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Dalla
crisi del centro – sinistra alla strategia della tensione Obiettivi,
esecutori e mandanti 1970 –72 : la crisi dell’egemonia dorotea
tra tentativi di golpe e svolta a destra 1973:
punire Rumor, fermare Moro La
Dc tra declino politico e tentativo di rivincita referendaria Il
1974: la stagione delle stragi e gli ultimi tentativi golpisti Il
terrorismo rosso e gli strateghi
della tensione L’ultimo
atto: la strage di Bologna Dalla crisi del centro – sinistra alla strategia della tensione Gli anni Sessanta in Italia venivano chiudendosi all'insegna di
un duplice fenomeno: la radicalizzazione dello scontro sociale e la crisi del
centro sinistra a cui, tuttavia, non si intravedeva alcuna alternativa. Le lotte studentesche e la grande offensiva operaia apertasi
con l"'autunno caldo" crearono una crescente politicizzazione ed
una domanda radicale di ampliamento dei margini di democrazia e di giustizia
sociale; ma le risposte politiche rimasero parziali, incerte, frenate e
condizionate dalla parte moderata dello schieramento politico, che all'interno
del partito di maggioranza relativa vedevano il rafforzamento delle posizioni
più conservatrici, rinvigorite dal netto
spostamento a sinistra dell’elettorato italiano registratosi nelle elezioni politiche del 1968, che avevano punito i partiti di governo, in particolare il PSU, e
favorito i comunisti. Si aprivano
così scenari politici incerti ed una possibile accelerazione della situazione
politica secondo una deriva greca era all’ordine del giorno. L’Italia
era da sempre l’anello debole dell’Alleanza atlantica e nel 1969 lo era
ancora di più. Le forze politiche, militari e dei servizi, che nel 1964
avevano bloccato le velleità riformatrici del centrosinistra, agitando
l’oscura minaccia del “Piano Solo”, si attivarono di fronte alla nuova minaccia
comunista, che si profilava nell’avanzata del Pci, operando secondo una nuova
strategia di “guerra rivoluzionaria non ortodossa” su cui nel 1965 si era
discusso nel famoso convegno romano dell’hotel “Parco dei Principi”, ad esso
avevano partecipato anche alcuni dei
protagonisti delle trame eversive e stragiste, che avrebbero insanguinato
l’Italia negli anni successivi. Sin dagli
esordi del centro - sinistra i suoi avversari avevano operato per una diversa
soluzione politica della crisi italiana determinata dalla fine del centrismo
degasperiano. Essi si riconoscevano in un progetto presidenzialista di stampo
gollista, simile a quello propugnato dal movimento Nuova Repubblica di
Randolfo Pacciardi ed Edgardo Sogno, che sul finire degli anni Sessanta trovava
nel Psdi e nel presidente della repubblica Giuseppe Saragat un possibile
valido interlocutore e mentore. Per
realizzare questo progetto, che avrebbe condotto l’Italia ad una seconda
repubblica di stampo autoritario, venne messa in atto una nuova strategia, la
cosiddetta “guerra rivoluzionaria non ortodossa”, conosciuta come “strategia
della tensione” (di cui
braccio operativo sarebbero stati Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale). Essa era volta a stabilizzare la situazione politica
del paese, che stava sfuggendo al controllo delle forze moderate, attraverso
una serie di attentati, molti dei quali da attribuire, in una logica di
provocazione e depistaggio, ai gruppi di estrema sinistra al fine di
innescare nel paese un’ondata di panico e di sdegno tale da giustificare una
soluzione “gollista”, simile a quella avvenuta in Francia dopo le agitazioni
studentesche e operaie del maggio 1968.
