini non vedo più ormai, e tutto è distante; mi sento come il sole in un giorno uggioso e, come un vascello perso in mezzo all’oceano, vado alla deriva; come può la mia ragione conoscere questo mondo ormai? E come può il mio passo muovere verso una meta?

E non so più.

E non soffro è vero, ma come posso gioire senza la sofferenza? Come può sopravvivere la misericordia senza la miseria? E senza amore come vivere?

Chi sono? Che cosa sono diventato! Sotto di me il mondo crolla e la mia mente non mi conforta oggi, non sa spiegare tutto ciò. Tu non vali nulla, ma sei il mio rischio e senza di te non sono niente, sei qualcuno, perché vivendo nella tua legge sei te stesso, ma io posso solo essere materia e di materia mi nutro e di materia mi giovo e tra la materia sono il re, ma dov’è ormai la materia. Marx è morto. Non ne vale più la pena”.

“Vieni con me e mai più non sarà più amore. Ora entra nella mia storia. E’ tempo di andare”

 

Andavo ancora avanti, nonostante tutto, cercando; e perché? “Scusa e tardi e poi quello che cerchi non c’è più”…”D’accordo, se è così allora continuerò ad andare avanti, da solo, sulla mia cattiva strada”.

Nel freddo di questa notte tutto cade…e se un cartone non basta più, coperte non ne ho, solo un sorso può ancora scaldarmi il cuore…tra le luci che si riflettono nell’acqua, sopra di me sfreccia ancora la vita e la luna, fredda, questa notte è per me, per me che non ho più niente, eppure ho finalmente trovato me stesso; e la luna questa notte è per me e per me sono le stelle che chiare risplendono, perché il mio tetto questa notte è il cielo stellato.

“non ti chiedo perdono perché tu sei un uomo…mi spiace da morire sai?”…”capisco…io ti capisco” ed eri bella quella notte, con me “non importa, non servirà”.

Ogni tanto sì muore. E com’è difficile risorgere ogni volta.

“Se Dio esiste questa volta sono proprio fottuto”

“Sai cosa significa non avere un posto dove andare? Lo sai tu?

Sai come ci si può sentire a non avere nulla in cui rifugiarsi ogni volta e a sentirsi straniero anche in terra natia?

Siamo tutti soli al mondo…e soli con noi stessi viviamo e moriamo, sempre, ogni volta, da soli”

E quella sera cantavo la mia solitudine, perché in mezzo a quella fiumana di persone ero solo, senza più nessuna dignità, senza più un ideale per cui lottare, senza più nulla. Eppure non ero triste, mi sentivo un essere, perché ero qualcuno, nonostante tutto; e stare nel mio margine, come tornare a riva dopo un naufragio e assaporare di nuovo quella notte, sentire il mio sentimento nella pienezza dell’istante, toccando terra dopo un viaggio infinito, durato tutta la vita e solo ora poter camminare veramente e sentire qualcosa di solido sotto ai piedi; tornando finalmente a vedere.

La gente che mi passava d’accanto non mi degnava d’uno sguardo, eppure mi lanciava sputi e monete d’una stessa fattezza, ma ormai nulla più m’importava, perché anche la dignità avevo perduto. Li guardavo da lontano dibattersi per non affondare, li guardavo lottare, costretti da una volontà superiore ad essere ciò che non sono, gladiatori in un volto di ipocrisia e senza mai pensare, schiavi dell’abitudine e dell’ambizione, lottare fino all’ultimo per un pezzo di terra in più e vendere se stessi e vendere tutto, anche il loro amore, amore già, sentimento riscaldato e riutilizzato, usato nel nome di una società; e alla fine, come persi, urlare il loro sdegno per qualcosa che non è andato come doveva, come sarebbe dovuto essere, sgomenti nel vedere la verità, urlare e morire.

“Dio mio, Dio mio! Dove sei finito! Perché mi hai abbandonato?”

Ma se ne era andato…Dio era morto piangendo per loro, soffrendo nel vedere che mostruosità aveva creato, asciugandosi le lacrime, girando le spalle, scomparse, tornando da dove era venuto, lasciando suo figlio morire nel suo sogno, dibattendosi fino all’ultimo, un figlio che non aveva saputo essere tale, che non poteva essere ciò che avrebbe dovuto. E come potrebbe un uomo essere se stesso?

…Nooooooo!

Ridere della propria sorte, ridere delle proprie sventure e dire con certezza che tutto questo non è mai stato e porre fine a tutto, finalmente, svegliarsi da un sogno durato troppo a lungo.

E quale speranza? Quale cazzo di speranza dovrei ancora avere? E perché poi?

Passavano sempre. Con manganelli, con facce corazzate d’ipocrisia, in pellicce in cui ostentavano la loro miseria, schiavi del loro Dio, nella certezza, buoni nello spirito. Con parole taglienti come lame mi urlavano il loro disprezzo; io guardavo, sperso nella foschia della mia mente, quello spettacolo raccapricciante e, mi ricordo, un giorno uno di loro, uno tra tanti, uno come tanti, tra lustrini e paccottiglie fatte di quei rigidi schemi mentali, mi urlò, “Benvenuto nel regno della razza umana!”, poi stupito, nel mio sguardo, capì; gli dissi, “Fratello, la vita è una gran puttana ed è sempre lì in agguato”. Piangendo, ritornò a casa; da allora non lo rividi più, da allora il mio cuore si fa carico di un’altra anima persa.

“Chi sei tu?”

“Un uomo come tanti”

“Ah, vuoi fare lo spiritoso?”, infierì, “allora che cosa ci fai qui?”

“Faccio quello che ogni uomo dovrebbe fare…vivere”

“Non ti avrò sulla coscienza”                                                                                                           

…Obbedisci…spendi…consuma…non pensare…rispetta le autorità…non ti ribellare…obbedisci…vivi, vivi sempre, e quando non potrai vivere più, muori.

Sentirsi male, come non si è mai stati. Perdere tutto…l’amore, l’amicizia, la famiglia, la casa, la stabilità, ma soprattutto la speranza. Ma nonostante tutto essere contenti, felici di quell’appetenza mentale che ti spinge a vivere ancora, nonostante tutto, in un’eterna tristezza, cercando di carpire almeno un inezia di quell’immensità che ti sta davanti, ma senza speranza, nella consapevolezza di quell’inutilità che si insinua subdolamente nella tua mente, insieme alla noia. Aspettando ancora quel giorno in cui, vestita a lutto, Noia tristemente ti saluterà dal molo di quel porto, da cui parti per il tuo viaggio, felice, finalmente, di quel naufragio in quell’indicibile immensità.

Senza volerlo camminiamo e fuggiamo sempre, senza poterlo impedire moriamo ogni volta, ad ogni passo, senza poter guardare indietro, stanchi di pensare, andiamo incontro al nostro destino. Ma un giorno di questi, un giorno come tanti altri, anche tu ti sveglierai, tutti ci sveglieremo un giorno e stupefatti finalmente moriremo, infine, per vivere, veramente, finalmente. Tra roghi di streghe, tra milioni di cadaveri poco convinti di volerlo, tra la razza umana, animali troppo poco convinti di volerlo, scenderanno infine i quattro cavalieri dell’apocalisse, mettendo finalmente fine a tutte le pene mortali di questa inutile ipocrisia, fatta di convinte menzogne. Sarebbe certo meglio non pensarci, non pensando…mai più.

 

Ritorno

II

 

Voci in sottofondo miste alla musica scadente di un vecchio trovatore moderno, giullare al soldo della fame. Il fumo copre l’ambiente di una densa cappa impenetrabile allo sguardo, racchiudendo la luce e facendola sua. Al bancone i più derelitti elementi di questa società si mescolano agli svaghi di personalità controverse, mutanti mentali. Col capo chino sul suo bicchiere un uomo rimpiange la sua miseria.

“Hey Willy, come te la passi amico?”

“Ho avuto giorni migliori, almeno così spero.”

“Fratello, la vita è una gran puttana ed è sempre lì in agguato.”

“Già, così si dice.”

“Hai vissuto per tanto tempo nella tua gioia, già, prima o poi la gente capisce la natura di quella sua felicità apparente, tutti prima o poi cresciamo, purtroppo. Ma ora butta giù un altro sorso e raccontami la tua storia.”

