
PARTE PRIMA
Ritornello
Soffia il vento tra le sue dita aperte, senza poterlo fermare,
chiedergli spiegazioni, perché? Perché tutto ciò?
Scorre via tra i suoi pugni stretti la vita che non ha vissuto e
che non vivrà mai. Senza poterla fermare, scorre via.
La luce del giorno che sta per sorgere, illumina un corpo
senz’anima. Il tenue rosa che albeggia dietro quella rupe, contrasta aspramente
con il fuoco dei suoi occhi, con la rabbia e la desolazione del suo cuore.
Un urlo spezza quella quiete così irreale, è un urlo di
disperazione, un urlo che distrugge l’ultima fermezza del suo spirito, che
crolla rovinosamente su quel duro asfalto. Una strada di lacrime davanti a lui,
dietro nulla, nulla più rimane. Un nuovo giorno sorge davanti ai suoi occhi:
non sia mai! Viverlo. Non se ne potrà tirare fuori.
Così, così come era arrivato, se ne andrà; sempre in sella alla
sua moto, verso un mondo nuovo, così speranzosamente diverso, quanto
tragicamente simile alla sua disperazione, immutabile, l’unica che lo seguirà
sempre, in qualunque posto e in ogni strada che prenderà, lei sarà sempre lì,
non lo tradirà.
Molti chilometri sono passati sotto quella ruota instancabile,
molte persone ha conosciuto, ma nessuna lo ha risparmiato. La stessa luce nel
suo sguardo, lo stesso sole davanti a lui, nulla è cambiato. Corre, corre;
sempre alla ricerca di una casa che non c’è, che non troverà mai. Corre, corre,
via da chi? Da che cosa sta scappando? Come fuggire da se stesso? Come? Come
fare?
Luci soffuse lo guardano, e si soffermano su di lui, come a non
volerlo lasciare. L’arancio dei fari al fluoro si mescola alla sottile foschia
che poco lascia intravedere. Solo, nella notte vaga senza meta, fermandosi solo
per affogare i suoi dubbi in un bicchiere; rossa, tenue ambra la cura dei suoi
problemi, gelido l’ago delle sue passioni.
Lentamente fende la nebbia, sempre più piano, finché il suo lieve passo scema
su quel prato tenue e sotto quei duri alberi le cui fronde sono testimoni della
sua vita. Stanco della vita incontra la vita e ne rimane affascinato.
Seduta insieme a lui, si accorge di una ragazza, nei suoi occhi vede il
suo dannato mondo, la sua stessa rabbiosa, ardente luce, che illumina il suo
cuore inerte, lo riscalda, lo accende. Tra le sue mani vede la sua vita;
bevendone a pieni sorsi la consumerà, finche l’ultima goccia non cadrà dalle
sue labbra rosse, esauste. Con lei sfiderà il mondo intero, grazie a lei il suo
volto romperà la dura espressione di tristezza e tornerà a sorridere, a ridere
di quello che lo dispera, a ridere di se stesso e della sua vita.
I suoi sottili capelli neri si accostano alla sua ruvida chioma, nella
profondità dei suoi occhi precipitano i suoi grevi pensieri, sulle sue
calde labbra sentirà il gusto della
vita, la felicità di un momento che annebbia i suoi sensi.
Amore, passione, ma nulla più. Vivere quella passione e
ucciderla lentamente, perché ogni uomo uccide la cosa che ama, c’è chi lo fa
con lo sguardo, chi con le lusinghe, Il codardo lo fa con un bacio, Il
coraggioso usa la spada.
Come nell’etica il male è conseguenza del bene e dalla gioia
scaturisce il dolore. La miseria è molteplice, l’infelicità della terra multiforme, abbracciando il vasto orizzonte
al pari dell’arcobaleno.
Così si spense la fiamma di quella vita che nulla aveva più da
dare e che nulla più chiedeva, schiacciata da un amore troppo imponente per
sorreggersi. Amore, sì proprio quello…passione? O forse sentimento? Cos’altro
se non il padre del dolore e dell’odio?
Nel bosco di Arona, della città di Arona, c’è una fossa di
vergogna dove giace un’infelice in un sudario ardente, divorata da lingue di
fiamma. E la tomba non ha nome. Lasciatela in silenzio, verrà Cristo a
suscitare i morti. Niente lacrime stupide, niente ventosi sospiri. La donna
aveva conosciuto l’amore e doveva morire.
