Racconti 1998 – 2004

Franco D’Arco

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Apocalypse. 4

C’era qualcosa in lei che mi rendeva felice. 4

La lunga stagione. 4

Ai confini della notte. 4

Fughe. 4

Nicol 4

Fuori dal Cerchio. 4

La vita più strana che abbia mai conosciuto. 4

Green Day. 4

L’Alba. 4

Martino. 4

Seta. 4

Al mare. 4

La prossima vittima. 4

Una dolce sera di maggio. 4

Kay è stata qui 4

Marion. 4

Danielle. 4

La Porta degli Angeli 4

Alessia viveva nel fondo del cuore. 4

Ti prendo e ti porto via. 4

Volar via da qui 4

Avana. 4

Franco D'Arco. 4

Apocalypse

 

     Lo guardò dormire per l’ultima volta, aveva gli occhi umidi di pianto, doveva andare o non avrebbe più fatto in tempo.

     I raggi di un pallido mattino d’inverno gli accarezzavano il viso. Era l’alba. Si girò verso Nicol, assonnato, ma lei non era lì. Il silenzio della casa lo sorprese; doveva essere uscita presto quella mattina, chissà perché non l’aveva svegliato. Si preparò in fretta.” Meglio andare, una boccata d’aria mi farà bene “, pensò. Afferrò le chiavi, ma in quel momento sentì suonare alla porta.” Nicol, sicuramente ! “

“ Il signor Dylan ? Cerchiamo una certa Nicol, lei la conosce bene. Siamo della Sicurezza, ci fa entrare ?”

“ Si, certo. Perché, cosa è successo, cosa c’entra Nicol con voi ?”

“ Se vuole un consiglio non faccia troppo il curioso, in questi casi non conviene. Si limiti a farci dare un’occhiata in giro e vedrà che il suo nome nell’inchiesta non comparirà neppure. Noi sappiamo essere riconoscenti, soprattutto con chi collabora. “

“ Vi state sbagliando, lei non può essere coinvolta in...”

“ In cosa, signor Dylan ? E qui il poliziotto si fermò un attimo, guardandolo intensamente, quasi a carpirgli un segreto nascosto; poi aggiunse, con tono beffardo: ”Ci dica, in fondo è quello che vogliamo. Vede, lei non sa nulla, è soltanto un ingenuo. Sì, l’ha incontrata una sera e okay, sono cose che accadono, ma non mi venga a dire che per questo lei la conosce.”

“ Come fa a sapere...”

“ Noi sappiamo sempre tutto, se lo ricordi, e se le venisse in mente qualcosa d’interessante ce lo comunichi. Comunque, non lasci la città, potremmo avere ancora bisogno di lei.”

     Continuava a risentire quella voce, mentre passeggiava nervosamente nella stanza. Un macigno si era abbattuto sulla sua vita, un buco nero dal quale irresistibilmente si sentiva attratto e, in fondo, Nicol. Cosa fare ? Lasciarla andare, fare finta di niente come spesso nella sua vita o era giunto il momento di capire cos’era veramente quella donna per lui. Rischiare, sì rischiare, forse anche la vita. Quelle parole insinuanti e piene di disprezzo a quel punto non gli sembravano altro che un vile ricatto e una minaccia.

     Si guardava attorno, come se cercasse la soluzione in un punto del muro, ma non c’era nulla se non la sua disperazione. Poi i suoi occhi furono attratti da qualcosa d’insolito, il telefono era fuori posto. Uno degli agenti l’aveva sicuramente mosso, eppure una sensazione di smarrimento lo colse al solo pensare che fosse stata lei a spostarlo. Afferrò il telefono, digitò l’ultimo numero in memoria, non era uno dei suoi, allora Nicol aveva telefonato da lì. Gli fu facile risalire al destinatario di quella chiamata: era un certo Zen, abitava nella parte est della città, il suo ventre molle e putrescente. Ma cosa ci faceva Nicol lì, ormai era tardi per chiederselo, ogni istante era prezioso.

     La città sembrava sprofondare in una fornace, avvolta com’era da una nebbia acida, carica di fumi rossastri. Al volante della sua auto Dylan la guardava scivolare nel cielo plumbeo, scomparire, inghiottita dall’approssimarsi del temporale che avanzava minaccioso. Aveva fretta di arrivare. Per fortuna su quella free way non aveva incontrato traffico e ormai era all’uscita. Tirò fuori la carta di credito e l’inserì nella cassa automatica, ma quella maledetta gliela respinse. Era stata disattivata, non c’erano altre spiegazioni.     

     Si frugò nelle tasche e pagò con il poco contante che gli restava. L’avevano tagliato fuori ed era solo all’inizio. Si diresse verso la sotterranea, la lunga arteria che attraversava la città. Fisso, con le mani sul volante, guardava avanti. Presto sarebbe riemerso da quella penombra metallica fradicia d’umidità, ma un’auto scura lo seguiva a distanza, come una presenza inquietante che doveva togliersi di dosso prima di arrivare.   

     Parcheggiò l’auto in un viottolo secondario e si diresse verso il vecchio metrò. Le scale sudice e bagnate lo inghiottirono. All’interno, le volte annerite erano ricoperte da larghe chiazze di muffa e i rivestimenti metallici erano rovinati al suolo nel più completo abbandono. Avanzava cauto, facendo attenzione a dove metteva i piedi, sempre vigile ad ogni possibile segno di pericolo.

     Da quando avevano aperto le nuove free way la metropolitana si era trasformata in un ricettacolo di emarginati e loschi affari. Imboccò una galleria laterale, illuminata da qualche lampada sopravvissuta alla devastazione, che lo portò diritto ai binari. Ora non restava altro che attendere. Ogni tanto, con la coda dell’occhio, controllava se loro erano ancora lì. C’erano: due ombre scure che si allungavano sul muro sporco e scrostato.

     Un rumore di ferraglia annunciò l’arrivo del treno. Attese che i pochi viaggiatori scendessero, poi, un attimo prima che le porte si chiudessero, balzò su. Non doveva essere stato seguito, così pensò. Si voltò lentamente verso l’interno. Il vagone era al buio, solo un tremulo bagliore sopravviveva in fondo. In un primo momento, complice l’oscurità, non aveva notato nessuno; poi s’accorse che non era solo, due figure emergevano dall’ombra, massicce, dagli abiti logori e sdruciti. Un braccio nodoso si posò sulla sua spalla, curvandola.

     “ Ehi amico, hai fatto un brutto affare a salire sul metrò, stasera. Non lo sai che i tipi di superficie non sono bene accetti qui?” Intanto l’altro gli si era portato accanto e lo guardava con una smorfia sul grugno, aspettava solo un cenno del compagno per buttarglisi addosso. Dylan fece un passo indietro, entravano in stazione, il contatto dell’arma sulla pelle lo rassicurava. Con un colpo secco mandò in pezzi l’ultimo starter funzionante e balzò fuori, guadagnando precipitosamente le scale e l’uscita.

      Si sentiva fuori posto, sperduto in quella folla anonima che si agitava nell’oscurità, interrotta solo dai freddi riflessi dei neon che surrogavano il giorno. La città cominciava seriamente a sgretolarsi e nessuno più si preoccupava di iniziare nuove costruzioni dalle fondamenta ; i sistemi elettrici e di ventilazione venivano semplicemente aggiunti all’esterno di palazzi vecchi e fatiscenti, dando loro un aspetto minaccioso e sgraziato. In lontananza si stagliavano, maestose all’orizzonte, le grandi torri da cui era venuto via; quasi una città superiore, vista da lì, così inesorabilmente separata da quel mondo fatto di celle metalliche, strutture urbane riciclate e spazi superaffollati in continuo mutamento.

     L’incidente nella metropolitana non ci voleva proprio; ora gli toccava fare un bel tratto di strada a piedi, con il rischio di non arrivare in tempo, - pensava nervosamente, - inoltrandosi a fatica in quella marea brulicante di razze e di linguaggi quasi incomprensibili. Mercanzie e gente dappertutto, era un’impresa farsi largo; e poi quell’odore nauseante di cibo avariato e gas di scolo che prendeva alla bocca dello stomaco, non c’era abituato.

     All’improvviso si sentì qualcosa di duro premere contro la schiena e una voce levarsi distinta in quella confusione di rumori.

“ Ci segua, signor Dylan, senza fare storie. Ci ha ingannati una volta, ma ora non ci sfugge. Abbiamo interrotto una conversazione proprio quando incominciava a farsi interessante, non è vero ? E poi, perché tutta questa fretta, cosa la porta così distante dai luoghi che solitamente frequenta,  la sua cara Nicol ? “

     Aveva riconosciuto la voce, era quella sprezzante del poliziotto, indubbiamente non era riuscito a seminarlo. Si voltò, fissandolo negli occhi. Cercava di non farsi prendere dal panico, di rimanere lucido; era l’unica cosa che poteva fare per non affogare.

“ Le piacerebbe saperlo, vero? E va bene, avete vinto, sono stato uno stupido a credere di potercela fare. Giochiamo a carte scoperte, io so qualcosa che a voi può servire.  Ah, ah !  Ma se mi puntate ancora le pistole contro non se ne fa nulla, potrei inventare qualunque frottola e voi non sapreste mai la verità. E poi, a che serve scappare, mi avete già beccato una volta. “

“ Okay, ma non ci provare lo stesso. E ora veniamo al dunque: cammina lentamente come si fa tra buoni amici per non dare nell’occhio e intanto vuota il sacco. “

     Li assecondò, muovendosi a fatica tra la gente; poi, con uno scatto improvviso, buttò all’aria un bancone di ferraglie e vecchi monitor che, cadendo, sprizzarono scintille e fumo ovunque. La folla ondeggiò, percorsa da un fremito di paura. Si udirono distintamente alcuni colpi di pistola, subito coperti da grida e lamenti.

     Qualcuno doveva essere stato colpito, ma lui non aveva tempo per voltarsi, né per asciugarsi il sangue che gli colava dalla fronte per una ferita di striscio; percepiva il rumore sordo dei loro passi sul selciato bagnato e questo gli bastava per correre più in fretta. A forza di spintoni si aprì un varco in quella massa belante, cercando di mettere quanta più strada possibile tra sé e i poliziotti che lo inseguivano.

     Avanzava rovesciando cataste di merci ammucchiate accanto ai negozi e sui bordi dei marciapiedi, sparando alle vetrine luminose per creare quanta più confusione possibile. Non c’era altro da fare, pensava. Intanto, il puzzo di pesce fritto lo guidava. Doveva essere vicino al quartiere cinese. Se l’avesse raggiunto, gli sarebbe stato facile scomparire in quel dedalo di viuzze tutte uguali.

     Ormai non poteva più tornare indietro. Tutto era accaduto così in fretta che gli sembrava irreale, ma non aveva rimpianti per la vita che si era abbandonata alle spalle. Fare il colpo grosso, riempirsi di soldi e poi ritirarsi, era quello che aveva sempre desiderato; ora invece, scopriva con piacere che non gliene importava più nulla. Si sentiva diverso, per la prima volta libero, anche se poteva essere l’ultima.                          

      Un ansimare elettrico lo richiamò alla realtà, un rugginoso transporter avanzava lentamente. Gli si buttò davanti, afferrando la maniglia della portiera.

“ Se mi fai salire ti do quest’orologio, vale un mucchio di soldi”.

“ Chi ti dà la caccia, amico “ - gli rispose l’altro, accogliendolo su. S’intravedeva solo il viso olivastro, incorniciato da una rada peluria. Doveva essere un orientale, forse un cinese, passata la sessantina. Parlava con un accento buffo, strascicando le parole e masticando lentamente una punta di sushi.

“ La polizia ! Non hai sentito il frastuono ? “

“ No, io bado agli affari miei ; però se c’è da aiutare qualcuno nei guai, sono sempre disponibile. Non possono averla sempre vinta. “

“ Grazie amico, mi salvi la pelle “.

“ Lascia perdere. Dove ti scarico piuttosto ? “

“ Alla...” In quell’istante, una deflagrazione mandò in frantumi il parabrezza, inondando di schegge l’interno. Il vecchio, ferito al viso, sanguinava abbondantemente, ma fece in tempo ad arrestare il veicolo prima che si schiantasse contro un muro. Dylan aprì la portiera e, rapido, si buttò sotto l’automezzo. Dall’ombra emersero alcune figure, ne riconobbe una dalla voce.

“ Dov’è finito l’altro ? “

“ Chi ? Io non porto nessuno con me. Solo merce, signore. “

“ Vuoi fare il furbo. Chi proteggi ? E questo, - indicando l’orologio - non mi dire che te lo sei fatto con i risparmi! 

“ Va bene, vi dirò tutto, signore, ma non lasciatemi qui. Sì, ho caricato uno stasera,  - in quell’istante Dylan si sentì perduto. Strinse nervosamente la pistola tra le mani, deciso a farla finita, e attese. - ma è sceso prima dell’esplosione, imboccando la 48^.“                                                                                                                                            

 Il vecchio non l’aveva tradito, doveva essere proprio un brav’uomo. Tirò un sospiro di sollievo e si lasciò andare.

“ Ora vi prego, aiutatemi!”

     Si udì uno sparo, il rumore del corpo che si abbatteva sui sedili e la voce del poliziotto che, rivolto agli altri, diceva :

“ Non c’è bisogno di chiamare alcuna squadra di rimozione, tanto tra poco saranno qui e ci penseranno loro a far sparire ogni traccia. Andiamo.”

     Sentì i loro passi allontanarsi mentre un velo di tristezza gli inumidiva gli occhi. Gli unici esseri umani che aveva incontrato in quel mondo spettrale gli erano stati portati via brutalmente. Prima Nicol, ora il vecchio, di cui non conosceva neppure il nome.

     Si sentiva solo, con quell’unica labile traccia in mano, dietro alla quale, forse non c’era nessuno. Poco per ricominciare, pensava, ma trattenersi lì era inutile e pericoloso; meglio andare. Si tirò su, avviandosi rapidamente per una di quelle viuzze buie che sciamavano verso il quartiere cinese. Camminava in fretta, nel rossore del saccheggio sempre più in lontananza. Il filo di sangue sulla fronte non gli dava più fastidio, era ormai solo un brutto ricordo. Poi, un vociare indistinto, via via più nitido, gli venne incontro; doveva essere una delle tante cerimonie del calendario cinese. Finalmente era arrivato, si disse.

     Girò a lungo per le stradine sudice e maleodoranti, dal forte odore di pesce e spezie, poi imboccò quella giusta, in fondo alla quale, sotto una lanterna di carta colorata, splendeva l’insegna del negozio di Zen. Era un emporio di oggetti in disuso : sete e perfino libri, così rari a vedersi. Solo lì se ne potevano ancora trovare di simili. Entrò. Il locale era rischiarato da fiammelle pendenti dal soffitto. In giro, merci accatastate alla rinfusa e una specie di bancone intarsiato e dipinto con misteriose decorazioni, ispirate agli antichi “ I Ching “.

     Un campanello finemente lavorato attirò la sua attenzione. Lo agitò; dapprima dolcemente, poi, con più insistenza, e ogni volta l’attesa si faceva più opprimente: nulla accadeva, non c’era nessuno. Il suo viaggio, dunque, era giunto al termine. Tutto finito, perduto. Un senso di amarezza e di disagio s’impadronì di lui, ma non voleva lasciarsi sopraffare dall’emozione. Tentò ancora, più e più volte, poi qualcosa avvenne. Un rumore di passi e una figura apparve nel vano di luce dietro al banco.

“ Cosa vuole nel cuore della notte, il negozio è chiuso. A quest’ora non si ricevono clienti.”

L’uomo lo fissava calmo, sicuro di sé, come se la visita non gli fosse completamente inattesa. Era alto, capelli lunghi, neri, che gli scivolavano sulle spalle, e occhi splendenti, come due lame d’acciaio.

“ Il signor Zen ? “

“ Si “.

     Dylan tirò un sospiro di sollievo. Finalmente l’aveva di fronte. Qualcosa incominciava a girare per il verso giusto.

“ Lei, invece, è Dylan “.

“ Come fa a conoscermi ? “

“ Chi piomberebbe qui, nel profondo della notte, se non    lei. “

“ Se mi conosce, allora sa perché sono qui “.

“ Vuole che le dica dov’è Nicol, vero ? Si trova al sicuro, dove nessuno le può più fare del male. Credo che sia sincero, altrimenti non avrebbe corso tanti pericoli per giungere fin qui se non l’amasse. Comunque, c’è rimasto poco tempo; loro non l’hanno mai persa di vista e lei costituisce una minaccia per Nicol”.

     Dylan si sentì raggelare, gli sembrava di sprofondare sempre più nella notte; poi, facendo appello a tutte le sue forze, replicò :

“ Come una minaccia. Cosa intende ? Non capisco. “

L’altro lo guardò per un attimo interminabile, era vicinissimo.

“ Loro si stanno servendo di lei per arrivare a Nicol e prenderci tutti “.

“ Tutti chi ? “ Ribatté Dylan, sempre più confuso. Eppure qualcosa incominciava a capire. Che quello non fosse il miglior mondo possibile, l’aveva sempre immaginato. Nella sua vita ne aveva viste tante ; troppe volte, però, aveva lasciato correre per non immischiarsi in faccende che non lo riguardavano, o da cui era bene tenersi alla larga. Ora, forse, era giunto al capolinea.

“ Chi è Nicol, chi siete voi ? “ - chiese Dylan, aggrappandosi a quelle parole come ad                                                                                                                                                  un’ultima speranza.

“ Noi? In fondo a Nicol glielo devo, ma è l’ultima cosa che faccio per lei. - disse, come riflettendo tra sé.

“ Ha mai sentito parlare della Zona ? “

“ No, cos’è ? “

“ L’immaginavo. La Zona contaminata, ciò che è al di là di questa interminabile città, il luogo dove finisce tutto lo “schifo” del mondo. Già, ma lei viene dalle Torri, è abituato alla vita perfetta, fatta di comodità, Free way tirate a lucido. Mai un dubbio, un’esitazione, o forse le fa comodo non vedere. Non si è mai chiesto che fine facessero tutti coloro che non arrivavano in cima come lei, dove finissero. No, mi sto lasciando prendere dal sentimento. Mi scusi, lei non può essere così, altrimenti non avrebbe dato un calcio a tutto quello che aveva per venire qui. Io non so dov’è Nicol, ma posso indicarle la persona che la può condurre da lei. Si chiama Milton, lo troverà al Paradise, se se la sente di attraversare i “Bastioni” ; perché è lì che dovrà cercarlo.”

     Era quello un luogo maledetto. Dylan ne aveva sentito parlare una o due volte e sempre a bassa voce, con timore. Una terra di nessuno, abbandonata a se stessa, popolata solo da spettri; così venivano chiamati i relitti umani, gli esclusi dalla città.

 “ Prenda questo bracciale, le potrà essere utile e vada, non ha più molto tempo se vuole trovarlo “.

“ Come farò per riconoscerlo ? “

“ Ci penserà lui, non si preoccupi e qui ci sono le indicazioni per non perdersi. Le memorizzi e poi le distrugga. Addio “.

     Dylan raccolse il foglio, si allacciò il bracciale di cuoio e con un senso di oppressione, a stento celato, lo salutò.

     Avanzava tra cumuli di detriti e macerie sparse ovunque; lampioni divelti insieme a vecchie insegne rugginose intralciavano la strada, solo a tratti ricoperta da quello che un tempo era stato asfalto. In lontananza, i bagliori degli incendi e degli spari arrossavano  il cammino. Intorno, grattacieli sventrati e anneriti dal fuoco si stendevano come nere lapidi gigantesche per chilometri all’orizzonte.

     Un mondo spettrale gli veniva incontro con le sue vestigia fumanti e i suoi esseri perduti, larve di un’umanità agonizzante, vaganti tra mucchi di rifiuti contesi selvaggiamente per quel poco che ancora riuscivano a offrire. Se esisteva un inferno non poteva che essere quello. L’orrore gli era davanti e più si inoltrava in esso, più forte era il senso di vuoto e di morte che gli cresceva dentro. A volte, in quei  lunghi giorni, pensava che fosse solo un incubo, un terribile sogno da cui presto ne sarebbe venuto fuori, ma ogni segno al suo passaggio lo smentiva miseramente. Sprofondava sempre più nel cuore della tenebra nel quale era avviluppato il mondo e non vedeva via d’uscita, ma solo orrore. Dov’era Nicol, l’ultimo filo di speranza a cui aggrapparsi prima di cedere, di scomparire in quel gorgo maledetto che lo stava risucchiando? Ora più che mai ne aveva un estremo bisogno, una necessità disperata.

     I traccianti illuminavano il cielo a giorno. Sentiva il ronzio delle pale dei loro rotori volteggiare nell’aria; poi  li vide calare giù, come neri avvoltoi. L’odore acre della benzina gli toglieva il respiro, era napalm, che si levava alto in dense colonne di fuoco come un moderno angelo dell’apocalisse.

     Trovò riparo sotto un cumulo di macerie, ma coloro che erano rimasti all’aperto non avevano avuto scampo, ardevano come  torce umane. Quando ritornò il silenzio, riemerse, crateri fumanti erano sparsi dappertutto. Si rialzò, ma qualcosa lo tratteneva, si sentì trascinare verso il basso. Poi, più nulla. Un frastuono lontano fu la prima cosa che percepì, riprendendo conoscenza. Era steso al suolo, legato per le mani e completamente al buio. Un rumore di passi, poi, qualcuno che lo tirava su e lo trascinava a forza per un lungo corridoio al termine del quale vedeva una luce abbagliante. Era finito in una specie di arena tumultuante di visi, corpi appena ricoperti da brandelli di vestiti o solo da tatuaggi cruenti. Un tempo doveva essere stato un locale notturno, forse una discoteca ; se ne vedevano ancora i resti ammuffiti e una vecchia insegna al neon troppo lontana per  essere riconosciuta.

“ Facciamolo a pezzi, non è uno dei nostri. Deve essere un infiltrato. “

“ Si, divertiamoci un po’ con lui. Diamogli benzina, come fanno con noi! “

     La folla urlava, agitandosi convulsamente in quell’atmosfera satura di fumo e di musica digitata ad alto volume. Era sprofondato nel cuore dell’abisso e assisteva ai suoi riti macabri. Doveva finire così la sua pazza avventura? Fatto a pezzi da quegli esseri che avevano seppellito ogni tratto di umanità?  Vittima inconsapevole dell’orrore che aveva trasformato il mondo in un inferno? Ormai ne era disperatamente certo. Come era lontana la sua Nicol con i suoi occhi verdi, nascosti dai lunghi capelli biondi.

     Lo trascinarono al centro dell’arena. Sentiva le loro urla, i clamori. Alzò lo sguardo verso l’alto, istintivamente, per non vederli e i suoi occhi incrociarono l’insegna luminosa del Paradise, che pendeva dal soffitto. Alla fine l’aveva trovato. Non era come se l’era immaginato, ma non gli importava più nulla, tutto stava per finire. Una lama tranciò di netto gli stracci che lo tenevano legato, poi una voce, più forte delle altre, che gridava :

“ Quest’uomo mi appartiene, fate largo ! “

     Il vociare assordante cessò. Raccolti in uno spettrale silenzio, un mare di occhi  era su di loro. L’uomo, in un lungo impermeabile nero, si faceva strada con larghi gesti delle mani, calmo, sicuro di sé. Quando furono fuori, si presentò.

“ Mi chiamo Milton. L’ha mandata Zen, l’ho riconosciuta dal bracciale. Venga, abbiamo poco tempo, se vuole raggiungere la Zona”.

“ Molto distante? “ chiese Dylan, riprendendosi a fatica dallo stupore e dalle emozioni.

“ Abbastanza, ma la raggiungeremo agevolmente. Ho qui una jeep e in un paio d’ore saremo sul posto. Ora andiamo, prima che gli elicotteri delle Squadre speciali ci scoprano“.

     Si erano lasciati alle spalle le alte colonne di fumo che annerivano il cielo. Da tempo non s’incontravano più ruderi; la Zona doveva essere ormai vicinissima.

“ Ci siamo, - disse Milton, interrompendo il silenzio che gravava sui due.- Quella che vede stendersi laggiù è la Zona ”.

“ Zen è stato evasivo, parlandomene. Cos’è veramente? “

“ Difficile a dirsi. Un tempo vi scaricavano ogni sorta di rifiuti, poi qualcosa accadde, alle terribili contaminazioni seguì una mutazione. Da allora  la Zona è stata dichiarata  “off limits “ e costituisce una barriera invalicabile per tutti quei disperati che vorrebbero fuggire dall’inferno dei Bastioni. Ma non c’è scampo lì. Solo una morte più lenta e disumana ”.

“ E allora, a cosa è servito tutto questo se non esiste alcuna speranza? “ ribatté Dylan, pallido in volto.

“ Non sei venuto qui solo per Nicol o l’hai già dimenticata?” gli rispose calmo Milton, guardandolo negli occhi.

“ Si, ma ora comprendo le parole di Zen quando alludeva a Nicol e a un luogo dove nessuno poteva più farle del male. Egli si riferiva alla Zona, da cui non c’è scampo.“

“ No amico, una possibilità rimane. Esiste uno stretto sentiero non contaminato che l’attraversa, una specie di via invisibile, che si rivela solo ad alcuni, e io sono uno di questi. Passeremo di lì e tu rivedrai Nicol. Ora andiamo. Altri sono interessati al segreto. Pensa se cadesse nelle mani delle Autorità. Sarebbe la nostra fine e non ci sarebbe davvero più speranza ”. 

     Entrarono nella Zona, una landa desolata in un pallore grigiastro. Dylan camminava nell’ombra di Milton, facendo attenzione a non uscire mai dai suoi passi. Non riusciva più a rendersi conto del tempo che scorreva, gli sembrava un’eternità, prigioniero in quel  mondo sospeso tra la notte e il giorno; poi la voce di Milton lo ridestò da quella specie di incubo.

“ Siamo arrivati alla fine, qui termina la Zona. Sei libero “.

“ Cosa troverò al di là ? “

“ La tua Nicol “.

“ E poi ? “

“ Un mondo nuovo o forse un’altra città. Va’, è solo un sogno, amico, è solo il tuo sogno.”                                             

     Dell’antica cattedrale si levavano imponenti solo i bianchi muri di cinta. Così la vide Dylan nel chiarore del mattino, mentre scendeva lungo il dolce pendio della collina.                                                                                                                 Una figura di donna si staccò dal portale, muovendogli incontro. Era Nicol. Meraviglioso non dire niente, guardarsi e basta.

 

25.7- 5.8.1997

Franco D’Arco

C’era qualcosa in lei che mi rendeva felice

 

     C’era qualcosa in lei che mi rendeva felice. Aveva gli occhi dolci, scintillanti, come quelli di cui si legge nei libri e un modo di parlare evitando il mio sguardo, che mi prendeva moltissimo. Sorrise. In quell’attimo rividi tutta la mia vita perduta e ritrovata, come una piccola goccia di mare che si posa sulla mia mano dolcemente. Mi avvicinai. Sapevo che ora avrebbe evitato il mio sguardo, anche se segretamente l’avrebbe cercato e la salutai nel modo che più le piaceva, poi la presi per mano e ci avviammo.

     Il giorno era luminoso, intenso come quel bellissimo mese di marzo. La gente, il traffico della grande città, ci scorreva intorno, ma noi ignoravamo tutto, seguivamo solo la trama delle nostre parole, dei nostri gesti e ci lasciavamo andare, cullati dalla fresca brezza che si levava dal mare.

     L’avevo incontrata alcuni mesi prima ad una festa di amici, la solita serata dove era d’obbligo divertirsi. Ricordo che fino a quel momento avevo concentrato la mia attenzione sulle etichette delle birre e sulla musica un po’ sciocca e ripetitiva che riempiva la serata. Mi stavo annoiando e meditavo di andarmene, inventando una scusa plausibile per il vecchio Alex. Poi arrivò lei in compagnia di un tale in maglietta viola, che aveva tutta l’aria di essere uno di quelli che credono di sapere tutto e te lo fanno pesare. La notai subito. Il suo viso leggermente lentigginoso, le infondeva una strana luminosità, che metteva in risalto i suoi begli occhi scuri. Cambiai idea e mi avvicinai.

     Anche lei si sentiva un po’ spaesata in quell’ambiente dove tutti conoscono tutti e nessuno e si lasciò attrarre dal mio modo di parlare, che la portava via da lì. Ce ne uscimmo, andando a spasso in quella insolita calda notte d’inverno. Scorrazzavamo felici, incuranti dell’ora tarda per le strade quasi deserte, rischiarate solo dalle insegne luminose dei locali e da qualche raro lampione.