I suoi occhi si fecero sempre più foschi, mentre si accingeva a raccontare la sua storia e scese come un velo di malinconia nella sua vista

“…Oggi tornavo a casa da lavoro, come sempre, come tutti i giorni, ormai da dieci anni a questa parte, camminando in riva al fiume, per vedere le luci che mi accompagnavano nell’acqua, per sentire la bruma avvolgermi dolcemente, per non essere mai solo. Ma questa volta è diverso, perché accucciato nella sua miseria mi accorsi di uno spirito, per la prima volta dopo tanti anni, mi accorsi di lui e lo degnai di uno sguardo.”

“Seh, questi barboni sono ormai dappertutto e non basteranno tutte le leggi del mondo per riuscire ad estirpare questa piaga dalla nostra beneamata società.”

“Già, quante sorprese può riservarci la vita quando viviamo. Ma oggi ho visto, capisci? Nel suo sguardo ho carpito appena un’inezia di quell’immensità che mi stava di fronte, ma solo quel poco è bastato a far crollare tutte le barriere della mia mente, mi ha svegliato da quel sonno dogmatico in cui vivevo, capisci? Oggi non sono più sicuro di quello che sono e di quello che ho fatto, qualcosa è andato storto, come non doveva, sto impazzendo!”

“Ne conosco tanti di pazzi, più di quanti una mente sana ne potrebbe mai sostenere, ma non devi lasciarti mai impressionare dalla vita che vivi, la felicità la ritroverai solo nella tua imperturbabilità. Lascia perdere, quello che hai visto oggi non ha senso e comunque non devi essere certo tu a trovarglielo, lascia perdere o fra non molto mi ritroverò a lavorare con te e non vorrei mai che tu finissi come loro, mai vorrei perdere la tua presenza qui, la tua compagnia di amico.”

In fondo alla sala un biliardo vuoto, languendo tristemente in un cono di luce trasuda un fascino spettrale. Lentamente William si accende un’altra paglia girando da fumare anche al suo amico. Jack sbuffando

“Ok questo giro lo offro io”

I due si alzano, Willy si avvicina mestamente al biliardo e jack lo raggiunge poco più tardi con in mano due bicchieri. Stancamente i due iniziano la loro ultima partita insieme, la sorte ha deciso per loro; ma Willy non sembra essere molto attento al gioco, ripensava ancora, ripensava sempre.

Mentre la fila bei bicchieri vuoti si allunga la partita volge al termine. Lo schiocco dell’ultima palla che corre veloce in buca, il morbido rotolare sul panno verde e il suono tronfio dell’avorio che batte sullo spigolo della buca e poi scende nella pancia del biliardo, che la inghiotte. La tensione si rompe, Jack esultante

“Non te la prendere, sarà per un’altra volta”.

“Già, sarà per un’altra volta”.

I due ripongono le stecche e si avviano all’uscita

“Hey Willy, non te ne vorrai mica andare di già?”

“No Jack, amico, non me ne voglio andare,  ho ancora troppe faccende da sbrigare in questo mondo”.

Abbassando lo sguardo, lentamente riprende la via di casa.

“Addio Jack”.

 

Ormai è sera e la sua famiglia lo sta aspettando a casa preoccupata della sua assenza, erano anni che non arrivava tardi per cena, la moglie sta preparando il suo piatto preferito, oggi è il suo compleanno e probabilmente avranno preparato una festa in suo onore, già, Jack se ne era dimenticato, capita ogni tanto agli amici.

Sale molto lentamente, tentennando, sulla sua station wagon nuova, comprata con gli ultimi risparmi del lavoro. Innesta la marcia titubando, e stancamente parte; le luci della sera illuminano un mondo innaturale, non aveva mai notato tutto questo, forse non ci aveva mai fatto caso, forse non aveva mai voluto pensarci. Le linee dei palazzi, la regolarità delle strade, quella sensazione di vivere come in un sogno, un rigido progetto della mente umana, un esperimento di qualcuno di più grande della sua fantasia, lottando con la sua immaginazione la verità lentamente viene a galla, stridendo contro gli argini, sibilando, fischiano, urlando, contorcendosi, sanguinando, in un cimitero di croci sulla sua giacca.

Bruscamente pigia sul pedale del freno e la macchina dopo un paio di sobbalzi si ferma; il sogno svanisce, è ormai davanti casa, ma non entra, non ancora. All’interno facce felici corrono su è giù sotto cappellini di carta, patetici addobbi preannunciano un giorno di letizia, ma lui non è felice, non oggi, anche se certamente non è mai stato così vicino alla felicità come lo è in questo momento. Lentamente la sua vista si schiarisce.

La sigaretta in mano si spegneva lentamente, mentre con le dita picchiettava, nervosamente, sul cruscotto; i suoi occhi, impenetrabili, viaggiavano, a una velocità impressionante, con il suo pensiero; Fece un sogno, un sogno strano, nella sua mente era durato una vita, ma in realtà erano passati solo pochi minuti. Dentro la casa nessuno si era accorto della sua presenza, erano troppo occupati in quel momento, chissà a che cosa stavano pensando…Tirò un’ultima boccata dalla sigaretta, ancora accesa e la spense con una strana fermezza. Mise in moto, per andarsene, per sempre. Non un saluto, non un bacio d’addio, nulla. Accartocciando le ricevute del motel che aveva ancora nei pantaloni dalla notte prima smise di piangere, le gettò via dal finestrino e partì, doveva dunque fuggire.

 

Atterrito dalle ultime parole di William, Jack provò compassione per la sua anima, così cara, un vero amico, e gli dispiaceva vederlo in quello stato, ma non capiva. Lo conosceva ormai da una vita, ma non capiva, eppure si ricordava ancora quando quel giorno lo vide portare su un petalo di rosa una fatina morta, portarla fuori, in giardino, e poi seppellirla; ma non capiva, non ancora, perché poi? Infondo era stato lui a ucciderla quel giorno stesso, per capriccio, per gioco; ma perché poi?

Non capiva, eppure doveva, la sua mente non ammetteva lacune o incongruenze di nessun genere. Eppure dopo un altro bicchiere il fatto cadde inevitabilmente nel calderone dell’inascolto, insieme ai suoi compagni, classificati nella categoria dei “Misteri”; meglio stare alla larga dai pazzi.

 

Mattina presto, il sole sta per sorgere dietro le nubi delle fabbriche, almeno, così sì dice, ma poi lui non ne è più così tanto sicuro. Fuori è ancora buio, ma il cielo è di uno strano colore, gli edifici ancora avvolti dalla notte contrastano con le nubi illuminate fiocamente, sfumatura incessante, tra l’arancio, lieve e  il rosa, che man mano aumenta d’intensità, intramezzato dall’ombra della notte, scura, e blu e nera. Il tempo non prometteva niente di buono. Stancamente apre gli occhi e si prepara al nuovo giorno, entusiasta di quello che è, al servizio del suo Dio, e lui, a sua immagine e somiglianza, ambendo alla somiglianza, paragonandosi, giudicando, secondo quel punto di riferimento, sempre, sempre più vicino, convinto un giorno di poter finalmente arrivare.

E il rumore di fondo, talmente assordante da averlo ormai dimenticato, ormai sorde le orecchie del suo cuore, mezzo e non più fine. Bramendo l’ipocrisia del possesso negato, il piacere proibito, ingannandosi, in una masturbazione mentale.

Nessun rimorso, perché i suoi sensi, tanto atrofizzati da non permettere più alla fantasia l’esistenza della realtà. Ciò che non pensava più ormai era scomparso dal mondo, inutile esistenza fine a se stessa. 

Faceva fatica a ricordarsi quello che era accaduto il giorno prima e, tra l’altro, non gli importava minimamente di riuscirci, talmente assurdo era stato.

Mise in moto, mentre l’alba all’orizzonte gli feriva gli occhi e il cervello, reso ipersensibile dalla sbronza della sera prima. Lo aspettava un’altra dura giornata di lavoro, passare tra gente al limite della coscienza, curarla, sentirsi chiamare dottore, ma per vivere avrebbe fatto questo ed altro. Sulle strade bagnate, nella notte si era formato un lieve strato di brina e, più che altro preoccupato per la macchina nuova, procedeva molto lentamente verso l’ospedale.

“Buon giorno tenutario, la vedo in perfetta forma oggi”.

“Certo Sam, sempre pronto ad agire”.

Tac, tac, tac, tac

Urlando, tra le lacrime, con le mani nei capelli

“Dottoreee! Mi aiuti la prego! Vogliono uccidere la mia bambina! La prego dottore!