Così parlò sulla tomba della sua anima
“Deve essere proprio così: che ciò che costituisce la felicità
dell’uomo, debba essere la fonte della sua sventura? Ah! Quante volte, allora
ho desiderato di approdare alle rive di quel mare sconfinato, librandomi
sull’ali della gru che volava via al di sopra di me, per bere, dal calice
spumeggiante dell’infinito, quella straripante gioia di vivere e per sentire,
entro la limitata forza del mio petto, sia pure per un attimo, una goccia della
beatitudine di quell’essere che tutto serra in sé e tutto da sé crea”.
Perché il suo viso era solcato dalle lacrime? Ne sentiva il
sapido sapore sulle labbra, sentiva il caldo sconforto rigare il suo viso
contrito dalla disperazione. Eppure la gioia, la felicità di un tempo. Era.
Con queste parole salutò la sua anima:
“E’ troppo tardi ormai per piangere. Le mie ultime lacrime le ho
consumate tutte. Il mio cuore è morto, ed io con lui, schiacciato dal suo
stesso sentimento, troppo grande, non ha retto ed è ceduto.
Cosa rimane ora! Quando anche la più flebile speranza hai
tramortito, cosa rimane? solo uno scheletro apatico, incapace di provar gioia,
nulla più.
Non ho scampo; dietro a quell’impenetrabile barriera di falsità
tutto crolla rovinosamente, inesorabilmente; nulla è rimasto. Un vuoto
incolmabile mi stringe il cuore, ormai allo strenuo delle forze.
Forse, forse sarebbe stato meglio lasciare la presa, quando,
ancora bambino, ingenuo, non conoscevo il dolore che può dare l’amore. Qui
perdo il mio cuore, lascio l’allegrezza di quei giorni, la vita che sentivo mia
non è più.
Vivevo nella speranza del tuo sguardo, ho vissuto per rivelarti il mio
amore, oh tragico errore! Ma come può un solo sbaglio, inevitabilmente, portare
alla così completa disperazione. Come posso ora trovare un rimedio, una droga
che lenisca i dolori del mio cuore spezzato.
E’ troppo tardi ormai per piangere, ti darò le mie ultime
lacrime, sono tue, prendile, falle tue, perché io non piangerò mai più”.
Un urlo scosse le cime degli alberi; un urlo.
“No! Non amerò mai più!”.
Notte fonda. La luna piena riempie lo sfondo fosco di un giallo
sofferente, che si mischia all’azzurro di due fuochi fatui. Nella foschia si
intravedono appena i rami secchi degli alberi spogli, che creano, in controluce,
tetri giochi di luce. L’odore stantio dei corpi in putrefazione si ravviva
nell’aria pungente, che condensa rapidamente nel suo fiato divenuto affannoso.
Un decrepito muro, screziato dal muschio e parzialmente ricoperto dalla
vegetazione, cela parte dello spettrale scenario che si apre alla sua vista.
Guarda melanconicamente quel nero corvo che si e’ posato sulla sommità
dell’altare che contiene la salma della sua mente luttuosa. D’un tratto
l’animale si volta, lo guarda e gracchia:
“Mai più”.
Alle savie parole dell’animale l’atmosfera si fa ancor più
fosca. Le ombre si muovono tra gli
alberi e vanno a comporre la figura della donna. Prigioniera delle ombre, cerca
inutilmente di sfuggirgli. Il suo volto è contrito in un silenzioso ma
penetrante grido di sofferenza.
Da i suoi pensieri esce
un suono così saldo, così consapevole della sua miseria, che tremano i rami
spogli.
“Guarda lo specchio d’acqua che finalmente si ricongiunge con il
cielo. Dove andrà lo sguardo in questa riconciliazione?”
Risponde il corvo con le parole della sua anima:
“Tu devi essere Davide,
non è forse così?”
“Guarda la luna, la sua invidia sembra voler offuscare tutto il
cielo e d’intorno le stelle si volgono dal suo sanguigno sguardo”
“Non sei forse tu il mio
spirito? Non sono forse quelli i miei occhi?”
“Guarda il cielo. E la terra ti guarderà”
“Davide, chiudi gli occhi e guarda
Il mio amore
…
Mai più”.
Brighton. Caparbiamente le onde continuano l’atavica lotta
contro la terra. I primi raggi del nuovo giorno illuminano quel corpo senza più
un anima. Stringe in mano una lettera che non è mai stata tale e che non lo
sarà mai. Mai più. Troppo vile la mano dello scrittore.