     L’avevo incontrata da così poco tempo e mi sembrava di conoscerla da sempre. Strano, forse era la complicità della notte, che rendeva magica ogni cosa o io, che avevo bisogno di crederlo, non lo so, comunque lei era bellissima. Mi camminava accanto, appoggiata al mio braccio e ogni tanto mi guardava furtivamente per non farsene accorgere. Sentivo i suoi pensieri, la sua morbida pelle su di me e avrei voluto che quella notte non finisse mai.

     Ma i sogni durano lo spazio di un istante e io lo sapevo bene, presto avrei pagato quegli attimi di felicità, eppure in quel momento e nei giorni che seguirono, mi lasciai andare alle nuove emozioni. Ancora una volta mi era capitato qualcosa di bello e avrei fatto di tutto per non perderlo.

 

Marzo 1998

Franco D’Arco

La lunga stagione

 

      Faceva freddo e un vento gelido batteva la strada. Guido si teneva lungo i muri per evitare i rari passanti, aveva fretta e voleva arrivare prima di restare intrappolato nella solita manifestazione; già ne sentiva in lontananza i rumori, ma qualcosa lo trattenne.

     Un gruppo di studenti gli passò accanto, quasi di corsa, dirigendosi verso il corteo. Arretrò leggermente e, in quell’istante, i suoi occhi incontrarono quelli di una ragazza, erano azzurri e sorridevano felici, la vide scivolare via in un bellissimo maglione colorato. Era andata, pensò, ma lei si voltò, cercandolo con lo sguardo e gli sorrise. Si staccò dal marciapiede, la raggiunse. I suoi capelli biondi le ricadevano in morbidi riccioli sulle spalle, illuminandole il viso delicato. “ Ciao ! “ gli disse con una voce dolce, appena percepibile in tutto quel frastuono e lo prese sottobraccio.

     Si chiamava Marina, era al primo anno di università, ma la loro conversazione presto prese altre direzioni. A Guido piaceva quella voce, quel visino pulito, il suo modo di guardare ancora in grado di sorprendersi e si lasciò condurre dal suo istinto senza pensare a niente. Poteva essere un incontro come altri in passato, era facile allora fare amicizie nei cortei; la sensazione di partecipare a qualcosa di importante annullava le distanze e tutti si sentivano più vicini. Ma quella volta non andò così. Marina era diversa, aveva qualcosa che la rendeva speciale agli occhi di Guido e lui non se la lasciò scappare.

     Da allora si videro quasi tutti i giorni, studio permettendo, e le sere andavano in giro o si incontravano con gli amici nei soliti locali affollati e pieni di musica. La grande città era così diversa di notte, sembrava davvero fatta solo per loro; niente odio, nessuna confusione, solo giovani come loro, che erano ancora in grado di trovare qualcosa di piacevole o di bello che li tenesse uniti.

     Marina abitava in un palazzo sul lungomare. Guido c’era stato diverse volte, fingendosi un suo compagno d’università. Il suo aspetto austero e borghese gli trasmetteva sempre una sottile sensazione di disagio ogni volta che varcava il suo portone e saliva le scale in marmo; poi tutto passava quando lei gli apriva la porta e lo faceva entrare. Com’era diversa la sua camera dal resto della casa grande e ricca; era ariosa e bianca, piena di luce, con le grandi ninfee di Monet alle pareti e il soffice tappeto colorato sul pavimento. Era lì che si sedevano ad ascoltare musica, a scherzare o a scambiarsi gesti da innamorati; poi lei inventava sempre una scusa per uscire e si ritrovavano nella via ancora un po’, prima dell’autobus che l’avrebbe riportato indietro.

     Due anni dopo, era una mattina di febbraio, rigida e piovosa. Guido correva come se non avesse peso e Bruno, un suo amico, stentava a stargli dietro. In lontananza si avvertivano ancora i clamori degli scontri, erano ormai quasi impercettibili, coperti dal rumore dei loro passi sul selciato, che li portavano via da quel gioco divenuto assurdo. Passavano di corsa senza guardare attorno, accanto a vetrine infrante e carcasse di auto rovesciate, con l’unica preoccupazione di esserne fuori al più presto. Il sogno sembrava proprio finito e nel modo peggiore.

     Guido gli era vicino, Bruno lo seguiva nei suoi agili movimenti e doveva essere contento che lui non avesse portato Marina. Certo, non sapeva come fosse riuscito a convincerla, ma l’importante era che lei non fosse lì in quel momento. Arrivarono al vecchio pub, sudati e stanchi, si infilarono dentro, scendendo rapidi le scale e, davanti ad una buona birra, iniziarono a parlare.

“ Come è andata ieri, cosa ti hanno proposto ? “ - disse Bruno, guardando Guido negli occhi. Sapeva che il partito lo cercava; aveva bisogno di giovani come lui, forse solo per creare l’illusione del cambiamento, e lasciare poi le cose come stavano, ma per Guido poteva essere un modo per tirarsi fuori da quella realtà precaria e senza futuro.                       

“ Lo puoi immaginare ? “

“ No, dimmelo tu ! “

“ Il cerchio si è chiuso: o fai come dicono loro e allora c’è spazio anche per te, oppure te ne vai. Pensa, ho da scegliere, in questo sono proprio bravi, solo che le loro proposte non m’interessano, dovrei rinunciare a troppe cose e recitare una parte nella quale non mi sono mai riconosciuto davvero.”

“ E così hai buttato via questa occasione, non ne avrai altre ! 

“ Non me ne importa, in qualche modo farò, quella non è vita per me e poi, non vedi che è tutto finito ! ”

“ Perché, allora, sei venuto alla manifestazione ? “

“ Lo dovevo ad un amico, altrimenti lui si sarebbe messo nei guai.“

“ E a momenti ci finivi tu ! Ti fa male il colpo ? “

“ Beh, lo sai che i poliziotti non scherzano, sanno dove colpire e credo che mi abbiano incrinato una costola, in questo sono proprio esperti. Parliamo d’altro, vuoi ? “

“ Marina lo sa ? ”

“ No, ci vediamo oggi nel pomeriggio e le dirò tutto. “

“ Capirà ? “

“ Non lo so, lo spero, è l’unica cosa vera e bella che ho e non vorrei perderla. Ora andiamo, altrimenti faccio tardi con lei. “

      Una brezza gelida di mare gli spettinava i capelli, doveva far freddo, ma lui sembrava non farci caso, seguiva il corso dei suoi pensieri e prestava poca attenzione alla gente, al traffico e a quel cielo grigio che prometteva solo pioggia. Varcò il portone e salì le bianche scale di marmo. Stavolta non aveva voglia di prendere l’ascensore, sarebbe arrivato troppo presto e, forse era proprio ciò che non voleva.

     Marina l’accolse come sempre, bella e sorridente, la sua morbida pelle e il suo profumo, che gli piacevano tanto, per un attimo gli fecero dimenticare il motivo per cui era lì, ma si riprese, le sfiorò le labbra con un bacio e poi si lasciò condurre al sicuro nella sua stanza.

“ Ci sono stati disordini ? Ho sentito la radio, parlava di incidenti con la polizia, ero preoccupata per te, perché non mi hai telefonato ? “ Lo guardava con un aria quasi di rimprovero, che le rendeva più splendenti e dolci gli occhi. Guido se ne accorse, si alzò, andò verso la grande vetrata e guardò il mare agitato, che batteva sugli scogli, poi si voltò verso di lei e, come per farsi scusare, sorridendo le rispose.

“ Il solito, per questo non volevo che tu venissi, però c’è qualcosa d’altro che devo dirti ed è meglio che lo faccia subito perché non so se dopo ci riesco. - Marina intanto lo seguiva con gli occhi, ora non splendevano più, erano soltanto tristi - Ho rifiutato, non me la sento di diventare come loro, un ingranaggio di un gioco solo più grande, preferisco starne fuori.”

“ E che ne sarà di noi, non ci hai pensato ? Poteva essere un modo per uscire da questa stanza, per avere un futuro, ma tu l’hai buttato via e vorresti che io ti seguissi. Non è possibile lo sai, sono abituata alle mie comodità, a questa mia vita sicura e protetta, non potrei mai rinunciarci e tu questo non puoi darmelo. Se accettassi, finiremmo per farci soltanto del male, lo so e io non...” Abbassò il viso, non voleva che la vedesse piangere, ma Guido lo sapeva e per ridurre la tensione, cambiò discorso.

“ Allora è deciso, quest’estate vai in America per il master ? “

“ Sai che i miei ci tengono e anch’io; poi l’anno prossimo è l’ultimo e penso proprio di continuare la specializzazione lì. E tu che farai ? “

“ Qui ho chiuso, me ne vado il più lontano possibile, forse a Venezia o a Trieste e cercherò di arrangiarmi. “

Le si avvicinò, le sollevò il mento dolcemente e aggiunse.

“ Doveva finire proprio così, un po’ come il sogno di questi nostri anni, ma almeno ci siamo incontrati ed è stato bello finché è durato. “

Con un dito le asciugò le lacrime e la guardò per l’ultima volta, poi si voltò, infilò il suo giubbotto e andò via.

     Ormai ne era fuori e questa consapevolezza era tutto ciò che rimaneva del suo passato. In quel momento voleva solo allontanarsi da lì.

     A Trieste spirava la bora, pioveva e faceva freddo, Guido vi era giunto in mattinata dopo una lunga notte in treno, prese una camera all’hotel Italia, un nome che non gli piaceva, posò le sue cose e uscì. L’attendeva un grigio lavoro burocratico, che l’avrebbe tenuto lì per diversi mesi. Quando finì, era stanco, però non voleva ritornare in albergo; e poi, doveva trovarsi un’altra camera, allora decise di puntare verso la bella piazza del municipio.

     Le eleganti vie del centro erano affollate di gente impegnata nello shopping. Forse era stata una cattiva idea venire lì, pensò; stava per tornare indietro, quando una birreria attirò la sua attenzione: prese posto in un angolo e si fece servire una Guinness.

     Guardava con occhi distratti l’ambiente, c’era un po’ di tutto: Italiani, stranieri e le loro conversazioni arrivavano a lui confuse, ne riusciva a cogliere solo qualche frammento. Poi al suo tavolo vennero a sedersi due ragazze, dovevano essere francesi, una veramente carina, aveva lunghi capelli castani, annodati dietro e la pelle leggermente abbronzata. Parlavano tra loro a bassa voce e ogni tanto lo osservavano, scambiandosi occhiatine sorridenti. Guido non capiva quasi nulla di quello che si dicevano, ma gli piaceva la loro voce e dal tono aveva avuto l’impressione che alle due non era completamente indifferente.

     Si fece avanti e chiese se gli sapevano indicare una buona pensione, disse che era appena arrivato in città e non conosceva nessuno. La ragazza carina lo guardò con attenzione, la sua voce doveva averla piacevolmente colpita, gli rispose che poteva venire alla loro, era un posticino tranquillo e si stava bene. Andarono avanti così per una mezz’ora, scherzando e parlando un po’ di tutto.

     Guido si sentiva finalmente contento, in tutti quegli anni aveva cercato sempre qualcosa di diverso, di speciale, senza mai trovarlo veramente e ora la vita, quella vera, glielo mostrava. Si alzarono e si diressero verso l’uscita.

 

9 - 11 aprile 1998

Franco D’Arco

Ai confini della notte

 

    L’aveva vista al Dams, una ragazza carina come tante, niente di speciale, eppure il suo sguardo triste e il volto silenzioso, un po’ sperduto tra quei corridoi antichi e imbrattati di scritte, non gli erano sfuggiti. Avrebbe voluto avvicinarla, parlarle, ma gli era mancata l’occasione o forse la volontà necessaria e si era lasciato trascinare via dalle sue vecchie e care abitudini. Il gruppo di amici non aspettava che lui e non poteva farli attendere.

     Era la stessa storia di ogni giorno, si fingeva allegramente di occupare il tempo studiando, in realtà ci si preparava per il grande evento, che li aspettava la sera, immancabilmente, tutte le volte.

     Si incontravano quasi sempre all’After Room, in pieno centro. All’interno una fauna durissima, abbigliamenti e volti di un punk tirato a lucido e un rock fortissimo; tutt’intorno scaffali pieni di bottiglie di birra come in certe osterie bolognesi e tanta gente che chiacchiera o che semplicemente beve senza scambiare una sola parola con chi ha di fronte. Era il posto ideale per scomparire o per combinare casini, a seconda di come buttava la serata; quella era la sua vita, non gli piaceva un gran che, ma non ci poteva fare niente. E poi, cambiare. E cosa ?

     A volte ci aveva pensato, sì, avrebbe voluto dare un taglio a quel girare a vuoto, ma poi gli era sempre mancata l’occasione o meglio, non l’aveva neppure cercata; già, bisogna sempre avere delle buone ragioni per cambiare e lui non ne aveva.

     Alcuni giorni dopo la incontrò ad un corso sul teatro d’avanguardia del Novecento e si fece avanti. Lei veniva da Milano, ma non aveva nulla del grigiore di quella città. Era ancora timida e riservata, come una ragazzina alle prime armi, però aveva un carattere deciso, tenace, che non si faceva piegare dalle difficoltà e ne aveva avute, tanto che aveva deciso di venire via da Milano e di iscriversi a Bologna, al Dams.

     Con lei le cose filarono bene per qualche mese, poi come al solito, quella mania di mandare all’aria ogni cosa, che non duri più di un attimo, rovinò tutto.

     L’aveva vista andare via, come un uccello ferito e non aveva detto una parola. Era stato uno stupido, lo sapeva, ma non ci poteva fare niente, era nella sua natura non dare eccessiva importanza alla sua vita. Ripiegò lentamente verso il centro, forse avrebbe incontrato qualche amico e avrebbe dimenticato in fretta i suoi occhi tristi, ma non era così e lo sapeva; era stato proprio uno stupido a lasciarla andare.

     Quella volta all’After Room non c’era proprio con la testa e la finta allegria degli amici non la reggeva più. Decise di rimorchiare qualcuna, ma neppure quell’idea lo tirò su. Era proprio fatto, pensò, e prima di fare qualche sciocchezza, preferì andar via.

     L’aria fredda della sera gli riempiva i polmoni, lentamente si sentiva ridestare alla vita. Si avviò lungo i portici di via Zamboni, dirigendosi verso l’Università. I suoi passi risuonavano sotto le volte in penombra, ma a un tratto una voce amica lo chiamò dal buio, poi il volto di Luca emerse lentamente nella luce di un fanale.

“ Come mai sei solo stasera e senza amici? Non è da te “.

“ Non mi andava di finire la serata strafatto, come al solito. “

“ Allora dimmi tutto, amico,  vedo che la cosa è seria, sei giunto al termine della corsa e non sai scendere, è così ? “

“ Non proprio, è che sto perdendo solo tempo e non capisco più cosa ci sto a fare qui ! “

“ Te ne vuoi andare, ma davvero ! Quando tutto è ancora intero, niente prezzi, niente bugie, niente schifo, è così ? “

“ No, non sono ancora a quel punto, forse non sono riusciti a togliermi proprio tutto, qualcosa mi è rimasto. “

“ Cosa ? “

“ Due occhi tristi e un volto dall’aria un po’ smarrita, nient’altro, ma credo che basti per iniziare.”

“ Sei proprio convinto ? Ho della buona roba, pulita, rapida, efficace e non riserva mai brutte sorprese. Credimi. “

“ Basta di essere sempre in guerra con tutto e tutti, è venuto il momento di smetterla !  Di vivere sul serio se ne sono capace. “

     Lo guardò per l’ultima volta. Ora i suoi occhi erano pieni di indifferenza, con un gesto della mano lo salutò e tornò indietro. Una corsa alla stazione, ma Il treno era già partito e lei non c’era più. Troppo tardi, pensò, mentre qualcosa dentro stava franando: era il suo passato, il suo vecchio mondo, che scompariva senza lasciare tracce, la sua esistenza che esplodeva nel vuoto e lui si ritrovava solo su quella banchina della stazione di Bologna.

     Che fare ? Si guardò nelle tasche, come se cercasse la sua anima perduta da qualche parte, poi saltò sul primo intercity per Milano. Era andato e anche se non sapeva dove cercarla, l’avrebbe trovata lo stesso, ora ne era sicuro.

     Il tramonto si spegneva lentamente in quell’atmosfera lattiginosa densa di smog, che avvolgeva Milano. Era lì da un bel po’ e le prime ombre della sera calavano già, quando la vide arrivare all’inizio del viale. Si staccò dal muro e le andò incontro. Non l’aveva visto, guardava distratta la strada e se lo trovò davanti all’improvviso. La guardò come mai aveva fatto con nessuno e le disse :

“ Sono stato uno stupido a lasciarti andare, a non capire, e forse è tardi per ricominciare, ma almeno voglio che tu non mi ricordi così. “

     Lei lo guardò con i suoi occhi tristi, intensi, gli sfiorò i capelli con la mano, poi un sorriso le illuminò il viso e gli rispose :

 “ Lo siamo un po’ tutti, crediamo di sapere cosa vogliamo e invece ci facciamo soltanto del male perché è così difficile non sciupare quel po’ di bene che ci capita. “ Lo prese dolcemente per mano e si avviarono nella sera.

 

25 - 28 aprile 1998

Franco D’Arco

 

Fughe

   

     Una notte insonne, una lunga corsa in moto, per vedere le prime luci dell’alba e assaporare l’aria fresca del mare, Red ne aveva proprio bisogno. Seguiva con lo sguardo il volo dei gabbiani sulle onde e cercava di non pensare a Chiara, ai suoi silenzi, e a come stavano precipitando le cose tra loro.

     Non aveva fatto nulla per incoraggiare Sara, ma lei si stava innamorando di lui, lo sentiva da come lo guardava, da come l’ascoltava e non poteva farci niente, era successo.

     La sera Andrea l’aspettava al concerto, un po’ come la prima volta, alcuni mesi prima, quando tutto girava nel verso giusto. Ricordava ancora perfettamente come era andata : lui se ne stava in disparte, gli sembrava di essere fuori luogo in quell’ambiente, ma Andrea aveva insistito e non se l’era sentita di dirgli di no.

     Portava i capelli un po’ più lunghi del normale e vestiva di nero, come una rockstar del passato, però non aveva niente di speciale in apparenza, tranne un certo modo di fare e di parlare, che attirava, per questo preferiva rimanersene appartato, sperando che tutto finisse al più presto.

     Ma non andò così, Andrea ci teneva a presentarlo ai suoi amici e loro, evidentemente, ne avevano già sentito parlare e chissà quali idee si erano fatte su di lui. Poi, una ragazza dai grandi occhi vellutati attirò la sua attenzione, cercò di non guardarla, ma se la trovò accanto.

     Si chiamava Sara, era un’amica di Alessia, la ragazza di Andrea, non conosceva nessuno in città e si sentiva sola, così lontana dal suo ragazzo, che viveva a Londra e dalla sua famiglia. Aveva accettato l’invito dell’amica per trascorrere una serata in compagnia e dimenticare quel velo di tristezza, che le luccicava nello sguardo.

     Lui l’aveva notato subito e, forse, era questo che gli era piaciuto in lei. Le parlava con dolcezza, come se la conoscesse da tempo, sapeva che era ciò che desiderava di più : qualcuno con cui parlare, che riusciva a capire i suoi problemi e a portarla via dai suoi timori e dalla sua solitudine.

     Da quella sera si videro spesso e ogni volta che incrociava il suo sguardo o che ascoltava la sua voce, dimenticava le incomprensioni e le difficoltà che aveva con Chiara.

     Poi arrivò il giorno in cui le cose incominciarono a precipitare. Alessia venne da lui, piangeva e gli raccontò di Andrea. Red l’ascoltava in silenzio, andando con la memoria agli ultimi mesi quando il gruppo aveva iniziato a sfasciarsi, le distanze tra loro erano cresciute al punto da diventare insormontabili e ognuno aveva cercato, alla fine, una propria via di fuga.

     Ora doveva pensare a lei e a tirare fuori dai guai l’amico. Andrea aveva preso molto da lui, ma troppo in fretta, poi le amicizie andate in malora e le difficoltà con Alessia, con lei sempre alla ricerca di sicurezze e lui che aspirava a qualcosa di più, avevano rovinato tutto. Red le si avvicinò, le prese il viso tra le mani e le disse di non preoccuparsi.

     Era scesa la notte, faceva freddo, Alfredo gli aveva detto dove trovare Vanni e lui non l’avrebbe mancato, lo vide svoltare l’angolo di via Zaccaria, si staccò dal porticato che lo nascondeva e gli mosse incontro.

 “ Dove vi vedete stasera ? “

“ Stanne fuori, non ti immischiare ! “

“ Questa volta no ! A te interessano solo i soldi, a me Andrea, possiamo metterci d’accordo, quella partita te la pago io, nessuno saprà niente e tu potrai tornare ai tuoi sporchi affari. “

“ Potrei non accettare, che ne dici ? Mi tengo tutto, così la finisci di rompere con quell’aria di superiorità. Non te ne approfittare, io ti conosco, anche meglio dei tuoi cari amici ingenui e sprovveduti. “

“ Allora, se mi conosci, sai da quale notte profonda vengo e ti conviene accettare uno scambio equo, è un affare e tu non te li lasci scappare, vero ? “

“ Va bene, dammi i soldi e prenditi quello che vuoi. “

     Red afferrò il foglio, lesse rapidamente alla luce di un fanale l’indirizzo e si diresse verso la moto parcheggiata in una viuzza laterale. Sapeva che c’era pochissimo tempo prima dell’arrivo dei caramba, sempre così prevedibili. Si diresse verso le colline, la strada era tortuosa e buia, ma lui aveva fretta, trovò il viottolo sterrato, vi si infilò e in uno slargo, dietro una macchia di lecci, vide la radura con il capannone, la festa rave era in pieno svolgimento, ne percepiva i suoni. Fermò la moto e si diresse verso la musica. 

     Era difficile individuare Andrea tra quella massa di giovani strafatti, che ballavano fino ad ammazzarsi e si tiravano su impasticcandosi di continuo, ma i suoi capelli lunghi e biondi per un attimo spuntarono tra la massa di teste, l’afferrò per le spalle e lo trascinò fuori dalla mischia. Andrea lo guardò con due occhi sbarrati, lui gli appoggiò la mano sul petto, come per rassicurarlo e lo trascinò via.

     Per strada incrociò le auto dei carabinieri, che si dirigevano verso la radura, aveva fatto appena in tempo. Quando Andrea si riprese, molte ore dopo a casa sua, Red era lì.

“ Alessia è stata da me ieri, piangeva. Ti ama, come hai potuto sciupare così ogni cosa ? “

“ Dovresti saperlo, quando tutto incomincia a girare storto, viene solo voglia di farsi del male, di distruggere quel po’ di bello e di buono che si ha intorno e farla finita al più presto”.

“ Lo so, conosco fin troppo bene la situazione, comunque ho messo a posto ogni cosa e tu ne esci pulito, immacolato, come se fosse la prima volta. Ma è la tua ultima occasione, non sciuparla, il resto ha poca importanza, credimi. “

     I primi raggi del sole spuntavano all’orizzonte, illuminavano il mare, lì guardò ancora per un istante, poi avviò la moto e si diresse verso Bologna. Pensava a Chiara, l’unico frammento di esistenza intatta, che gli rimaneva e al suo amore consumato in silenzio, che lo rendeva così infelice, ma non poteva vederla soffrire e lo sapeva.

     In città, Sara lo attendeva nel solito locale, era triste. Gli disse che aveva vinto la borsa di studio e che sarebbe partita nel pomeriggio per l’Inghilterra, ma non ne era più contenta e lo si vedeva.

“ Era quello che volevi, così hai risolto i tuoi problemi, qui non ti sei mai trovata bene. “

     Non avrebbe mai voluto dire quelle cose, ma non aveva scelta e si sentiva maledettamente a pezzi. Lei abbassò gli occhi, erano pieni di lacrime, allora Red la prese dolcemente per mano e uscirono ; non voleva che lo ricordasse così..

     La via Emilia era deserta a quell’ora, la moto sfrecciava sull’asfalto, rabbiosa, sembrava un animale ferito, braccato, poi una luce abbagliante nel buio, un volo di alcuni metri e tutto ritornò nella notte fredda e immobile.

 

1 - 5 maggio 1998

Franco D’Arco

Nicol

 

     Si sentiva sola quella sera, la sua vita le appariva un disastro, aveva immaginato grandi cose o forse glielo avevano fatto solo credere e ora si trovava a fare i conti con la realtà e non avrebbe mai voluto risvegliarsi da quel sogno. I suoi occhi scuri luccicavano di lacrime, le guardava scivolare, disperata, un pezzo della sua vita se ne andava e lei si ritrovava più sola.  Ancora un giorno, ancora un mese, ancora un anno, così chissà per quanto, credeva proprio di non farcela più. Si buttò sul letto, piangeva, non sapeva cos’altro fare.

     A scuola, la solita tetra aria di tribunale e i compagni che non erano amici, il cerchio le sembrava proprio chiuso, si sentiva senza scampo, inutile, come le speranze che aveva avuto da bambina.

     Quella mattina era arrivata in ritardo e entrando in fretta, non si accorse di nulla e si andò a sedere al suo banco. Aveva la verifica di latino, un brano di Cicerone particolarmente difficile, guardava il foglio davanti a sé e si sentiva perduta, ma una mano le sfiorò il braccio e una voce sconosciuta le corresse gli errori; alzò gli occhi e lo vide, era un ragazzo nuovo, lui le sorrise e continuò a tradurre per due. Quando ebbe terminato, controllò con discrezione che tutto fosse a posto, poi aspettò che lei consegnasse il compito e con calma attese la fine dell’ora, non aveva fretta.

     Durante l’intervallo le si avvicinò, il suo aspetto non aveva nulla di speciale, vestiva in modo ordinario senza particolare ricercatezza, era evidente che non ci teneva  più di tanto, portava solo i capelli un po’ lunghi e un giubbotto calato sulle spalle ma aveva modi gentili, in contrasto con l’insieme della sua figura, che sorprendevano piacevolmente proprio perché inaspettati.

     Si chiamava Martino, da poco si era trasferito a Bologna e veniva da Milano. La guardava con interesse mentre le parlava e non si preoccupava affatto, o almeno non lo dava a vedere, se lei gli rispondeva a monosillabi; le sorrideva e si teneva a una certa distanza. Aveva capito che la metteva a disagio, se le fosse stato troppo vicino, ma prima che finisse l’intervallo quella distanza si era già ridotta. 

     L’arrivo di Martino incominciò a cambiare il clima della classe, le ragazze più carine erano attratte da quel suo modo strano di fare e le sue battute sempre pronte tagliavano l’aria come i suoi silenzi. Non era un tipo da passare inosservato, perfino i ragazzi più bravi, quelli con la spocchia sotto il naso, ne sentivano il fascino perché era imprevedibile e riusciva sempre a sorprenderli. Cercarono di cooptarlo nel loro giro, ma lui con stile se ne tenne in disparte e preferì stare fuori da ogni gruppo.

     Nicol era l’unica, però, con cui lui avesse legato veramente, forse perché la mattina del compito di latino l’aveva vista in difficoltà e triste o per quei suoi occhi grandi e scuri.  Da allora si frequentarono sempre più spesso.

     In compagnia di Martino, lei si sentiva sicura e aveva imparato a fidarsi di lui. Le sembrava di essere entrata in un mondo nuovo senza più delusioni o inganni, ma rimaneva una zona d’ombra, una sottile inquietudine, che a volte la bloccava e non le permetteva di esprimere ciò che provava per lui; le appariva troppo diverso dagli altri ragazzi a cui era abituata e non riusciva a seguirlo come avrebbe voluto, però le piaceva. Insieme a lui si sentiva ancora una volta importante per qualcuno e riusciva a provare emozioni vere, sentimenti autentici, al riparo da ogni ricatto.

     I pomeriggi li trascorrevano studiando le solite lezioni, ma con lui era diverso, riusciva sempre a trovare il lato comico o ridicolo della faccenda e non ci si annoiava quasi mai e poi, quando il lavoro era proprio pesante o lei era stanca, si dava da fare e cercava di finire al più presto, così avevano tempo per rilassarsi come a loro piaceva, scherzando e ascoltando musica. 

     Le sere, invece, quando lei poteva, se ne andavano in giro per la città, che lui conosceva perfettamente perché in passato c’era stato a lungo con un amico. Martino le faceva scoprire una Bologna diversa da quella che lei aveva sempre immaginato e vissuto : i localini pieni di vita del centro storico, frequentati da studenti o da giovani punk dove era facile fare amicizia e che a lei piacevano tanto, oppure quelle discoteche dove si poteva passare il sabato sera senza doversi per forza perdere o annullare.