Un muro d’ipocrisia

“Sì Ahania, non ti preoccupare, siamo qui per aiutarti, stai tranquilla”.

Rilassandosi, finalmente

“Presto, dategli un tranquillante, almeno smetterà di urlare…vecchia strega”. 

 

“Bene, come va oggi?”.

“Non sono pazzo! Non sono pazzo! I pazzi siete voi!…Maledetti! Lasciatemi andare! No! E come potrebbe un uomo essere se stesso?

Nooooooo!

 

“STOOOOP!”

“Stop the hammer”.

 

Un’alta stanza, cuscini bianchi trapuntano le pareti; le sbarre alle finestre proiettano lunghe strisce nere sul pavimento; infondo, accucciato in un angolo, vestito di una camicia di forza, stava Albione.

“Vieni, entra pure, sei il benvenuto qui”.

“Come và con le guardie, ti sei calmato ora?”.

“Tutti cadiamo, prima o poi. Anche tu cadrai. Non vuoi capire che ogni uccello che fende le vie dell’aria è un universo di delizie, chiuso dai tuoi cinque sensi?”.

“Le ore della pazzia sono misurate dall’orologio; ma quelle della saggezza nessun orologio può misurarle”.

“Tu sei come me…tu vuoi essere come me, ma io non vorrò mai essere te e non sono te, perché tu non sei in me e non sei in te…chi sarai tu? Chi sei dunque? Qualcuno? Nessuno forse o come tutti, qualcosa”.

 

Alla fine del giro quotidiano era ormai molto stanco, come sempre nella sua vita e non aveva voglia di passare un secondo in più in quel manicomio…

 

…Sono un essere radioso, pieno di luce e di amore……Sono un essere radioso pieno di luce e di amore…Sono un essere radioso pieno di luce e di amore…Son…Noooooooo! Noooooooo!

“STOOOOP!”

“Stop the hammer”.

...E io invece non so neanche quello che voglio veramente…

“Vattene alterego, non è ancora il tuo tempo”.

 

…Criminale, perché la pazzia è un crimine ed ogni criminale è un pazzo, libero tra le catene, vagabondo della mente, rinnegato dalla divinità dello stato; ma come può un patto di migliaia di anni fa, costringere a questo modo la mia vita, rendendola al suo possessore, giustiziere, punitore…Dio.

 

Mancava solo un’altra cella al suo giro quotidiano, un nuovo acquisto della legge; la sua scheda riportava…infermo…condannato…pericoloso.

“Bene, bene, mettiamo a tacere quest’ultimo pazzo”.

“Sì capo”.

 

Nella cella buia, l’oscurità copriva con un manto tutte la cose e le forme erano indistinguibili dal tutto. Un velo impenetrabile mascherava la realtà, rendendola inverosimile, irriconoscibile, strana, malata.

La luna sullo sfondo, coperta dalla bruma che diffondeva nell’ambiente una strana sensazione di sgomento, mistica apparizione; le croci che spuntavano regolari dal terreno, in un reticolo di memoria e spavento; varcò l’uscio della porta della morte, entrando nella sua casa, tentennando, i passi incerti affondavano nella nebbia e il terreno non vedeva più e le gambe erano leggere, come sospeso in un momento, nel tempo, vagamente si muoveva nell’antro oscuro…

“Chi sei?”

“Io…Dio”

“Allora esulta Dio e rompi gli argini della mia mente! Tu che in movimento eterno con la natura ogni ostacolo crei per affrontare, inonda l’anima mia di conoscenza!”

“Ho perduto”

Dai suoi occhi, i suoi occhi…sentiva il calore materno di un focolare acceso ed il fruscio della natura, tastava la terra con le mani; ma allo stesso tempo il suo sguardo, pungente, gelava le ossa, duro come il ghiaccio ancestrale, nelle desolate lande invernali, dove il buio avvolge la terra in eterno e le stelle contemplano la Terra da lontano, superbe, nella loro eterna magnificenza.

“Anche tu eri come me un tempo ed io ero come te, prima di cadere. Ma come può un solo errore portare al così completo fallimento? Come posso ora essere sincero con me stesso? Sentirsi chiamare pessimista, traditore, disfattista, forestiero anche in terra natia”.

“Tu devi riuscire ad amare di nuovo, tornando alla tua giovinezza, primigenia fonte del tuo odio. Devi infine capire ed essere te stesso…mai più sarai me.

Qui abbiamo ormai la conoscenza e non potrai più possederci, perché schiavo allora tu sarai. Troverai infine il tuo mondo; sì sincero con te stesso o

pessimamente ottimista e troverai te stesso in Elynittria”.

 

Quella memorabile apparizione svanì così, come era iniziata, tra le nubi della sua coscienza, così svanì; nel nulla della sua mente e tra le macerie del suo sogno rimase un corpo assopito in un angolo oscuro della cella. Quindi si voltò di colpo per uscire dalla stanza, ma le sue gambe tremavano ancora e…nell’uomo infondo alla stanza rivide un lampo di quegli occhi, nei suoi occhi era racchiusa la conoscenza; ma aveva paura, non voleva, perché allora indugiava oltre?

Indi si decise e abbandonò quella strana visione, per tornare alla vecchia, cara realtà, alla salda convinzione dei suoi piedi sul terreno, fino alle radici dei suoi schemi mentali, duramente provati.

 

Solo, passò quella notte…in quel sogno. E quel vecchio e quel corpo era il suo.

 

La mattina seguente, un giorno nuovo, la giovinezza, quando Albione nacque dalla terra, nel suo amore, perfetto, aprendo gli occhi, quegli occhi e cadde nel baratro degli inferi, spinto ancora più giù dal suo alterego, Satana.

 

Ricordò Tharmas e la sera prima, la sua vecchiaia in York a metà tra speranza e disperazione, in un sogno di Oothoon.

 

Rivide la Sua vita in quel manicomio, passando per le varie stanze del tempo, la sua giovinezza con Orc, la sua maturità, nella saggezza di Ahania, sua controparte femminile, si confrontò poi ancora con Enion e in quella terra effimera, attraverso la porta della morte scorse l’uomo, Los.

 

Quell’uomo, che parlò di un tempo che fu, un tempo in cui la luce stringeva il mondo nell’amore eterno, quando cominciò il suo viaggio.

La sua fuga…il suo amore…la sua visione.

 

Ascendendo attraverso il suo viaggio in qualcos’altro, trascendendo la realtà, si proiettò nel mare dell’immensità, e non un gemito di dolore, e non un soffocato singhiozzo di gaudio, non una luce illuminava quella terra informe, e gli oggetti si confondevano e mutavano forma ad ogni sguardo, eppure sapeva riconoscerne sempre, ogni volta, il loro significato, guardandoli nel profondo, capendo se stesso.

 

Bzzz……Bzzz……”Goodbye cruel world”……Bzzz…”I’m leaving you today”…Bzz……”Goodbye”……Bzzz…”Goodbye all you people”…Bzzz...”there’s nothing you can say”…”to make me change my mind”...Bzzz...”Goodbye”....Bzzzzzzzzzzz.

 

E cadde.

 

Le strisce della strada, nel loro scorrere ipnotico, si fanno sempre più confuse fino ad insinuarsi nella sua mente con un sibilo fastidioso, quasi un fischio penetrante, ma con un qualcosa di diverso, quasi un caldo fruscio, che dà pace. Lentamente la strada scompare in un oblio senza spazio. Volando nella sua mente.

 

Era in cima ad un monte, inchiodato crudelmente ad una croce di legno, ma non sentiva dolore, non più dolore fisico, no; il suo volto era sconvolto da un ben più forte dolore interiore, il dolore del suo mondo che crollava fragorosamente ai suoi piedi, il sangue che colava ancora caldo dai resti della sua moralità e lui, inerme, al vento della realtà, non aveva più scudi di ipocrisia dietro ai quali proteggere la sua normalità, e i suoi schemi mentali si rimescolavano e si contorcevano in agonia, soffrendo. Soffriva il suo pensiero, senza sapere cosa potesse essere e che cosa era stato fino ad allora, e quella nuova appetenza mentale acuiva enormemente i suoi dubbi.

Il vento pungente sferzava il suo corpo inerme senza mai calare e, mentre il sole tramontava dietro a quel  mondo così devastato, capì. Infine capì quello che in realtà aveva fatto, capì cosa era stato e perché era lassù. Le case che bruciavano sotto al suo sguardo, il cielo rosso del fuoco dei roghi, ed era tutto suo; le strade colme dei cadaveri di quella guerra senza nome, della povertà e della ricchezza, e dei contrari che si riunivano ipocritamente e poi si separavano nuovamente, sdegnati; Misericordia rinnegò, infine, Povertà, e Indulgenza pregò per sua sorella Pena.