Simile agli altri;
mai vidi le cose
Come altri le
vedeva; Mai non seppi
Trarre le mie
passioni dalla fonte
Comune, né da
quella i miei dolori;
Né in armonia con
gli altri mai destare
Il mio cuore alla
gioia; e quando amai,
Amai sempre da
solo. Allora, all’alba
Della mia vita
tutta tempestosa,
Fu evocato, dal
fondo d’ogni bene
E d’ogni male, la
speranza che ancora
Avvolge d’ogni
intorno il mio destino:
Dal torrente o
dalla fonte,
Dalla rossa rupe
montana,
Dal sole che
intorno girava
Nella sua aurea
tinta autunnale,
Dal lampo del cielo
nell’attimo
Che mi passava
daccanto,
Dalla tempesta e
dal tuono,
Dalla nube che
prendeva
(Quando il resto
del Cielo era azzurro)
La forma di te sola
al mio sguardo.
Pari alle antiche
navi di Nicea,
Che lievi, sopra un
mare profumato,
Traevano lo stanco
pellegrino
Alla riva natia.
Come un’isola
magica lontana,
Sperduta in mezzo a
un mare tempestoso,
Un oceano sconvolto
senza fine
Da frementi bufere,
e tuttavia
I cieli più sereni
eternamente
Sopra quell’isola
chiara sorridono.
I più volubili
uccelli canori,
Sono labbra, e la
tua melodia
Di bisbigliate
parole.
Posano allora
desolatamente
Sulla mia mente
luttuosa,
Luce di stelle su
di un drappo funebre.
Abbia assai poco di
terreno in sé,
Non m’è di peso che
i diseredati
Siano, mia dolce,
più lieti di me,
Ma che tu debba
aver parte nel mio
Destino fuggitivo.
Non che i fiori di
diciotto primavere
Siano avvizziti
mentre ancora in boccio,
E, morti, opprimano
il mio cuore come
Un secolo di nevi.
Non che l’erba -
ben possa prosperare ! -
Sulla mia tomba cresca o sia cresciuta,
Ma che, già morto
mentre ancora in vita,
Io non possa essere
solo.
Troppo vile la mano del poeta, ancora sporca del sangue della
sua ispirazione.
Così, le tetre onde accolsero quella
poesia.
“Non voglio più. Basta!
Non posso essere ciò che non sono e mai dire il vero, dire
quello che non sono, reprimere la mia rabbia.
E urlare è un piacere che non posso più permettermi.
Falso è il mondo e sbagliati siamo noi che lo viviamo.
Io non sono quello che sono, eppure la mia volontà lo brama, rompe
glia argini della psiche e soverchia la mente, così da non permettermi alcuna
reazione. Non posso più vivere una vita che non mi appartiene e mai mi sono
illuso che fosse la mia, perché nulla più mi rimane.
Perché sperare in un destino diverso, vorrei che fosse ma io
stesso lo rinnego.
Cosa rimane ormai?
Insultare quel muro fatto di vergogna e fatalità, quel muro che
argina e che il mio vero essere impedisce.
Rinnego il mondo, comprendendolo lo ripudio e gli restituisco
quest’opportunità che non è mai stata tale.
Con questa lama corro via e nella tetra foschia non guarderò mai
più gli argini che delineano le tue aspre sembianze di uomo, animale condannato
a soffrire.
Perché mi dai una mente per pensare a te? Non fosse mai stato
così! Mi hai dato la sofferenza della contraddizione.
Riprenditi questa vita, non voglio più essere; mai più come non
sono, o piuttosto non sarò!”
L’aspro scenario si addensò delle nubi della sua mente e
dall’alto eruppe il suo desiderio, testimone del suo sguardo.
“Cadi, o pioggia. Lava il mio spirito intriso di dolore.
Cadi e, come acido, sciogli la mia mente, cancella questo mondo
ostile e sulle sue macerie germoglierà l’amore.
Fuggite pensieri ostili, non avete scampo alcuno. Dolore e morte
cadranno con me e con te.
Ascolta le mie urla e lava tutto. Dalla nuova terra nascerà
l’arcobaleno, cangiante come la mia miseria e dal mio odio, amore il mondo
soggiogherà.
Non avete speranza, il mio odio è morto e il mio amore non è più
per voi.
Piove.
Oh Pioggia, purificami, non lasciare nulla di questo mondo.
Sentimento sarà il tuo nome, passione la tua figlia.
Non è più, più non sarà.