     A casa di Martino non c’era mai stata e quella sera si sentiva un po’ a disagio, ma era curiosa di vederla, di conoscere l’ambiente dove lui viveva e di scoprire la sua camera. Si era fatta un’idea precisa di quella stanza e doveva essere proprio come lui, ci sperava tanto, ma temeva di restarne delusa. 

     Le ultime luci del tramonto illuminavano ancora gli stretti vialetti alberati di San Mamolo, quando loro vi giunsero. La casa era grande e luminosa, circondata da un ampio giardino ben curato, l’interno era arredato con gusto moderno e raffinato, Martino la portò nella sua camera. Era come se l’era immaginata: alle pareti alcuni poster di gruppi rock, che lei non conosceva, un stereo in un angolo e su un mobile basso una fotografia. Nicol, incuriosita, la prese tra le mani.

“ Tuo padre ? “ - gli chiese.

“ No, un amico. “ - la guardò per un attimo, era cambiato, era evidente che non ne voleva parlare, ma poi aggiunse :

“ Vedi, quello che sono lo devo a lui. Mio padre è sempre in giro per lavoro e mia madre, poi, ha le sue amiche; è meglio non parlarne, loro mi vogliono bene, ma questo non basta, lo sai anche tu, ci vuole qualcuno accanto quando ne hai bisogno e i miei sono sempre indaffarati con le loro vite o non capiscono nulla. Beh, lui era diverso, non c’era bisogno neppure di parlare tra di noi e mi ha aperto gli occhi su molte cose.”

“ Perché ne parli al passato come se lui non ci fosse più ? “

Martino arretrò di qualche passo, voleva sottrarsi a quella domanda, ma non lo fece.

“ Una notte ebbe un incidente con la moto sulla via Emilia, una distrazione o una maledetta fatalità perché lui non era proprio il tipo di andarsene in quel modo. “Chi conosce la vita, diceva, non la butta via, la vive con intensità e questo basta per tutte le volte che si può essere scontenti e infelici. ” Ma ora parliamo d’altro, vuoi ?

     Le si avvicinò, aveva di nuovo il suo sguardo sicuro, gli era passata. Le sfiorò la spalla, la sentì irrigidirsi. Nicol strinse leggermente gli occhi, mentre un velo di tristezza glieli oscurava, ma non si sottrasse, rimase immobile, perduta nella sua solitudine. Martino se ne accorse, non era più il tipo, le accarezzò dolcemente i morbidi capelli e le disse :

“ Solo quando tu vorrai, mia cara. Accadrà, vero ? “

“ Sì. “ - rispose lei con un lungo e intenso bacio. Ora avevano tanto tempo, tutto il tempo che volevano. 

 

12 - 14 maggio 1998

Franco D’Arco

Fuori dal Cerchio

 

     Erano quelli gli anni dello squasso prima della laurea e della vita sicura e ordinata ed allora ebbe inizio questa sgorbia storia. A dire il vero, non so bene come tutto cominciò, forse per caso o qualcosa del genere. Io ero più che un pinolo, un ragazzetto di quasi diciassette anni e andavo per il creativo e l’arrabbiato, ma non me ne importava gran che. Tutto sembrava girarmi storto … Sapete com’è a quell’età. Avevo un gruppo di amici, beh erano più sfigati di me, ma non ci facevo caso. Poi, in una grigia mattina d’autunno, con la scuola di sempre e tutto il resto, una strana sensazione di sorpresa o di impotenza e, in un momento, io e i miei amici vedemmo con occhi nuovi il mondo, la luce si era spenta e noi ne eravamo rimasti fuori al buio. Cosa rimaneva dei sogni, delle speranze? Proprio nulla, briciole di un passato evanescente, che non valeva neppure la pena dimenticare. Giunti al termine, eravamo scesi. Sì, ne eravamo inconsapevolmente scesi. Allora battemmo le vie percorse dagli altri, ma non ne ricavammo che magre delusioni e polvere negli occhi e nel cervello.

     Sì, avevamo conosciuto nuovi stili, nuove mode; o meglio, roba vecchia al supermarket della ribellione consentita : musiche, comportamenti, gesti, parole caricate e fuori luogo, idee e atteggiamenti, ma nulla che contasse veramente, che facesse fare un passo avanti e definitivo, nulla! Eravamo proprio a terra e incominciammo a rendercene conto. Si, ci eravamo imbottiti la testa con quelle cose, sperando sempre di trovare la soluzione più avanti, nella prossima canzone, nel verso successivo, ma niente, tutto rimandato, in ciò che era diventato un gioco assurdo, dove noi eravamo le prede di una caccia senza fine.

     Prima avevamo qualcuno, poi più nessuno, nessuno che ci dicesse cosa fare e perché. Tutto quello che sapevamo l’avevamo scoperto da soli, facendo a pezzi quello che più amavamo. Ci sentivamo soli, sperduti e profondamente delusi, non era questo che ci aspettavamo, non era questo che ci avevano promesso, ma del passato non rimaneva che un misto di nostalgia e di rancore, nient’altro.

     Ci guardammo attorno e, tra l’indifferenza diffusa, vedemmo qualcuno che era nelle nostre stesse condizioni. Lo chiamavano l’Assiro, aveva qualche anno più di noi e l’aria da vecchio drugo, che la sapeva lunga. Ci guardammo negli occhi per un attimo, furtivamente, come per assicurarci che esistessimo ancora e non fosse tutto un sogno, ma era vero, come quella fuga, che sembrava non avere mai fine. Decidemmo di fare gruppo insieme e di ricominciare tutto daccapo.

     Nei giorni successivi correvamo senza sapere dove, fuggivamo da quel mondo che ci aveva esclusi, braccati, strappati alla vita, ma non volevamo darci per vinti, prima che fosse troppo tardi.

     Poi giunse l’ultimo concerto di quell’anno. Vista dal fianco della collina, la folla era come un mare in burrasca, e della burrasca potevi riconoscere le due anime: una musicale che s’infrangeva contro il palco dei Marlene, mentre l’altra, dimentica della propria natura d’uragano, lambiva il gazebo dei videojajs con gridolini e altre isterie giovanili. Lanciai un ultimo sguardo a quella burrasca, che sarebbe andata avanti senza di noi e mi incamminai con gli altri su per la collina.

     Era la sera dei fantasmi quella, te li sentivi addosso e li vedevi perfino animarsi nelle nuvole chiare di fumo. L’Assiro parlava e noi l’ascoltavamo, ma la sua voce ci giungeva da sempre più lontano. Mi sembrava di essermi perduto, forse era il fumo o le troppe birre, però ricordo che uno del gruppo se ne venne fuori con una frase che gelò l’aria; se la stava prendendo con l’Assiro, probabilmente era solo stanco, chissà. Lui ci guardò, sorpreso, non se l’aspettava. Avrebbe voluto che intervenissimo noi a risolvere la faccenda nell’unico modo giusto, ma nessuno si mosse, anzi prendemmo le distanze      da lui.

     All’Assiro basta un niente per capire che aria tira e quella per lui era una brutta aria. Mi lanciò uno sguardo, ma io avevo gli occhi bassi, allora si avvicinò e mi disse:

“Andiamo a fare un giro, Vuoi? Qui mi sembra che non abbia più niente da fare”. Lo seguii giù per i tornanti della collina e rientrammo in città.

     L’impalcatura dei ponteggi rivestiva integralmente le due torri. Quante volte c’eravamo inerpicati fin lassù. Avevo sempre avuto paura di cadere, di non farcela, ma la presenza dell’Assiro mi aveva sempre dato fiducia. Lui apriva il cammino, conduceva la scalata e sapeva dove mettere i piedi. Ogni qualvolta che esitavo o stavo per cedere, la sua mano mi tirava su e un altro passo era fatto.

     La vista della città da lassù era incredibile. Da lì, non ti potevi sbagliare, vedevi tutto, non c’erano più muri davanti a te. Era questo che voleva farci vedere l’Assiro, portandoci così in alto, al di là dei limiti e delle barriere.

     Quella notte, però, avevo paura. Non di salire o di cadere, no! Ma di ben altro. Ero stato con Chiara, la sua ragazza e lei, non era più quella ragazzina alla Battisti, che conoscevo una volta, quando avevo persino creduto di poter guarire. Era cresciuta e non pareva proprio più quel genere di ragazza che appena smette di parlare, finalmente capisci quanto hai bisogno d’aiuto. Sapevo che avevo tolto all’Assiro quello a cui teneva di più e ora avevo paura. Poteva farmi a pezzi come e quando voleva, era il più forte, non avevo scampo e lo sapevo.

     La città dall’alto mi appariva spettrale, con le sue luci, che si fondevano con la linea bruna dell’orizzonte. Mi sentivo depresso e arrabbiato, era proprio una brutta situazione.

“La città è la mia compagna, io guido per le sue strade, lei guarda le mie azioni e mi bacia con il vento” La ricordi? Erano i versi di una canzone che cantavi quando andavi da lei. Bei tempi quelli”!

     Sì, che la ricordavo, mi accompagnava tutte le volte che volavo da Chiara o come allora si chiamava. Lui, quindi, lo sapeva. Era giunto il momento!

“L’hai vista? È per questo che stasera ti sei schierato con gli altri?

Credevo che quello che facevamo, andasse bene a tutti, che meritasse la pena di essere difeso e invece no, valeva solo per me, nessuno se l’è sentita, neppure tu, è così, vero?”

     Non sapevo cosa rispondere, non ci avevo pensato, forse non me ne ero neppure accorto che la questione si era fatta così importante per questo; era lui, il vecchio rude boy.

     Mi fissava e sapeva già quale fosse stata la mia risposta, la conosceva sin dall’inizio. Un lampo attraversò i suoi occhi tristi, poi aggiunse:

“Gli amici sono come le pesche, si gustano quando sono mature, poi si getta via il nocciolo. Questo è accaduto a noi, amico. È giunto il momento di andare via da questa città, non è più la mia compagna, lei non mi bacia più con il vento e io cosa ci sto a fare qui”.

     Allora, passandomi un braccio sulle spalle e guardandomi con gli occhi lucidi per il gelo della notte, aggiunse:

“Credevi davvero che te l’avessi fatta pagare? Beh, un po’ di paura l’avevi? Vuol dire che, nonostante tutto, ancora non mi conosci. Andiamo, abbiamo ancora tempo, la notte non è ancora finita.

 

1 novembre 1998

Franco D’Arco

 

 

La vita più strana che abbia mai conosciuto

 

     Era una sera chiara e luminosa, l’orizzonte sfilava senza ombre davanti ai suoi occhi e come in un film, rivedeva il proprio passato, i volti degli amici, i luoghi, un tempo cari e dimenticati, ma quella, non era più la sua vita, finalmente n’era fuori e respirava l’aria fresca della notte. Quante volte si era ritrovata per strada, cercando una via di fuga dal proprio sogno buio e ora che n’era uscita, era contenta, soddisfatta. La vita incominciava a girare anche per lei, non l’aveva dimenticata e, questo, le dava una gran forza, che prima non credeva di avere. 

     Gli amici l’aspettavano, non avrebbero mai cominciato la festa senza di lei, ciò la inorgogliva, le restituiva un senso d’importanza da tempo non più provato e poi, c’era lui, un tipo sveglio e allegro, che sapeva stare al gioco e a lei piaceva, nella sua prevedibilità senza complicazioni o sorprese.

     Sì, era proprio contenta e non avvertiva neppure il freddo della sera. Camminava lungo i viali alberati del centro, illuminati dalle vetrine dei negozi eleganti, quando ad un tratto, alle sue spalle, sentì una frenata brusca, un rumore di pneumatici e un’auto arrestarsi, si girò e vide venirle incontro qualcuno, dai tratti insolitamente familiari, ma non riusciva a ricordare dove l’avesse visto, lo guardò negli occhi e notò stupore e sorpresa.

“Nicole, ma sei proprio tu !  Strano modo di rivederci dopo tutto questo tempo. “

     Lei lo guardava con intensità, le ombre della sera gli nascondevano il volto, cercava di cogliere un particolare, che le permettesse di ricordare chi fosse, dove l’avesse conosciuto, ma niente, eppure qualcosa di sfuggente affiorava, era come una sensazione, un’emozione strana, una voce che veniva dal passato, mai dimenticata del tutto.

“Non ricordi ? “ Un tempo ci vedevamo spesso, poi non so cosa è successo, ci siamo persi di vista, si vede che hai cambiato vita e non frequenti più i giri di una volta.”

     Ora sì che ricordava: i tempi della scuola, le serate con gli amici, gli scherzi e le litigate mai serie, che si avevano allora e lui, quel ragazzo un po’ strano, che un tempo le piaceva avere accanto.         

“Martino, ora ricordo! Le serate al Man’s Ruin o al Carthago e le notti passate a raccontare storie e a buttare via la vita. Come ti va, sempre incasinato e a spasso per la città? Non ti sei ancora stancato di quella vita?”

     Lui, un po’ ironico, le rispose, ma si vedeva che ci teneva ancora a lei.

“Mi sa che quella, che ci ha dato un taglio, sei proprio tu! Sei scomparsa all’improvviso, anzi, non proprio, doveva essere una vacanza, ma poi non ti sei fatta più vedere, non sei più tornata, cosa ti è successo?”

     Nicole abbassò gli occhi, si era accorta di una certa amarezza nelle parole di lui e cercò di non farglielo notare.

“Niente, però ho conosciuto nuova gente, ora frequento altri giri e non ci sono più complicazioni. Sai cosa intendo, no? Quando si viene fuori da certe situazioni, si preferisce cambiare aria, meglio non ricordare, non credi?”

     Martino sapeva a cosa si riferiva lei; ricordava quella storia, i giorni e le notti in giro per la città, cercando di vivere molto, in fretta, e dimenticare.

“Sono contento per te. In fondo, era quello che volevamo.”

“E tu, non mi hai ancora detto nulla, come te la passi?”

“Al solito, la mia corsa non è finita, io non sono approdato ancora da nessuna parte,    come vedi. ”

     Lo disse come le parlava una volta, quando si ritrovavano insieme nei lunghi pomeriggi d’autunno, con la pioggia che batteva sui vetri e loro, lontani dal mondo, rincorrevano solo i loro pensieri e la loro musica.

“Sì, ricordo le tue storie, ma non m’incantano più,”  ribatté lei.  

“Finalmente so cosa voglio, so cosa fare di me stessa, lo vedo riflesso in tutti quelli che mi circondano e voglio essere come loro.”

“Già, capisco. I sogni durano poco, poi li si abbandona quando non servono più, quando hanno consumato il loro tempo. Deve essere proprio così.”

     Non avrebbe voluto dirlo, ma era molto diversa da come l’aveva conosciuta e non riusciva a credere che lei avesse dimenticato tutto.

     Nicole, alzando gli occhi su di lui, gli rispose:

“No, è solo che non ha senso continuare una vita che non porta in nessun luogo, se non fuori dall’unico possibile nel quale, ora, finalmente mi ci trovo bene. Sarebbe assurdo rinunciarvi, non credi?”

“Okay! Stavi andando da qualche parte, ti do un passaggio, vuoi? “

“No, grazie e poi, gli amici che mi aspettano non ti piacerebbero, sono troppo diversi da te, ma tu l’hai chiesto solo per cambiare discorso, vero?”

“Vedo che qualcosa dei vecchi tempi lo ricordi ancora. Niente, così, non sono il tipo da creare problemi, almeno dovresti conoscermi un po’ e non vedo perché dovrei insistere su questioni che ora non t’interessano più.” 

     Si fermò, come se stesse raccogliendo le sue ultime energie, le sue ultime parole, poi riprese:

“Si arriva sempre ad un certo momento in cui le strade si dividono ed è quello che è successo a noi. Non ce ne siamo accorti, questo è tutto.”

     Lo disse con una certa amarezza nella voce e per cambiare discorso, aggiunse:

“ Mi chiedevi cosa faccio? Nulla di speciale o forse sì, ma tu non capiresti.”

     Lei lo guardò con tristezza, aveva cercato di evitare quel discorso, ma c’erano arrivati ugualmente e non sapeva come uscirne. In fondo aveva soltanto tentato di eluderlo in tutto quel tempo, illudendosi di poterlo rimuovere, ma si rendeva conto di non esserci riuscita.

“Cosa non dovrei capire?” Gli chiese triste e poi, aggiunse: 

“Una volta non mi parlavi così. Io non sono diversa, è la vita che è cambiata.”

“Lo credi veramente? Allora guardami per l’ultima volta, dopo non potrai più farlo.”

“Cosa vuoi dire? Non...”

     Martino le si avvicinò ancora di più e lei non si tirò indietro, scostò soltanto i lunghi capelli biondi, che le scivolavano davanti e aspettò che lui parlasse. 

“Il caso ci ha fatto incontrare stasera, è strano, non credi? Era tutto finito e poi di nuovo tu che appari nella notte. Va bene, allora permettimi che ti racconti della fine, in fondo è questo quello che vuoi sapere da me. La fine di tutte le nostre speranze e delusioni, la fine dei nostri piani elaborati, la fine dell’insoddisfazione che ci accompagna, ci nutre e ci spinge avanti, ma se ci fermiamo, allora sì, che è la fine, non più sorprese, non più emozioni. Dov’è, allora, la felicità, se tutto muore, come la fiamma di una candela? Questa è la fine, ora puoi immaginarti come sarà, ma non voglio essere io a dartela.

     La guardava. Gli occhi profondi e scuri di Nicole luccicavano nell’aria fresca della sera e Martino riusciva a sentirne i suoi pensieri. Le prese le mani gelate, lei non le ritirò. In quel momento, come in un sogno, ricordò ogni cosa, aveva dimenticato com’era, ma l’aveva ritrovato e avrebbe fatto di tutto per non perderlo di nuovo. una sera chiara e luminosa, l’orizzonte sfilava senza ombre davanti ai suoi occhi e come in un film, rivedeva il proprio passato, i volti degli amici, i luoghi, un tempo cari e dimenticati, ma quella, non era più la sua vita, finalmente n’era fuori e respirava l’aria fresca della notte. Quante volte si era ritrovata per strada, cercando una via di fuga dal proprio sogno buio e ora che n’era uscita, era contenta, soddisfatta. La vita incominciava a girare anche per lei, non l’aveva dimenticata e, questo, le dava una gran forza, che prima non credeva di avere. 

     Gli amici l’aspettavano, non avrebbero mai cominciato la festa senza di lei, ciò la inorgogliva, le restituiva un senso d’importanza da tempo non più provato e poi, c’era lui, un tipo sveglio e allegro, che sapeva stare al gioco e a lei piaceva, nella sua prevedibilità senza complicazioni o sorprese.

     Sì, era proprio contenta e non avvertiva neppure il freddo della sera. Camminava lungo i viali alberati del centro, illuminati dalle vetrine dei negozi eleganti, quando ad un tratto, alle sue spalle, sentì una frenata brusca, un rumore di pneumatici e un’auto arrestarsi, si girò e vide venirle incontro qualcuno, dai tratti insolitamente familiari, ma non riusciva a ricordare dove l’avesse visto, lo guardò negli occhi e notò stupore e sorpresa.

“Nicole, ma sei proprio tu !  Strano modo di rivederci dopo tutto questo tempo. “

     Lei lo guardava con intensità, le ombre della sera gli nascondevano il volto, cercava di cogliere un particolare, che le permettesse di ricordare chi fosse, dove l’avesse conosciuto, ma niente, eppure qualcosa di sfuggente affiorava, era come una sensazione, un’emozione strana, una voce che veniva dal passato, mai dimenticata del tutto.

“Non ricordi ? “ Un tempo ci vedevamo spesso, poi non so cosa è successo, ci siamo persi di vista, si vede che hai cambiato vita e non frequenti più i giri di una volta.”

     Ora sì che ricordava: i tempi della scuola, le serate con gli amici, gli scherzi e le litigate mai serie, che si avevano allora e lui, quel ragazzo un po’ strano, che un tempo le piaceva avere accanto.         

“Martino, ora ricordo! Le serate al Man’s Ruin o al Carthago e le notti passate a raccontare storie e a buttare via la vita. Come ti va, sempre incasinato e a spasso per la città? Non ti sei ancora stancato di quella vita?”

     Lui, un po’ ironico, le rispose, ma si vedeva che ci teneva ancora a lei.

“Mi sa che quella, che ci ha dato un taglio, sei proprio tu! Sei scomparsa all’improvviso, anzi, non proprio, doveva essere una vacanza, ma poi non ti sei fatta più vedere, non sei più tornata, cosa ti è successo?”

     Nicole abbassò gli occhi, si era accorta di una certa amarezza nelle parole di lui e cercò di non farglielo notare.

“Niente, però ho conosciuto nuova gente, ora frequento altri giri e non ci sono più complicazioni. Sai cosa intendo, no? Quando si viene fuori da certe situazioni, si preferisce cambiare aria, meglio non ricordare, non credi?”

     Martino sapeva a cosa si riferiva lei; ricordava quella storia, i giorni e le notti in giro per la città, cercando di vivere molto, in fretta, e dimenticare.

“Sono contento per te. In fondo, era quello che volevamo.”

“E tu, non mi hai ancora detto nulla, come te la passi?”

“Al solito, la mia corsa non è finita, io non sono approdato ancora da nessuna parte,    come vedi. ”

     Lo disse come le parlava una volta, quando si ritrovavano insieme nei lunghi pomeriggi d’autunno, con la pioggia che batteva sui vetri e loro, lontani dal mondo, rincorrevano solo i loro pensieri e la loro musica.

“Sì, ricordo le tue storie, ma non m’incantano più,”  ribatté lei.

“Finalmente so cosa voglio, so cosa fare di me stessa, lo vedo riflesso in tutti quelli che mi circondano e voglio essere come loro.”

“Già, capisco. I sogni durano poco, poi li si abbandona quando non servono più, quando hanno consumato il loro tempo. Deve essere proprio così.”

     Non avrebbe voluto dirlo, ma era molto diversa da come l’aveva conosciuta e non riusciva a credere che lei avesse dimenticato tutto.

     Nicole, alzando gli occhi su di lui, gli rispose:

“No, è solo che non ha senso continuare una vita che non porta in nessun luogo, se non fuori dall’unico possibile nel quale, ora, finalmente mi ci trovo bene. Sarebbe assurdo rinunciarvi, non credi?”

“Okay! Stavi andando da qualche parte, ti do un passaggio, vuoi? “

“No, grazie e poi, gli amici che mi aspettano non ti piacerebbero, sono troppo diversi da te, ma tu l’hai chiesto solo per cambiare discorso, vero?”

“Vedo che qualcosa dei vecchi tempi lo ricordi ancora. Niente, così, non sono il tipo da creare problemi, almeno dovresti conoscermi un po’ e non vedo perché dovrei insistere su questioni che ora non t’interessano più.” 

     Si fermò, come se stesse raccogliendo le sue ultime energie, le sue ultime parole, poi riprese:

“Si arriva sempre ad un certo momento in cui le strade si dividono ed è quello che è successo a noi. Non ce ne siamo accorti, questo è tutto.”

     Lo disse con una certa amarezza nella voce e per cambiare discorso, aggiunse:

“ Mi chiedevi cosa faccio? Nulla di speciale o forse sì, ma tu non capiresti.”

     Lei lo guardò con tristezza, aveva cercato di evitare quel discorso, ma c’erano arrivati ugualmente e non sapeva come uscirne. In fondo aveva soltanto tentato di eluderlo in tutto quel tempo, illudendosi di poterlo rimuovere, ma si rendeva conto di non esserci riuscita.

“Cosa non dovrei capire?” Gli chiese triste e poi, aggiunse: 

“Una volta non mi parlavi così. Io non sono diversa, è la vita che è cambiata.”

“Lo credi veramente? Allora guardami per l’ultima volta, dopo non potrai più farlo.”

“Cosa vuoi dire? Non...”

     Martino le si avvicinò ancora di più e lei non si tirò indietro, scostò soltanto i lunghi capelli biondi, che le scivolavano davanti e aspettò che lui parlasse. 

“Il caso ci ha fatto incontrare stasera, è strano, non credi? Era tutto finito e poi di nuovo tu che appari nella notte. Va bene, allora permettimi che ti racconti della fine, in fondo è questo quello che vuoi sapere da me. La fine di tutte le nostre speranze e delusioni, la fine dei nostri piani elaborati, la fine dell’insoddisfazione che ci accompagna, ci nutre e ci spinge avanti, ma se ci fermiamo, allora sì, che è la fine, non più sorprese, non più emozioni. Dov’è, allora, la felicità, se tutto muore, come la fiamma di una candela? Questa è la fine, ora puoi immaginarti come sarà, ma non voglio essere io a dartela.

     La guardava. Gli occhi profondi e scuri di Nicole luccicavano nell’aria fresca della sera e Martino riusciva a sentirne i suoi pensieri. Le prese le mani gelate, lei non le ritirò. In quel momento, come in un sogno, ricordò ogni cosa, aveva dimenticato com’era, ma l’aveva ritrovato e avrebbe fatto di tutto per non perderlo di nuovo. 

“Finalmente so cosa voglio, so cosa fare di me stessa, lo vedo riflesso in tutti quelli che mi circondano e voglio essere come loro.”

“Già, capisco. I sogni durano poco, poi li si abbandona quando non servono più, quando hanno consumato il loro tempo. Deve essere proprio così.”

     Non avrebbe voluto dirlo, ma era molto diversa da come l’aveva conosciuta e non riusciva a credere che lei avesse dimenticato tutto.

     Nicole, alzando gli occhi su di lui, gli rispose:

“No, è solo che non ha senso continuare una vita che non porta in nessun luogo, se non fuori dall’unico possibile nel quale, ora, finalmente mi ci trovo bene. Sarebbe assurdo rinunciarvi, non credi?”

“Okay! Stavi andando da qualche parte, ti do un passaggio, vuoi? “

“No, grazie e poi, gli amici che mi aspettano non ti piacerebbero, sono troppo diversi da te, ma tu l’hai chiesto solo per cambiare discorso, vero?”

“Vedo che qualcosa dei vecchi tempi lo ricordi ancora. Niente, così, non sono il tipo da creare problemi, almeno dovresti conoscermi un po’ e non vedo perché dovrei insistere su questioni che ora non t’interessano più.” 

     Si fermò, come se stesse raccogliendo le sue ultime energie, le sue ultime parole, poi riprese:

“Si arriva sempre ad un certo momento in cui le strade si dividono ed è quello che è successo a noi, non ce ne siamo accorti, questo è tutto.”

     Lo disse con una certa amarezza nella voce e per cambiare discorso, aggiunse:

“ Mi chiedevi cosa faccio? Nulla di speciale o forse sì, ma tu non capiresti.”

     Lei lo guardò con tristezza, aveva cercato di evitare quel discorso, ma c’erano arrivati ugualmente e non sapeva come uscirne, in fondo aveva soltanto tentato di eluderlo in tutto quel tempo, illudendosi di poterlo rimuovere, ma si rendeva conto di non esserci riuscita.

“Cosa non dovrei capire?” Gli chiese triste e poi, aggiunse: 

“Una volta non mi parlavi così. Io non sono diversa, è la vita che è cambiata.”

“Lo credi veramente? Allora guardami per l’ultima volta, dopo non potrai più farlo.”

“Cosa vuoi dire? Non...”

     Martino le si avvicinò ancora di più e lei non si tirò indietro, scostò soltanto i lunghi capelli biondi, che le scivolavano davanti e aspettò che lui parlasse. 

“Il caso ci ha fatto incontrare stasera, è strano, non credi? Era tutto finito e poi di nuovo tu che appari nella notte, va bene, allora permettimi che ti racconti della fine, in fondo è questo quello che vuoi sapere da me. La fine di tutte le nostre speranze e delusioni, la fine dei nostri piani elaborati, la fine dell’insoddisfazione che ci accompagna, ci nutre e ci spinge avanti, ma se ci fermiamo, allora sì, che è la fine, non più sorprese, non più emozioni. Dov’è, allora, la felicità, se tutto muore, come la fiamma di una candela? Questa è la fine, ora puoi immaginarti come sarà, ma non voglio essere io a dartela.

     La guardava. Gli occhi profondi e scuri di Nicole luccicavano nell’aria fresca della sera e Martino riusciva a sentirne i suoi pensieri. Le prese le mani gelate, lei non le ritirò. In quel momento, come in un sogno, ricordò ogni cosa, aveva dimenticato com’era, ma l’aveva ritrovato e avrebbe fatto di tutto per non perderlo di nuovo. 