Così, a
partire dal 3 gennaio 1969, si registrarono in Italia circa 145 attentati:
dodici al mese, uno ogni tre giorni, in prevalenza ad essere colpite furono
le sedi dei partiti e dei movimenti di sinistra (86). Era la strategia della
tensione culminata poi con la strage del 12 dicembre del 1969. Ad avviare
l’escalation del terrore furono le bombe alla Fiera campionaria di Milano e
all'Ufficio Cambi della stazione centrale di Milano del 25 aprile, che solo
per un concorso di circostanze favorevoli provocarono appena venti feriti. Poi, tra l’8 e il 9 agosto,
dieci attentati su diversi convogli ferroviari in varie città d'Italia: 8
ordigni esplosero provocando danni ingenti e 12 feriti, ma ancora una volta
fu evitata miracolosamente la strage. Sempre nell’agosto altri attentati
dinamitardi furono compiuti nell’ufficio
istruzione dei tribunali di Milano e Torino. Intanto tra il settembre e il
dicembre la questione operaia esplodeva con una forza che né gli imprenditori
né il sindacato avevano previsto. Cominciava l’autunno caldo. In seguito ad
agitazioni sindacali, occupazioni, scioperi imponenti e picchetti selvaggi
davanti alle fabbriche si giunse il 30 ottobre a gravi incidenti a Milano e a
Torino culminati il.19 novembre a Milano con lo sciopero generale per il
rinnovo dei contratti durante il quale la polizia diede inizio ad un
carosello fra i manifestanti e l’agente Annarumma vi perse la vita in
circostanze mai chiarite. In quel clima arroventato il
9 dicembre si giunse alla firma del contratto tra i sindacati e l’Intersind,
che raggruppava le imprese a partecipazione statale. Tre giorni
dopo, il 12 dicembre, la situazione precipitò. Una bomba ad alto potenziale
esplose nella sede della Banca dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano.
Ci furono 12 morti e 88 feriti. Contemporaneamente, a Roma vennero fatti
esplodere due ordigni sull'Altare della Patria e alla Banca Nazionale del
Lavoro, mentre un’altra bomba fu scoperta alla Banca Commerciale
Italiana in Piazza della Scala a Milano. La
coincidenza con le lotte sindacali non era casuale ma rientrava in quel
disegno che prevedeva di creare con lo strumento degli attentati le
condizioni per una svolta politica e sociale. In tale clima si concluse
“l’autunno caldo”. Il 21 di dicembre, dopo quattro mesi di lotte, i sindacati
e la Confindustria firmarono il contratto. In quell’occasione fortissime
furono le pressioni del governo, che giunse fino a temere pericoli per
l’ordine pubblico e la democrazia nel paese. Obiettivi, esecutori e mandanti Gli attentati negli obiettivi degli
autori della “strategia della tensione” dovevano condurre l’allora presidente
del consiglio, on.
Mariano Rumor, capo di un governo monocolore democristiano, a decretare lo
stato di emergenza e a sciogliere le Camere nella prospettiva della
formazione di un governo di centro-destra, che avrebbe condotto ad un "maggior controllo dei militari sulla vita
del Paese". Scosso
dalla risposta civile del paese, Rumor però non intraprese la strada che
avrebbe spinto il paese verso un regime simile a quello instaurato dai
colonnelli in Grecia, divenendo in tal modo il "responsabile" del
fallimento di tutta la strategia. Sul suo
ripensamento influì il grosso scontro istituzionale avvenuto immediatamente
dopo la strage e che ebbe il suo epilogo qualche giorno prima di Natale, fra
l'area che si riconosceva nelle posizioni del presidente della Repubblica
Saragat, di stretta fedeltà americana, e quella guidata da Moro, l’altro
prestigioso capo della corrente dorotea della Dc. In sostanza vinse quest’ultima, che
aveva dalla sua la possibilità di mettere sul tavolo i primi risultati delle
indagini delegate dal Ministro della Difesa Gui, molto vicino a Moro, al Sid
e ai Carabinieri. Il giornale
inglese l'Observer, portatore
del punto di vista del Governo britannico, già
in un articolo del 14 dicembre1969 non aveva avuto dubbi nell’indicare come "nera" la matrice della strage e
nel ritenerla connessa ad un progetto di svolta autoritaria, mostrando di
disporre di informazioni non di seconda mano (cfr. perizia del dr. Aldo
