
La Porsche nera, da poco arrivata in città, si
fermò con una brusca sterzata in un parcheggio del centro. Ne scese una donna
dal volto triste, con una punta d’insoddisfazione e d’amarezza negli occhi, ma anche
con un po’ d’entusiasmo nel rivedere quei luoghi. Voleva ripercorrere le strade
che un tempo erano state “sue”, che aveva amato ed odiato allo stesso tempo.
Percorse la via alberata, che portava alle scalette arroccate accanto a
un parco divertimenti. Un tempo, d’estate, le percorreva tutte le sere per
arrivare in centro, e vedeva le lucine al di là del lago in posti come Arona o
Pallanza, dove un sacco di ragazzi si stavano divertendo, e le barche, che
riposavano e si facevano cullare dalla corrente, con un leggero scricchiolio, e
poi la montagna, che dai contorni distinti e delicati, accarezzava l’acqua. Al
posto di quel parco c’era stata una vecchia Ceramica, dove si era avventurata
qualche volta con i suoi amici per la loro solita stupidità.
Forse
era stato divertente, ma non riusciva proprio a ricordarlo, come in una vecchia
pellicola che stentava ad avviarsi, a portare alla sua mente ricordi. Dopo un
breve tratto di Via Roma, svoltando a destra, e dopo alcune concessionarie
appena costruite, si ritrovò a passeggiare di nuovo lì, mentre la pioggerella
fine le cadeva sui capelli. Camminava decisa e si fermò solo appena più sopra
di un parchetto.
Osservava la bella casa, sistemata tra il verde di pini e di pioppi
sulla destra. La strada mal asfaltata la faceva risaltare ancora di più. Il
marciapiede sottostante la casa, sempre ben curato, il muretto grigio perla, la
fila di siepe che andava a scomparire dietro l’angolo, rendeva quella casa,
eretta e grande, nascosta alla sua vista da un ramo di pino, una stazione di
riposo per turisti sognatori immaginari.
Un
tempo un pino c’era stato anche nel suo giardino, ma poi avevano deciso di
tagliarlo, come quel vecchio ciliegio, dove trascorreva i pomeriggi ad
assaggiare i suoi frutti ancora acerbi, seduta sui suoi rami, a dondolare le
gambe nell’aria tiepida del pomeriggio.
Quel
marciapiede lo ricordava quand’era bambina e non sapeva cosa fare. Si
abbandonava all’asfalto della via, che seguiva casa sua, una larga salita che
portava al parchetto, poi si poteva scegliere se salire per quel vialetto che
stava ripercorrendo o sfrecciare dritte con la bici per Via Caprera e poi
passare davanti a “Villa Paradiso”, che s’innalzava tra due grosse fasce di
scaloni in marmo e si nascondeva tra la vegetazione perfettamente curata.
Sempre sulla destra, la traballante discesa a ciottoli di Via Tinelli finiva
svoltando a destra, dopo la villa con la bella piazzetta Fontana nella quale
stava una bella casa nascosta da un edera e dei glicini viola.
Dopo un enorme cartello di senso unico la
corsa sembrava terminare in Via Gramsci, ma svoltando strategicamente a destra
si trovava il piccolo Viale della Pergola; una bella stradina lastricata dove
il sellino stentava a staccarsi e un portico in ombra, che terminava con un
gran salto della bici, dove il manubrio le scivolava sempre dalle mani. Poi,
una radura, con sassi e sabbia nel mezzo e poca erba ai margini, dove si
ergevano dei grossi pali in sasso, che un tempo erano serviti per sostenere un
vitigno, e ora parevano lampioni che si susseguono nella via principale ad
arrivare a San Pietro, e, neanche a farlo apposta, la via principale nella
quale si sbucava era via Roma, dove, in un ultimo estremo atto di fatica, si
riusciva a raggiungere casa.
9 - 12 maggio 2001
Veronica Catania