Nulla è cambiato, di nuovo niente rimane. Come era in principio
è ancora. Cosa fare ora? Cosa fare adesso della sua vita? Potrà veramente
continuare ad andare avanti nel suo viaggio?
Così dal suo cuore malato si sciolse l’ultimo suo desiderio,
l’ultimo desiderio del condannato a morte, il desiderio di fuggire, di fuggire
da tutto e mai soffermarsi a vivere, mai più vivere. Ormai non voleva più. Così
guardò la sua vita sfuggirgli dalle mani e dall’alto osservarla, fino a che la
noia non lo prendesse; e allora fuggire dalla noia sarebbe stata la sua meta e
restare sospeso, fuori dal tempo e dallo spazio, per sempre, in un atavica
contemplazione distante dall’oggetto, e il soggetto non esiste più, non si vede
più all’orizzonte, ormai è scappato finalmente e così si è ricongiunto alla
massa, finalmente la sua anima è libera, libera nel suo pensiero; e cosa
importa ormai del tempo? Cosa importa del mondo?
Ecco che finalmente aveva raggiunto il suo primigenio desiderio;
rimase solo la forma, cos’era più la sostanza?
Oramai la sua anima era serena, non c’era più sostanza nel suo
corpo e la sua rassegnazione lo faceva tanto piccolo che ormai nulla importava
al mondo di lui; e allo stesso modo, lui era ormai conscio di essere salvo dal
mondo e da qui iniziò la sua inconcludente ricerca contro la noia, così iniziò
il suo pensiero su ciò che tutto è; ma la sua meta era irraggiungibile, lo
sapeva bene, perché era la verità, la forma di tutto, la felicità, quella vera,
infusa dalla verità, o chiamatela pure Dio, se Dio essa sia.
Nel suo viaggio mentale incontrò il suo alterego, con lui parlò:
“Cos’è poi la mia esistenza, se non un
ricerca alla motivazione di essa stessa. Vivo cercando di capirne il perché,
trascurando l’importanza di essere, di valorizzare quello che ho; ma perché poi
capire? Siamo tutti nella stessa barca, tutti viviamo, c’è chi cerca di capire,
c’è chi cerca di dare un senso a tutto ciò, i migliori cercano l’arte perché ne
hanno la possibilità; ma perché fare tutto ciò, perché voler diventare i
migliori? Siamo tutti uguali, abbiamo tutti lo stesso dono. Vivere, pensare,
amare, sentire e infine morire. Vivere?
Perché morire? Sognare forse. Sognare che
tutto questo non sia mai accaduto, che la nostra coscienza non ci appartenga,
che apparteniamo all’eternità. Pensare, soffrire.
Morire.
Cosa sono se non
morte, eterna morte, vivendo un’incongruenza finita e in essa infinita,
destinata a concludersi presto nell’eterna morte, l’unico punto fisso in me.
Perché essere? Terribile pensare di non
volerlo, di non essere. Perché non cercare di valorizzare la propria vita con
l’arte? Ciò che potremmo essere, essere ciò che ci è dato di essere. E poi,
infine, Morire. E poter dire di aver messo fine alle proprie pene terrene”.
“Essere è vivere?”
“Sono forse io nel
torto?”
“Per cui il modo migliore di vivere
è quello di farlo seguendo i principi della Verità, raggiungendo, quindi, la
vera Felicità di vivere; in questo modo, essendo Verità e Felicità eterne, si
raggiungerebbe il massimo stadio dell’essere, eterno e superiore alla morte,
perché superiore alla vita stessa.
E’ questo il modo migliore di
vivere, l’unico modo vero, perché il solo che risponda pienamente alla qualità
di Essere. Paradossalmente questo stadio non è mai stato raggiunto da alcuno,
poiché irraggiungibile, in quanto l’uomo, è, per sua stessa natura Finito, mortale, soggetto alla vita, e
quindi anche alla morte.
Tuttavia l’ostacolo più imponente non è
tanto la morte, in quanto effetto stesso della vita non pienamente vissuta, ma
l’impossibilità dell’uomo di raggiungere la Verità, di carpirla mediante le sue
spoglie materiali, in quanto Verità e quindi anche Felicità, sono enti eterni,
infiniti e concettualmente irraggiungibili da esseri mortali e finiti.