Giannuli, f.142, Sentenza – Ordinanza, giudice Guido Salvini). In realtà,
quello non era un semplice
commento giornalistico, ma una sorta di presa di posizione ufficiale ben
comprensibile negli ambienti politico - diplomatici, che intendeva
disapprovare la possibile destabilizzazione dell’Italia a seguito di un
eventuale scioglimento delle Camere. Ciò era stato recepito, tanto è vero
che Saragat aveva indotto il Governo ad una protesta diplomatica. Comunque,
dal messaggio del giornale inglese, Moro, allora ministro degli esteri, aveva
capito che non era isolato e al suo rientro precipitoso da Bruxelles,
informato da Gui dei primi esiti delle indagini del S.I.D., che
evidenziavano la responsabilità di gruppi di estrema destra, utilizzò quelle
informazioni nello scontro politico. Rumor, che inizialmente faceva parte
dell'area di più stretta osservanza americana, turbato dalla grande
mobilitazione popolare per i funerali delle vittime, colto dai dubbi, si
alleò con Moro e si rifiutò di decretare lo stato di emergenza e di
sciogliere le camere. Ci si
accordò perché non venisse
sviluppata la pista riguardante l'Aginter Press e Avanguardia Nazionale,
delineata nell'appunto del S.I.D. del 16.12.1969 e inizialmente portata
avanti da alcune indagini del Nucleo di p.g. dei Carabinieri di Roma (in
particolare nei confronti di Delle Chiaie) e di conseguenza avesse sviluppo
solo la c.d. pista rossa o anarchica avviata in particolare dal Ministero
dell'Interno. Per gli attentati di Padova,
alla Fiera e alla Stazione centrale di Milano, sui treni, e contro i palazzi
di giustizia di Milano e di Torino, vennero condannati dieci anni dopo i
neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura. Per la
strage di Piazza Fontana, dopo un lungo e tormentato iter investigativo e
processuale, l’istruttoria milanese del giudice Guido Salvini (depositata nel
marzo del 1995) fa luce sui principali “misteri” rimasti ancora insoluti e
individua in Delfo Zorzi, esponente di Ordine Nuovo del Veneto e capo
militare dell’organizzazione, oggi uomo d’affari con passaporto giapponese,
l’esecutore materiale della strage e in Franco Freda, Giovanni Ventura, Guido
Giannettini, Gian Adelio Maletti, l’Aginter Press, quelli che hanno guidato
il commando ordinovista all’azione. Questo
movimento sovversivo dall’impostazione nazi-fascista, si articolava su una
direttrice veneta che faceva capo a Freda, nonché su un'altra romana che
faceva capo a Stefano Delle Chiaie, esso aveva elaborato la sua strategia di
base in una fondamentale riunione, tenutasi il 18 aprile 1969 a Padova, alla
quale erano intervenuti Freda ed altri esponenti di rilievo della cellula
eversiva veneta e di quella romana. In quella riunione si era concepito il
programma della cosiddetta seconda linea o doppia organizzazione, secondo cui
occorreva strumentalizzare, con opportune manovre di infiltrazione e di
provocazione, i gruppi estremisti di sinistra, in modo da compromettere
questi ultimi negli attentati e farli apparire come responsabili di una
attività eversiva la cui reale matrice, invece, era di destra cosa che
avvenne puntualmente dopo la strage del 12 dicembre con la cosiddetta pista
anarchica. A tale
gruppo possono essere certamente attribuiti ben ventidue attentati nel breve
periodo intercorrente fra il 15 aprile e il 12 dicembre '69, finalizzati ad
una tipica strategia di provocazione e colpevolizzazione della parte politica
avversa, secondo gli schemi caratteristici della guerra rivoluzionaria, che
aveva avuto nel convegno dell'istituto Pollio del 1965 il suo momento di
ufficializzazione. A seguito
delle indagini, che hanno portato al nuovo processo, iniziato il 16 febbraio
del 2000, si è raggiunta la certezza della compartecipazione di Franco Freda
e Giovanni Ventura alla strage di Piazza Fontana. Ormai assolti
definitivamente essi non potranno però essere più processati. Carlo
Digilio, collaboratore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero
dell’Interno e principale testimone nel nuovo processo sulla strage di Piazza
Fontana, avrebbe raccontato che tra il '67 ed il '69 Delfo Zorzi acquistò a