Finché non si squarciarono i veli nel tempio e la terra iniziò a sanguinare.

 

Apre gli occhi, improvvisamente. Paura e sconcerto si mescolano in un urlo soffocato, per uno stupore che gli ha tolto il fiato.

 

E tutto divenne chiaro.

 

Non avevo mai veduto fino ad allora. La realtà era strana, contorta, quasi surreale; ed in quei minuti che precedevano l’aurora provavo una nuova sensazione che stava sempre più estraniando i miei sensi. Non avevo mai sentito fino ad allora. Tutto era nuovo, diverso, terribile; come se il tempo fosse impazzito e lo spazio non era più così consuetamente corporeo, eppure era tutto così reale. E’ così reale questa grande illusione. Vedevo la realtà o ero ancora in quello strano sogno? Cos’era questo?

Ricordo di aver sofferto alla vista della luce del sole che illuminava quello spettacolo chiamato vita. Vedevo tutto in bianco e nero, come se fossi in un vecchio film degli anni cinquanta, ma nonostante questo distinguevo tutto così chiaramente e, nei suoi confini e nelle sue parti, riuscivo a decifrare tutta quella stranezza. Vedevo ogni singolo oggetto composto delle sue piccolissime particelle, eppure così chiare allo sguardo; ogni piccolo particolare era distinguibile nelle sue componenti, bianche o nere ed il grigio era solo nella fantasia, ogni singola parte si muoveva nella società dei suoi simili, sempre in lotta con il loro alterego, in una pace apparente, che era il risultato di quell’enorme guerra intestina, ma erano ancora distinguibili i rapporti, i singoli ruoli e gli assalti e le tregue e le sconfitte e le morti di quel movimento senza fine.

Eppure era tutto così reale.

Ed ero nuovamente solo.

Camminavo in un mondo che non conoscevo, o che non volevo riconoscere, eppure ero lì e decisi di restare, perché finalmente vedevo.

La vita è triste, il cielo grigio e la pioggia cadeva fine, ma incessante, sulla strada polverosa che lentamente si trasformava in pozza fangosa; gli edifici erano spogli e ricordavano quelle case di legno che si vedono nei vecchi film western, ma la stranezza di quel posto era nel cuore della città, infatti tutto sembrava ricondurre ad un mostruoso edificio in muratura e metallo, ma talmente assurdo da sembrare solo la caricatura di una fabbrica, fatta da un pittore surrealista. Tutto era estremamente confuso, le vie, contorte, si mischiavano con gli edifici senza soluzione di continuità, addensandosi intorno a quella mostruosità della mente umana. E avvicinandomi sempre più mi parve di sentire l’anima infernale del mostro, che urlava disprezzo, e la figura iniziale, nella mia mente si trasformò infine in una terribile visione dantesca.

Entrai dunque tentennando, nelle fauci della terribile mostruosità, sentendo nell’animo un’insolita trepidazione; tutto era in movimento  ed in continua, incessante trasformazione; in quel mondo gli schemi erano crollati e l’aberrazione delle personalità si manifestava sempre più nei simboli della realtà; ogni suono, ogni movimento, ogni figura, tutto sembrava ricondurre ad un significato ben preciso, tuttavia mi era ancora incomprensibile il perché di questo sdegnoso manifestarsi dell’uomo. Vedevo migliaia di persone muoversi freneticamente in quella macchina infernale, vedevo la materia scomporsi nella sua essenza particellare e venire ordinata, frustrata e costretta dalla pace interna e infine formare enti sempre più grandi e più complessi di schemi armati. Quella macchina sintetizzava le forze discordanti, inducendole in uno scopo di ordinata distruzione, eppure sentivo ancora una forza sociale in quel mondo, lo intuivo dall’odore di sconfitta che avevo sentito prima tra le case di quello strano borgo.

 

Una fila di operai, marciando ritmicamente, si porta ordinatamente in un grande ascensore azionato a braccia. Due persone ricevono il comando ed azionano il meccanismo di discesa. La fila viene ricomposta su un nastro trasportatore che si separa e si ricongiunge di nuovo intrecciando i destini di migliaia di manichini, che apaticamente vengono indirizzati verso il loro fine. Il nastro trasportatore si è già separato centinaia di volte prima che ogni operaio giunga nel suo posto prestabilito. Al comando, ogni operaio inizia il suo ritmico movimento, come una danza, e con le sue stesse regole e la sua ritmicità. Tutto và come dovuto, ma niente è come dovrebbe essere. Gli operai lentamente, ma inesorabilmente, vengono inghiottiti, grazie al loro stesso movimento, nella macchina, andando ad accrescere le sue meccaniche e fornendo il materiale primo per il processo, tesi prima della realtà. Come tritacarne il processo scinde il significato nella sua antitesi di contrari, che sintetizza epicamente nella primigenia lotta eterna.

Il suo ventre diabolico emanava l’oblio del dolore e della verità.

Non una lacrima.

Non un sospiro. 

Gli ascensori vanno solo in un senso.

 

Entrai sempre più in profondità, fino nelle viscere della terra, dove ormai non sentivo più che un pacifico senso di assuefazione al caos. In un grande atrio ricavato all’interno del processo produttivo trovai una persona che inizialmente mi sembrò essere uno dei funzionari che dirigevano il processo.

Tic…tac…tic...tac...tic......tic.....tic....tic...tic..tic.ticticicc……

“Salve”

alzando lo sguardo, sdegnato

“Salve”    

“E’ questa la McWar factory?”

Stupefatto ed un po’ divertito dal nuovo arrivato il funzionario accennò un leggero sorriso, che però tramutò subitamente in arcigno ghigno

“Lei chi sarebbe?”

“Il mio nome è Blake. Sono venuto per un impiego da contabile…questa e’ la mia lettera di assunzione”

Porgendogli la lettera

…Il funzionario non distolse nemmeno minimamente lo sguardo dalle scartoffie che era impegnato a controllare…

“Qui non c’è posto per lei. Abbiamo assunto già ieri un certo Blake”

Tra lo sconcertato e l’impaurito

“Potrei vedere il capo della fabbrica per favore?”

Il funzionario finalmente alzò lo sguardo piacevolmente divertito da questo strano incontro

“Lei è nuovo qui, non è vero?”

“Sì, è esatto, sono arrivato appena questa mattina e non ho ancora avuto modo di sistemarmi, quindi mi è necessario espletare subito questa formalità”

“Bene signor…Blake, allora ho il dovere di informarla che lei non è il benvenuto in questo posto e se non vuole avere guai con la legge le consiglio di tornare sui suoi passi. Adesso, mi scusi, ma devo tornare al mio lavoro, il processo non può fermarsi mai”

“Ma…”

Rimasi interdetto per un attimo, quello che stava accadendo era tutto così innaturalmente naturale, che non riuscivo più a sintetizzare la mia esperienza e mi sentivo come un bambino che muove i suoi primi passi nel mondo.

…cosa intendeva quell’uomo per guai con la legge?…

Non avevo più molti soldi e, per quel che mi era sembrato di intuire, in questo paese tutto era controllato, o meglio, posseduto, da McWar.

Passai nuovamente attraverso la devastazione della personalità per uscire finalmente da quell’arcano luogo, ma…

Mi sembrò di vedere una persona infondo a quella sala, una persona come tutte le altre, impegnata nel suo lavoro di contabile…eppure ne ero sicuro…

La vita è triste e io non potevo più vivere, non mai tornare indietro né poter più andare avanti.

Uscendo, la luce del sole mi ferì gli occhi: mi ritrovavo in mezzo al deserto e davanti a me era un polveroso villaggio di un tempo che non era più. Tentennando nella mia fantasia la realtà si rimpadronì dei suoi colori, ma non era come poteva sembrare; il cielo, così spoglio, in una sfumatura infinita, sembrava una strana creazione abbandonata sulla terra, d’un colore così sbiadito, che contrastava nettamente con l’aria pressoché immobile, in un’eterna lotta di colori; e la terra, rossa, era arsa da una luce surreale, sotto il sole, che illuminava una terra immaginaria, e tutto…era. Ma perché? Perché stava accadendo?

Dove finisce il mio sogno?