Solo di rado l’uomo riesce a sfiorare la
soglia di tale concetto inesprimibile, grazie all’estasi provocata dall’arte,
dal pensiero più elevato e, solo episodicamente, da stati di alterazione
sensoriali provocati da droghe ed eccitanti. In questa elevazione
dell’intelletto, l’uomo viene schiacciato dall’eternità che non riesce pienamente
a carpire, ma che gli sta di fronte, prova del suo Essere.
La Felicità, dunque, almeno la Vera
Felicità, non è raggiungibile pienamente da spoglie mortali, ma in egual modo
si può intendere una felicità illusoria, finita, provocata dal forte piacere, e
dall’inibizione dell’intelletto capace di contraddirla e di rivelarne la
falsità. Questo stadio di vita è però intrinsecamente illusorio e portato
all’imitazione della Felicità, non mediata della Verità, ma senza pensiero di
essa, legato strettamente ad attività terrene, mortali.
In conclusione per l’uomo si prospettano
due vie, due modi di intendere la vita, uno intento al raggiungimento della
Verità, grazie all’intelletto ed alla filosofia, l’altro rivolto
all’esasperazione dell’autoillusione, spesso schermata dalla religione e
dall’idolatrismo, ma nessuno dei due modi di vita portano alla Vita, ma,
necessariamente, alla morte.
“E’ sincera le tua parola?”
“Poteri essere io sincero con me stesso?”
“Nella logica del pensiero umano, si
nascondono due vie principali; due metodi di interpretazione della realtà, che
si potrebbero avvicinare alla Verità.
La prima, più razionale, che si evince dal
pensiero scientifico moderno, è basata sulla teoria ricerca della verità che si
fonda sulla sola logica e sul metodo scientifico, arrivando alla concezione
dell’uomo come sola materia ed del suo pensiero come complessi, ma ben
determinati, legami e rapporti chimici, sviluppatisi nel tempo fino al
raggiungimento della forma odierna, ma non escludendo forme di vita e di
pensiero diverse da quella umana, in un universo relativamente infinito
rispetto a se stesso.
In questa prima via non si premette nulla
di irrazionale o di non sperimentabile, se non l’elemento di creazione del
Tutto, che non si conosce e non si potrà arrivare a conoscere senza
rivoluzionare completamente il metodo stesso di conoscenza.
La seconda via è meno razionalmente plausibile,
perché si introducono concetti non spiegabili razionalmente, ma plausibili in
se stessi e spiegabili a livello puramente ideale. In questa via viaggia la
maggioranza della popolazione umana, spesso semplicemente per seguire gli
“altri” o per non porsi problemi di ordine filosofico, altre volte perché la
religione che ne può scaturire tende a rinfrancare gli uomini che la seguono;
sono queste le religioni “rivelate”, religioni ottimistiche, che presuppongono
l’immortalità dell’uomo, in una possibilistica migliore ed infinita vita
nell’aldilà.
Quale sia la via giusta, se una via giusta
c’è, non ci è dato di saperlo con certezza, ma quello che si deve affermare e
imporre è il diritto/dovere di
ricercare
una risposta a ogni interrogativo che il nostro pensiero ci pone.
Divieto assoluto e categorico deve essere
il prendere per buone idee altrui, per pigrizia mentale o per mancanza di forza
mentale; questo comporterebbe la banalizzazione e l’annichilamento del pensiero
rubato e dell’esistenza immateriale del ladro.
La filosofia deve sempre partire dal
presupposto che ad ogni conclusione, giusta o sbagliata che sia, si deve sempre
arrivare con le proprie forze, ogni conclusione deve essere personale, perché è
la personalità di un individuo a renderlo degno di questo nome e a renderlo
unico ed infinito in se stesso, al di là dei limiti umani della realtà, al di
là della vita e della morte; è l’unicità del pensiero dell’uomo a rendere una
conclusione giusta in se stessa e per se stessa, ed è per questo motivo che
l’uomo deve imparare solo ed esclusivamente da solo e da se stesso, senza avere
punti di riferimento accomunatori e livellatori della personalità”.
“Esiste dunque la verità?”
“No”…”La mia fu
l’opione”.
All’improvviso sentì una voce distante che lo chiamava. Si
accinse a lasciare il suo alterego e si voltò. Vedendo la nuova vita che
nasceva, le chiese:
“Chi sono io?”
Rispose:
“Sei come me ed io sono
te stesso”.
Guardò un bambino che cresceva nella speranza di scivolare.
Vide se stesso scivolare e parlando al bambino gli chiese:
“Perché non lasci ancora la presa?”
“Ho paura del mondo là fuori, accompagnami tu, te ne prego”.