Venezia circa 200 candelotti di gelignite per una cifra compresa tra i 5 ed i
10 milioni di lire. L'esplosivo era dello stesso tipo dei 10 candelotti che
il 12 dicembre '69 causarono la morte di 16 persone nella Banca
dell'Agricoltura. Digilio
avrebbe precisato che l'esplosivo fu venduto a Zorzi da Roberto Rotelli,
morto negli anni '70, titolare di un'impresa del Lido di Venezia, che si
occupava di recupero di navi affondate. Zorzi avrebbe poi sistemato la
gelignite in un casolare nel mestrino, forse a Spinea, dove aveva sede una
sua impresa di import - export. Ma ha anche rivelato che Zorzi gli confidò di
aver partecipato personalmente alla collocazione della bomba nella banca
milanese, aiutato dal figlio di un direttore di banca, che sarebbe risultato
poi Giancarlo Rognoni, il presunto basista della strage di piazza Fontana,
secondo quanto ha dichiarato a partire dal 1994 Edgardo Bonazzi, esponente dell’ala "dura" del M.S.I. di Parma,
condannato ad una lunga pena detentiva per aver partecipato nel 1972
all’omicidio di un giovane aderente a Lotta Continua. L'esplosivo
sarebbe stato portato da Mestre a Padova e poi verso Milano nella Fiat 1100
di Carlo Maria Maggi, il responsabile operativo
per il Triveneto di Ordine Nuovo alle dirette dipendenze di Sergio Minetto,
capo rete di Verona dei servizi informazione FTASE della Nato. Le
dichiarazioni rese da Tullio Fabris, l’elettricista collaboratore di Franco
Freda, a personale del R.O.S. Carabinieri in data 16 e 17 novembre 1994 e
9.12.1994 (e dalla moglie, Maria Paola Bettella, in data 17.11.1994),
successivamente confermate con ulteriori precisazioni in data 24.3.1995, hanno permesso poi di
accertare in modo inequivocabile il ruolo di Freda nell’acquisto dei timers
utilizzati per la strage del 12 dicembre 1969 a Milano e per gli attentati a
Roma. Tullio
Fabris solo nel novembre del 1994, prima di morire, si sarebbe deciso a
confessare di essere stato materialmente lui ad acquistare una partita di
timer di 50 pezzi presso la ditta Elettrocontrolli di Bologna, distributrice
in Italia della Junghans Diehl, uno di questi, è certo, fu usato per
l’attentato del 12 dicembre 1969, e ad istruire Freda e Ventura nell’innesco
dei congegni elettrici, che furono utilizzati per la strage. Freda gli
anticipò anche che nel mese di dicembre sarebbe accaduto “un evento
importante” che “rappresentava l’attuazione del progetto di
rivolgimento politico delle istituzioni del nostro Paese da realizzare con un
colpo di Stato, conseguente alla destabilizzazione provocata dagli attentati”. Tacque a
lungo per le minacce di morte. Non riferì nel primo processo a Catanzaro
quanto accaduto anche per la mancata protezione da parte delle forze di
polizia cui si era rivolto. Infine, gli attentati romani del 12
dicembre 1969, sempre secondo quanto ha dichiarato Edgardo Bonazzi, erano stati
"curati da uomini di Stefano Delle Chiaie ", così gli aveva
rivelato Nico Azzi, l’ordinovista autore dell’attentato sul treno Roma - Milano del 7 aprile 1973. 1970 –72 : la crisi
dell’egemonia dorotea tra tentativi di golpe e svolta a destra
L’egemonia
dei dorotei nella Dc nei mesi successivi alla strage di Piazza Fontana entrò
in crisi. Essi persero la maggioranza nel partito perché uno dei loro
prestigiosi leader, Aldo Moro, persuaso della necessità in prospettiva di
associare il maggior partito dell’opposizione, il Pci, a un lavoro comune di
ristrutturazione del sistema politico, formò una propria corrente, che si
alleò con quelle della sinistra interna e il nuovo segretario Flaminio
Piccoli, designato dai dorotei, eletto da una minoranza, era destinato a
durare una sola stagione. La
conseguenza più diretta sul piano politico dello scontro interno alla Dc e
dei nuovi equilibri, fu il ritorno al centrosinistra il 27 marzo del 1970 con
il nuovo governo presieduto sempre dal doroteo Mariano Rumor, sostituito poi,
nell’agosto dello stesso anno, da Emilio Colombo. Gli
obiettivi di stabilizzazione autoritaria del quadro politico perseguiti dagli
autori della strategia della tensione non erano stati quindi ancora del tutto