La città aveva un aria completamente dissonante con l’apparenza che manifestava, qualcosa non era andata come doveva, eppure nulla era come doveva essere, niente era reale o forse…

Stavo viaggiando nella mia fantasia, in mezzo ad una foresta fatta di simboli, ed il loro significato era terribile, lo sentivo con certezza, ma non era, ed era solo una sensazione, così fragile che ne sentivo il tintinnio ad ogni passo.

Giunse la sera e poi ancora la notte ed i miei pochi soldi erano ormai finiti.

Prima che mi sbattessero fuori dal saloon riuscii a scorgere, tra l’ebbrezza dei miei sensi, una graziosa dama che si sporgeva dalle scale per chiamarmi; mi disse qualcosa, ma non riuscii ad udire, o forse non volli, ma la intuii nella sua dolce espressione.

Ormai ero fuori e sentivo le onde dell’eterna lotta che mi spingevano a riva. Mi lasciai cullare dalla dolcezza della disperazione di quel momento che non possedevo più, finalmente libero. Avevo perso, mi ero ritirato a metà, che differenza poteva fare per un uomo senza più dignità?

Ed era dolce quella sensazione.

Felice chi, con forti ali, saprà slanciarsi verso campi luminosi e sereni, ed ogni mattina, come le allodole, s’alza nei pensieri liberamente al cielo, e si libra ben alto sulla vita e non fa fatica ad intendere i fiori e le altre cose mute.

I verdi campi e la terra sotto di me ridevano desolatamente soli, e il mio sogno si librava sempre più in alto, fin sopra le nubi, scaldato dal tiepido sole mattutino, in una bianca distesa e celeste di purezza, senza vedere, felicemente ipocrita, sotto me la terra piangere, asfissiata dalla noia e dall’invidia. Fiero, su quelle grandi ali di albatro in volo, sentivo la vita scorrere lontano e io nell’infinito, godendo della sofferenza altrui, mi libravo maestoso. E poi, stanco, mi lasciavo cullare dai caldi alisei e mi addormentavo nel verde giardino della mia fantasia all’ombra del mio amore.

 

“Svegliati William, sei al sicuro adesso”

 

Ed era un bellissimo angelo al capezzale di un moribondo, infondendogli la grazia, sacrificandosi al suo amore.

 

“Sei bella. Tanto bella, che i miei occhi non possono vedere che te, e sono cieco ormai, ed il mio spirito s’apparenta al tuo come se, nella la luce della mia ultima ora, tu mi dessi l’ultimo mio respiro, e poi nuovamente un altro, e di nuovo ancora, saziando la mia nuova vita”. 

 

“Se ti amassi farei questo per te, perché sento oggi e l’anima tua io ho visto in me”

 

La chioma dorata avvolgeva dolcemente l’idillio del suo volto, che emanava la grazia da me così ardentemente sospirata fino ad allora.

Nei suoi occhi mi perdevo per istanti che mi parevano ore, contemplando i suoi lineamenti, ogni suo piccolo particolare riconoscevo nei simboli della realtà, in lei era il bello e la verità, l’amore agognato, che finalmente era.

Carezzando i suoi fianchi e sognando la sua voce, mi addormentai all’ombra dei suoi seni.

Ricordo così bene il suo volto. M’era sì dolce abbandonarmi sospeso in quell’ancestrale oblio e viver nella sua dimenticanza sarebbe stata la mia più grande felicità. Oltre la dolcezza di quella melanconia, leggevo nei suoi occhi, il languore del mio grande amore. Sulla mia mente luttuosa, desolatamente posava.

 

“Sento di amarti, ne sono così certo! E questa certezza mi riscalda il cuore, mi libera dalla tristezza che avvolge la mia vita. Ma io non ti amo, non posso, non sarebbe possibile e questo non è che un altro sogno, dolcissimo sogno, ma la realtà è qui, e mi aspetta; appena riaprirò gli occhi, lei mi vedrà”.

 

“E’ così giusto, così vero. Ma lascia che io ti ami, e, almeno per questa notte, vieni nei miei sogni, amami e ti darò tutte le lacrime che mi chiedi”.

 

Quel lampo nei suoi occhi; e non riuscivo ancora a capire, da dove veniva tutta quell’austera bellezza? Chi era in realtà quella donna? Qual’era la sua storia?

 

“Ti prego, mia dolce, raccontami la tua storia; mi fa così male sapere di non essere in grado di sentire il mio sentimento. Da dove viene quel lampo? La tua bellezza no può essere di questo mondo; svelami l’arcano tuo mistero!”

 

La sua espressione mutò velocemente è sulla sua faccia apparve infine la coerenza di chi rimane nel pensiero, coerente. Si mise a sedere sul letto dove ero ancora disteso e mi rivelò il suo segreto.

Ed i suoi occhi. Così tristi.

 

“Non vorrei mai mentire al mio amore, ma oggi è tempo che la mia memoria riapra le sue ferite, per te.

Io. Io, un giorno amai, per l’ultima volta amai. Lui mi promise di vivere per sempre con me oltre le porte di questo mondo. Dovevamo suicidarci insieme, quel giorno, pioveva. Lui si uccise, ma io non volli seguirlo. Non so perché restai, è stato tutto in un attimo, bastò un colpo per permettergli di ritornare ad essere felice della sua vita. Da allora la mia mente è confusa e confusa vaga nella nebbia della dimenticanza. Da quel giorno il mio cuore non è stato più di nessuno, ma il mio corpo rimase a disposizione del processo. Dirò la mia colpa, non è più tempo di tacere, questo non è più il mio posto, e so che tu verrai con me, ma questa volta saremo insieme, perché so di aver ritrovato il mio amore. Non posso più essere il corpo delle mie tasche, una pubblica moglie. Guarda quei fiori, ne piego a centinaia ogni giorno, sarà quello il mio lavoro, so che posso essere davvero, la mia mente lo vuole e non sarà più un sogno. Posso essere, se tu sarai con me”.

 

Scoppiai in lacrime e baciandola dissi:

 

“Non ho saputo vedere la morte che ti divora da dentro. Non posso più capire, non sono riuscito a capire, quel sentimento. Ti prego, perdonami”.

 

“C’è amore per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada”.

 

Non durò a lungo quell’amore, finito. E che tutti lo sappiano, nessun amore può durare, oltre l’ebbrezza dell’attimo, sfiorisce come una bellissima rosa, straordinariamente futile. Del tempo che fu, rimane solo la memoria, sbiadito ricordo di quello che sarebbe dovuto essere, come una rosa di carta. Nella memoria.

Anch’io conosco la mia colpa, ma essere cinici non significa necessariamente essere ipocriti; e voler sapere è un lusso che nessuno può più permettersi, all’interno del processo.

 

Giacemmo insieme quella notte, ma non ebbi neppure il tempo di salutarla, la mattina seguente.

 

Sfondando la porta, un uomo irruppe nell’idillio della nostra camera, destando il nostro splendido sogno, rompendo quel magico momento, per sempre. Rimasero solo i cocci, tintinnanti, in terra, a testimonianza di quell’amore così perfetto.

 

“Aura! Cosa significano questi fiori di carta!? E chi è quell’uomo nel tuo letto!? Dovresti essere a lavoro! Conosci il destino di chi mi disubbidisce!”

 

“Non sono più tua! E ora lo so con certezza, la mia vita mi appartiene, finalmente Io sono e ho ritrovato il mio destino. Non voglio più essere la tua schiava!”

 

“Che bellissimo nome, Aura”.

 

“Io lo amo e voglio vivere solo con lui”

 

“Amore!? Tu non puoi amare, non te lo puoi permettere, tu sei e rimarrai mia, per sempre!”

 

Negli occhi di quell’energumeno si accese l’accidia dell’insofferenza, il processo non poteva fermarsi, doveva andare avanti, i rami marci vanno tagliati, o ne potrebbe risentire tutta la pianta.

Senza indugiare, estrasse la pistola e fece fuoco su quell’uomo che stava intralciando la sua ambizione; insignificante puntino nel mare della perfezione. I rami marci vanno soppressi.

Non fosse stato per quell’amore, che ruppe la perfezione dell’azione, quella pallottola non mi avrebbe lasciato scampo. Mi dedicò la sua vita, adempiendo alla sua promessa, dandomi nel tempo stesso la disperazione dei suoi occhi, frapponendosi con il suo corpo tra quel proiettile ed il mio destino. Così morì la donna che amavo. Quell’amore, durato solo un attimo, era già finito. Non mi diede neppure il tempo di salutarla, per l’ultima volta.