 

29 novembre 1998

Franco D’Arco

Green Day

 

     Lei era lì, perduta sulla soglia del locale, uno sguardo smarrito dai grandi occhi scuri e la mano aggrappata alla maniglia della porta. I biondi capelli le scintillavano disordinatamente sulla lana grezza del maglione e lui avrebbe voluto trattenerli ancora per un attimo al di qua della notte, ma si tirò indietro per lasciarla passare.

     Quando si voltò, lei era già scomparsa, ne rimaneva solo il profumo, il ricordo di erba fresca al mattino, nella nebbia d’Irlanda. Sì, avrebbe voluto trattenerla, tirarle via quel velo di tristezza dagli occhi, ma non ce n’era stato il tempo, un attimo ed era uscita dalla sua vita, gli rimaneva solo un’ombra, il ricordo di un volto senza nome.

     Si guardò le mani, come qualcuno che affonda e si ritrovò a vagare con la mente su quel viso nascosto tra i capelli, ne seguiva la curva sottile delle labbra appena socchiuse, scrutava le guance pallide alla ricerca di un dettaglio, di qualcosa che gli permettesse di ritrovarla nella notte, ma non c’era nulla e, in quell’istante, non gli importava più niente degli amici, della solita aria di festa fasulla e di tutto il resto, che ingombrava la sua vita.

     Sembra strano che uno possa innamorarsi del dolore altrui, vedere in un altro il riflesso della propria inquietudine, ma a volte, basta uno sguardo, non occorrono parole e, quella sera, qualcosa era accaduto.

     La notte copriva i suoi passi. La via era deserta. Sotto i portici di Via Zamboni, a quell’ora, non c’era più nessuno. Solo lui batteva la strada, cercando di iniziare un nuovo giorno. Quanti ne aveva visto prima, gli era difficile portarne il conto. Sembravano uguali, inutili, vuoti, come l’esistenza intatta di uno giunto all’età in cui tutto può succedere, ma poi non accade quasi nulla, e si aspetta l’occasione, il momento giusto e nell’attesa, la vita intera scivola via nel proprio sogno buio.

     L’indomani l’università, il solito corso di cui non ricordava più il nome, la solita gente e una gran voglia di rivederla, di affondare gli occhi nel suo sguardo smarrito.

     I giorni scivolavano via, di corsa, come fogli in un album di vecchie fotografie ingiallite dal tempo, ma era la sua vita che andava via e neppure la musica, la sua musica, riusciva a darle un senso. I pomeriggi, quasi immancabilmente, li trascorreva a provare i nuovi pezzi con il suo gruppo ed era l’unica cosa che gli piacesse ancora fare, che gli desse qualche emozione. Poi, dopo gli arrangiamenti provati e riprovati tante volte, in quel fumo denso che impregnava i muri, una boccata d’aria all’aperto e la serata incominciava, col suo carosello notturno di birrerie, corse nella notte e scorribande nelle discoteche lì attorno o sulla costa riminese.

     Ogni volta lo stesso rituale in un crescendo fino all’alba, quando si ritornava e ci si abbandonava al sonno, un sonno senza sogni perché, in fondo, era questo che si tentava di sfuggire.

     Il pensiero di lei l’accompagnava nei suoi giri notturni, sperava sempre di incontrarla da qualche parte, di rivederla ancora una volta e di poter ascoltare la sua voce, ma lei era svanita, nessuno ne sapeva nulla, nessuno l’aveva mai vista e incominciava a credere di averla solo sognata. Doveva dimenticarla, tirarsela via dalla mente e riprendere a vivere, suonare, scrivere canzoni, ritrovare l’energia di un tempo e lasciarsi indietro il passato come aveva sempre fatto. Gli amici avevano fiducia in lui e ora che tutto era pronto per il primo vero concerto, non poteva abbandonarli per rincorrere un sogno.

     Lo sapeva, eppure, amava quel sogno, adorava quel profumo, i suoi capelli e voleva ritrovarsi nel fondo dei suoi occhi, che lo portavano lontano in una verde terra battuta dai venti e dalla musica.  

     Gli restava un‘unica compagna, lui guidava nelle sue strade affollate o deserte, sapendo che un giorno, lei gliela avrebbe riportata.

          Avevano suonato tutto il pomeriggio, ore e ore senza mai fermarsi, provando e riprovando i pezzi del concerto, ormai mancava solo un giorno e quella era la loro occasione, forse l’unica per chissà quant’altro tempo. Si sentiva stanco, con la mente altrove, ma aveva fatto la sua parte fino in fondo come sempre, cercando di tenere dentro, di nascondere il vuoto che l’opprimeva, ma aveva bisogno di aria, del fresco della notte. Si avvicinò agli amici, che provavano per l’ennesima volta l’amplificazione e li salutò. Loro ormai c’erano abituati e lo lasciarono andare. Si sarebbero rivisti da qualche parte nella notte, sicuramente.

     Un vento freddo batteva le vie del centro, pressoché deserte. Tutti dovevano essersi rintanati in qualche luogo al caldo e in compagnia, fuori non c’era più nessuno, tranne lui, ma non si sentiva solo, aveva la sua città come amica e lei lo guidava per le sue strade, poi quel girovagare senza meta si arrestò davanti alla porta di un locale, lo riconobbe, era il pub dal quale l’aveva vista uscire quella sera, il Green Day. Entrò.

     Sentiva di nuovo il calore sulla pelle e gli occhi riprendersi dal freddo della notte, si guardò attorno, ma lei non c’era. Non aveva voglia di sedersi ad un tavolo o di fare nuove conoscenze e si diresse verso il banco, ordinandosi la solita birra. Guardava distrattamente in giro, prestando scarsa attenzione al gruppo che suonava vecchi pezzi dei Pogues e aveva quasi deciso di andarsene, quando la vide entrare. I capelli le nascondevano il viso, ma era lei; si sedette ad un tavolo d’angolo e si guardò intorno. Forse cercava qualcuno, pensò, ma proprio in quell’istante lei lo fissò, lui se ne accorse, la vide spostare leggermente la testa e scostarsi i capelli dal viso, sì, stava proprio guardando lui. Si staccò dal bancone e andò verso di lei.

     Lo vedeva avvicinarsi, aprendosi un varco in quel muro di corpi, che si agitavano al ritmo della musica, sembrava che non fosse sorpresa, che davvero aspettasse proprio lui. Quando furono vicini, i suoi occhi brillavano, doveva essere il fumo nella sala, probabilmente.

“Ti ho vista qui una sera, alcuni mesi fa, ma è stato…un attimo e da allora non sono riuscito a dimenticarti. Sembrerà strano, lo so, ma è così”.

     Lei lo guardava sorpresa, con un’aria impenetrabile, non un gesto, una parola. Sembrava attratta da qualcosa in lui, forse un ricordo lontano, che cercava di afferrare; poi un’ombra velò il suo sguardo, lui se ne accorse e pensò che il suo tempo era scaduto, giunto alla fine, e dirle la verità non era servito a nulla, lo vedeva nei suoi occhi, lo stava congedando. Eppure, era così bella e lo faceva in un modo, che gli sarebbe stato impossibile dimenticare. Si fece forza e cercando le ultime parole, aggiunse:

“ Starai aspettando sicuramente qualcuno e io ti sto solo infastidendo, scusami, vado via, non voglio importunarti oltre”.

     Lo disse in fretta, sembrava scivolare sulle parole, fuggire da lì, essere altrove. Lei l’osservava, il suo sguardo vagava sul volto di lui, cercando nei suoi occhi di capire chi avesse di fronte, se uno dei tanti, che s’incontrano per caso o qualcosa di più; ma le piaceva quel viso aperto, quel suo parlare sincero, senza ambiguità e la sua voce, che vibrava sulle note della musica dei Pogues, la sua preferita. Non poteva sbagliare, almeno quella volta, non voleva sbagliare e lasciò che lui le parlasse ancora.

“ No, aspetta, non andare. Quando sono entrata, ti ho notato, ma non riuscivo a ricordare dove ti avessi incontrato; poi, vedendoti avanzare verso di me, ti ho rivisto sulla porta come quella sera e ho ricordato tutto. Perché ti sei tirato indietro e mi hai lasciata passare? Dovevi trattenermi, come ora, ma allora non hai neppure tentato”.

“Quando mi sono voltato per cercarti, eri già scomparsa e…”

     Non riuscì a finire che lei aggiunse: “Già, l’unica attenzione di quella sera e da parte di uno sconosciuto, certo, non potevo dimenticarla, no, non potevo proprio”.

     Lo disse con tristezza, quasi come se volesse scacciare un brutto ricordo, poi passandosi la mano sottile tra i capelli, li tirò indietro con un gesto grazioso del capo e aggiunse:

“Siediti, non rimanere in piedi. La senti la musica? È quella che amo. Quando l’ascolto, dimentico tutto il resto e …sono felice. Ma non so ancora il tuo nome e tu non sei più uno sconosciuto, però non voglio neppure provare ad indovinare, non voglio rimanere delusa”. 

“Andrea, un po’ lungo come nome, ma io mi ci trovo bene, non mi occorre altro, semplicemente Andrea. Lo so, non ha niente di speciale, ma è come me, spero di non averti deluso“.

     Lo disse, in tono disteso. Ancora una volta, proprio quando tutto sembrava perduto, finito, si era aperto un varco e lui c’era passato, ora non gli sembrava più un sogno mentre la guardava parlare e s’immergeva nelle sue parole, contento. Non c’erano più ombre tra loro, non c’era più silenzio e tutto quello che li circondava, era come svanito nella notte buia fuori dal loro mondo. Le parlò di sé, della sua musica, del concerto che l’aspettava l’indomani e lei gli sorrideva, attratta dalle sue parole in territori nuovi e sconosciuti, così distanti da quelli a cui era abituata e le piaceva; finalmente aveva qualcuno da guardare negli occhi senza timore, senza doversi nascondere o fingere.

     Uscirono dal locale e passeggiarono a lungo per le vie della città, non faceva più freddo, il vento era svanito nella notte stellata e quando si lasciarono, si diedero appuntamento al concerto della sera dopo.

     La sala era gremita di gente: una massa informe e giovane in movimento, che si animava ai lampi di luce improvvisa, abbagliante, un unico corpo ondeggiante, senz’anima, che trovava riparo nella musica sparata a ritmi altissimi. Lo scuotersi dei corpi e delle membra erano fuori tempo nel delirio assordante di note crude e incalzanti, che rimbalzavano tra spalle, capelli ondeggianti, t–shirt zuppe di sudore e volti pitturati e urlanti nell’ennesimo rituale notturno e selvaggio, consumato in fretta in quell’impasto d’alcol, frastuono e assenza di pensieri, una miscela diabolica e inebriante pronta a consumarsi nella fiammata di una sera.

     Andrea guardò per un attimo quel mare in burrasca, ondeggiante ai suoi piedi, ma poi pensò solo alla sua musica, al piacere che gli dava suonarla e farlo col suo gruppo e attaccò il primo pezzo. Suoni secchi, elettrici come rasoi, che squarciavano l’aria e tagliavano via la notte, duri quanto basta per non addolcire la rabbia, lo scontento, che marciva dentro, era il loro suono inconfondibile, che si animava e vibrava alla voce di Andrea, un punk rock sparato dagli strumenti, metallico e scintillante. Le sue parole graffiavano i riff dai ritmi incalzanti e seducevano la folla ondeggiante, ridestandone bagliori di lucidità. Lui lo sentiva e scavava più a fondo nelle profondità della sua voce, nella ricercatezza dei versi, nello splendore allucinato e sognante della sua chitarra e della sua musica.

     Il concerto stava volgendo al termine. Le prime note dell’ultima canzone si levarono come un’onda di trascinante elettricità e in quell’oceano di corpi, lui la vide, stretta nel suo maglione verde come la prima sera, immobile, perduta in quella ragnatela scura, che la soffocava e gliela portava via. Gli sfuggì il ritmo e anche la musica adesso, la sentiva lontana, ma fu un attimo, un cedimento momentaneo, si riprese e tirò dritto fino alla fine, sapendo che lei era lì e che l’aspettava. Ricambiò appena il saluto della folla e scomparve dietro il palco, gli amici lo seguirono dietro le quinte.

     Il corridoio era pieno di gente a caccia di curiosità e di autografi e lui, invece, aveva una fretta matta di togliersi di lì al più presto. Gli si avvicinarono due tipi ben vestiti, non dovevano certo far parte del pubblico del concerto, il più giovane gli si presentò dicendo di essere uno dei dirigenti di una nota etichetta discografica e che era sua intenzione di metterli sotto contratto perché la loro musica l’aveva molto impressionato, anzi era disposto a produrre il loro primo disco con tutto quello che avevano suonato la sera e al più presto. Andrea lo lasciò parlare, poi scambiò un’occhiata con gli amici e disse:

“Sì, la cosa si può fare, però niente trucchi e piena libertà! A noi interessa la nostra musica e vogliamo farla nel modo migliore. Vendere, fare soldi è solo un mezzo per continuare a suonare e su questo ci possiamo accordare. Se ci sta, quando vuole, noi siamo pronti”.

“A me va bene, quello che ho sentito stasera, mi basta, sono sicuro che sarà un successo e… possiamo fare un contratto vantaggioso per entrambi…” Andrea l’interruppe bruscamente, si vedeva che aveva fretta e voleva andare via.

“Allora d’accordo, la lascio ai miei amici, quello che decideranno, andrà bene anche a me”. Salutò con un cenno della mano il gruppo e si allontanò lungo il corridoio, scomparendo nell’aria fumosa e frenetica della sala.

     La cercava con gli occhi. Sapeva che Linda era lì da qualche parte, ma non riusciva a distinguerla nell’agitarsi di corpi e suoni in cui era sprofondato. Di colpo le spallate della gente che lo circondavano, non avevano più niente di liberatorio, gli sembravano solo qualcosa di stupido, sgraziato, irritante. Si sentì disorientato, solo, in quella marea di corpi che rifluiva nel torpore evanescente della danza. Voleva essere fuori, finalmente libero di respirare l’aria fresca della notte, ma non era possibile senza di lei. Poi qualcosa gli sfiorò la spalla, ne riconobbe il profumo, si voltò e vide il suo sorriso brillare al buio.

“Non riuscivo a trovarti e avevo paura che te ne fossi già andato, portami via di qui, questo luogo senza la tua musica, non mi piace “.

     Andrea l’attirò a sé dolcemente, le scostò con la mano i capelli che le nascondevano gli occhi, voleva guardarla, assicurarsi che non fosse solo una visione, e le rispose:

“Sì, andiamo via, qui non riesco neppure a sentire la tua voce e mi piace tanto quando mi parli che fermerei tutto, pur di ascoltarti”.

     Si tenevano stretti l’uno all’altra lungo i viali alberati, e ognuno si abbandonava dolcemente al piccolo mondo atteso e desiderato, che gli camminava accanto e lo proteggeva dal freddo della notte e, in quel momento, avrebbero voluto che il tempo si arrestasse solo per loro, che la vita non durasse una sera sola ma per sempre. Avevano aspettato quell’attimo, l’avevano sognato ed ora che era giunto, vi penetravano di sera, mentre la città la trascorreva dormendo per nascondersi ai loro occhi. Una dolce foresta da scoprire ad ogni passo, ad ogni incanto, una tenera notte, che li avrebbe accompagnati fino all’alba.

     Nei giorni e nei mesi successivi tutto acquistò l’aspetto delle cose rare e preziose, ogni gesto, ogni evento era un’esperienza, un mondo nuovo da inventare e da provare insieme e il tempo scivolò via, lasciando dietro di sé una scia luminosa, che, forse, non sarebbe più apparsa.

     Linda l’accompagnava nelle prove e nelle esibizioni del gruppo e lui la portava in giro per la città o nei mondi sospesi, che si aprivano ad ogni loro incontro, ma in lei rimaneva qualcosa di inespresso, una sottile inquietudine, un velo d’ombra, che nascondeva una parte di sé, del suo passato, forse un ricordo mai del tutto cancellato e che a volte, riappariva nei suoi occhi scuri come un lampo improvviso, un’emozione non del tutto placata. Andrea l’aveva notato, era come un brivido freddo, che s’insinuava tra loro due rendendo tutto così incerto, vulnerabile. All’inizio aveva cercato di capire, ma si era trovato di fronte ad un muro invalicabile fatto di sensazioni sfuggenti e impalpabili e presto aveva dovuto rinunciarvi, aspettando che fosse lei ad aprirsi, a rivelarsi e poi, sperava sempre che le cose cambiassero e non ci fossero più distanze tra loro.  

     In quel periodo uscì l’album e fu un successo inatteso, che proiettò il gruppo ai vertici delle classifiche e lo strappò da quel giro semiclandestino di locali underground, che l’aveva visto nascere e che l’aveva sostenuto fino ad allora. In apparenza non cambiò nulla, loro erano sempre gli stessi, ma il fascino ambiguo della fama non poteva lasciarli indifferenti poiché la loro vita stava cambiando e anche velocemente.

     Intanto tra Andrea e Linda, le cose andarono via via complicandosi. Incominciarono a vedersi sempre di meno, lei non assisteva più alle prove e veniva di rado ai concerti. Non era il suo ambiente, diceva, non riusciva a ritrovarsi, sembrava attratta da altro e neppure la presenza di Andrea bastava a metterla a proprio agio; lui lo vedeva nei suoi occhi distratti, forse, non provava più l’emozione d’un tempo e la musica non bastava a colmare i vuoti, che si aprivano tra loro.

     L’aveva capito e per questo non aveva mai insistito, anzi, quante volte nei loro giri per la città si erano fermati al Laguna Blu, al Piedra Del Sol, al Matis, al Kinky dove mai si sarebbe sognato di entrare, ma piacevano a lei e, quindi, sarebbero andati bene anche a lui e così era stato per tante altre cose all’inizio; poi quello strano incantesimo fatto di mondi diversi, che riuscivano a capirsi e a cambiarsi da qualche parte si era rotto e il silenzio era scivolato tra loro, come una presenza sempre più insidiosa e scostante.

     Il tempo non era riuscito a ridurre le distanze, era servito solo a congedarli un po’ alla volta. Il velo d’inquietudine, che brillava negli occhi di Linda e che li aveva fatti incontrare, rendendoli per un attimo cosi simili, si era dileguato, scoprendo le amare differenze e Andrea, ormai, aveva capito cosa l’aveva attratto in lei, cosa era successo veramente quella sera al Green Day quando l’aveva vista la prima volta; sì, ora lo sapeva, il dolore l’aveva resa ancora più bella, le aveva tirato fuori il lato migliore, rendendola irresistibile ai suoi occhi e lei aveva intravisto in quello sconosciuto la sua stessa inquietudine e gli si era aggrappata per non cadere, lui l’aveva sostenuta, le aveva ridato il sorriso e l’aveva perduta.  

     Non l’avrebbe mai immaginato, eppure stava andando proprio così. Era sempre stato bravo a curare gli altri dalla propria inquietudine, ma in quel momento non riusciva proprio a sopportarlo, gli sembrava una maledizione che gli piombava addosso e, in fondo alla via, ora vedeva soltanto una porta chiusa, niente più varchi, solo uno spegnersi lento delle luci del mondo e la città, la sua città, ritornava ad essere fredda e deserta come non mai.

     Si vedevano sempre più di rado, lei portata via dai nuovi impegni, dalle nuove amicizie e lui dalla musica, che lo spingeva in giro per il paese e ogni volta che s’incontravano, si ritrovavano un po’ più lontani, un po’ più estranei.

     Linda non aveva più lo sguardo dolce e smarrito di un tempo e non portava più neppure i maglioni larghi e profumati di terre lontane, che le donavano quel senso di grazia e di semplicità, che a lui piacevano tanto, no, li aveva messi via, ora non sentiva più il bisogno di rifugiarsi in qualcosa di caldo e di morbido, non sembrava più così fragile come in passato, ma sicura, controllata, a volte, fredda e distaccata e lui, non riusciva proprio a capire in cosa avesse sbagliato. Si sentiva come prigioniero di un passato ormai accantonato, messo da parte nell’album dei ricordi, mentre la vita di lei scorreva altrove con altri volti, altre scene e altre emozioni.

    I riflessi azzurrini ondeggiavano sulle ampie pareti decorate del locale, sembrava di essere proiettati in uno di quei mondi di sogno, paradiso per turisti in cerca di evasione; era il Laguna Blu, lì tutto gli parlava di lei, la musica dolce e soffusa, i colori, i profumi che aleggiavano nell’aria, tutto la ricordava e lui l’aspettava dopo notti insonni in un tour massacrante, che di musica, di vera musica, non aveva quasi più niente. Era teso e non nella forma migliore, come avrebbe voluto essere per lei, ma le occasioni d’incontrarla si erano fatte così rare che mai avrebbe rinunciato ad un suo appuntamento, neppure se era sveglio da tanto che non riusciva neanche a ricordarselo.

     La vide arrivare. Scivolava piano, tra i tavolini della sala, muovendo appena le spalle e i lunghi capelli, che le incorniciavano il volto, gli sorrise e si accomodò di fronte a lui.

“Sei stanco, da quando non riposi. Dovresti farlo, sai?”

     Nonostante tutto, era sempre lei, inconfondibile, le bastava un gesto, una parola e il buio della notte svaniva nel chiarore dell’alba; ma non era sempre così e lui lo sapeva.

“No, ora che mi sei vicina, non lo sono più, dovresti conoscermi”.

“È perché ti conosco che mi preoccupo, lo sai? Parto e non voglio lasciarti così. Credimi, ho cercato di entrare nella tua vita e all’inizio è stato anche bello, ma non è la mia e non ci possiamo fare nulla, non poteva durare”.

     Lo disse con tristezza, anche lei l’aveva creduto possibile, ma non era bastato. Passata la notte, l’incanto si era spento alle prime luci dell’alba e tutto, ora, finiva con un addio.

“ Allora hai veramente deciso, te ne vai, ci rivedremo qualche volta? “

“Tutte le volte che tornerò qui e tu sarai in città, quello che c’è stato tra noi, nessuno può togliercelo e non possiamo dimenticarlo perché è una parte di noi, che ha cambiato la nostra vita”.

     Mentre parlava, lo guardava e le brillavano gli occhi come la prima sera al Green Day, forse, per l’ultima volta.

     Linda era ormai andata via da tempo e lui si ritrovò in strada in una città che non gli sembrava più amica. Si guardò la mano, seguendo con gli occhi quella linea sottile che si spezzava in un punto, l’aveva vista tante volte, ma ora che ne conosceva il volto, si sentì davvero giunto alla fine.

     La penombra della casa avvolgeva ogni oggetto, ogni cosa, ma Andrea non aveva bisogno della luce per trovare la sua chitarra. La prese, l’accarezzò dolcemente e la musica, la sua musica, si levò tesa e struggente, come doveva essere per l’ultima canzone, quella che non avrebbe voluto mai scrivere: ”Amo il silenzio, / che separa le parole / non quello che vien dopo, / che m’accompagna per le vie della città. / La mente vaga su ogni cosa, / ma si ferma su un solo pensiero. / Non so dove andare / questa sera nel buio / e non so dove trovarti “.

     Quando la musica finì, guardò per qualche secondo ancora la sua vecchia Fender, ne ascoltò il suono un’ultima volta, poi andò via.

 

25 novembre – 23 dicembre 1998

Franco D’Arco

 

 

Il racconto finisce come inizia:

lei scompare,

lui prende congedo dalla sua musica,

dalla poesia e va via,

ma questa volta,

non può più cercarla,

tutto quello che poteva essere,

è già accaduto.

 

L’Alba

 

     La bella casa arredata con stile e gusto moderni gli sembrava in quel momento un corpo estraneo, una vita non sua, eppure, era cresciuto lì, tra quelle pareti, protetto e invidiato, aveva avuto tutto ciò che gli altri potevano desiderare, nulla gli sfuggiva, ogni cosa era alla sua portata e per un po’ vi aveva anche creduto, come se quella dovesse essere la sua vita. Studio, lavoro, carriera assicurata e una casa così in futuro, adagiata sui colli di Bologna dentro un’esistenza indaffarata, ricca di occasioni, d’incontri, di successo meritato, questo l’aspettava, ma, intanto, sfondava con lo sport, le ragazze, i viaggi all’estero e il gran lusso dei suoi modi di fare per mettere a proprio agio la gente, anche se gli altri sapevano benissimo che non sarebbero mai stati come lui.

     Per ogni cosa che faceva, non aveva bisogno di sforzarsi, gli veniva su una meraviglia, senza fatica, fosse studio, lavoro, ragazze sedicenni sboccanti e tirate a lucido per una serata divertente o altro, tutto gli andava bene, sembrava che, senza impegnarsi in alcun’attività in modo particolare, egli avesse trovato la felicità, l’equilibrio e che il nirvana, non fosse una condizione da raggiungere o da cercare, ma bastava stare fermi e aspettare ed essa sarebbe venuta da sola.

     Aveva tutto, eppure, sentiva che gli mancava qualcosa, gli sembrava di aver ucciso ad uno ad uno, giorno dopo giorno, quei ragazzi felici, che era stato un tempo, ma non sapeva cosa, era solo una sensazione, un vuoto, che lentamente s’insinuava dentro, insopportabile, insopprimibile.

     Cosa aveva fatto fino ad allora, di cosa era vissuto, ora se lo chiedeva e non trovava risposte. Guardava il volto amabile della madre ancora giovanile e così affettuosa con lui, seguiva le parole del padre, fermo nelle sue decisioni, ma dai modi comprensivi e sicuri, e si domandava, cosa andava cercando, bastava affidarsi a loro e la sua vita era già tutta pronta e da spendere con piacere, eppure, quel vuoto non trovava modo di estinguersi, si approfondiva sempre di più, rodendo le sue fragili certezze. Non era nessuno, solo un nome e nient’altro, una casella vuota che lui non sapeva come riempire, questa era l’unica, amara verità.

     Alla fine era giunto il momento anche per lui di guardarsi dentro e di scoprire che quello che l’aspettava era solo un frammento di vita, che apparteneva ad altri, non a se stesso ed era diventato un problema, il suo problema, non sapeva più chi era, cosa voleva e aveva l’impressione di svanire inesorabilmente, giorno dopo giorno, insieme a tutto ciò che gli avevano fatto credere e sognare.

     Quel pomeriggio di gennaio faceva particolarmente freddo, l’aria era pungente e limpida, come a volte sono le giornate d’inverno con il sole che splende, ma non scalda, simile alla vita che si stava conducendo e fu allora che li vide per la prima volta.  Erano un gruppo di giovani molto estremi per lo standard del tempo. Capelli colorati, abiti stracciati, catene, spille e orecchini infilati un po’ dappertutto, “ erano circondati di solitudine, estranei e ostili al mondo, dei forestieri”, e davano l’idea di un qualcosa di cupo, segreto, sofferto e violento. 

     Furono una rivelazione. Fino ad allora lui aveva seguito tutte le mode, gli stili, i capricci di una vita agiata e contenta, ma poi si era accorto che quel suo sbattersi era solo un modo per accontentare gli altri e per essere come loro, un modo per farsi fuori e, in quel momento, decise di lasciar perdere tutto e di seguire solo ciò che sentiva veramente, senza più finzioni o il bisogno di doversi nascondere dietro un velo d’apparenza.

     Si avvicinò a loro. Una ragazza con una minigonna vertiginosa, un giubbotto di pelle sulle spalle e i capelli sparati e colorati, gli si fece incontro:

“Toh, guarda e tu da dove spunti con quell’aria da fighetto, che conosce tutto il mondo, sei venuto qui per provocare?”

     Intanto, un altro ragazzo con una gran cresta da mohicano biondo, pantaloni bondage, Doc Martens, gli si era accostato alle spalle, tagliandogli ogni via di fuga, il resto del gruppo si era schierato dietro la ragazza e tutti attendevano le sue mosse.

“No, è che mi sentivo solo in questa città e vedendovi così diversi, così estranei e ostili, pensavo che almeno con voi potevo ritrovarmi, probabilmente, mi sono sbagliato”.

     Lo sguardo altero con cui la ragazza l’aveva accolto prima, era scomparso, i suoi occhi ora si erano fatti dolci e immensamente tristi, fu un attimo, poi si scosse e gli porse la mano, una piccola mano, che brillava nel freddo, lui gliela strinse e lei lo tirò a sé e gli presentò il resto della compagnia.

     La sera entrò nell’ampio studio dove il padre amava rifugiarsi dopo una giornata d’intenso lavoro, s’avanzò alle sue spalle e rimase là, fermo, finché suo padre s’accorse che c’era qualcuno dietro di lui e senza voltarsi, disse:

“Sei tu, Luca? Allora di’ quello che sei venuto per dire, che ho da fare”.

“Desidero andare via per un po’, ho bisogno di stare con me stesso e qui non ci riesco. Domani mattina mi trasferirò presso un gruppo d’amici, che hanno messo su una radio libera dalle parti di Piazza Santo Stefano. Spero che tu non ti opponga”.