conseguiti. La magistratura si era divisa sulla pista da seguire nelle
indagini sulla strage piazza di Fontana (nera per gli inquirenti milanesi,
rossa per quelli romani) mentre una parte cospicua dell’opinione pubblica
nazionale non aveva accettato la versione ufficiale. Ma cosa ancora più
importante era stata la reticenza di una parte della Dc ad imboccare la strada
della svolta autoritaria, che aveva impedito la piena riuscita
dell’operazione. In questa
decisione forse aveva giocato la consapevolezza che ciò avrebbe segnato anche
la propria fine politica, come era già
accaduto per le elite liberali all’epoca dell’avvento del fascismo. Di qui la
decisione da parte degli autori della “strategia della tensione” di
proseguire nell’offensiva, che ebbe un momento centrale di aggregazione nel
tentativo di colpo di stato del 7-8 dicembre 1970 guidato dall’ex comandante
della X Mas nella Repubblica sociale italiana, Junio Valerio Borghese. La sigla
“Fronte Nazionale”, sotto cui si raccolsero i gruppi clandestini militari e
civili che dovevano sostenere il peso dell’azione in un primo momento, aveva
iniziato l’anno prima a preparare il tentativo con riunioni segrete in vari
centri della penisola. Il piano prevedeva: 1) l’occupazione del ministero
dell’Interno, del ministero della Difesa, della Rai e degli impianti
telefonici e di radiocomunicazione; 2) l’arresto e la deportazione dei
deputati e dei senatori dell’opposizione; 3) la lettura di un proclama
televisivo da parte di Borghese e l’intervento decisivo delle Forze Armate a
sostegno del Fronte Nazionale. Ma, quando
il “golpe” era in fase d'avanzata esecuzione, Borghese ricevette
personalmente un ordine in base al quale il tentativo rientrò in poche ore.
L’ex comandante della X Mas non rivelò neppure ai più stretti collaboratori
chi gli diede l’ordine e per quali ragioni.
Il
contrordine, secondo Fabio De Felice, uomo assai vicino a Licio Gelli,
sarebbe giunto proprio da quest0ultimo, essendo venuta meno la disponibilità
dell'Arma dei Carabinieri e non essendo stato assicurato l'appoggio finale
degli Stati Uniti; Fabio De Felice, poi, aveva aggiunto che la mobilitazione
non aveva una reale possibilità di riuscita e il fantasma di una svolta
autoritaria era stato utilizzato da Licio Gelli come una sorta d'arma di
ricatto. Ciò è
quanto ha dichiarato Paolo Aleandri alla Commissione parlamentare d'inchiesta
sulla Loggia P2, che riferisce l'interpretazione che ne era stata data da
Fabio De Felice, uno dei protagonisti del golpe Borghese. Dai
documenti ormai a disposizione appare con chiarezza che i servizi di
sicurezza erano perfettamente al corrente del tentativo di “golpe” ma, come
ha rilevato la Commissione stragi, “nessuna contromisura risultò però
essere predisposta”. Indagini più recenti hanno indicato il
coinvolgimento nel tentativo di Licio Gelli e di una parte della massoneria,
oltre che di vertici delle Forze Armate. Si può
pensare che ci si sia trovati di fronte a una minaccia portata fin quasi alle
ultime conseguenze nei confronti di una classe politica di governo che, ad
avviso dei gruppi raccolti nella congiura, non conduceva con sufficiente
coraggio ed energia l’offensiva contro il comunismo che avanzava. O, come
altri sostengono, ci fu “l’abbandono della ala più oltranzista del
“partito del golpe” bruciato in una lotta intestina (…) ci fu chi prima
facilitò ed alimentò la scelta golpista e poi cercò di goderne i risultati
politici”. E qui appare l’ombra della scelta presidenzialista che sarebbe
emersa qualche anno dopo nel “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli
e della Loggia P2. È difficile
scegliere tra le due ipotesi anche se la seconda si collega meglio a quello
che avvenne negli anni successivi e individua uno scontro interno tra i
sostenitori della svolta anticomunista autoritaria: da una parte chi riteneva
che la soluzione greca, raggiunta con l’appoggio determinante della Cia,
fosse quella più adeguata al caso italiano per la presenza di un partito
comunista ancora forte e in ascesa ma dall’altra parte chi, ed erano sempre