Girò le spalle e se ne andò sentendo il bambino che piangeva”.
Quel giorno camminò molto, pensò e il bambino crebbe; crebbe in
mezzo al mondo, ma nello stesso tempo visse sempre nella mente. Psiche, sua
madre, quel giorno lo mandò in mezzo ai lupi e non aveva nessuno a cui chiedere
aiuto, se ne era andata la sua mente, gli aveva girato le spalle proprio nel
momento in cui scivolò giù.
Mentre il giorno scemava dietro al colle, salì in cima al monte
più alto per assaporare quegli ultimi raggi.
Quel giorno vide un uomo, era superbamente inchiodato ad una croce
e dal suo capo pendeva miseramente una corona. Trionfante esclamò guardando
dall’alto la sua mente
“vieni anche tu e
ascolta la mia storia”.
Al calare del sole la sua vita si spense e il rosso brillante
del suo sangue, che colava dalla sua fronte straziata, ritornò ad essere un
brumoso liquido nero di pece. Al che i lupi si radunarono tutt’intorno a lui ed
iniziarono a ripetere le sue parole.
Ancora oggi sono rimasti lì nella contemplazione del loro
superbo re e quello che è ormai una carcassa putrescente, nelle loro menti è il
Signore.
Volse lo sguardo e imprecò su quel mondo fatto di ingiustizie.
“perché non vuoi scendere dalla tua croce?
Scendi per Dio! E guarda il tuo mondo! Guarda cosa il tuo sangue
è diventato! Guarda gli occhi di quei lupi e piangi! Volgi lo sguardo
dell’altra parte e riscalda il tuo cuore asciutto con le fiamme della guerra!
La tua pietà ha creato la miseria! E i cuori dei tuoi lupi sono ormai troppo
teneri per provar amore e per combattere la vita!”
Calpestando il mondo corse via nella notte più fonda.
Nel suo sogno, sospeso nel mezzo, nella nebbia più fitta,
incontrò un anziano, che aveva perso la sua anima in qualche luogo del tempo.
Gli indicò la strada
“Saggio amico, torna sui tuoi passi. Perché continui
imperterrito a proseguire? Fermati, voltati e la vedrai”.
Il vecchio si voltò dunque e, con gli occhi traboccanti di
gioia, la vide e ne morì.
Così cadde.
D’un tratto lo sentì.
Come un pensiero che si insinua nella mente, serpeggiando, tra
le sue elucubrazioni si fece sempre più spazio. Con le orecchie dell’inconscio
lo vide. Mentre, lentamente, la sua anima ritornava a non essere, quel suono si
fece sempre più nitido. Era un rumore che non aveva mai sentito prima, erano uccelli
silenziosi che fendevano l’aria mattutina, era il rumore della nebbia che si
diradava lasciando spazio ai primi raggi del giorno, era l’odore dei passi
leggeri sulla terra nuda, era la brillantezza della rugiada che ricopriva il
mondo. Vide il rumore di un pensiero e sentì il riflesso della sua bionda
chioma, decifrò il sentimento dei suoi occhi e ne rimase estasiato.
Distinse quella forma dissetarsi della gioia dell’attimo fuori
del tempo, nel suo tempo. Cos’era ormai il passato? Cos’era ormai lui? di
fronte a quella sensazione. Sentì il rumore di fondo che si infrangeva su di
lui come un’onda s’infrange su di una scogliera. Cosa stava accadendo? Era così
vicino alla verità che non poteva accorgersene. Quel pensiero emanava un’aura
straordinaria, che riempiva ogni cosa, appianava le incongruenze e dava la
morte. Finalmente la sua malattia era finita; il suo corpo era ormai scomparso
e una marea di sensi risalivano fino alla mente, ormai libera e costretta dalla
sensazione allo stesso tempo. Quindi era proprio amore quello che stava
accadendo? E cos’era quello che era stato prima? Non aveva più domande il suo
pensiero.
Si spense la sua luce.
Visse con il suo amore.
Per sempre.
Nel buio.
Il giorno seguente si svegliò più saggio e più triste di prima e
iniziò a girare per il mondo alla ricerca della sua verità.
Ancora oggi, un vecchio, è in cerca della verità, per poter
riappacificarsi con la propria anima. Risparmiate quel povero vagabondo, lui
non è la sua colpa; e, attendendo ormai solo la morte, svelerà a voi tutti il
mistero dell’esistenza.
Fino alla morte.