     Il padre, taceva, lasciò consumare la sigaretta, lentamente, e solo quando si spense, parlò:

“Non voglio irritarmi con te, non l’ho mai fatto, ma non ripetermi più una richiesta del genere”.

      Lo disse in tono brusco, quasi irritato, ma poi aggiunse, con un fare più bonario e invitante:

“Lo sai anche tu che è una sciocchezza, non so proprio come ti sia passata per la mente. Cosa ti manca? Hai tutto, cos’altro vuoi, non vedi, è soltanto un capriccio, andiamo su, lasciami lavorare”.

     Luca restava in piedi, muto, con le mani nelle tasche, immobile, attendeva, e avrebbe continuato così per chissà quanto tempo.

“Che aspetti?” chiese il padre, alzandosi e voltandosi verso di lui.

“Tu lo sai”.

     Gli rispose lui calmo, i suoi occhi scintillavano nell’ombra, mai erano stati così vivi e limpidi. Il padre se n’accorse, per la prima volta li vedeva in suo figlio e capì che lui non abitava già più in quella casa. Allora posò una mano sulla spalla di Luca e disse:

“ Non dimenticare che questa è sempre la tua casa e che qui una volta ci stavi bene, ora va’, saluta la mamma e fatti vedere ogni tanto, non scomparire ”. 

     L’alba era giunta inattesa, Luca si voltò, non c’era nessuno, era solo con se stesso, nulla di quello che l’aveva protetto e accompagnato fino ad allora era lì a trattenerlo. Guardò per l’ultima volta la casa avvolta nel buio e sfiorò con le mani i libri allineati in bell’ordine e le custodie dei suoi cd, poi andò via senza far rumore, non voleva disturbare nessuno.

     Il rumore della ghiaia gli tenne compagnia lungo il sentiero del parco fino all’uscita. Il cancello, quella volta, non cigolò, vide la moto, era lì dove l’aveva lasciata la sera e si avviò lentamente. Si lasciava alle spalle la collina con il suo profumo d’erba fresca e andava incontro alla città ancora addormentata ai suoi piedi, ma già scorgeva le prime luci spegnersi con l’avanzare del mattino, il primo dopo un lungo sonno.

     In piazza, davanti alla statua del Nettuno, l’aspettava la ragazza, gli salì dietro, lei sentiva freddo e si strinse a lui con le sue piccole mani gelate, partirono, filando nel vento a quell’ora del mattino.

 

30 – 31 gennaio 1999

Franco D’Arco

 

Martino

 

     La lettera, una facciata di foglio ad anelli fitta di caratteri piccoli e nervosi di bic nera, era in una busta gialla. Dentro, insieme al foglio, c’era un nastro registrato e sull’involucro era stato aggiunto a pennarello un verso dei Doors: “This is the strangest life l’ve ever known”. Erano quelle le ultime cose di Martino. Ora che non c’era più, lo ricordava, con il viso stanco, tirato, del giorno prima, quando si erano incontrati per l’ultima volta e lui, Alex, come al solito, non aveva capito, tutto preso com’era dal suo appuntamento del pomeriggio allo stadio con Aidi.

     Girava e rigirava la lettera tra le mani, non voleva staccarsi da quella scrittura minuta, nervosa, poi tirò fuori la cassetta e quasi d’istinto l’avviò. Le note della canzone scivolavano lente, andando a colmare un vuoto che si faceva via, via più opprimente, alla fine, come per incanto, udì la voce di Martino, sì, era proprio la sua, sicura e dall’inconfondibile timbro. L’emozione lo prese, gli si inumidirono gli occhi.

     “Alex, amico mio, sono alla fine del viaggio, non so se è stato magnifico, come uno se l’immagina, ma è proprio la fine. Ora mi ritrovo a rigirare tra le mani l’unica cosa preziosa che ho di mio padre, una “38 special” dalla canna abbrumata. Dovresti sentirne il suono, è del tutto particolare: lascio scorrere il tamburo, poi un clic, soltanto un metallico clic e sembra proprio tutta la mia vita, semplicemente un clic, tutto qui.

     Ho finito di aspettare, sai, non ne ho più la voglia, nella mia vita è andato tutto storto sin dall’inizio, ho tentato e non una volta, credimi, ma doveva finire così, evidentemente.

     Sono stato abituato ad avere tutto e questa è la cosa peggiore, non riesci ad apprezzare nulla, perché nulla è veramente tuo. Mio padre crede che basti staccare un assegno ché tutto vada a posto e mia madre, poi, così impegnata a rifarsi un’esistenza, mi ha sempre colmato d’ogni bene purché la lasciassi in pace. E, come vedi, avere tutto non basta.

     Ma non è questo il punto, la ragione vera per cui mi trovo qui è che non ho combinato nulla nella mia vita, d’importante per me, dico e ciò mi ha fatto affondare, giorno dopo giorno. Non basta aver capito, bisogna anche aver fortuna e io non ne ho avuta. Sembra assurdo, a me che non è mai mancato nulla, che ero invidiato da tutti gli altri, eppure, non mi è mai capitata l’occasione giusta, sai quella che ti salva, che ti toglie dallo schifo di questa esistenza di morti.

     Per questo non lasciarti sfuggire “quella bimba che conosciamo noi due”, tu almeno hai avuto la fortuna d’incontrarne una che ti capisse veramente e, allora, non lasciartela scappare perché quello che si perde non ritorna.

     Una volta mi capitò qualcosa di simile, si chiamava Mara, sembrava proprio il tipo giusto. La conobbi una sera in una di quelle solite feste, dove si va a rimorchiare, lo sai che quelle cose, non mi interessano affatto, ma non si può sempre stare da soli e poi, non si sa mai e, infatti, lei era lì con la sua compagnia e si annoiava e io, quando ne ho voglia, ci so proprio fare. La storia però non durò e la cosa più strana è che non ho mai capito dove avessi sbagliato, forse, tutto finì perché era troppo perfetto, già, non c’è spazio per cose del genere in questo schifo di mondo, ma non ne vale la pena parlarne.

     Dopo le delusioni di sempre, si comincia a girare a vuoto e, alla fine, si rischia di commettere qualche sciocchezza, com’è successo a me, e dire che neppure mi piace il ”fumo”, era solo per ingannare il tempo e per non pensare, sì, era solo questo e ieri ero proprio a pezzi.

 

     Tutto è ok fino a quando va liscio, ma appena sgarri di un centimetro, ti saltano a dosso e te la fanno pagare, per loro non devi mai dare fastidio, stare sulle scatole di qualcuno e, allora, puoi vivere la tua vita del cazzo, ma appena vai fuori strada o fai il tipo indipendente, ti segnano e, alla prima occasione, ti inchiodano, non puoi mai permetterti di sgarrare.

     Meglio allora farla finita, uscire quando tutto è ancora intero, piuttosto che lasciarsi piegare, cosa mi rimarrebbe dopo, se non il disagio, lo schifo di un’esistenza del genere, senza che ci sia più nulla da fare.

     Tu, amico mio, sei all’inizio e hai ancora del tempo, vedi di non sciuparlo, ora che incominci a capire e non lasciare che ti sottomettano. Martino” .        

     Si tirò via le cuffie e chiuse gli occhi, allora si ritrovò nel parco di San Mamolo, dove spesso passeggiava con Aidi, era così incredibilmente strano e doloroso vederlo in quel momento, un’unica distesa bianca di neve, battuta dal gelido vento del nord che aveva spazzato via ogni colore e lì, Martino sulla sua bicicletta, che gli passava accanto, cercò di trattenerlo, ma riuscì appena a sfiorargli la spalla con le mani umide, poi la presa gli venne meno e si sentì affondare il viso nella neve fredda, mentre l’amico svaniva all’orizzonte.

     Quando si ridestò, si accorse che era ormai sera, si alzò lentamente, una pesantezza innaturale gli gravava addosso, uscì senza far rumore, gli amici erano ad attenderlo per l’ultimo saluto a Martino. Si sentiva solo e per la prima volta provava per intero quella sconfinata sensazione d’inquietudine lenta, che gli moriva dentro e, neppure la vicinanza di Aidi riusciva a strappargliela via. Guardò impietrito la dura lapide, il nome dell’amico e, in quell’istante, qualcosa di sé si spezzò irrimediabilmente.

     Si sentiva abbandonato, tradito, ma in realtà, sapeva che era lui ad aver lasciato l’amico solo e proprio quando ne aveva più bisogno e tutto perché lui, il vecchio Alex, come al solito, non aveva capito e ora era troppo tardi per rimediare.  

     Tirò fuori un’uni posca e con mano tremante scrisse sulla grigia lapide l’ultima frase, che ricordava di Martino: “Colpisci al cuore il passato, le delusioni di sempre”.

 

18 aprile 1999

                                                                      Franco D'Arco

Seta

 

     L’aveva vista una volta, un pomeriggio di novembre e gli era bastato per non dimenticarla. Una spider grigia si era arrestata a pochi centimetri da loro, lei era scesa, aveva salutato la compagnia, poi si era allontanata con un’amica, subito dopo era ripartita in fretta, com’era arrivata.

     Sicuramente i suoi occhi grandi e profondi non l’avevano neppure notato, ma lui sì, aveva seguito la linea sottile di quello sguardo perso nel vuoto e si era sentito trascinare via da quel mondo finto, che gli galleggiava attorno e, per un attimo, gli era sembrato di cogliere qualcosa di indicibilmente vivo e triste, che si celava nel fondo di quegli occhi alteri e sfuggenti.

     L’unica cosa che gli rimaneva di lei era il suo nome sentito poco prima. Strano, gli sembrava insolitamente familiare, come qualcosa di conosciuto e amato da sempre, eppure inspiegabilmente dimenticato e, in quel momento, davvero desiderava dare un volto a quella sensazione indefinita, che affiorava da un lontano passato, ma non riusciva proprio a ricordare. Davanti gli ritornava sempre il volto di lei, la sua bellezza antica, dipinta con grazia tante volte dai grandi artisti del Rinascimento e il mistero di quegli occhi verdi, che gli scivolavano dentro e gli mostravano un oscuro tormento, un’indicibile rinuncia, lei così bella, lontana da tutto e da tutti.

     Non era la prima volta che s’imbatteva in quegli occhi inquieti e tristi, spalancati su un presente assente e senza futuro. Conosceva il significato di quello sguardo muto e penetrante, sembrava uno strappo alla vita da cui un’anima in pena fuggiva via dal suo troppo passato e lei non l’aveva neppure visto, confuso com’era in quella compagnia, che si godeva gli ultimi raggi di sole.

     Si guardò attorno, non aveva più voglia di stare lì a non far niente e aspettare la sera, l’unica cosa che desiderava era passeggiare lungo il mare, guardare all’orizzonte, dimenticare. Ormai non ci credeva più, non voleva illudersi ancora una volta, preferiva rinunciare, prima di iniziare di nuovo tutto per poi andare incontro all’ennesima delusione.

     Fissò il lungomare, era deserto a quell’ora del giorno, solo i rifiuti, spenti i clamori estivi, facevano mostra di sé lungo la riva. Sembravano i resti di un mondo morto, finito, irrimediabilmente consumato e buttato via, che soltanto la pietà del mare non aveva respinto, restituendone le misere spoglie.

     In quel momento pensò alla sua vita passata, al lavoro di pochi mesi, che l’aveva trascinato lì e non riusciva a staccare gli occhi da quei poveri resti, che gli ricordavano altre stagioni e altri clamori, ma alla fine sempre la stessa sensazione, di essere sopravvissuto ad una silenziosa catastrofe, che aveva portato via ogni cosa bella e viva da questo mondo di morti.

     L’atmosfera livida e fredda lo faceva sentire ancora più solo in quella Rimini nebbiosa, che si ritraeva indifferente, gli sembrava di essere fuori stagione, come tutto ciò che lo circondava e rivedeva lei, che si allontanava in compagnia di un altro, già molto avanti negli anni, certamente non suo padre, eppure la vista di lui, dai modi così distinti e cortesi, gli aveva riservato una spiacevole impressione, ma non voleva pensarci e ritornò sui suoi passi, dirigendosi verso casa.

 

***

     I giorni passarono in fretta e di lei più nulla. Usciva, come al solito, verso sera con la stessa compagnia di sempre, ormai si era abituato a buttare via il proprio tempo, gli bastava seguire la linea dell’orizzonte, indifferentemente.

     Una sera, durante uno dei soliti giri tra i locali notturni e le discoteche della costa, la rivide. All’inizio non l’aveva notata nella confusione della pista. Ballava con movimenti composti e aggraziati, lasciandosi condurre dalla musica in un mondo tutto suo e quella sensazione di muta attesa nel suo sguardo, sembrava proprio scomparsa. Ora era contenta e, di tanto in tanto, sorrideva ad un gruppo di persone seduto ad un tavolino di prima fila.

“Ti piace?”

     Gli chiese un’amica, avvicinandosi. Lui finse di non capire, non voleva parlare di lei in quel modo e le rispose:

“Sabina?” e l’altra gli ribatté, seccata:

“Chi se no, non fare lo scemo!”

“Certo, è bella no?” le fece lui, messo alle strette, ma, in ogni modo, cercò di evitare che la conversazione prendesse quella piega, lei però, non si accontentò e insisté:

“Molto, ma non fa per te”.

“E perché, sentiamo?”

“Non vedi chi frequenta, non è certo il tuo giro?”

“Possono essere solo amici perché cercare di capire tutto al primo sguardo. Che cosa significa, sentiamo?”

“Sì, amici a quell’età, ma dai! Io vado a ballare, vieni?”

“No, non ne ho voglia, scusami, preferisco finire la mia birra”.

“Fa’ come vuoi, ma ti consiglio di pensare ad un’altra, quella lì è bella, ma scomoda, ti avviso”.

     La vide allontanarsi, scomparire tra la gente, che affollava la pista e ripensò alle parole dell’amica, forse aveva ragione, era lui che si era illuso di capire tutto al primo sguardo. In quel momento, lei era così diversa da come l’aveva vista la prima volta, non desiderava più qualcuno, che la portasse via, che la strappasse a quella prigione di maschere, era semplicemente appagata, contenta di essere lì, tra quella gente, nel loro mondo.

     Si alzò e si diresse versò il bar, aveva bisogno di bere qualcosa di forte e ghiacciato, ordinò una vodka e incominciò a sorseggiarla, poi guardando in direzione della pista, incontrò i suoi occhi, lei se n’accorse e abbassò lo sguardo. Ora non sorrideva più alle battute dei suoi amici, sembrava quasi che la infastidissero, mettendola a disagio, poi lo guardò di nuovo e i suoi occhi ridivennero espressivi e invitanti come la prima volta.

     Lui si staccò dalla reception e si diresse verso di lei. Continuava a guardarlo e quando le fu vicino, gli disse con voce aggraziata:

“Andrea Longhi, suppongo. Marisa mi ha parlato molto di lei, io sono Sabina Vanini, piacere” e gli porse la mano, una morbida mano, che scivolò nella sua.

“Mi auguro che abbia parlato bene di me”.

     Lo disse in tono scherzoso, ma conoscendo un po’ Marisa, sapeva com’erano graffianti le sue battute e, soprattutto, i suoi giudizi.

“Oh, non si preoccupi, Marisa è sempre molto comprensiva verso i forestieri, come dice lei. – e accennò ad un sorriso, poi abbassando gli occhi, aggiunse – Allora, lei è il famoso ”biondo” di cui tanto si parla, ma vedo che non si diverte, se ne sta tutto solo in questa confusione. Strano, conoscendola è molto diverso da come me ne hanno parlato”.

“Spero in meglio” aggiunse lui, guardandola negli occhi.

“Forse, chissà” rispose lei pensosa.

“Mi hanno detto che non è mai stata a Venezia, noi ci andiamo per questo fine settimana. Vuole venire? Ci sarà anche Marisa e mi piacerebbe farle conoscere quella città, in passato era come una mia seconda casa e mi sono trovato bene lì”.

     La sua voce era calda, suggestiva, invitante, lei se n’accorse, scostò con la mano          i capelli, che le erano scivolati sugli occhi, poi inclinando leggermente il bel viso, gli rispose con un filo di voce:

“Non lo so, devo vedere se posso, certo mi piacerebbe visitarla, è una cosa che ho sempre desiderato fare, ma poi, niente”.

“E allora venga, se non ha già altri impegni”.

     Lo guardò silenziosa e rimase così per alcuni istanti, come se stesse pensando a qualcosa di faticoso e difficile, poi abbassando gli occhi, disse:

“Va bene, però andiamo con la mia auto perché, se non guido, sto male”.

“Non c’è problema”.

“Allora, ci vediamo, mi metterò d’accordo con Marisa, ora però la devo salutare, è meglio non fare attendere troppo gli amici”.

     La vide andare via, scivolare in quella penombra di luci soffuse e riprendere il suo posto accanto agli altri, immersa com’era in quella rete d’attenzioni, che la circondavano e l’allontanavano da lui. Salutò gli amici e uscì dal locale. L’aria fresca sul viso lo faceva stare meglio.

     Non voleva farsi coinvolgere troppo, ma c’era qualcosa in lei che l’attirava irrimediabilmente, forse la sua bellezza, così fuori moda per i tempi, eppure a tratti affioravano alla mente vecchi sogni, antiche letture, fantasmi di un lontano passato, mai veramente dimenticati, che gli parlavano di lei e di altre storie, che avevano oscuramente governato la sua vita. Salì in auto e si diresse verso le colline, guidava seguendo il vento, non aveva voglia di tornare a casa a quell’ora della notte.

 

***

 

     Alcuni giorni dopo, un sabato, si attendeva solo lei per partire. Andrea la vide arrivare con la solita compagnia, non se l’aspettava, ora sapeva che era stata solo per curiosità se lei gli aveva parlato in discoteca, ma fece finta di nulla. In quel momento desiderava unicamente che i giorni a Venezia passassero in fretta. Li portò in giro e lei si divertì come una ragazzina, eppure non era così che se l’era immaginato, ma probabilmente la donna, che aveva visto quel pomeriggio di novembre, era solo una sua fantasia. Sabina, che aveva davanti, che scherzava con lui seduta al Caffè Florian e in giro per Venezia, era molto diversa, sempre così attenta a mantenere le distanze, a frapporre un muro invalicabile fra loro due, fatto di gesti e di parole pronunciate a bassa voce all’amica per non farsi intendere.  

     Sentiva che lei voleva conservare la sua impenetrabilità racchiusa in quello sguardo altero, che a volte brillava nei suoi occhi e non c’era nulla che lui potesse fare per strappargliela via, se non rinunciare a ciò che era e fingere di essere un altro, uno dei tanti ai quali lei, sicuramente, era abituata, ma questo non poteva accettarlo, non l’aveva mai fatto.

     I mesi che seguirono, scivolarono via senza lasciare tracce. Di tanto in tanto, gli capitava di rivederla, ma sempre di sfuggita e, immancabilmente, in compagnia di quel vecchio dai modi distinti. Ora non si chiedeva più la ragione di un’amicizia simile, così esclusiva e impenetrabile.

 

***

 

     Il giorno in cui Marisa partì, altre l’avevano fatto prima di lei, era una grigia mattina di febbraio, il freddo pungente della costa riempiva l’aria immobile di granelli di gelo.                                

     Alla stazione c’erano solo loro due, gli unici rimasti. Quel giorno lei era sola e si vedeva che era triste, ormai non aveva più nessuno accanto a lei, tranne quel vecchio signore dall’atteggiamento paterno e lui, quasi uno sconosciuto.

     La riaccompagnò a casa, era la prima volta. L’appartamentino era arredato con gusto e pieno di luce, fu la prima cosa che notò. Lei si muoveva con grazia in quell’ambiente piccolo, ma accogliente e, ogni tanto, lo guardava di sfuggita, per non farsi scoprire da lui, l’osservava, cercava, probabilmente, di capire chi fosse veramente. Lui, invece, le parlava, scegliendo con cura le parole e le lasciava fluire, come un’invisibile rete nella quale lei incominciava a riconoscersi.

     Da quella volta si rividero quasi ogni giorno, lei si era abituata alla sua presenza, le piacevano il suo modo di fare sicuro e pieno di attenzioni, le sue parole e la sua voce, mentre lo sguardo altero e l’atteggiamento distaccato e un po’ scostante erano scomparsi, davvero sembrava la donna incontrata per un attimo quel giorno di novembre, il fantasma che Andrea aveva inseguito vanamente per anni.

 

***

 

     Quella sera la trovò intenta a cucire la piega di un vestito, avvolta com’era nella morbida gonna verde, che a lui piaceva tanto, i lunghi capelli le scivolavano sulle spalle, accarezzandole il viso, mentre gli occhi seguivano il filo, che scompariva nel tessuto, ma subito si posarono dolcemente su di lui, vedendolo entrare.

“Mi piace quando mi guardi e non posso più fingere di esserti solo amico. C’è un momento in cui due persone incominciano ad amarsi?  Sì, e credo che questo sia il nostro. Vorrei soltanto che non finisse, che potesse durare così come ora”.

     Lei abbassò gli occhi, rimase immobile, stringeva solo le mani e non disse nulla. Rimase muta, silenziosa, impenetrabile ad ogni sua parola, ad ogni suo sguardo. In quel momento ad Andrea sembrò che il muro invalicabile, che in passato li aveva tenuti così distanti, si fosse di nuovo richiuso attorno a lei e non riusciva a capire, continuava a parlarle, ma la sua voce non era più ferma come prima e vedeva che qualcosa di oscuro la tormentava e l’allontanava inesorabilmente da lui.

     Gli sembrava che spettri di un lontano passato le si agitassero dentro, spingendola a fuggire ancora una volta da lui e dalla vita.  Li conosceva bene, quante volte li aveva visti riflessi nei suoi verdi occhi e gli avevano parlato di delusioni, che segnano come croci la vita di una persona, lui aveva cercato di strapparla a quel destino, ma ora gli sembrava che tutto fosse stato inutile, lei si era richiusa in se stessa, ancora una volta in compagnia del suo dolore e lui n’era rimasto irrimediabilmente fuori.

     Era disperato, non voleva che tutto finisse così amaramente, senza neppure una parola o un gesto. Lei se n’accorse, alzò il suo bel viso e, facendosi forza, gli disse solo:

“Ho più anni di te, come vuoi che possa funzionare”.

     Abbassò gli occhi, non voleva che lui vedesse le sue lacrime ed era come se gli avesse detto: “Lo so, mi deluderai come hanno fatto tutti gli altri prima di te, quando ti sarai stancato di me, te n’andrai e io mi ritroverò ancora più sola e sarà una delusione peggiore delle altre. È questo quello che vuoi da me, approfittare della mia fragilità perché sai che non ho più la forza di resisterti?”

     Le parole erano diventate ormai superflue, tutto quello che Andrea poteva dirle, non sarebbe servito a niente, lui non poteva promettere nulla, non poteva fingere, ma solo sperare che lei l’amasse veramente, al punto di rischiare e soffrire per lui.

     In quel momento avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, ma sarebbe stato inutile, era lei che doveva rischiare se stessa e solo per un fragile amore come il loro. Le si avvicinò e le disse dolcemente di pensarci, di pensare bene a loro due e andò via.

     L’auto filava sull’autostrada, lui seguiva indifferente la striscia bianca sull’asfalto e avrebbe voluto porre fine a quella corsa, ma sapeva che ci sarebbero state solo altre vie e altre città oltre quella.

     Il silenzio della notte era opprimente come un vuoto indesiderato, che gli parlava di lei e della propria vita sospesa ad una sua parola, che non era giunta e lui si ritrovava lì ad inseguire un antico fantasma, mentre scivolava sempre più nella notte per non sognare.

     Ora sì che ricordava quel vecchio film tanto amato in gioventù, ora sì che rivedeva lei sorridente, attenderlo alla fine della strada. Doveva rimanere solo un sogno, un sogno che gli aveva segnato tutta l’esistenza? No, pensava, non poteva finire così nel silenzio di quella notte.

 

***

 

     La rivide ancora, ma evitava di trovarsi da solo con lei, i suoi occhi verdi gli imploravano di tacere, di non tradirla e lui, in alcun modo, l’avrebbe fatto, ma vedeva che soffriva e non riusciva a nasconderlo e questo era una pena troppo grande, insopportabile, che l’avrebbe portato via da lei.

     La domenica mattina, parcheggiando l’auto al solito posto sul lungomare, si sentì chiamare, si voltò e vide venirgli incontro Giulio, l’anziano amico di Sabina, l’uomo l’invitò ad unirsi a loro in una gita al Parco dei Giganti presso Reggio Emilia, lì c’era un incantevole lago in fondo ad un bosco di faggi, che Sabina desiderava da tempo vedere. Era la prima volta che Giulio lo invitava, strano e lui, nascondendo la sorpresa, accettò.

     Il primo sole di marzo scioglieva gli ultimi tepori del mattino in quel cielo terso, adagiato sugli Appennini, tutt’intorno il verde delle selve.

     Il lago era davanti a loro con i suoi canneti e i suoi isolotti di sabbia, Andrea le appoggiò la mano sulla spalla, lei non la scostò, alzò gli occhi su di lui e, sorridendogli, gli disse:

“Andiamo, vuoi?”

 

***

 

     Nel pomeriggio rientrarono in città. La spider grigia si arrestò accanto alla sua auto, ferma sul lungomare, lui scese e, rivolgendosi a Giulio, disse:

“Accompagno io Sabina a casa, non preoccuparti”.

     Il sole calava dolcemente sull’orizzonte, Andrea guidava da alcune ore e, mentre le parlava, di tanto in tanto la guardava e lei gli sorrideva, contenta. L’auto filava veloce, seguendo la striscia bruna, che si apriva la strada in quell’immensa distesa gialla bruciata dal sole, lei la vedeva scorrere ai suoi lati e incominciava a riconoscere i luoghi e i profumi della sua terra, era sorpresa, non se l’aspettava.

“Perché siamo qui?” gli chiese.

“Ti riporto a casa, è da tempo che aspetto questo momento ed è la prima cosa che desidero fare insieme a te, quando saremo vicini, tu mi indicherai la via, solo tu la conosci e non voglio sbagliare”.

     Lo guardava, le luccicavano gli occhi per l’emozione, poggiò la sua morbida mano su quella di Andrea, lui fermò l’auto, lei gli si avvicinò e lo baciò per la prima volta, poi adagiò il capo sulla sua spalla e ripartirono.

     La casa era circondata dal verde, appena fuori del paese, un tempo un borgo di pescatori, tutt’intorno il mare e il sale. All’ingresso una margherita brillava alle prime luci della sera. Entrarono. Sabina si affrettò a togliere i teli, che ricoprivano i mobili dell’ampia sala del soggiorno e li portò in un’altra stanza.

     Andrea si guardò intorno, su uno scrittoio c’era un album di fotografie, si avvicinò e, mentre lo sfogliava, aveva la sensazione di conoscere da sempre quella storia, quei bei volti tristi di lei, che gli sfilavano davanti in una silenziosa delusione, consumatasi negli anni. Richiuse l’album e solo allora si accorse della presenza di un piccolo diario, ne sfiorò delicatamente con la mano il velluto bianco della copertina dai bordi dorati, il passato di lei era lì in quelle pagine segrete, lo guardò un’ultima volta, poi si scostò.

     Lei entrò in quel momento, vide lui e il diario e i suoi occhi si riempirono di lacrime, aveva dimenticato che era lì, lo afferrò con rabbia, piangeva, l’aprì tra i singhiozzi, che le scuotevano il petto e incominciò a strappare le pagine in piccoli pezzettini, disperata. Andrea la guardò e con tenerezza le sfiorò i capelli con la mano, poi le asciugò delicatamente le lacrime e con dolcezza le disse:

“Ti amo, ora non piangere più, è tutto passato” le sollevò il bel viso e la baciò.

 

17 – 25 luglio 1999

Franco D’Arco

Al mare

 

     Un vento leggero gli scompigliò i capelli, non ci fece caso, guardava il mare. La spiaggia era quasi deserta, sembrava un miraggio. Il sole era sorto da poco più di mezz’ora e già iniziava a scaldare la sabbia, l’aria.

     Il freddo della notte stava scomparendo. Andrea si tolse la maglia e la posò sull’asciugamano. Si accorse che i jeans erano sgualciti, pieni di sabbia, ma non gli importava. Riprese a guardare l’orizzonte.

     Un’ombra lo oscurò. Andrea alzò lo sguardo coprendosi gli occhi con la mano destra. In controluce vide Luca che lo sovrastava.

“Levati, che mi togli il sole”, gli disse brusco.

“Non è venuta, vero?” disse Luca, sedendosi sull’asciugamano.