di più, riteneva che risultati simili si potevano ottenere con altri
strumenti più flessibili e moderati. Una
conferma indiretta della seconda ipotesi viene dall’evoluzione della
situazione politica del paese, che portò nel 1971 all’elezione del candidato
doroteo e della destra Giovanni Leone a presidente della Repubblica e sempre
con la stessa maggioranza nel 1972 alla costituzione di un governo di centro
- destra e dall’oscuro episodio della strage di Peteano del 31 maggio 1972. Nel 1971,
quando ebbe termine il mandato presidenziale di Saragat e occorreva eleggere
il successore, si fronteggiarono nella sostanza le candidature di Moro e
Fanfani, i due leader messi da parte in tempi diversi dalla componente
dorotea. Il leader
aretino non riuscì a ottenere i voti di tutta la Dc né dei partiti del centro
o del centro-sinistra sicché alla fine dovette ritirarsi e cedere il passo al
candidato doroteo e della destra, il napoletano, ex presidente della Camera,
Giovanni Leone, che andò al Quirinale con i voti determinanti del Movimento
sociale - Destra nazionale di Giorgio Almirante. Intanto la
crisi socialista indeboliva ulteriormente una prospettiva di apertura a
sinistra e favoriva i progetti di un centro-destra coerente con la
maggioranza che si era formata per l’elezione presidenziale di Leone. Le elezioni amministrative del 13 giugno
1971 registrarono una ripresa sensibile delle forze di destra, e in
particolare del Msi di Almirante, attivo sulle piazze e a capo di una sempre
più estesa «maggioranza silenziosa» che chiedeva anzitutto ordine. Scaturirono da questa situazione
critica, oltre che dal dipanarsi di perduranti conflitti sociali di fronte a
problemi irrisolti, le mosse successive del partito trasversale, che si
opponeva al ritorno del centro-sinistra, o addirittura al coinvolgimento in
una nuova maggioranza dei comunisti ipotizzato da Moro con la nuova
"strategia dell’attenzione" verso il Pci. Esso tentò il varo di un
centro-destra guidato da Giulio Andreotti. Ma il nuovo
governo ottenne l’appoggio soltanto dei liberali e della Svp alto-atesina,
sicché venne battuto al Senato e il presidente Leone sciolse anticipatamente
le Camere e indisse la consultazione per il 7 maggio del 1972. Ma il nuovo
governo ottenne l’appoggio soltanto dei liberali e della Svp alto-atesina,
sicché venne battuto al Senato e il presidente Leone sciolse anticipatamente
le Camere e indisse la consultazione per il 7 maggio del 1972. Non è un
caso che contemporaneamente ripartì, dopo la relativa tranquillità dell’anno
precedente, una girandola di attentati e atti violenti che videro in prima
linea l’estremismo neofascista colluso con i servizi segreti. Le elezioni
del 7-8 maggio, viceversa, se costituirono un discreto successo per la Dc,
che raggiunse alla Camera il 38,7 per cento dei voti, non interruppero la
marcia del Pci che, rispetto al 1968, conquistò lo 0,2 per cento in più alla
Camera. La prova
elettorale non apparve un successo per l’ipotesi di centro-destra ma la Dc
decise, malgrado tutto, di cavalcarla e Andreotti formò il suo secondo
governo con liberali, socialdemocratici, repubblicani e Svp. La seconda
conferma indiretta viene dalla strage di Peteano compiuta il 31 maggio del
1972 nella quale trovarono la morte tre carabinieri e un quarto rimase
gravemente ferito. Nel 1984 la responsabilità dell'attentato
di Peteano fu rivendicata da Vincenzo Vinciguerra, capo della cellula di Ordine Nuovo di Udine. Egli affermò di confessare allo scopo di "fare
chiarezza", avendo compreso che tutte le precedenti azioni della destra
radicale, incluse le stragi, in realtà erano state manovrate da quello stesso
regime che si proponeva di attaccare: "Mi assumo la responsabilità piena, completa e
totale dell'ideazione, dell'organizzazione e dell'esecuzione materiale
dell'attentato di Peteano, che si inquadra in una logica di rottura con la
strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie,
cosiddette di destra, e che invece seguivano una strategia dettata da centri
di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello Stato. [...]