A volte la vita è così ingiusta; e la ragione non ha scampo se il cuore si accende nel tempo, l’ebbrezza non ha ragione di essere, ma, come un cavallo imbizzarrito, spesso disarciona il suo cavaliere, scappando libera nel suo modo.

 

“Noooooo!”

 

Si chinò per l’ultima volta sul corpo esanime della donna che sarebbe dovuta essere la sua appartenenza al mondo. Si pentì del suo gesto, pensando a quella vita che si spegneva sotto ai suoi occhi, ma era ormai troppo tardi; no, non gli usai la stessa cortesia. Non lo guardai negli occhi, i suoi occhi, me li ricordo ancora adesso, quando guardo nello specchio il mio volto segnato dalla tristezza; si era spenta quell’ira di un istante e lo riconobbi nelle sembianze di un uomo vero, proprio lui, era lo stesso uomo: William. No, non gli usai la stessa cortesia. Estrassi la pistola e sparai, senza mai guardare i suoi occhi.

Cadde sopra lei, Aura, che bellissimo nome.

Non una lacrima.

Non un rimorso.

Eppure il mio cuore urlava la sua grande rabbia!

Noooo!

Stooooop!

 

“Aaaaaaaaaaaah”.

 

Non ero più ubriaco. La mia mente non era più ebbra e iniziavo a capire solo  allora quello che il mio cuore agognava. Una carogna spoglia delle vesti e della vita. Il mio amore, una putrida carogna, un mucchio immondo, un’orrida infezione, stella dei miei occhi, sole della natura, angelo mio, mia passione!

 

“Aura, dillo! Ai vermi che ti mangeranno di baci, o mia bellezza, dì che in me sono salve la forma, l’essenza divina dei miei marciti amori!”

 

Quel ronzio, lo sento di nuovo, si avvicinava alla mia mente, un rumore insopportabile, come il suono del grano che, in cadenza, agita il vagliatore per separarlo dalla pula.

Vivo ancora, per dovere, per essere, ogni giorno, più saggio e più triste.

Solo allora compresi il significato di quel lampo degli occhi della mia amata; era la disperazione che dà l’amore, era la serenità che dà la morte; ora lo avvertivo, con certezza, dentro di me. Solo in quel così tragico momento la sua storia mi apparve nuovamente chiara.

Uscii dalla finestra, allontanandomi veloce nel fango delle strade, senza mai guardarla negli occhi, tenendo sempre lo sguardo abbassato, per non vedere, per non voler sopportare la vista della mia colpa. Corsi via nel fango di quella notte fuggitiva, ma i miei passi erano lenti e pesanti, sul mio cuore gravava ancora quell’amore troppo grande e sulla mia coscienza si era posata, come un avvoltoio, la consapevolezza di quella colpa, una colpa che mi accompagna da allora, ma che non ho mai osato dimenticare, perché vive ormai solo nei miei ricordi. Non voglio abbandonare di nuovo il mio amore, perché ormai lei vive solo in me, e rimarrà con me, per sempre.

Viviamo soli, e da soli moriamo.

Ero stanco, ma estremamente lucido, era la lucidità che dà la disperazione, prima della pazzia.

… ……

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Quindi attraversai una stalla e una chiesa e, attraversando la cripta della chiesa, trovai un mulino; lo attraversai e giunsi ad un antro. A tentoni attraversai la mia dura strada, giù nella caverna tortuosa, fino a che non mi apparve un vuoto sotto i piedi, smisurato come un cielo abissale; aggrappato alle radici di un albero, rimasi sospeso sopra quella voragine. Rimasi lì ancora e ancora, stupito nel vedere la mia sorte apparirmi nel fondo di quell’immensità.

Rosseggiante, come il fumo d’una città incendiata, il sole, nero, splendeva lontano, incastonato in un groviglio di solchi di fuoco, dove s’aggrappavano enormi ragni, bianchi e neri, che nuotavano nella profonda infinità, rampando dietro alle loro prede impaurite, sotto le più terrificanti forme di animali scaturiti dalla corruzione; l’aria ne era piena, sembrava quasi composta da essi. Ma in un istante, dal fondo del quarto sole, una nuvola e un fuoco esplosero rotolando di traverso alla profondità, oscurando tutto, allorché il fondo della profondità si fece nero come un mare e rullò con un terribile frastuono. Ormai nulla rimaneva di visibile sotto di me, salvo una nera tempesta, senonché, scrutando oltre le nuvole e i flutti, ad oriente, scorsi una cataratta di sangue misto a fuoco, e a pochi passi da me, emerse e riaffondò la voluta squamosa di un enorme serpente. Infine si mostrò sopra le onde una cresta fiammeggiante: lentamente si elevò, simile ad una vetta di rocce dorate, fino a scoprire due lobi di fuoco chermisi, dai quali il mare trovò scampo in nuvole di fumo; and now I saw it was the head of Leviathan…….

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Mi svegliai di soprassalto. Era stato solo un sogno, tutto era stato solo un sogno, tutta la mia vita non è che un terribile sogno. Ma ogni volta che riapro gli occhi per cercare la verità, la realtà e lì, che mi aspetta, con le sue fauci spalancate, simile a quella tigre, con la fronte a strie verdi e porpora, tingendo la nera profondità di bagliori di sangue, avanzando verso di me con tutta la furia di un’esistenza spirituale.

Era stato solo un sogno, un brutto sogno.

Uscii dalla finestra, allontanandomi veloce nel fango delle strade, finché la mia corsa non si appiattì nei passi di un uomo distrutto. Stava sorgendo un nuovo sole all’orizzonte; sentivo già i primi colori dell’aurora scendere sul mio viso, colorando di beltà il mio animo fuggitivo. Non sono mai stato così bene, mai così sobrio, nel vedere quella donna dell’altra sera, nel sentire le sue parole, di speranza. Non sono mai stato così felice della mia mente, finalmente vincitrice. Non vedevo più il mio cuore all’orizzonte, o forse era dietro di me, che mi aspettava, che mi seguiva; ma non osai voltarmi; no, non questa volta. Ne sono ancora più convinto oggi. L’amore non ha senso, non riesco a comprenderlo e per questo lo ripudio; rimane solo il sesso, sublime tra i piaceri, a soddisfare la mia ipocrisia. Non voglio più amare. Mai più verserò una lacrima per una donna, non ne vale più la pena.

Siamo carne e metallo, niente più. Senso, o ipocritamente sentimento. Apparati mentali, in un mondo materiale e materialista. Non crediamo e, quando crediamo, non crediamo mai veramente, mai fino in fondo. Essere cinici non vuol dire necessariamente voler essere ipocriti, ma rimane invece solo un fatto di abitudine o costrizione, nulla più.

Mi chiese di amarla, lei mi amava, ma non sapeva quello che diceva, non poteva aver ragione. Gli dissi di amarla, godevo di questa consapevole ipocrisia, o forse ero solo meschinamente utilitarista; ma non credo che sia molto differente. Eppure lei mi disse di amarmi alla follia, che mi aveva sempre amato, che in me ritrovava sé stessa. Gli dissi che non era folle, amare; gli dissi di darmi tutte le sue lacrime, perché mi appartenevano; gli dissi che ora era mia e che io ero suo. Ma era una bugia, eppure era felice della mia bugia; come poteva essere così felice di una bugia?

Mi disse il suo nome, ma, forse è passato troppo tempo, forse non ho più voglia di ricordare e la memoria si allontana sempre di più. Che inezia il ricordo! Eppure a volte sembra prendere la consistenza stessa dell’essere e, spesso, riesce a dare un senso a una vita che in sé rimane un trastullo giocoso in mezzo al nulla.

Eppure nel godere quell’istante non ero felice. Nella segretezza della corruzione, nel perfido appagamento del momento, quell’istante infernale; no, non ero felice, ma mi sentivo piacevolmente appagato da quella finta serenità.

Che illusione!

Pensai al mondo com’era, ma non mi piacque e smisi di pensare. Scopai in tutto quello che restava del suo ultimo giorno, lei invece fece l’amore. Mi diede tutte le sue lacrime, come le avevo chiesto e si svegliò.

Si svegliò.

Ed era bella quando si svegliò.

Entrò un uomo nella stanza, portandosi appresso la sua aurea di morte.

McWar.

Stavo scopando la moglie di McWar e quel fatto rese tutto più eccitante.