“No”, rispose Andrea. “Non è venuta”.

     Luca stese le gambe e si sdraiò, con gli occhi chiusi. “Probabilmente adesso sarà sveglia”, disse.

“Sì. Parte tra un’ora”.

“Potresti andare a salutarla”.

“Non voglio vederla. Aveva detto che sarebbe venuta”.

     Luca si rimise a sedere e passò un braccio sulle spalle dell’amico. “Non era sicura,” gli disse.

     Andrea ritornò a fissare il mare, poi aggiunse senza guardarlo: “A te come è andata?”

“Bene”, rispose Luca, sfilando la maglietta. “Pensi di andare a salutarla? Non te l’aveva promesso. Era ancora incerta”.

“Già”, rispose Andrea. “Hai ragione” ma si vedeva che non stava ascoltando.

“Senti”, disse Luca, “Io vado. Devo passare da Silvia. Ci vediamo più tardi”. Si pulì le gambe dalla sabbia e si allontanò, risalendo verso le cabine.

     In piedi, davanti alla pensione in cui Laura alloggiava, Andrea pensò che ancora poteva sentire nell’aria la risata di lei. Avevano trascorso in quel posto una delle loro ultime serate insieme e si erano divertiti come matti, quella sera, ma forse non era bastato.

     Poi, guardò in direzione della veranda e si sentì mancare. Laura era lì che faceva colazione, da sola. Andrea superò l’ingresso e si diresse verso di lei.

“Posso sedermi?” le chiese.

Laura annuì. “Posso offrirti qualcosa?” gli disse.

Andrea scosse la testa. “No, grazie”, disse.

     Rimasero in silenzio, mentre lei finiva di consumare la sua colazione. ”Non sei venuta, ieri sera”.

“No”, disse lei.

“Neppure stamani. “Dormito bene?”

“Sì. “Ho dormito bene. Sono andata a letto presto, ieri”. Sembrò sollevata da quella domanda”. “Tu hai dormito?” disse poi.

“Un po’ sì. Un’ora, però. Forse due. Non so esattamente quando mi sono addormentato”.

     Laura fece una smorfia divertita: “”Succede sempre così”.

“Già,” disse lui.

     Ci fu una pausa di silenzio, di disagio. “Tra quanto parti?” le chiese.

“Fra un’ora”, rispose lei pronta.

“Ah”, disse Andrea. “Be’, allora hai proprio deciso di andare”.

“Sì”.

“Torni a casa, perché? Mi sembravi felice con me, l’altra sera. Perché allora farlo durare solo un momento e tornare poi alla normalità di sempre, all’infelicità di sempre?”

“Non lo so, non me la sento, forse non è più il tempo di cercare e stupirsi, ma di fermarsi e accettare”.

“Giulio?”

“Ha bisogno di me”.

“Anch’io”, disse lui, e si stupì di averlo detto, perché ormai credeva di essersi rassegnato a perderla.

     Lei non rispose, guardava in basso, cercava di evitare il suo sguardo. “Cosa farai tu?” gli chiese.

“Tornerò a Bologna, penso”.

Lei annuì. Sorrise. Disse: ”Ci siamo divertiti”.

“Già”, disse lui. “Ti mando le fotografie”.

“No”, disse lei. Poi aggiunse: “D’accordo. Non tutte, però”.

“Sì, capisco. Rimasero in silenzio, lui le prese le mani.

“Ci rivedremo?” le disse. Stava sforzandosi di sorridere.

“Meglio di no”, rispose lei. “Mi piacerebbe, ma è meglio di no”.

“Hai ragione”. Doveva andarsene, adesso, ma non voleva farlo. Avrebbe voluto rimanere lì per sempre. “Allora ti mando le foto?”

Lei annuì. “Ti ricordi di non mandarmele tutte? Me lo prometti?”

“Sì, certo”. Non gliele avrebbe mandate tutte e poi, pensandoci bene, neppure lui le voleva tutte. Si alzò. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di sentirsi dire che poteva restare. Non sembrava neanche dispiaciuta, ma non era vero. E allora, perché lasciava tutto finire così? 

     Mentre tornava sui suoi passi, verso la spiaggia, Andrea fece uno sforzo immenso, ma non riuscì a trattenersi, dovette guardare indietro e lei non era più lì.

 

Franco D’Arco

La prossima vittima

 

 

      Come tutti i fine settimana al Number One c’è molta gente: sono giovani e hanno voglia di divertirsi al ritmo della tecno, musica che scalda e annulla le distanze.

     Il locale è gremito fino all’inverosimile, i laser tagliano l’aria, le luci stroboscopiche incalzano senza tregua la massa urlante al ritmo del d.j. Un gruppo di ragazzi è appena entrato, si mischia alla folla e balla fino a stancarsi.

     Uno di loro ha appena diciotto anni, lavora in una fabbrichetta tutti i giorni della settimana, tranne il sabato e ora è lì per divertirsi e cancellare in una notte tutto quello che ha alle spalle: fatica, freddo e un futuro inossidabilmente uguale al presente.

     La musica incalza, corre sempre più veloce e lui fa fatica a starle dietro. Gli occhi gli si appannano per il sudore. Lei non è lì, ne sente la mancanza e non è servito a nulla telefonarle, non c’era.

     Ricorda come si erano conosciuti, proprio dove è ora una sera e lei, tra le centinaia di teste, di braccia, di occhi, aveva scelto lui. Tutto filava a meraviglia, sembrava la tipa giusta, stessi gusti, stessi gesti, tutto insomma e, immancabilmente, poi il sabato sera in discoteca tanto per tener viva l’abitudine e chiudere il mondo alle proprie spalle.

     Una ragazza gli sta proprio di fronte, stretta in una t – shirt bianca lucida di sudore, che le lascia scoperta la pancia e con una mini color oro, a quest’ora della notte è uno schianto al cubo. Lo punta, forse è solo per non perdere il ritmo, lui la nota, l’asseconda. Ora, le battute sono incalzanti, ci si avvia verso il cuore della festa, le teste ondeggiano, lampeggiano veloci, il pavimento è viscido di umori, di corpi e un leggero stordimento lo prende, gli fa perdere il ritmo. La ragazza se n’accorge, è un guizzo, uno scarto di delusione, lo fissa per un attimo, poi si lascia trascinare dalla corrente via da lui.

     Sente le braccia pesanti, il sudore gli cola sulle guance e ha l’impressione, che neppure i capelli vogliono stare più su, belli e diritti come sempre. La serata si mette male, lo sente, quella sfiga addosso da quando lei l’ha piantato, non vuole mollarlo. Con rabbia pensa all’altro, già perché c’è sempre un altro con qualcosa in più di te quando si è alla fine di una storia.

     A quest’ora, sicuramente staranno filando verso un’altra discoteca, magari alla nuova, che inaugurano proprio stanotte. Ma poi, era davvero una storia? Come quella ne aveva avute altre, tutte finite allo stesso modo o forse mai iniziate realmente, perché allora continuare a pensarci, bisogna divertirsi, trovare la carica giusta per un’altra settimana di paranoia e di ricordi, solo questo conta.

     Due ragazzi si scrutano, si lasciano condurre dai movimenti dei loro corpi in quella zona d’ombra dove si posano gli sguardi, quasi si sfiorano, lei appena più bassa di lui, non stacca gli occhi dalla sua figura, non vuole perdere la concentrazione. Il ragazzo fa un gesto, è un attimo, un momento, lei lo segue, i due scompaiono nella folla.

     Per loro, almeno, la serata si mette bene, pensa lui guardandosi in giro e cercando il resto della compagnia, che si è liquefatta nella mischia. 

     Ha bisogno di tirarsi su, di reggere fino all’alba, ma non ha la forza di raggiungere la reception, pressato com’è dalla calca di corpi, che lo soffoca e lo affonda. Si sente sfiorare una spalla, si volta a fatica. Due occhi spuntano dal buio, lampeggiano in quella semioscurità lattiginosa, gli sembra di riconoscerli, sì, è proprio lui. 

      L’amico tira fuori una pasticca, la chiamano ecstasy, scioglie il corpo e in un baleno annulla le distanze, le insicurezze e la paura di sempre. È un attimo, costa poco e ti rimette subito a posto con tutti. Il ragazzo torna a ballare. In una manciata di minuti ritrova tutta la sua forza, il sangue pulsa veloce, sempre più veloce, gira al massimo.

     Qualche ragazza incomincia a notarlo, lo segue nei movimenti. Ora è davvero bravo, ha un magnetismo addosso, che cattura, la sfiga se n’è andata. Respira forte, i vestiti gli si sono incollati addosso, viscidi come tutto quello che gli nuota attorno. Suda molto, fa un caldo d’inferno, gli manca l’aria, il respiro, si sente male, rantola, si accascia al suolo.

     Gli amici lo soccorrono, cercano di fare spazio, di tirarlo su. Sopraggiungono i buttafuori, che non vogliono sentire ragioni, che di fastidi ne hanno fin troppi e li allontanano dal locale.

     Fuori sta spuntando l’alba. Un pallido raggio di sole gli imbianca il viso smorto e lui fa appena in tempo ad assaporarne il tepore, poi spira fra le braccia degli amici.

     I giornali il giorno dopo riporteranno il caso, seppellendolo sotto una montagna di altre notizie e parleranno dei giovani, immancabilmente, solo tra sette giorni alla prossima vittima.  

 

27 gennaio 2000

Franco D’Arco

Una dolce sera di maggio

 

 

     Era una dolce sera di maggio, col cielo azzurro e l’ultimo scorcio di sole che ingialliva i palazzi di fronte fino a rendere dorati i tetti e bionde le sedie dei bar. Intorno tanti gruppetti di ragazzi, ognuno stretto alla sua compagnia, in fondo alla piazza, proprio nell’arco in ombra di un portico, stavano i due.

     Marco con un foulard annodato al collo di traverso, i jeans e gli stivaletti neri e Lisa pallida e minuta, raccolta nel suo piumino nero, si guardavano, sembrava che aspettassero qualcosa o qualcuno, ma nessuno arrivava a strapparli da quel posto in ombra, che li nascondeva agli occhi degli altri.

     Le parole e i rumori della piazza si fecero più sommessi, lontani, mentre il sole tramontava dietro le torri e i tetti. Calava la sera. le compagnie chiassose e i crocchi di giovani si scioglievano per ritrovarsi di lì a qualche ora, di nuovo insieme da qualche parte della città, ma non i due. Stavano fermi, immobili ad aspettare che tutti fossero andati via, poi, guardandosi negli occhi ebbero entrambi un unico, triste, pensiero: lei ricordò le sere passate in camera, nel suo piccolo mondo, dove si rifugiava per non vedere il vuoto, che la circondava in quella sua grande casa deserta e silenziosa. Marco pensava ai cibi freddi, ai volti assenti dei suoi, alle domande meccaniche, che lo aspettavano ogni volta, al gelo impalpabile, che si era insinuato col tempo tra loro, come una malattia oscura, senza rimedio. Poi i loro occhi s’incontrarono di nuovo, lei sospirò e disse, inquieta:

“Si è fatto tardi, devo andare”.

     Allora lui l’accarezzò con gli occhi, poi stendendo un braccio l’avvicinò a sé. In quel momento sembrava davvero bella nella luce del crepuscolo, che l’avvolgeva tutta e le illuminava i capelli d’oro, non voleva lasciarla andare via, almeno non quella sera, non ce l’avrebbe fatta a tornare a casa e ritrovarsi solo, ancora una volta.

     Era ormai stanco di essere trattato come un sorvegliato speciale, sempre a rimorchio di qualcuno, che ordinava la sua vita e non gli chiedeva mai se era d’accordo, contento, nulla.

     Lisa lo guardò e vide la sua tristezza negli occhi di lui. Abbassò le palpebre, ma non poteva nasconderla, l’avrebbe notata comunque.

“Che vita è la nostra, me lo sai dire?” Le chiese sconsolato, poi, senza attendere la sua risposta, continuò:

“Momenti, ore forse, strappati a giorni tutti uguali, che poco a poco distruggono la nostra gioia, senza che riusciamo a farci nulla ”.

     Gli occhi di Lisa cominciarono a diventare lucidi, ma lui non si fermava, cercava di tirarle fuori le parole che voleva sentirsi dire, quelle che gli avrebbero fatto più male. Le lacrime cominciarono a scendere sulle guance, lei, ora, si sentiva irrimediabilmente sola e piangeva. Marco le vide e allora capì quanto la stava facendo soffrire e che non era giusto farsi del male, a quello bastava la vita e l’avvicinò a sé, asciugandole le lacrime con la mano.

“Mi vuoi bene?” le chiese.      

“Sì” disse lei in un sospiro e lui la baciò, scostandole leggermente i capelli, che le erano scivolati sul viso.

“Se potessimo andare via da qui e vivere la nostra vita”.

     Lei lo guardava, vedeva i suoi occhi brillare dal desiderio, accendersi alla fantasia, gli prese una mano e l’appoggiò al viso, quella sensazione di calore a contatto della pelle, la faceva sentire al sicuro, protetta, non piangeva più, disse solo:

“E mi porterai via presto?”

     Marco tacque. Sembrava riflettere con fatica, come se stesse vagliando in fretta una serie infinita di possibilità, di perché, poi le chiese:

“È successo qualcosa in casa tua?” E, stringendole le mani, aggiunse:

“Non mi nascondere nulla, ti prego, non lasciarmi fuori”.

Lisa annuì, esitante.

“È così”, egli disse abbattuto. “Lo sapevo....” E si prese la testa tra le mani. Lei si appoggiò alla sua spalla. Disse semplicemente:

“Non essere triste”.

     E rimasero così a lungo in quella piazza silenziosa dove tutto taceva. A un tratto il giovane si alzò e disse:

“Vieni via con me, Alex m’ha fatto sapere che al Prince quel posto c’è ancora”.

    Lisa accennò ad un sorriso nei begli occhi pieni di lacrime. Lui prese di nuovo come prima le sue piccole mani, le portò a sé e la guardò, come mai aveva fatto prima. Le stava chiedendo troppo, il loro ormai non era più un gioco, ma non sapeva che altro fare se non cercare una via d’uscita, anche la più folle e disperata. Lei scosse la testa, ma non ebbe la forza di dire nulla.

     Con i capelli mossi dal vento, la vide andare via, scomparire nel buio della piazza, nel silenzio che lo circondava. In quel momento si sentiva un naufrago, che aveva smarrito ogni porto sicuro. Vagava per le vie della città, senza neppure riconoscerle, fuggiva il più lontano possibile da casa, ma davanti gli compariva sempre quell’esile figura, che svaniva nel buio della notte, la sua notte.

     Non aveva voglia di ascoltare musica quella sera. Si buttò sul letto, ma non riusciva a dormire, guardò l’orologio, era l’una, doveva aver vagato per ore in città. In casa tutti dormivano, il silenzio era completo, opprimente. Si alzò e solo allora si accorse del libro, che lui aveva regalato a Lisa qualche giorno prima per il suo compleanno. Era sul suo tavolo di lavoro sopra ad altri libri. Come mai era lì? Di sicuro l’aveva portato lei, quella sera, ma perché? Lo prese tra le mani, l’aprì delicatamente, scorse con gli occhi la dedica che le aveva scritto e non riusciva a capire, poi, sulla pagina successiva vide la scrittura minuta di lei, poche parole spezzate da una forte emozione:

 

     “Ti scrivo piangendo. Oggi i miei si sono lasciati definitivamente, l’ho saputo stasera, per loro, ora sono solo d’impaccio. Hai ragione, andiamocene. Di noi non interessa niente a nessuno  Domattina alle sei sarò alla stazione. Anna ti porterà il libro, di lei mi posso fidare. Allora aspettami. È deciso, domattina alle sei.

Tua

Lisa”

 

     Richiuse il libro e rimase lì, immobile. Pensava a come tutto fosse accaduto così in fretta e sentiva che in quel momento una parte di sé moriva, senza lasciare tracce, era la sua gioventù, che scompariva in quelle poche righe con le speranze, le gioie, i sogni e l’infinita tristezza, che l’avevano accompagnata, custodita e protetta.

     Ma ora chi era lui? Era profondamente se stesso e nessuno. Nessuno. Sentì di impazzire, una, dieci, mille volte e in quel momento gli apparve lei, pallida e minuta, andargli incontro e lui, innamorato dei suoi occhi grandi e scuri, sorriderle felice, poi ricordò la prima volta che la vide tra le belle facce delle amiche, che le tenevano compagnia sui gradini di San Petronio, e i prati dei giardini Margherita dove spesso andavano a godersi il primo sole di primavera e, infine, la sera in cui si incontrarono e parlando, lui le diede il primo bacio. Tutto ritornò buio e silenzioso, ma lui ora sapeva chi era, aveva solo bisogno di riposare un po’ prima dell’alba.

     La stazione era animata da uno strano suono, una specie di fruscio lontano come quello del nastro vuoto quand’è finita la canzone. Ed era fredda, un gelo umido le sfiorava la pelle, lento, attraverso i jeans. Era in piedi, appoggiata al muro accanto all’edicola ancora chiusa. Vi rimase per un tempo imprecisato, forse minuti, poi incominciò a camminare lungo la banchina. Sopra il bavero del suo piumino nero le cadevano i capelli scuri, avevano l’aria leggera dei capelli appena lavati, ancora un po’ umidi e odorosi. Camminava a passi lenti, discontinui, si arrestò davanti a un telefono pubblico, guardò l’orologio e rimase lì ferma, immobile, a volte sfregandosi le piccole mani per riscaldarle.  

     La foschia della notte incominciava a diradarsi, il cielo si tingeva di colori, Lisa fissò il ricevitore come se non ricordasse più a cosa servisse, poi si decise e lo sollevò, ma lo lasciò ricadere, andandosene. Attraversò il salone d’ingresso, uscì dalla stazione, guardò in giro. In quel momento il piazzale si animava di auto, di gente: pendolari, che si recavano al lavoro, viaggiatori assonnati e indifferenti, che andavano e venivano. Incominciava a fare giorno.

     Lei rientrò, era pallida, si stringeva nelle braccia con un’espressione cupa e si lasciò cadere su una panchina. Lui non era venuto ed era inutile cercarlo. Ora si sentiva veramente sola, senza più niente, guardava i binari, il treno in partenza e i suoi occhi scuri, increduli, luccicavano nel chiarore dell’alba. A un tratto, sul selciato risuonarono dei passi affrettati. Si voltò, alzò gli occhi e lo vide arrivare alle sue spalle, aveva i capelli scomposti per la corsa e le sorrideva, appena in tempo.

 

5 – 7 febbraio 2000

Franco D’Arco

 

Kay è stata qui

 

     Kay è stata qui, lo sento dall’aria mossa del primo mattino e dal profumo che avverto intorno, ma non c’è, non può tornare. Passava per strada con quei jeans sbiaditi, sempre un po’ più lunghi e stretti e m’innamoravo di lei ogni volta un po’ di più.

     Non so perché, ma aveva un modo di giocare sempre forte, fragile com’era, che mi entrava nel sangue, già, proprio così, e le piaceva farlo un po’ con me, che credevo a quegli occhi tristi e al dolore della sua voce, che solo io sentivo.

     Per essere bella lo era davvero, ma non era questo che prendeva in lei, no, la conoscevano tutti, d'altronde era impossibile non notarla, ma la evitavano. Allora non sapevo e mi sembrò strano quell’atteggiamento così ben condiviso.

     Anche per questo non mi piaceva la città, non mi piaceva la sua gente, tanti burini arricchiti senza un minimo di maniere e lasciai cadere la cosa per un po’, ma mi dispiaceva vederla così sola e capivo che non era contenta.

     Le sere me n’andavo in giro, poi tagliavo per una di quelle solite vie affollate di locali e raggiungevo il porto, lì mi aspettava la compagnia, gente del luogo conosciuta in un bar dei vecchi cantieri navali. Niente di particolare, ma ciò che li teneva uniti era la notte da passare in qualche posto lungo la riviera, era così che li avevo conosciuti.

     Filavamo lungo la Via Emilia, spavaldi sulle nostre auto luccicanti, incontro alla notte e riempivamo di rumore la nostra vita. Era un po’ com’esorcizzare il giorno, che doveva spuntare, immancabilmente all’alba con il suo codazzo di noia, occupazioni da poco e gesti rituali, che l’affollavano come sempre. Tra loro, io ero quello che se la passava peggio, un lavoro provvisorio, come tutto ciò che teneva insieme la mia vita in un futuro assente, mai un progetto, che andasse oltre qualche ora. Gli altri si erano arricchiti con attività poco trasparenti, se non illegali, un po’ come tanti in questo paese e ora se la godevano di sera, sempre pronti a bruciare tutto in un attimo. 

     Non so perché stavo con loro, forse erano gli unici a cui non interessava chi ero, già, probabilmente questa doveva essere la ragione, non facevano mai domande, alcun problema, e poi, io ero davvero bravo a non complicare la vita di nessuno, preferivo lasciarla scorrere, andare via.

     Ricordo quella sera, lei camminava sul ciglio della strada, senza badare alle auto, che le passavano accanto, si stringeva nelle braccia, faceva freddo e indosso aveva solo una maglietta nera sui soliti jeans sbiaditi. Camminava lentamente con la testa leggermente piegata da un lato, sospesa da qualche parte molto lontano da lì e vagava nella notte, assente, come tutto quello che le stava intorno e che non riusciva neppure a toccarla. I suoi capelli scuri ondeggiavano al vento di mare e lei, stretta in quella maglietta, che la fasciava appena, doveva sentire sempre più freddo.

     Accostai l’auto e, abbassando il finestrino, le chiesi se voleva un passaggio. Si arrestò sorpresa, mi guardò intensamente, poi, passandosi una mano tra i capelli, li scostò dal viso e vidi i suoi occhi luccicare. Per un attimo ebbi l’impressione che fossero contenti, probabilmente doveva ricordare il mio volto incrociato a volte per strada o qualcosa di più, poi con un gesto del capo, accennò di sì.

“Vuoi che ti porti da qualche parte, a casa?” Le chiesi, guardandola nella luce fioca dei lampioni. Lo dissi, come per rompere quel velo di timore e di disagio, che poteva esserci tra noi. Lei posò gli occhi su di me, dolci e tristi, come la sua voce, un filo di voce, che non si può dimenticare:

“No, a casa no, se non le dispiace, mi porti in giro, dove vuole, ma stanotte a casa no”.

     Fissava la strada, ma non guardava da nessuna parte. Capii che era meglio non chiederle altro e seguii la striscia d’asfalto lungo il mare. Guidavo silenziosamente, senza scosse, scivolando per le vie buie, sempre più fuori, sempre più lontano.

     La notte correva veloce e noi non avevamo fretta di porle termine. Ogni tanto i nostri sguardi s’incrociavano, era un attimo, poi lei abbassava gli occhi e guardava altrove, ma sapevo che sarebbe venuta a cercarmi di nuovo con lo sguardo, come per accertarsi una volta ancora, che io esistevo davvero e che non era un sogno.

     Arrestai l’auto davanti ad un vecchio locale semi nascosto sulla riviera, una scoperta fatta durante una delle mie solite scorribande notturne, era carino, niente a che fare con quei luoghi chiassosi e anonimi del sabato sera, sembrava quasi un pezzo di vecchio paese in riva al mare con le luci soffuse, ma non finte e dentro un’atmosfera riparata da vecchio porto in riva all’oceano.

     Cenammo con cose semplici, ma di buongusto, lei non aveva fame, però mi tenne compagnia, forse era quello che voleva di più in quel momento e a quell’ora tarda della notte le parlai di me, dei giorni andati e del mio strano lavoro, fatto di parole senza volto e di musica. Lei mi ascoltava, non diceva nulla, ma si vedeva che era tranquilla, come se la bufera fosse ormai passata. Mi guardò e mi sorrise, era la prima volta che lo faceva, poi, appoggiando la mano sulla mia, disse:

“Certe notti, quando mi sento proprio sola, ascolto la tua musica, il tuo programma alla radio, non sei come gli altri, da una canzone tu sei capace di tirar fuori una storia e sembra quasi di viverla, di esserci dentro e di vederne la fine”.

     Si fermò un attimo, abbassò lo sguardo, raccogliendo il respiro, era così bella che non aveva bisogno di dire nulla, ma lei continuò:

“Stasera, quando ti sei fermato, eri l’unica persona, che non immaginavo d’incontrare, ero a pezzi e avevo una gran voglia di farla finita, di buttare via tutto. Sai, è come quando hai giocato tutti i giochi e alla fine scopri che ciò che conta non è tanto vincere o perdere, ma uscire dal gioco e, invece, ti guardi attorno e vedi solo idioti sempre pronti con le loro risposte facili a metterti sotto, ad usarti e poi, buttarti via alla prima occasione. Tu, invece, non mi hai chiesto niente, ti sei solo preso cura di me ed è la prima volta che mi capita, hai capito e non hai detto nulla. Non so cosa farò domani, ma questa notte è la prima da tanto che mi trovo bene”.

     Parlava e si lasciava andare. In quel momento non c’erano più confini e continuammo ancora per un po’ con le solite cose, che si dicono due buoni amici a quell’ora tarda della notte.

     Il sole illuminava la strada ancora deserta, la città si apriva davanti a noi e io l’avrei rivista nel pomeriggio. Mi venne incontro con un’aria contenta e andammo verso le colline. Il suo ragazzo era fuori città e lei era sola, ma non sembrava dispiaciuta, anzi. Ci fermammo lungo la via per un gelato e una birra e lei mi parlò di sé, della scuola non finita e della voglia di andare via, magari all’estero, ma del suo ragazzo non una parola e neppure della sua famiglia.

     La guardavo con i capelli mossi dal vento, che ogni tanto lei scostava con la mano, tirando su il capo, era carino quando lo faceva e accennava sempre ad un sorriso perché si era accorta che mi piaceva vederglielo fare, poi, ad un tratto, le chiesi di lui. Lei mi guardò sorpresa, sapeva che gliel’avrei chiesto, ma non se l’aspettava proprio in quel momento, non era pronta, strinse gli occhi, tirando indietro il capo e mi rispose un po’ adirata:

“Lui non conta niente per me, contento!” Poi aggiunse subito, quasi volendo cancellare la durezza che mi aveva lasciato addosso:

“Ma tu cosa vuoi da me?” Lo disse con un filo di voce e abbassando gli occhi, aveva paura di guardarmi, di sentire le stesse identiche risposte di tutti gli altri, quelle che l’avevano portata lì alla fine dei giochi, sempre a fare i conti con se stessa, a ricominciare dal fondo buio delle proprie storie, senza mai un finale appagante o consolatorio. Le sorrisi e risposi: “Non è per divertirmi un po’ con te che sono qui, no, ho visto che eri sola e mi è bastato, credimi”.

“Ma tu non sai nulla della mia vita, potrei essere quella che non cerchi?”.

“Forse può essere solo un gioco di specchi, ma mi trovo bene con te e quello che conta, lo so già, il resto non ha importanza ”.

     Kay alzò gli occhi, erano profondi e chiari, trasparenti come il mare, che intravedevo in lontananza alle sue spalle, mi prese la mano e mi guardò, poi mi venne vicino, sempre più vicino, e sentii le sue morbide labbra sulle mie.

     Quella sera non l’avrei rivista, ero di turno alla radio e le ore non passavano mai, neppure la musica riusciva a distrarmi dal pensiero di lei. All’uscita salii in auto e mi diressi al porto verso il solito bar. Lì trovai Marcello, che stava finendo una rapida cena, presi un bicchiere di birra e lui m’informò sugli ultimi sviluppi della compagnia. Erano tutti da Mario a festeggiare non so più che cosa, così decidemmo di raggiungerli.

     La strada era sgombra. A quell’ora in giro non c’era quasi più nessuno, tranne noi, i soliti ritardatari. Mario era un locale sulla costa, una vecchia balera trasformata negli ultimi anni in pub e discoteca, senza essere nessuno dei due e questo era la sua cosa migliore. Dentro, luci basse e diffuse, musica e profumi vari, mischiati come la gente, che frequentava quello strano locale. La compagnia era sparpagliata un po’ ovunque e nella penombra si faceva fatica a riconoscerne i volti, così ci sedemmo ad un tavolo e ordinammo delle birre.

     L’aria era pesante e faceva caldo, intorno solo gente che si divertiva o faceva finta, dall’altra sala la musica da discoteca arrivava fino a noi. Mi guardavo in giro, ogni tanto riconoscevo qualcuno, allora un cenno della mano o del capo, qualche parola scambiata in fretta nella confusione dei rumori, che ci circondava, ma nient’altro, poi un gruppo irruppe dall’altra sala, erano allegri, un po’ alticci o qualcosa di più, e subito piombarono su alcuni divanetti miracolosamente rimasti sgombri. Vociavano e ridevano scomposti come matti, senza minimamente preoccuparsi di chi gli stava attorno, probabilmente una pausa prima di ributtarsi in discoteca.

