Arthur Rimbaud

 

Alchimia del verbo

La vita e le opere

Addio

Il poeta come ribelle

 

Seconda parte

 

Il poeta come veggente

La sera di Bruxelles

 

Alchimia del verbo

 

All’inizio,

scrivevo silenzi,

annotavo l’inesprimibile,

fissavo vertigini.

Mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili.

Inventai il colore delle vocali.

Regolai la forma e il movimento

di ogni consonante e,

con ritmi istintivi,

m’illusi d’inventare un verbo poetico

accessibile a tutti i sensi.

Mi abituai all’allucinazione

e finii col trovare sacro

il disordine del mio spirito.

Dicevo addio al mondo

in sorta di romance.

Amai il deserto

e se ho una preferenza

è solo per le pietre e per la terra.

Nessun sofisma della follia

è stato da me dimenticato:

potrei ridirli tutti, ho il sistema.

Infine,

ero maturo per la morte,

la mia debolezza mi guidava

ai confini del mondo.

L’ora della fuga,

sarà l’ora della morte.

Questo è accaduto.

Arthur Rimbaud

 

 

 

Vita e Opere

 

Charleville 20 ottobre 1854 - Marsiglia 10 novembre 1891

     Straordinaria avventura quella di Arthur Rimbaud : a dieci anni stupisce i maestri per l’abilità nel comporre versi latini, a diciassette scrive ” Le bateau ivre “, a diciannove i suoi capolavori, “ Une Saison en Enfer ” e le “Illuminazioni “.Ma dopo tre anni di vita letteraria, abbandona la poesia, pur avendo raggiunto le vette più alte e scompare, per girare molti paesi d’Europa e rifugiarsi poi, in uno sperduto angolo d’Africa, morendo a 37 anni, lontano da tutti e da tutto.

 

Addio

 

La nostra barca,

alta nelle nebbie immobili,

punta verso il porto,

verso la città enorme

dall’orizzonte chiazzato di fuoco e di fango.

Talvolta in cielo vedo spiagge senza fine

coperte di bianche nazioni in festa.

Un grande vascello d’oro,

sopra di me,

agita le sue bandiere multicolori

nella brezza del mattino.

Ho creato tutte le feste,

tutti i trionfi, tutti i drammi.

Ho provato a inventare nuovi fiori,

nuove lingue.

Ho creduto di poter acquisire

poteri soprannaturali.

Ebbene !

Devo seppellire la mia immaginazione

e i miei ricordi.

Arthur Rimbaud

( Aprile - agosto 1873 )

 

Arthur Rimbaud

Il poeta come ribelle

 

     Rimbaud aveva tentato, attraverso la poesia, di creare dal nulla una nuova lingua e un mondo nuovo da opporre al vecchio, ipocrita e disumano, ma si rese conto ben presto dell’inutile pericolosità dei suoi sforzi e preferì andare via per sempre.

     Fuggire divenne per lui l’unico modo per rimanere ancora padrone di se stesso e regolare la sua vita secondo i desideri ed i sogni. L’Africa, tanto sognata nella giovinezza, diventò alla fine, la sua terra di elezione, il suo nascondiglio agli occhi del mondo.

 

“Una stagione all’inferno”

 

     L’opera fu composta in cinque mesi tra l’aprile e l’agosto del 1873 e costituisce l’autobiografia poetica e filosofica di Rimbaud, ma anche uno dei testi più importanti della letteratura moderna. All’apparenza è una confessione, però differisce da tutte le altre per la sua brevità e per la natura esplosiva del linguaggio. La violenza dell’opera non è nelle idee o nei fatti espressi, ma nel ritmo e nei simboli di cui abbonda il testo.

 

Deliri II: Alchimia del verbo

 

     Questo testo è fondamentale per capire i motivi che hanno spinto Rimbaud ad una così precoce e definitiva rinuncia alla poesia. In esso egli ricorda e condanna il tentativo di “Veggenza”, quella filosofia di vita che aveva nutrito la sua poetica, presentata ora come la storia di “una delle sue follie”.

     Rimbaud ne racconta la storia poetica ed evoca subito le tappe che l’hanno portato alla crisi definitiva. Siamo nell’autunno del 1870, quando inventa il colore delle vocali ed inizia a prendere le distanze dalle forme della poesia contemporanea, creando un mondo di immagini libere e assolutamente nuove.

     Il senso di quest’idea è l’ambizione di creare un linguaggio, che produca delle sensazioni piuttosto che dei sentimenti, un allargamento della percezione, conseguita attraverso “un ragionato sregolamento di tutti i sensi”, come afferma nella sua famosa “Lettera del Veggente “, dove la poesia è spinta oltre ogni limite.

      Con “l’alchimia del verbo”, Rimbaud porta fino in fondo la distruzione dello schema metrico tradizionale e libera definitivamente la poesia dalla schiavitù dell’esperienza e della ragione per coltivarla solo nella pura visione.

     Questa novità poetica diventa per lui uno stile di pensiero e di vita. Ma già nel 1873, all’epoca di “Alchimia del verbo”, egli condanna decisamente questa cultura dell’allucinazione, lungamente praticata fin dal 1871 e non chiede più alla follia di fornirgli un universo in cui vivere, ora preferisce accontentarsi della miseria di quel che rimane del mondo.

     Il viaggio alchemico ha sì condotto alla creazione di un mondo parallelo e visionario rispetto a quello reale, ma il prezzo da pagare ogni volta che lo si compie è troppo alto che è preferibile il silenzio alla parola quando questa non ha il potere di cambiare il mondo, ma solo quello di consumare in una rapida fiammata la vita del poeta.

 

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