“Puttana!”

Esclamò, estraendo una pistola dalla cintola. Forse aveva ragione, ma non credo che avessi ragione…infondo era solo una bugia.

Fece fuoco su di lei, ma poi si pentì. Disse di amarla. Me la scostai di dosso. Cadde a terra. Le diede un bacio, piangendo. Era troppo tardi ormai per pentirsi. Decise di volerla raggiungere nell’aldilà. Il  processo si fermò. Il tempo si fermò…Uno sparo…l’odore della polvere da sparo bruciata…un corpo cadde a terra; un altro. A volte non moriamo da soli. Qualche volta siamo in due. Ma…sempre terra rimane.

…………………………………………………………………………………………. Cosa c’è da capire?

Forse il tempo si fermò.

Forse…questa relatività mi strazia il cuore.

Non sono certo di ciò che vedo, non sento mai la terra sotto i miei piedi.

Tutto è futile.

Non una lacrima.

Che finisce in una lunga dissolvenza.

Gelido l’ago delle mie passioni.

 

“Ah, Ah…mi fai ridere”

“No”

“…Scemo”

“Ti voglio bene”

“Anch’io”.

 

Sentimenti surrogati da una vita vissuta senza uno scopo. Sensazioni sensibili. Sensi. Forse una lettera, nell’inchiostro della sua mente, imbevuta del suo profumo. Forse riuscirò a capirla, un giorno, quando la ucciderò.

Vieni a prendermi…nulla…tu sei…me. Torna ad essere in me!

Se fossi stato un gabbiano, libero di andare, libero. Nell’aria pungente del mattino, la nebbia.

Lassù pendeva una goccia di rugiada. Mille altre come lei. Cerco il sole. Dove? Sogna ancora o forse è sveglia, nel mio sogno, mi guarda. Non so. L’odore della terra, fresca; respirando la nebbia, ascoltando i nuovi raggi del sole che filtrano già. Sono solo, con te.

“Svegliati Davide”

“hhh hha…hhh hha…hhh hha…hhhhhh……hAaAaHhHh”

Cos’è il principio? E la fine…che cosa significa? Che cosa significa non avere un posto dove andare?

Siamo tutti liberi.

Siamo tutti liberi!

Libertà!

Come quel gabbiano. Nel cielo. Il vento mi rende libero.

Come ti chiami, Dio? Qual è il tuo nome? Chi ha ragione?

Non so, forse è giusto che io ti ami, ma perché?

Dunque sarò io a vegliare sul tuo cadavere.

Lo sguardo lampeggiante. L’ago che scorreva freddo fin nella vena. Sentivo il dolore lieve che saliva lungo il braccio fino alla spalla e da lì nella giugulare, gonfia, fino al cervello contrito nello spasmo. Lo stantuffo che affondava quell’indicibile orgasmo nelle mie vene.

Il mondo…nella luce…delle linee…dei numeri…nel suo significato…il collo che scricchiola…la verità è lì…le palpebre che si abbassano tremando…la verità è lì, ora la vedo…in fondo al tunnel…bianco di luce…caldo…molle utero della natura.

Sprofondando sotto la realtà…la vedevo come se gli stessi volando sopra. Leggero.

Era tutto finito.

Che cos’è la fine?

Dio, qual è il tuo nome?

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“Tecnica”

..

.

“Noumeno”.

…Cristo. Sei solo un falso! Ti amo.

 

“Driiiiiin…driiiiiin”

 

“Hello”

“Hello?!?”

...

 

“La faccia di freddo cemento muta in acciaio

Cristallo rigido guarda tagliente la fenditura e la sbuccia

La luce brillante urla dal tronco del bosco e strilla

Rosso bianco verde bianco neon roteante.

Il sogno caccia l'amore che profuma di pelle

L'unta mano del dente nasconde il nascondiglio metallico

Il ghiaccio drogato balla a caso con un ghigno malato

Il tempo inconsistente fende con grave fatica e vorticosamente.

Il bastone cieco acceca l'ubriaco che non può vedere

La bocca con la lingua legata e asciutta non può parlare                                                                                                       Il sogno di cemento indurisce il guscio rotto

L'anima perduta ha perso la traccia perduta nell'inferno.”

 

“.”

 

“Sono l'oceano

acceso dalla fiamma

Sono la montagna

pace è il mio nome

Sono il fiume

toccato dal vento

Sono la storia

non finisco mai.”

 

“Where did we come from?

Why are we here?

Where do we go when we die?

what lies beyond

and what lay before?

Is anything certain in life?”

...

...

Le vie.

In che mare?

 

“If I were a swan, I’d be gone”

 

Prima che avessi trovato la chiave, tutto era finito.

Prima di aver trovato la via, la strada era scomparsa.

Prima di arrivare. Mi ero già perso. Da una vita.

Vagavo per l’eternità, con in mano una lanterna e il sole mi accecava gli occhi e non riuscivo più a vedere, le linee mi guidavano, in un giorno che non fu solo tempo, in un odore che non sentivo più come doveva essere, ma lo udivo, perfettamente, per quello che era in realtà, volando sulle luminose ali del sole, con in mano una lanterna, grondante di colori, bianchi, rilucente di immensità, dell’immensità, insieme ai ragni bianchi e neri, in un sogno che era realtà, concretamente apparente, ma che era, nella sensazione dell’immaterialità, volgendo lo sguardo di là, oltre la ragione e oltre il sentimento, prima di trovare la chiave, ero già scappato, lontano, fuori dal tempo e dallo spazio, in un finale senza fine, senz’odio, senza ardore, senza lacrime, non puoi vivere, ma ciò che pensavo ora non è più, non è più, non più, o forse la pazzia è solo un altro modo di guardare e i tuoi occhi sono soltanto occhi e i loro alberi, altro non sono se non alberi, e le loro foglie non hanno numero e le loro cellule sono di colori infiniti, come i sentimenti di cui sono composte, bianche cellule, e le tue mani sono solo gli artigli con cui ti prenderò e quello che sono non è quello che penso, ma solo quello che vedo, nei tuoi occhi, non c’e’ fine, né inizio.

Vieni, andiamo, noi siamo tutto, perché io sono, lo so.

Le membra. Rigide.

Il cielo. Azzurro. In fondo all’inferno.

Bianco.

 

 

Nelle fauci di Leviathan:

“Tu sei Albione, nel formicolante mare dei ragni bianchi e neri”

 

Il vecchio finì di raccontare la sua storia, in una dissolvenza senza fine, silenziosamente finì.

 

Jack:

“Tu. Io non posso saperlo, ma vorrei riuscire ad amare il tuo spirito…ma…ma la mia mente ora è offuscata dal rimorso della mia vita passata. Come faccio a saperlo?”.

 

La porta si apre singhiozzando. Nella stanza entrano due secondini a lutto, che incatenano le mani e i piedi del vecchio. Silenziosamente, si alza. I due lo accompagnano fuori dalla stanza, per un lungo corridoio, lentamente, silenziosamente, attraverso le celle di altre centinaia di detenuti tristi, silenziosi. Nessuno ha il coraggio di guardarlo negli occhi, solo lui, provò, ma non lo vide.

 

Jack:

“Non capisco, la mia testa è troppo debole, le mie mani troppo pesanti”.

 

Al suo aiutante:

“Dove stanno andando?”

 

“I rami marci vanno recisi. Non si può arrestare il processo”.

 

Nella stanza l’aria era immobile, i volti duri, come i muri che la arginavano all’interno del penitenziario; non c’erano finestre, non si vedeva più il mondo, solo linee; non una parola, un suono, solo sospiri accompagnavano quella trepidante attesa.

La porta si aprì di scatto, i tre entrarono nella stanza asettica, senza fare rumore. Altre due persone aspettavano il loro arrivo. Questi lo liberarono dalle sue catene solo per imprigionarlo nuovamente su quella sedia, contemplando la sua postura, in una dissolvenza infinita.

Dall’altro lato della stanza una decina di spettatori entusiasti sedevano sulle loro comode poltroncine di plastica, trepidanti, divisi dal silenzio solo da una sottile parete di vetro. Jack vedeva, come in un film proiettato su quella parete, sul muro della sua mente, gli occhi del condannato a morte.

I testimoni, fremevano eccitati davanti a quella sorta di schermo. Jack, in una lunga incongruenza espressiva, versava la sua ultima serenità che, rigando il suo volto, cadeva su di una terra straziata.

L’aria immobile.