     Distolsi lo sguardo, lo spettacolo non m’attirava, ma dalla penombra mi sembrò di riconoscere una voce, guardai con più attenzione e la vidi. Era seduta in mezzo al gruppo, parzialmente coperta dagli altri, e si stringeva a uno di loro, che la baciava sul collo e lei rideva, lasciandosi andare ai loro scherzi un po’ volgari e insinuanti. Non portava i suoi soliti jeans sbiaditi, ma una vistosa minigonna, il resto era in sintonia con la serata e si divertiva con tutti, che andavano giù duro.

“Quella ragazza in fondo t’interessa davvero, non le stacchi gli occhi di dosso?” disse Marcello, guardandomi con un sorrisetto ironico sulle labbra e poi aggiunse, con aria compiaciuta di chi la sa lunga:

“Vuoi che te la presenti?”

“Non ti disturbare, la conosco già” gli risposi per tagliare corto e cambiare argomento.

“Ma bravo, non perde tempo quella là. Chissà cosa avete combinato insieme?”

“Niente, non incominciare a farti i tuoi soliti giri mentali e lasciamo perdere questo discorso”. Gli dissi un po’ scocciato, ma lui non mollò, mi guardò serio e riprese:

“Non mi dire che t’interessa un tipo del genere? È una pazza, una sbandata, una brava solo a crearti casini”.

“Cosa vuoi dire?”

“Ma dai, davvero non sai nulla?”

“No, parla chiaro”.

“Accidenti a me che non tengo mai la lingua a posto, però volevo solo farti un favore, comunque nel giro più o meno tutti ci sono stati con lei e ne vale la pena, ma per una volta, non di più, perché è una che corre troppo e se le stai dietro, rischi di fare la sua fine. Per questo chi la conosce, l’evita. Credimi, è molto meglio, con tipi del genere una serata e via, ma mai nulla di più, dopo non te la togli più di torno. E sai come va a finire, poi? Che lei si lascia incantare dal primo che le dice due parole dolci e ti molla, questa è Kay e non ci puoi fare nulla, non la puoi cambiare, è fatta così”.

     Lo guardai, ma non dissi nulla, non gli risposi. In quel momento non m’interessava più nulla di tutti loro, di quella vita che galleggiava nel vuoto e giorno dopo giorno andava sempre più a fondo. Mi alzai e mi diressi verso l’uscita. Non avevo visto niente o forse, era la stessa cosa che mi aveva colpito la sera prima, quando lei mi camminava davanti, sola, alla fine di tutto e io, invece di proseguire per la mia strada, mi ero fermato.

     Ero confuso, mi sembrava davvero un gioco di specchi, che riflettevano solo la mia immagine di lei, ma Kay era quella che mi stava davanti con gli occhi chiusi tra le braccia del primo di turno. Passai accanto al gruppo, uscendo, e solo in quel momento lei mi vide, i suoi occhi ridivennero tristi e smise di ridere. Sulla porta mi girai, lo feci d’istinto, ma lei non era alle mie spalle, era rimasta lì e sicuramente aveva ripreso a scherzare e a ridere come prima.

     L’aria fresca della notte mi riportò in città, la stessa di sempre, eppure diversa, Kay non era quella che cercavo, ma per un giorno lo era stata e niente poteva più essere uguale.

 

30 marzo – 3 aprile 2000

Franco D’Arco

 

Marion

 

     Il cielo era di un azzurro terso quella mattina. Camminavo stringendomi le mani nelle tasche per il freddo, me ne stavo andando, la mia vacanza era finita e ciò che mi rimaneva dei miei giovani anni era unicamente quel meraviglioso cielo d’Irlanda, che mi abbandonavo alle spalle.

     Dublino a quell’ora del mattino era ancora addormentata, rari i passanti per strada, rapida la corsa in aeroporto. Sul volo, che mi avrebbe portato a Londra, i soliti volti sconosciuti, per lo più gente, che iniziava una nuova settimana di lavoro. Mi tirai su le cuffie del walkman e sprofondai nella mia musica preferita. Il viaggio sarebbe stato breve, neppure un intero cd, ma non lo dimenticherò.

     Guardavo distrattamente fuori dal finestrino, forse per abitudine, anche se sapevo che a quell’altezza non avrei distinto nulla e intanto le note di una vecchia canzone dei Pogues mi portava via verso una vigilia di natale, quella in cui per la prima volta sentii di amare una ragazza, la mia ragazza, e m’immaginavo un tempo migliore anche per noi due. Ne rivedevo il volto grazioso, dolce, e lei che mi prendeva per mano in quella fredda vigilia di festa e mentre gli altri ballavano, noi in un angolo a baciarci per tutta la notte.      

     Una ragazza mi passò accanto, distratto dai ricordi, me ne accorsi in ritardo, notai solo la maglietta dei Public Enemy e che era carina, molto. All’arrivo raccolsi lo zaino e mi avviai verso l’uscita. C’erano divise dappertutto, poliziotti ovunque, Londra sembrava una città assediata, blindata, nulla di quello che un normale turista può immaginarsi. Alla dogana, mi guardarono con sospetto e mi fecero aprire lo zaino solo perché ero irlandese. Li guardai con aria assente, prima o poi si sarebbero stancati di me e mi avrebbero lasciato andare.

     Di quella ragazza già non me ne ricordavo più, ma me la rividi davanti, che si dirigeva verso l’uscita e fu in quel momento che, osservandola con più attenzione, mi accorsi che era davvero bella, un viso pulito e senza trucco con dei lunghi capelli scuri, che le scivolavano morbidamente sulle esili spalle e delle piccole mani leggermente arrossate dal freddo, ma belle. Mi stava fissando. Solo di sfuggita, forse anche lei mi aveva notato sull’aereo e ora le piaceva rivedere il mio viso tra quella folla di volti anonimi, che la circondava. Le sorrisi, ma si voltò a cercare la valigia.

     Fuori, una pioggia sottile bagnava l’asfalto e il cielo era grigio. Scesi rapido le scale della metropolitana, ripensando a qualche anno prima, ai tempi dell’Università, quando tutto sembra ancora possibile e gli anni non pesavano affatto ed ero a Londra. Allora me ne andavo in giro per la città in cerca dei luoghi, che avevano scaldato di musica certe mie notti senza respiro, ma faticavo a riconoscerli, troppo diversi da come li avevo immaginati che a volte preferivo chiudere gli occhi e rinunciare.

     La metropolitana era affollata come al solito, la gente si accalcava per salire con le borse sotto il braccio, i fagotti e i giornali. Lasciavo passare, evitando di farmi trascinare dalla corrente. Presi posto in un angolo ancora libero e mi abbandonai al dondolio delle rotaie.

     Mi mancava Susan. Ne rivedevo il volto sottile riflesso sul vetro, ancora bagnato dalla pioggia, la prima volta che uscimmo insieme, una vita fa. Era bella nel vuoto trasparente dell’aria che la circondava e mi amava di un amore strano, forse perché era l’unica che non se ne era ancora andata via.

     Semplice, di poche parole, il suo unico difetto, ma quanta vita mi aveva passato senza chiedermi mai nulla indietro e io troppo giovane per accorgermene, per trattenerla e ora mi ritrovavo su quella metropolitana, tagliato fuori con un lavoro in tasca come tanti, che non avrebbe cambiato in niente la mia esistenza.

     L’ultima volta che la vidi, mi venne incontro sorridente, gli anni per lei non erano passati affatto. Mi salutò, posandomi la mano sul braccio, come faceva di solito. Sembravamo vecchi amici e non due che si erano amati fino a farsi male, ma quel tempo era passato e alla fine se n’era andata davvero.

     Ci salutammo e la vidi allontanarsi, poi si voltò e tornò da me, dicendomi:

“Sei stato la mia unica passione lo sai, ma non poteva reggere e nella vita per fortuna, non c’è solo questo ” e mi baciò. La vidi andare via, davvero per sempre.

     Londra è una città perfetta per chi vuole vivere o perdersi, per questo ero tornato. La vedevo sfilare attraverso i finestrini appannati in una serie interminabile di vecchie cartoline mai ricevute e ogni particolare perdeva consistenza, lasciando solo un’infinita stanchezza negli occhi e nella mente. Un po’ come con la vita, che mi sfuggiva, attimo dopo attimo, sbiadendosi in quella luce opaca e immobile.

     Mi voltai e la vidi che mi guardava, ma quella volta non distolse gli occhi, sembrava aver capito i miei pensieri e fosse lì per portarli a casa. Fu la sensazione di un attimo, poi mi avvicinai e le dissi:

“A quanto pare, non possiamo fare a meno d’incontrarci, io mi chiamo Jim, Jim O’Connor, e tu?”

“Marion ”.

“Solo? “Aggiunsi sorridendo.

“Perché dici così?”

“Oh, niente, conoscevo una ragazza e anche lei parlava poco come te”.

“Il fatto è che non mi piace dare confidenza a degli sconosciuti”.

     La guardai un po’ sorpreso. Pensai che forse le avevo dato l’impressione di essere uno di quei soliti stupidi, che ci provano con tutte le ragazze carine e la cosa mi dava fastidio. Mi ero avvicinato perché m’aveva sorriso con gli occhi, come se avesse capito tutto di me, probabilmente mi ero sbagliato.

     Feci un passo indietro, stavo per salutarla e voltarmi da un’altra parte, ma lei mi seguì con lo sguardo. In quel momento i suoi occhi erano ancora più belli e grandi e di una sottile tristezza. Si era accorta di essere stata inutilmente fredda e scostante, forse per paura, per la solita insicurezza che guasta sempre ogni cosa, e ora credeva di aver rovinato tutto e disse:

“Scusa, non volevo essere scortese, ma è che non ci sono proprio abituata, però hai ragione, ci incontriamo in po’ troppo spesso per essere degli sconosciuti”.

“E ti dispiace?”

“No, credo proprio di no, anzi. Sai, quando guardavi dal finestrino, pensavo a cosa ci facevi qui a Londra. Forse, c’è di mezzo la ragazza di cui parlavi prima?”

“In un certo senso, sì. Londra è così grande che uno può scomparire e io ho proprio bisogno di farlo per un po’. Ma tu, invece, cosa ti porta da queste parti?”

“Io? Il lavoro, gli amici…”

“E il tuo ragazzo, vero?”

“Può darsi, ma non ne voglio parlare, ora mi interessa sapere qualcosa in più di te, così la prossima volta, non sarai più uno sconosciuto ”.

La prossima volta non sarà un caso, non credi?”

“Hai ragione, penso proprio di sì”.

 

19 aprile -7 maggio 2000

Franco D’Arco

 

Danielle

 

     Si guardò allo specchio, ancora una linea di trucco, un colpetto alla gonna, poi sarebbe stata pronta. Fece un passo indietro, si chinò leggermente su un lato e vide le belle gambe ondeggiare sotto la mini cortissima. Si passò una mano tra i capelli vaporosi, per ravvivarli, li sentì morbidi, fluttuare nell’aria e respirò con fatica. Era stanca. La sua esile figura campeggiava di là nello specchio, invitante e bella. Ne era sempre stata orgogliosa, ma rivederla non le diede alcuna sicurezza. Spense la luce e uscì.

   Fuori l’aria era fresca e umida. L’auto partì subito, scivolando silenziosa lungo le vie poco affollate di traffico. La sera invadeva i viali alberati, le viuzze laterali del lungomare e tutto il movimento si concentrava lì, in un continuo flusso di auto che andavano incontro alla notte da trascorrere in uno dei locali della riviera.

     La mano sul volante lo sfiorava appena, impalpabile come la notte che avanzava lenta in quelle luci fosforescenti che le inghiottivano lo sguardo, a volte abbagliandola, a volte nascondendosi quasi alla sua vista. L’auto filava nel poco traffico della sera, rapida come le canzoni, che calavano sempre uguali, erano quelle preferite, da sempre ascoltate, ma ora le davano quasi fastidio, disagio. Cercò di non pensarci, di lasciarsi guidare dalla musica, di guardare avanti, di arrivare presto.

     Una volta quel tratto di lungomare lo percorreva felice, era l’unico spazio che la separava dal suo mondo, il luccicante mondo della notte, che l’ingoiava ogni sera per farla poi riemergere la mattina dopo rinfrancata e sicura, pronta ad affrontare la solita vita di sempre.

     Guardò nello specchietto retrovisore e vide solo i suoi occhi leggermente arrossati, persi in quel fluttuare di luci.

     In quel momento pensò agli amici. Li vedeva pressati nell’atmosfera vellutata e irreale, che per tante sere l’aveva accolta, corteggiandola e proteggendola e non riusciva neppure a ricordare i loro volti, tutti così uguali, chiusi negli stessi abiti, odori, umori. Ogni tanto qualcuno spariva, ma subito c’era chi ne prendeva il posto e tutto tornava uguale a prima, come sempre.

     Forse era questo che l’aveva spinta a uscire da quel mondo perfetto, che la stava soffocando. Voleva una vita propria e sapeva che lì non l’avrebbe mai avuta. Ma era sensato? Si sforzava di valutare ogni aspetto per non sbagliare ancora una volta. Quello che era stato il suo mondo fino ad allora non l’aveva mai tradita, delusa, lo sapeva e sapeva anche che non le sarebbe mai mancato nulla, avrebbe sempre avuto tutto alla sua portata, come nella bella casa dove abitava con genitori così accomodanti e discreti. Allora perché rinunciarvi e che avrebbero detto gli amici? Sicuramente non avrebbero capito, ma soprattutto non avrebbero approvato.

     Le ritornarono in mente le parole di Anna Chiara, l’amica di sempre, quando qualche giorno prima, parlando come al solito di ragazzi, se ne era uscita, dicendo:

“Secondo me, non hai bisogno di uno così. Sì, sarà simpatico, carino, ma per te ci vuole un altro, magari qualcuno di più leggero, quello non fa per te ”.

E lei le aveva risposto, quasi scusandosi: “Ma lui mi ama”.

“E cosa te ne fai? Sono solo guai. È un capriccio, dammi retta. Hai tanti ragazzi che ti vengono dietro, al momento giusto te ne prendi uno a modo, e fai quello che vuoi, senza fastidi, questa è la vita”.

     Già, la vita, ma lei ne voleva un’altra. Ricordava la prima volta che l’aveva visto, che si erano conosciuti, l’estate scorsa.

     Fuori l’aria era tiepida, mossa appena da un filo di brezza e dal profumo di eucalipto e menta che traspirava dal giardino notturno. Attraversò la striscia di ghiaia bianca che la separava dal prato e la luce dei faretti indirizzati al locale. Camminò sull’erba, guardando altri fasci luminosi che qua e là facevano emergere dal buio un albero o un gruppo di arbusti e sentì di non essere contenta. I tacchi sottili le affondavano a ogni passo sull’erba umida e elastica, poi si fermò, e un fascio di luna la rivelò pallida e vestita di chiaro.

     A tre metri dietro di lei, con le mani in tasca, gli occhi scuri che brillavano c’era lui. Aveva uno strano sorriso sulle labbra, come di chi aveva già capito tutto, senza bisogno di chiedere e la guardava. Per un attimo si sentì smarrita, senza protezione alcuna, ma fu solo il cedimento di un istante. Le venne vicino e disse:

“Si annoiava là dentro?” Indicando con un gesto vago l’edificio illuminato alle sue spalle.

“No”, disse lei, con una voce appena percepibile.

“No, non le sembravano tutti così uguali, così inutili?”

     Mosse un passo verso di lei. Danielle lo seguì mezzo metro alla sua destra. Lui riprese a parlarle. La sua era una voce calda, inconfondibile, e lei cercò di legarsi alle sue parole, di scivolarvi dentro e farsi condurre da lui. Camminarono fianco a fianco oltre un alberello di mimosa illuminato da un faretto sul limitare del prato. Più in là si sentiva solo il mormorio del mare con le sue onde lunghe e tranquille. Poi lui si girò verso di lei, cercò di distinguerla nel buio che li avvolgeva.

     Lei si fermò, e un fascio di luce la rivelò: bionda e pallida e vestita di verde. Si guardarono per due o tre secondi, sospesi a così breve distanza; ma in piena luce. Lei ricordava solo quel “Ci vediamo domani”, poi il cenno rapido della suo mano e lui che scompariva di nuovo inghiottito dal buio, mentre lei ritornava lenta sui suoi passi, dentro, dagli amici, dalla solita compagnia.

     Una leggera foschia calava silenziosa sull’asfalto umido e lei si rivedeva accanto a lui, camminare per vie assolate e piene di gente. Le parlava di cose mai udite, strane, di posti che non aveva mai visto. Poi si ritrovava seduta, all’aperto, sotto il portico di una piazza antica e fascinosa dai colori bruciati del tramonto e dell’alba e stava bene accanto a lui. Mangiavano alla buona qualcosa di gustoso nel rumore della gente, che passava, nella confusione delle lingue cariche di umori e colori strani e diversi. Quella era la vita che l’attendeva, la vita che sognava, non distante, lontano da dove era, ma diversa, sconosciuta, ogni volta da trovare insieme.

     Lui l’amava, l’aveva amata sin dalla prima volta, gli era bastato uno sguardo per capire, lei, invece, un po’ di più. All’inizio le sembrava una cosa strana, un tipo così le dava alla testa, la lasciava sbalordita, senza parole e più si vedevano, più era presa di lui, poi aveva cominciato a volergli bene sul serio, come non aveva mai fatto prima, forse era la prima volta che davvero amava qualcuno.

     Di storie ne aveva avute molte, ma quella era diversa, inconfondibilmente diversa. Gli altri, tutti gli altri, erano sempre così prevedibili, scontati, in mente avevano solo una cosa, qualcuno più esperto, sapeva anche incartarla meglio, ma quando giungeva il momento in cui era veramente contenta, proprio allora finiva tutto, allungavano le mani e cercavano d’incassare.

    Con lui non sarebbe mai successo, lui l’amava. L’aveva cercata a lungo, come si cerca il proprio sogno messo da parte e poi, un giorno lo si vede spuntare tra la gente, proprio quando si è perduta ogni speranza.  Lei era quel sogno, il suo crepuscolo, per questo non sarebbe mai accaduto.

     Guardava avanti, il buio della notte l’avvolgeva e la foschia si era fatta più fitta, a tratti illuminata da irreali bagliori fosforescenti, che segnavano la via, sembravano squarci nella notte, fantasmi che l’attiravano sinistri, quasi ne vedeva il pallore languido dei volti. Si sentiva male, un male da morire, che le cresceva dentro, silenzioso, tetro e le girava attorno, come quelle luci rossastre sulla via. Si sforzava di concentrarsi sulla strada, ma la striscia bianca svaniva continuamente inghiottita dalle folate di nebbia che attraversava e una nostalgia struggente s’impadronì di lei, intensa, lancinante.

     Si rivide al centro della pista, sotto i fasci di luce, che l’avvolgevano, insieme ai suoi amici. Ballava trasportata dalla musica, con tutti gli sguardi addosso, ancora una volta sicura della sua bellezza e poi sola, segretamente sola in un vuoto spettrale, che l’avvolgeva tutta.

     Si ritrasse con orrore, spaventata, ora sapeva cosa fare, capiva di non poter rinunciare a quell’immagine bella e invidiata, che tutti desideravano. La sua vita era quella, perché cercarne un’altra?

     Nel piazzale la nebbia era più chiara sotto i lampioni. Lui era lì, appoggiato con le spalle alla moto, l’attendeva. L’auto avanzò lenta, ma non si fermò. Il bel volto di lei rimase immobile al di là del vetro, irrigidito in uno sguardo assente, neppure un gesto, un cenno di riconoscimento, di addio, nulla.

     Il cellulare squillò due, tre volte, era lui che la chiamava, poi tacque. Lei alzò appena un po’ il volume dello stereo e si lasciò condurre dalla musica, aveva fretta di arrivare presto.

 

29 - 31 ottobre 2000

Franco D’Arco

La Porta degli Angeli

 

     Erano già tutti lì, infagottati nelle loro giacche a vento, infreddoliti e stanchi della notte, ma contenti di vivere per un momento fuori dal guscio solito della loro esistenza, con gli occhi socchiusi, le mani arrossate, la punta del naso umida, felici di essere lì, di andare, di esserci.

     Li guardava affrettarsi, correre verso il pullman con i loro zaini sulle spalle, vocianti e gli dispiaceva lo sciupio a cui non avrebbe voluto assistere, ma il richiamo era stato troppo forte, come rinunciare a tornare in quella città, che in un torbido febbraio di tanti anni prima era stata per un attimo la sua unica casa, una dimora morbida e profumata dal sapore dei pioppi che si aprivano a quella strana primavera incipiente.

     Ne ricordava il profumo, forse era solo quello che voleva risentire ancora una volta disperdersi fragrante nell’aria densa del giorno e invece un cielo grigio, appena venato d’azzurro, era tutto ciò che in quel momento i suoi occhi stanchi, bruciati da una notte quasi insonne, gli mostravano.

     Dentro, sul pullman, che navigava piano nel basso ventre della pianura sonnolenta, era tutto un cicalio che stentava a decollare, a diventare allegria, vita perché è così difficile rompere la monotonia dei giorni uguali che ognuno colleziona da sé e si ha sempre il bisogno di una spinta, di qualcuno che apra la porta e ti lascia entrare, ma non c’era nessuno tra loro capace di farlo e si restava inchiodati a quelle poltrone, che sapevano di polvere, di viaggi consumati in fretta da plotoni di vacanzieri, che macinano chilometri su chilometri per ritrovarsi poi sempre allo stesso punto.

     Vedeva tutto questo scorrere nei suoi occhi, come in una pellicola che stenta ad avviarsi, le solite battute, gli stessi scherzi e la musica che fatica a decollare, come l’umore della festa che manca quando, invece, sarebbe bastata una canzone a tirarli tutti via dall’impaccio delle loro modeste abitudini e a non sprecare l’occasione di vivere un momento che non si sarebbe ripresentato più.

     I viali regolari della città gli si aprivano davanti nel poco traffico, che li animava, guardava scorrere le insegne, la gente sui marciapiedi, le biciclette nella luce bianca del tardo mattino, poi appena il tempo di scrutarsi attorno, di raccogliere il giubbotto di pelle e tutti erano giù per via con la fretta di dar fondo alle provviste portate da casa.

     Si ritrovò accanto solo qualcuno, uno sparuto gruppetto, meglio così. Si diresse verso il centro, gente tranquilla gli sfilava attorno e niente rumore, solo parole sussurrate cordialmente e bei negozi nella via più elegante.

     Non c’era mai stato a Ravenna, ma era come se la conoscesse già, in fondo, quella strada non era diversa dalle altre di Rimini e gli sembrava quasi di essere lì, anche la piazza la ricordava un po’.

     Non aveva fame, ma per bere aveva bisogno di mettere qualcosa nello stomaco, così si adagiò in bar della piazza e si ordinò la birra migliore che avevano, i ragazzi lo imitarono.  

     Appena fuori città in un campo verde, li attendeva Santa Apollinare in Classe, uno di quei gioielli che nella strana luce del tramonto gli riservò un fascino del tutto particolare. La facciata romanica in mattoni grezzi semi nascosta dal porticato nulla faceva presagire di ciò che nascondeva all’interno. Dentro, un tempo completamente rivestito di marmo bianco, era ora completamente spoglio, rimanevano dell’antico splendore solo le tre navate e i mosaici dell’altare maggiore e della cupola che sormontava l’abside. 

     Ad ogni passo, gli sembrava di scivolare in un sogno, cullato da quel chiarore che si colorava al contatto dei marmi delle colonne e risplendeva sul fondo opale dei mosaici. Era uno strano gioco di luci tenui e soffuse, che rimbalzavano sulla delicata sontuosità di quei marmi orientali un tempo splendenti sotto il sole di Palmira o d’Antiochia. Il rosa pallido delle eleganti e sottili nervature, la finezza dell’intaglio, tutto richiamava l’antica bellezza di quella raffinata civiltà inghiottita dal deserto, perduta come un sogno che mai può ritornare sui propri passi e lui, invece, vi era tornato, attratto dal fascino di un ricordo antico, sepolto per anni nelle sabbie della memoria e che per incanto si era ridestato e lo aveva spinto fin là.

     La sera in albergo la solita stupidità dei ragazzi, che da sempre si accompagna ai sotterfugi, alle cose fatte a forza e fatte male in uno scialo di occasioni e la passeggiata per godersi il respiro notturno del mare, la sua fragranza, la sabbia sottile che entra nelle scarpe e ti porta via, come le stelle piantate in cielo a segnare la via, a marcare un ricordo d’altri tempi, d’altre spiagge, presto però sommersa dalla frenesia di combinare qualcosa, qualunque cosa, pur di esserci, di sentirsi vivi e non inutili. Una delusione scontata e pagata con una notte quasi insonne, l’ennesima, su e giù per le scale a tamponare clienti e albergatori infastiditi e arrabbiati, mentre loro, i ragazzi, buttavano via quel po’ di buono che avevano accumulato dentro senza neppure farci caso.

     Il giorno dopo la gita sul delta del Po in una grigia giornata ventosa, l’unica sensazione piacevole nel solcare quei canali limacciosi circondati dai canneti era assistere al placido spettacolo della natura, che si parava davanti con il grande fiume che incontra il mare e vi si adagia lento, quasi come un dormiente alla fine del suo viaggio. 

     Rammentava i versi di Dante, e le belle immagini amate in gioventù ora erano lì tra quei flutti, che si spegnevano nella quiete evanescente del giorno, nei volti dei ragazzi su cui affiorava la stanchezza, a tratti la noia, la voglia di essere altrove, mentre invece erano ostaggi di quella barca, che scivolava sul fiume nella confusione di turisti a caccia di foto per dire un giorno di essere stati lì. Tutto inutile, sprecato, quando invece sarebbe bastato così poco per cogliere la bellezza, che si nascondeva allo sguardo.

     Gli stretti canali di Comacchio, i suoi campielli sospesi tra il rosso e il bianco dei suoi ponticelli, somigliavano molto a certe calli di Venezia e loro vi passavano sopra vociando, una frotta di ragazzi sballottati di qua e di là prima di giungere finalmente alla meta desiderata, all’albergo dove attendevano di rifarsi per quello che non gli era riuscito la sera prima.

     Sulla strada del ritorno, invece, un’ultima sosta prima di lasciare Ravenna all’Abbazia di Pomposa del VI - VII secolo d. C. con la chiesa, il campanile, il refettorio e il suo chiostro ben conservato e lì l’incontro con l’altra comitiva di ragazzi ospiti dell’albergo, una scolaresca della provincia di Torino, qualche ragazza carina, per il resto nulla d’interessante, ma la gita sarebbe scivolata via senza contatti se non si decideva lui a fare qualcosa per ridurre le distanze tra loro. Bastò avvicinare qualcuna, dire due parole delle sue e se li ritrovò tutti intorno a scherzare e ridere. Il gioco era fatto, la via aperta, ora toccava ai suoi fare il resto e loro ne approfittarono.

     La sera, per evitare ulteriori fastidi in albergo e per mantenere una promessa fatta in precedenza, li portò a Cervia, che con Rimini e Riccione è una delle perle dell’Adriatico. Sicuramente sul lungomare avrebbe trovato il posto giusto dove far vivere gli ultimi fuochi di quella gita un po’ monotona e grigia, che solo lui poteva tentare ormai di rendere indimenticabile. Ci voleva un locale, uno di quelli a cui loro erano stati abituati dalle sue storie, un Pub dove riunirsi al riparo dal freddo della sera e far rivivere, anche solo per un attimo, l’atmosfera della festa.

     All’altezza della rotonda di Via D’Annunzio, sgranato il gruppo e rimasto con i “fedelissimi”, alla fine trovò il posto adatto. Dalle vetrate, che facevano da veranda all’ingresso, si vedeva che era pieno di gente intenta a consumare la serata e a divertirsi: una fauna multicolore pronta a scaricare la propria tensione di lì a poco in qualche discoteca della riviera. Mandò dentro il Gae per accertarsi delle disponibilità. Il ragazzo ritornò poco dopo abbastanza sconsolato perché non c’erano posti a sufficienza, forse uno o due tavoli e con una strana storia di un gruppo di quaranta, che il locale attendeva, era una fortuna insperata, non ci pensò su un attimo, entrò e spacciandosi per quella comitiva, come per incanto i tavoli uscirono per tutti. A lui bastò dire che erano in anticipo e che gli altri fuori si sarebbero accomodati in seguito perché tutto filasse giusto.

     Le ragazze del locale presero le ordinazioni e si diedero da fare per servili al meglio, mentre l’essere lì in quell’ambiente di luci soffuse, che coloravano la notte sulle note dal vivo di ritmi estivi, dava ai ragazzi la sensazione di essere usciti dal guscio solito della loro esistenza, delle loro modeste abitudini e di penetrare per un istante in quell’atmosfera magica, fuori dal mondo, che gli era stata solo raccontata.

     Mentre scorrevano le bibite, la profumata Leffe, i gelati, la macedonia, la conversazione scivolava amabilmente, finalmente al riparo dal disagio sempre in agguato, con le Vero che si rimbalzavano le canzoni e i ricordi e i ragazzi, messo da parte il solito atteggiamento, che giravano al meglio di sé, così perfino la coca rovesciata sul tavolo diventava motivo per non dimenticare quella sera a Cervia, perché loro erano lì a godersi la festa, gli amici restituiti dalla magia del luogo quando, invece, fuori, gli altri non sapevano cosa fare, come divertirsi.

     In albergo, più tardi, i soliti giochini, le solite tresche imberbi, ma l’accordo fatto con i ragazzi più o meno resse, anche se gli costò un’altra notte insonne, ma stavolta era stanco di fare da spettatore, non l’aveva mai fatto in vita sua, perché farlo proprio ora e quindi volle essere parte del gioco o almeno di quello che più gli interessava e poiché la notte l’avrebbe passata su e giù per le scale, tra una sigaretta e l’altra, meglio trascorrerla in buona compagnia, scherzandoci su con quelli che non se la sarebbero presa e forse avrebbero capito.

     Il giorno dopo erano a Ferrara. Ritornava in quella città dopo vent’anni, quanto tempo era passato da allora e com’era cambiata la sua vita, ora la vedeva scorrere sulla pelle di quei ragazzi ancora così immacolata, pronta ad aprirsi, ad andare verso ogni dove pur di esserci, di non rimanere rintanata nella propria solitudine, nel proprio disagio.

     Ricordava il giorno di febbraio in cui era arrivato lì dopo chilometri e chilometri di paesaggio quasi invisibile, i magri filari di pioppi ad argine e le collinette, dune nel mare della pianura spoglia sul finire dell’inverno, un po’ come ciò che rivedeva in quel momento dai finestrini del pullman, che avanzava lento sull’autostrada sgombra di traffico.

     Era arrivato in città quasi sul far della sera con l’alibi di un concorso e non ci mise niente a trovare l’albergo, uno di quelli di fronte la stazione. Scaricò la borsa a sacco e si diresse verso il centro per Viale IV Novembre e poi Viale Cavour. Da lontano scorgeva la grandiosa costruzione del Castello Estense con le quattro torri angolari, che si ergevano sotto un pallido cielo all’imbrunire. Quando vi fu davanti, un quarto d’ora dopo, percorse un tratto dell’ampio fossato profondo due metri e mezzo e si diresse verso il Duomo. Era tardi per entrarvi e si limitò ad osservare la mirabile facciata romanico gotica, tripartita da tre ordini di logge.

     Il flusso di traffico, il via vai della gente, che rientrava da una giornata di lavoro, e i ragazzi e le ragazze davanti ai bar gli ispiravano una certa invidia per vivere lì in una città così più tranquilla e ordinata di quelle a cui era abituato, era un malessere sottile, che lui conosceva bene e per non pensarci, s’incamminò sotto i portici, girovagando per il centro, lungo la vecchia via Saraceno e l’antico Ghetto ebraico.

     Poi i negozianti cominciarono a spegnere le vetrine e tirare giù le serrande una dopo l’altra, e le luci si ridussero, e le persone lungo i marciapiedi sparirono verso le loro case e la nebbia diventò più densa e triste.

     Tornò indietro ed entrò in un bar dalle ampie vetrate di fronte al Duomo, il Nazionale, poi mentre stava per ordinare una birra, vide una ragazza che arrivava in compagnia di un gruppo di giovani.  

     Uno di loro le aprì la porta a vetri, lo stesso che stava facendo ridere lei e gli altri del gruppetto ed era tutto preso nel suo ruolo e nei suoi sorrisi e ammiccamenti. Lei lo ascoltava e rideva e girava la testa in modo elegante e naturale, gli stava di fianco, non alta, ma bella dai capelli lunghi e scuri, curati e morbidi. Stretta in quel gruppetto di tre o quattro imbecilli traboccanti di aggettivi, li ascoltava e sorrideva, timida e lusingata, ma sempre con un fondo leggero d’incertezza o d’imbarazzo. Lo vide solo quando fu a pochi passi da lui, uno sguardo e via, poi prima di sparire nel locale, si girò ancora per un attimo. 

     Finì la sua birra e uscì senza voltarsi. Faceva freddo e si sentiva solo in quella città tranquilla e deserta, che non era la sua. Al Teatro comunale più tardi, davano “La vita è sogno” di Calderon, un bell’allestimento di una delle compagnie d’avanguardia dell’epoca, “Il gruppo della Rocca”, vi si diresse.

     Dentro era già pieno di gente, vestita elegante e tirata a lucido per la serata di gala, si sentiva un po’ fuori luogo in quel posto così borghese, ma in fondo era lì solo per lo spettacolo e si diresse verso i palchi di terza fila dove aveva preso posto.

     Durante l’intervallo scese nel ampio salone del buffet, un modo per sentirsi meno solo e lì la rivide, non era più in compagnia del gruppetto di prima, ora accanto a lei c’era una signora alta e distinta in abito da sera, che le parlava amabilmente, indicandole e presentandole persone nella sala, lei lasciava fare, accondiscendendo con il capo e accennando a qualche sorriso di circostanza, ma non ne era divertita. Lui si avvicinò e calcando appena sulle parole le disse: “Come va?”  

Lei rimase leggermente sorpresa, poi capì e subito gli rispose: “Giusto te cercavo, perché non ti sei fatto vivo prima?” E senza dargli la possibilità di rispondere, aggiunse: “Zia, faccio un giro con lui, è un mio amico, ci vediamo in sala più tardi” – e lo trascinò via.

“Fai sempre così con le ragazze, quando le vuoi conoscere?”

“No, è la prima volta”. Rispose lui, poi sorridendole: “Se vuoi me ne vado, l’ho fatto solo perché mi sembrava che lo volessi anche tu, ma forse non sono il tipo giusto”.

“Ma dai, che dici, certo non hai l’abito adatto per la serata, ma per il resto, mi sembra che puoi andare. Contento?”

“Direi di sì e il gruppetto con cui stavi prima, li hai seminati?”

“Già quelli! Cosa vuoi farci, neanch’io ho molta scelta o loro o il salotto buono di mia zia. Ma tu piuttosto, cosa ci fai in un posto così?”

     Lui la guardò un attimo, era proprio carina in quell’abito da sera scuro, che la fasciava tutta, con i capelli elegantemente tirati su e in due parole le spiegò perché si trovava lì e a Ferrara. Lei l’ascoltava, oscillando ogni tanto il capo da un lato o lasciandosi andare ad un sorriso su una sua battuta, poi quasi a fermare una sensazione piacevole, disse:

“Sei un tipo strano”.

“E tu, non dici mai di no”.

“Non ne ho bisogno”. Poi, cercando nella borsetta una penna e un foglietto di carta, vi scrisse qualcosa e salutandolo, aggiunse:

“Non mi scomparire” e si avviò verso la sala in tempo per la ripresa dello spettacolo.

      Lui aprì il biglietto, c’era un numero di telefono, un indirizzo e il suo nome, sotto, più in grande, “Chiamami domani nel pomeriggio”, lo ripiegò e se lo mise in tasca. 

      Mentre la guida descriveva la città, inoltrandosi per la via del Ghetto ebraico con le vetrine dei negozi e la gente che affollava la strada, ricordava un altro giorno macchiato di sole a sprazzi come quello. Lei gli camminava sottobraccio e gli parlava sorridendo e lui la faceva divertire scherzando proprio su quelle medesime vetrine, ma poi si era arrestato davanti ai nomi sul muro della Sinagoga, una rapida scorsa e l’aveva guardata e lei gli aveva chiesto perché, perché si era fermato proprio lì e lui:

“Così, se non era per questo, ora non sarei qui a parlarti e a farti ridere”.

“Che vuoi dire, non capisco”.

“È una storia lunga e anche un po’ triste e volevo vedere i luoghi, provare l’emozione di esserci”:

“Allora vieni, ti porterò lì dove tutto incominciò”.

     Il Corso Ercole d’Este era come l’aveva descritto Bassani nel suo romanzo: la strada acciottolata fiancheggiata dagli olmi, che facevano ombra alle eleganti palazzine cinquecentesche del Rossetti e sulla destra il parco Massari, il giardino dei Finzi - Contini.

     Camminavano lungo gli stretti vialetti, che fiancheggiavano le aiuole e i prati, circondati da felci, ortiche e sterpi spinosi e nella parte più nascosta, oltre agli olmi e ai tigli secolari, spiccavano sette palme del deserto, separate dal resto della vegetazione, querce, lecci, platani e con attorno un bel tratto di prato. Il silenzio era completo, intatto, e loro passeggiavano immergendosi nel cuore di quel giardino ancora assopito dal torpore dell’inverno, dove solo la fragranza umida del legno, impregnava l’aria di vivo.

     Quella sera stessa lei l’aveva invitato ad una festa, che davano dei suoi amici in una villa dalle parti di Palazzo Pareschi, non lontano dalle mura degli Angeli. Ci arrivò a piedi, scendendo lungo il Corso della Giovecca. La villa era nascosta da un muro di cinta, al citofono bastò fare il nome di lei e la serratura automatica del cancello scattò. Dentro un prato verde ben curato e odoroso di fresco, s’avviò per il sentiero di ghiaia lasciandosi condurre dalla musica che proveniva dal fondo del giardino. 

     La casa era un ibrido moderno, indubbiamente di cattivo gusto, ma non ci fece eccessivo caso ed entrò. Tutti erano già lì. Cento, duecento, di più, in una sauna, un caldo, un vapore, sommerso da un cicaleccio e un abbraccio continui.

     Per le sale e le stanze dell’ampio piano terreno, ovunque la stessa scena: una fauna colorata ai limiti dello sballo, ammiccante e godereccia: “Hai visto la mia bella?” Poi una biondona altissima, che cigolava: “Vieni qua, vieni qua!” “Che c’è, ma che ci stai?” E ancora: “Ma va là!” “Aspetta, aspetta dove vai?” Quelli, gli scampoli di conversazione colti al volo, mentre si faceva largo tra i mucchi di gente, che ingombravano il passaggio. Era difficile distinguere qualcosa nell’atmosfera spessa e fumosa, che aleggiava sulle teste e intorno, con la musica a tratti assordante e le luci basse e colorate. L’unica cosa da fare in questi casi era rimediarsi un cocktail, possibilmente una buona birra ghiacciata e aspettare.

     Si appoggiò ad una parete vicina all’ampia vetrata della sala, che dava sul giardino, guardandosi intorno di tanto in tanto e attese. La vide affiorare da quel gorgo limaccioso di visi, le spalle scoperte e il suo sorriso, che spiccavano nella luce indiretta, quando le fu vicino, lo salutò poggiandogli la mano sulla spalla:

“Ciao, ci hai messo un po’ ad arrivare, pensavo che non venissi più”.

Lui ricambiò, ammiccando con le labbra, poi attirandola a sé, le disse:

“Non mi va quest’aria di ressa e di sballo, che circola qui, ti porterei fuori in giardino, ma a quest’ora vestita così, prenderesti freddo”.

     Lei lo lasciò parlare ancora per un po’, abbassando gli occhi di tanto in tanto e dalle labbra schiuse lasciava scorgere il candido intatto dei denti. A lui la certezza della sua profumata presenza gli dava la sensazione di cose buone non mischiate, allora tirò fuori ciò che gli stava prendendo fuoco in una delle tasche del giubbotto. Lei guardò il pacchetto, la carta lucida finemente colorata dell’involucro, guardò lui, bella e sincera e imbarazzata come doveva apparirgli agli occhi di lui. E in quell’angolo accanto alla vetrata, a pochi passi dall’impazzare della festa, fu certo per la prima volta di non esserle indifferente: “Questo è per te”, disse piano, porgendole la confezione.

     Le dita gentili di lei aprirono la carta senza romperla, e da quella sfilarono i due doni: la cartelletta che custodiva i fogli minuti con la sua scrittura e una pregevole e rara edizione del romanzo di Bassani.

Lei sollevò gli occhi, lo fissò sorpresa per un attimo, poi guardandolo, disse: “Grazie, ma vuol dire che te ne vai, solo stasera e non ci conosciamo neanche”.

     Lo disse dispiaciuta, appoggiando una mano sul suo braccio, poi alzando il capo, decisa, aggiunse: “Vieni, togliamoci da questa folla” e lo condusse verso le scale che conducevano al piano superiore, stringendo a sé i piccoli regali che lui le aveva portato.

     Anche lì c’era gente stravaccata sugli scalini e per terra, seguiva una lunga fila di camere, per lo più aperte e in subbuglio. Lei tirò fuori una chiave minuscola e aprì una porta di una stanza d’angolo e lo fece entrare. Dentro i rumori della festa sparirono e nel pallore della notte chiara si lasciarono cullare da quel desiderio leggero e fragrante, che sin dall’inizio li aveva conquistati.

     Ritornando al Nazionale il pomeriggio prima della partenza e vedendo le ragazze gustarsi il gelato, ne ricordò un’altra, una mattina di tanti anni prima. Lei gli era di fronte e gustava un gelato simile a quello che ora assaporavano Veronica e Valentina, stessi gesti, ma una vita fa e poi lei che gli disse solo, prima di andare via:

“Non mi scomparire”.

 

22 aprile – 25 aprile 2001

Franco D’Arco

 

Alessia viveva nel fondo del cuore

 

     Alessia era partita, un cenno della mano, un bacio, nient’altro. Ora era lì a fissare il profilo della costa, che svaniva lento all’orizzonte in quella luce opaca all’imbrunire e gli era difficile non pensarci.

    Era bella senza sapere di esserlo. E forse era qualcos’altro ancora. Il mondo all’inizio che gli arrivava fin lì guardandola e l’intonazione a tutto l’essenziale e vero che gli premeva nel fondo: un sussurro inaspettato che lei sapeva ridire. Quel suo viso dolce, che lo fissava timidamente negli occhi cadendoci dentro, gli aveva lasciato un vuoto, che non riusciva a colmare e se quella partenza non avesse avuto il sapore di un addio, avrebbe certamente trovato il modo di reagire, di continuare, ma ora gli sembrava solo inutile.    

     L’aveva incontrata diversi mesi prima, era con i suoi amici, ma non sembrava contenta. Entrando, gli altri non si erano neppure accorti della sua presenza, continuavano a parlare e a scherzare un po’ scioccamente tra loro, si avvicinò a uno dei finestroni e quando si girò, lei lo stava guardando. L’aveva visto già altre volte, ma adesso che gli era davanti tutto ciò che sapeva, che le era stato detto di lui, l’andava cercando con gli occhi e non riusciva proprio a vederlo. Delusa ritornò a loro, alle loro chiacchiere. Finse di non accorgersene e passò oltre, ma nei giorni seguenti quello sguardo penetrante in attesa e i lunghi capelli scuri che le scivolavano sulla fronte e che ogni tanto lei scostava dal viso con la mano con un gesto aggraziato, non riuscì a dimenticarli.

* * *

     Una sera il lungomare era ancora affollato di gente, turisti ritardatari, compagnie variopinte di giovani, che si destreggiavano in quegli ultimi scampoli d’estate. Seguiva l’onda lunga, che costeggiava il mare, accanto il profumo intenso e il fruscio di seta dell’abito di Valeria lo faceva sentire meno solo. La mano di lei gli accarezzava il braccio, morbida. Camminava tranquilla, felice e lui, di tanto intanto, provava a interrompere il silenzio con qualche parola, qualche battuta, ma era inutile, lei gli rispondeva piano e lasciava spegnere ogni suo tentativo, era fatta così.

     Lungo l’ampio viale alberato si fermarono in un ristorantino che si affacciava sul mare, il profumo della notte filtrava dalle ampie vetrate, che davano sulla marina e dentro era un mormorio soffuso di luci e suoni. Valeria sorseggiava un aperitivo. Gli piaceva guardarla, perdersi nella sua bellezza e lei gli sorrideva imbarazzata, ma contenta che la trovasse ancora attraente coma la prima volta. L’aveva amato sin dall’inizio, di un amore silenzioso, sicuro e quella sicurezza, un po’ alla volta aveva reso tutto più difficile, consueto, ma lei non lo notava, non se ne accorgeva neppure, era contenta e quello le bastava. 

     Ora gli parlava, le solite cose, gli stessi argomenti di sempre e si sentiva perso in quell’orizzonte rassicurante e tiepido, che lo allontanava da tutto ciò che gli batteva dentro, le rispondeva, cercava di prestarle attenzione, ma la sua mente era da tutt’altra parte e non poteva farci niente e così finse interesse per tutta la serata. L’aveva immaginata diversamente quella storia, forse aveva voluto solo illudersi o pretendere troppo, sì, doveva essere così. La guardava parlare, muovere le labbra, fare la spiritosa con lui e gli dispiaceva che ora tutto stava finendo proprio in quella deriva quieta e accomodante, che lo stava consumando un po’ alla volta.

“Perché non lasci quel lavoro, non vedi che ci stai solo male. Accetta la proposta di mio padre, non t’impegnerà più di tanto. Che ne dici, sarebbe un modo per venirne fuori?”

     La guardava in silenzio, ma non rispondeva. Già altre volte lei aveva affrontato l’argomento ed era stato sempre evasivo, ma ora insisteva di nuovo e a lui non andava di parlarne. Certo, avrebbe fatto la vita, che si aspettava Valeria, avrebbe seguito il profilo    di tutti quelli che lei conosceva e tutto sarebbe ritornato a posto, in ordine, ma lei non capiva, anche se l’amava, non riusciva proprio a capirlo.

“Lo sai che quelle cose non m’interessano perché vuoi insistere?”

“Perché non puoi continuare così, a volte bisogna accettare e poi è un incarico che ti permetterà di conoscere altra gente, di avere nuove occasioni”.

“Occasioni, dici? Non so che farmene, non le ho mai cercate ”.

“Ma è per questo che te lo chiedo, fallo per me, per noi. Perché buttare via quello che c’è di buono, sei sprecato lì e lo sai”.

Le prese la mano e per farla contenta le disse: “Ci penserò. Va bene? Ora però godiamoci la serata, è una delle ultime di questa estate e non mi va di sciuparla così. Vuoi?”

     Valeria gli sorrise e smise di insistere, era questo che amava in lui, quel suo modo di affrontare le cose senza mai farle pesare, senza mai ferire, anche quando non gli andava.

     Fuori l’aria fresca della sera le accarezzava i capelli, gonfiandoglieli appena, si stringeva a lui, morbida come un’onda, una sensazione piacevole e profumata. All’altezza della rotonda dove la strada s’allarga verso il mare, la incrociò di nuovo, Alessia era in compagnia di un’amica, parlavano, qualcosa doveva turbarle perché c’era agitazione sui loro volti, forse anche qualche lacrima trattenuta appena. L’altra lo salutò subito, lei lo fissò e non disse nulla, forse l’imbarazzava farsi vedere così, oppure non gli importava niente di lui, ma non poteva saperlo né scoprirlo, non era solo, le salutò soltanto e continuò. Valeria lo guardava, aspettava che lui le parlasse, ma non accadde e allora glielo chiese:

“Chi sono?”  

“Due ragazze del corso”, rispose lui, lasciando cadere la cosa.

“Carine! Non le ho mai viste”, incalzò lei, curiosa di saperne di più. Non gli aveva mai chiesto nulla del suo lavoro, non le interessava, lo considerava solo noioso e poco gratificante, ma ora vi aveva visto qualcosa di insolito, di strano e voleva capire.

“Le trovi davvero carine?”

“Sì, certo, anche se così giovani”.

“E non hai notato nient’altro?”

“Cosa?”

La guardò per un attimo e poi aggiunse: “Non hai visto come a una delle due brillavano gli occhi, ma non per la gioia, no”.

Lei si arrestò, ritirò la mano dal suo braccio e lo fissò intensamente, sorpresa, avrebbe voluto chiedergli di più, ma poi preferì rinunciarvi e disse solo:

“Hai ragione, godiamoci la serata e non pensiamo ad altro. Ho voglia di un bel gelato e poi di andare in quella nuova discoteca, che aprono stasera. Va bene?” Lui le sfiorò il viso con la mano e si avviarono verso le luci dei locali lungo la marina. 

     L’auto scura filava lungo i tornanti della collina, sotto si stendeva placido il mare, il suo profumo arrivava fin lì. Era una bella sera d’estate, di luna chiara e lei guidava, guardando la strada e ogni tanto sorrideva, intonando le canzoni dello stereo. Le piaceva cantare quei vecchi motivi. Lui, invece, rimaneva silenzioso, non era il suo genere, ma a lei andava e questo bastava.

     Il rumore dei pneumatici si arrestò sulla ghiaia asciutta del vialetto davanti casa, era un villino adagiato sulla collina all’ombra di un boschetto, con un bel prato come giardino e i faretti a illuminare tutt’intorno. Dentro, un lungo corridoio su cui si aprivano le camere era illuminato nei punti giusti da ricercate applique, che gettavano dei bei coni di luce morbida al soffitto. Le lampade erano i soli oggetti appesi lungo quei muri e la sola altra cosa dispersa in tanto spazio era un portaombrelli forse in alabastro, percorso da infinite venature celesti e grigio azzurre, laterale all’entrata. Da qualche parte arrivava della musica dolce. Tanto disadorno era il corridoio quanto ricco di suppellettili appariva il salone della casa. Si accomodò su un divano piuttosto basso ma soffice e accogliente al punto giusto, mentre lei scompariva di là, lasciando acceso il televisore, apparentemente senza marca, grosso, che trasmetteva un programma a volume abbassato. A lato del televisore c’era un tavolo tondo che prendeva luce da una grande vetrata panoramica.

     Poco dopo nella penombra dorata della stanza lei gli si avvicinò e gli disse che era contenta come non era mai stata. Con quei pantaloni a vita bassa color crema e quel maglioncino nero, delizioso, era bella da togliere il respiro e lui la strinse a sé nel buio, immergendosi nell’onda morbida in cui lei lo invitava e volle credere che fosse ancora possibile trattenere il tempo come la prima volta.

     Nel buio della camera Valeria ora riposava tranquilla, ne sentiva il respiro soffice contro il cuscino, lui invece non aveva sonno, si alzò e ritornò nel salone. Con un gesto distratto, avviò a basso volume la segreteria telefonica, ascoltò le solite voci delle amiche di lei e poi, inconfondibile, udì quella di Floris e alla mente riapparvero le sere passate in sua compagnia quando erano giovani e tutto sembrava ancora possibile, poi quel tempo era finito e ognuno aveva preso strade diverse. L’ultima volta che si erano visti, era stato un pomeriggio a Milano di tanti anni prima per una mostra di Munch ed ora era ancora per una mostra, che lo chiamava.

     Finalmente era giunto dove voleva, all’inizio qualche gallerista di poco conto, ma poi aveva fatto strada e adesso lo cercava per il catalogo della sua, voleva che fosse lui a scriverlo. Nel silenzio profondo della sala si guardò attorno, aveva dimenticato troppe cose e ora una telefonata gliele riportava alla mente, così, quasi per caso. Lui a vent’anni in giro per l’Italia, le serate passate in compagnia, le ragazze di allora e quelle discussioni interminabili, che le accompagnavano. Tante cose che si conoscono quando si è giovani e che ardono come una festa ad ogni passo, fin tanto che dura il sogno, la gioventù.

     Avrebbe scritto quel catalogo, certo, ma gli dispiaceva che si era ricordato di lui solo per quello. Si appuntò il numero di telefono e l’indirizzo su un foglietto di carta, lo ripiegò e lo fece sparire in una tasca.

* * *

     Il mattino dopo Alessia era immersa in quella confusione di teste, che la circondava, la bufera della sera prima sembrava scomparsa dai suoi occhi, ora era tranquilla e scherzava con gli amici a bassa voce. La guardò distrattamente, poi fissò gli altri, un gruppo di ragazzi tenuti assieme solo dall’età e dalla voglia di uscire da lì il prima possibile, senza sforzo né fatica, uguali a come vi erano entrati. Era triste notare sui loro volti l’abbandonarsi indolente all’angustia di orizzonti modesti, che li aveva nutriti fino ad allora e non pretendere niente di più, ma desiderare solo quello.

     Sembrava proprio inutile stare lì, forse era meglio cedere alle insistenze di Valeria e tirarsi via una volta per sempre da quel grigiore, lasciar perdere e pensare solo a se stesso, ma poi lei lo vide e nella profondità lucente e scura dei suoi occhi, gli sembrò che cercasse proprio lui, come si cerca una propria via di fuga da un mondo, che sta per sopraffarti, distruggerti, ma c’era anche dell’altro, un rimpianto per qualcosa che a lei sembrava negato e non riusciva a capire perché e lui ne era il responsabile.

     Era solo un’impressione, forse si sbagliava e il suo poteva essere un semplice atteggiamento da ragazza carina, che un attimo prima fa la spiritosa con i più stupidi e poi un momento dopo cerca comprensione. Ma glielo vide fare più volte e i suoi occhi sembravano dire “Cosa posso fare se sono costretta a stare con chi non voglio e a vivere una vita che non è la mia, ma tu non considerarmi come le altre, non abbandonarmi”.

     Trattenne il respiro e in quel momento ricordò i versi di una canzone, parlava di una ragazza che ritorna quando tutto è finito e lui ne avverte il profumo nell’aria tersa del mattino e la chiama per nome, ma lei non c’è, non c’è più e nel misterioso spazio in cui vivono le storie prima di essere scritte, gli sembrò proprio quella che vedeva incominciare. 

     Per questo non voleva illudersi, ma il suo modo di sorridergli con gli occhi e di sorprenderlo ogni volta che la guardava, gli piaceva e non se la sentì di deluderla anche lui. E allora la raccontò a modo suo, come faceva un tempo, prima di sentirsi come il passeggero di una nave che confonde il movimento con l’idea di avere una rotta, e poi si rende conto di andare alla deriva e che non c’è nessun altro al timone a pilotare per lui.

* * *

     Non pagine di diari rosa che strappi, che getti. Non carta coperta da cuori e da un nome sembrava ad Alessia ora la sua vita, ma un nulla fatto di volti, parole, che le si affollavano davanti, senza toccarla e lei occupava un punto qualsiasi di quello spazio solitario e nella penombra velata appena di luce, che svaniva lentamente, si vide nella notte, assente, come tutto ciò che le stava intorno e in quel momento desiderò che Alexia le fosse accanto, ma lei non c’era, non c’era più. Nel vuoto del suo sogno lei si stringeva a un ragazzo, uno dei tanti, che la baciava sul collo e rideva, lasciandosi andare agli scherzi un po’ volgari e insinuanti degli altri, Sapeva che Alessia la vedeva, voleva che l’odiasse. Non era così che l’aveva conosciuta, che la voleva ricordare.

     Alexia aveva la sua stessa età e come lei adorava sentire. L’aveva capito dal modo in cui si esponeva alla vita. Le piaceva ridere forte e quando la gente si girava a guardare, ne era divertita. “Vorrei mi pensassero pazza” le aveva detto un giorno, dopo essersi rotolata nell’erba, gridando. Sembrava cercasse di liberarsi da sé. Quasi qualcosa le imprigionasse la parte più vera, che Alessia amava e che cercava in quei lunghi pomeriggi passati insieme a fare fotografie per vedersi l’una riflessa nell’altra e a parlare, raccontandosi storie. Tutte quelle che sapevano inventare per dare spazio al loro mondo sognato, ma una mattina Alexia la guardò puntandole addosso se stessa e le disse:

”Un giorno ti dimenticherò”.

Lei guardò l’amica in un velo di lacrime e rispose solo: “Il giorno in cui uscirai dalla mia vita, lotterò per dimenticarti all’istante, ma so che non ci riuscirò” e le chiese il perché di quelle parole terribili.

     In risposta Alexia abbracciò l’aria, vi rimase stretta, quasi cercandovi il suo amante segreto, poi disse: ”Odio i ricordi”.

E lei: “Non voglio mai odiarti”.    

     Lui camminava a capo scoperto, mentre già le prime luci si spegnevano. Lo vide da lontano nel suo giubbotto nero, fumava una sigaretta e guardava davanti a sé, incurante della pioggia. Era così che lo immaginava, anche