I quattro uscirono dalla stanza lasciandolo solo, con il suo ultimo pensiero.

 

“Finalmente!”

 

In una stanza adiacente, un altro uomo prepara l’esecuzione.

Il boia abbassa la leva, che fende l’aria schioccando.

 

In coro:

“Sì!”

“Aveva ucciso la donna che amava. Doveva morire!”

 

Jack, silenziosamente:

 “Ogni uomo uccide la cosa che ama, c’è chi lo fa con lo sguardo, chi con le lusinghe, Il codardo lo fa con un bacio, Il coraggioso usa la spada”.

“Uccidete me! Amatemi!”

 

“Noi non siamo degli assassini”.

 

Il suo corpo che sussulta come impazzito, spasmodicamente, in un susseguirsi di rapidissime convulsioni.

 

Il suo sangue che bagna il pavimento.

 

Gli spettatori che esultano saltando in piedi, vedendo schizzare pezzi dei suoi organi interni sulle pareti bianche.

 

Jack, seduto in un angolo, che piange irrigidito dal dolore.

Si alza, lo saluta ed esce lentamente dalla stanza. Silenziosamente, come un’ombra senza il sole, abbandonata.

“Sono stanco di questo gioco. Mi spiace, ma non posso; è tempo che io vada”.

 

L’aria condensa e si scioglie sotto il suo sguardo. Cammina come inebetito lungo il viale che costeggia il fiume, per vedere le luci che lo accompagnano nell’acqua, per sentire la bruma avvolgerlo dolcemente, per non essere mai solo. Aveva timore di se stesso, di cosa sarebbe potuto accadere dopo ogni passo, dopo ancora un altro passo. Camminava barcollando, stordito da quel rumore incessante.

“Bzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz…”

I suoi passi si susseguono lenti, incerti, come se fossero fatti di fragile cristallo e ad ogni passo li sentisse tintinnare incerti sull’asfalto.

 

Nella bruma mattutina vide un barbone accasciato su una panchina lungo il fiume. Era terribilmente ebbro quell’ultima volta. Non ci sarebbero stati tempi migliori per lui, non ci sarebbero stati altri tempi.

Dormiva rannicchiato sotto un cartone, ma non provava disprezzo per se stesso. Riposava altezzosamente nella natura immortale.

Gli si avvicinò, lentamente e gli urlò:

“Benvenuto nel regno della razza umana!”

Fu stupito,nel vedere i suoi occhi, quegli stessi occhi, riconobbe la persona che aveva ucciso, nel suo sguardo afferrò il suo rancore. Gli rispose:

“Fratello, la vita è una gran puttana ed è sempre lì in agguato”.

 

“Chi sei tu?”

 

“Un uomo come tanti”

 

“Ah, vuoi fare lo spiritoso?”, infierì: “Allora che cosa ci fai qui?”

 

“Faccio quello che ogni uomo dovrebbe fare…vivere”

 

“Non ti avrò sulla coscienza”

 

…Obbedisci…spendi…consuma…non pensare…rispetta le autorità…non ti ribellare…obbedisci…vivi, vivi sempre, e quando non potrai vivere più, muori.

 

Alla fine si arrese. Ormai non aveva più niente, eppure si sentiva molto più ricco di prima.

 

“Jack, conosci la mia storia. Ora è tempo scrivere la tua. Non avere paura di me, io ti amo, ma non ti farò del male. So chi sei, conosco il tuo passato…ora è tempo che tu faccia la tua storia.”

 

“La mia storia. Il mio futuro non è qui”

 

“Ci rivedremo un giorno e so che tu sarai ancora qui, come me”.

 

“Addio”

 

Si avvicinò al parapetto che lo divideva ancora da se stesso. Non si guardò indietro. Nessuno guardò. Non ebbe esitazioni. Fece quello che andava fatto. Non tremava più. Si sentiva bene. Era consapevole della sua coscienza. No, non era pazzo, ma con gli occhi della pazzia riusciva a scrutare intorno a se in un modo che non aveva mia provato prima. Ora conosceva la sua sorte. Cadere.

Tutti cadiamo, sempre cadiamo; talvolta però ci accorgiamo che la forza per rialzarci e continuare, è finita, non c’e’ più.

“Resterò lì, aspettando che venga l’angelo della morte, che mi porterà via, come spazzatura al ciglio della strada. Come un rifiuto, portato a riva dal mare in tempesta. Resterò qui”.

Infondo così è più giusto, più vero. Infondo è meglio così, molto meglio così.

 

Ritrovarono il corpo solo tre giorni dopo, quando riaffiorò alla superficie. Lo trovarono che guardava il cielo. Chissà cosa stava guardando, chissà che cosa si aspettava di vedere.

Lo ritrovò così, una mattina, tra la bruma autunnale, un pescatore, sulla spiaggia. Morto.

Non una lacrima rigava le sue guance, blu.

 

Il barbone, guardando il pescatore stupefatto:

“Infondo sono felice per lui. Finalmente anche lui ha trovato il suo destino; finalmente è riuscito a capirne il significato”.

 

Possiamo mentire all’infinito, nasconderci a noi stessi. Possiamo costruire castelli altissimi dove rifugiarci nelle nostre convinzioni. Possiamo, dobbiamo, vogliamo dormire, in elucubrazioni logiche dure come la roccia, sicure come una prigione. Ma non abbiamo speranza contro il nostro sentimento; non è solo chimica, non potrai tentare di capirlo, solo lui potrà capire te. Il suo soffio leggero abbatterà il tuo mondo e non ci sarà scampo per la tua serenità. Non vorrai combatterlo, perché è troppo più grande di te, infinitamente più potente. Non puoi fuggire a te stesso; e cosa succederà quando la nebbia avvolgerà il tuo mondo? Dove potrai scappare? Che limite,quale muro potrà arginarti? Morirai! Anche tu, morirai; tutti moriamo, prima o poi; è questo il tuo limite, il tuo ultimo appiglio; ma vorrai aggrapparti? Davvero potrai sperare di non cadere?

Tutti cadiamo. Anche tu, cadrai. Sempre.

 

 

Lentamente scendo dalla mia station wagon nuova. Guardo il sole, ma non c’è. Guardo il mondo, o forse no, è lui che guarda me, non lo so. All’interno le luci della festa. Apro la porta, lentamente, assalito dai pensieri, non riuscivo a pensare.

 

“Buon compleanno papà!!!”

 

Mia moglie, baciandomi come mai aveva fatto:

“Auguri caro”

 

Poso la giacca, mi accendo un’altra sigaretta entrando in cucina, dove mi aspettava tetra un’enorme torta con inciso il mio destino: ”Auguri papi”: padre.

Tolgo dalla tasca destra dei miei pantaloni la ricevuta del motel, la accartoccio e la getto via.

Festoni, coriandoli, luce, allegria spensierata in una selva di candeline.

Sono felice.

Forse no, ma che importa, basta crederci, infondo il mondo è ciò che noi ci immaginiamo sempre, ciò che vediamo tutte le mattine, quando apriamo gli occhi, ciò che è stato, ciò che è, ma soprattutto, quello che sarà, sempre, in noi.

Sono felice.

 

Nella bruma mattutina vidi un barbone accasciato su una panchina lungo il fiume. Ero terribilmente ebbro quell’ultima volta. Non ci sarebbero stati tempi migliori per lui, non ci sarebbero stati altri tempi.

Dormiva rannicchiato sotto un cartone, ma non provava disprezzo per se stesso. Riposava altezzosamente nella natura immortale.

Mi avvicinai, lentamente e gli urlai:

“Benvenuto nel regno della razza umana!”

Fui stupito,nel vedere i suoi occhi, quegli stessi occhi, riconobbi la persona che avevo ucciso, nel suo sguardo afferrai il mio rancore. Mi rispose:

“Fratello, la vita è una gran puttana ed è sempre lì in agguato”.

 

“Chi sei tu?”

 

“Un uomo come tanti”

 

“Ah, vuoi fare lo spiritoso?”, infierii: “Allora che cosa ci fai qui?”

 

“Faccio quello che ogni uomo dovrebbe fare…vivere”

 

“Non ti avrò sulla coscienza”

 

…Obbedisci…spendi…consuma…non pensare…rispetta le autorità…non ti ribellare…obbedisci…vivi, vivi sempre, e quando non potrai vivere più, muori.

 

Estrassi la mia pistola e feci fuoco.

Sono felice.

 

Fine.

 

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