Il fine politico che attraverso le stragi si è tentato di raggiungere è molto
chiaro: attraverso gravi provocazioni innescare una risposta popolare di
rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione. In ultima analisi il
fine massimo era quello di giungere alla promulgazione di leggi eccezionali o
alla dichiarazione dello stato di emergenza. In tal modo si sarebbe
realizzata quell'operazione di rafforzamento del potere che di volta in volta
sentiva vacillare il proprio dominio”. Nel luglio 1987 Vincenzo Vinciguerra è
stato condannato all’ergastolo dalla Corte d’assise di Venezia, insieme ad un
suo complice, Carlo Cicuttini, sempre
della cellula di Ordine Nuovo di Udine e segretario della sezione dell'Msi in
un paese vicino Peteano; quest’ultimo era il proprietario della pistola con
cui erano stati prodotti i fori nel cofano
dell’auto imbottita di esplosivo e l’uomo, che aveva attirato con una
telefonata i carabinieri nella trappola di Peteano. 1973: punire Rumor, fermare Moro La nuova
maggioranza di centro destra, che si era formata in seguito alle elezioni
politiche del 1972, era però debole e lo si vide subito. La situazione
politica non si stabilizzò e quella economica non riusciva ancora a superare
la crisi che si trascinava con alti e bassi dal 1971. Il suo fallimento
dimostrò l'impraticabilità di una politica di scontro frontale con il
movimento operaio. Le forti lotte sociali, culminate con la mobilitazione del
marzo 1973 per il contratto dei metalmeccanici, rivelarono una eccezionale
capacità di tenuta (il 9 febbraio 300.000 metalmeccanici sfilarono in corteo
per le vie di Roma al culmine della nuova stagione contrattuale) e la maggior
parte del mondo industriale dovette constatare l'impossibilità di realizzare
risultati positivi nello scontro diretto col movimento sindacale e la
necessità, invece, di una nuova strategia politica incentrata sulla ricerca
di un "patto sociale" permanente. In quel
clima teso si apriva agli inizi del 1973 il XII congresso della Dc. In esso
emerse ancora una volta l’impossibilità di una maggioranza compatta. I
dorotei erano al momento arbitri della situazione interna e, con l’abituale
pragmatismo, si dichiararono disposti alla ripresa della collaborazione con i
socialisti come richiedeva Moro e le correnti di sinistra, purché non si
parlasse di ulteriori allargamenti di maggioranza ai comunisti (possibilità
che era emersa negli interventi di Moro e di vari esponenti della sinistra). Fanfani e
Moro, più volte contrapposti nella vita politica e nella Dc, in quel delicato
momento conclusero un accordo diretto, che permise al primo di ritornare alla
segreteria. I due leader democristiani si trovarono così a gestire con ruoli
complementari il partito cattolico in una fase che si annunciava
particolarmente difficile per l’evidente declino della politica dorotea, che
non poteva più utilizzare la stampella socialista in irrimediabile erosione
di consensi a favore del Pci e la debolezza di un’ipotesi, che pure si
realizzò nel luglio del 1973, di ennesima ripresa del centro – sinistra
(quarto governo Rumor). Tra il XII
congresso della Dc e il varo del nuovo governo di centro – sinistra ci fu la
strage del 17 maggio alla Questura di Milano, un segnale inequivocabile di
avvertimento e di vendetta da parte dei gruppi eversivi responsabili della
“strategia della tensione”, che non avevano gradito la svolta dorotea e
intendevano con quell’attentato porre un limite invalicabile alla ripresa
dell’esperienza di centro – sinistra. Nel cortile
della Questura, in via Fatebenefratelli, si era da poco conclusa una
cerimonia in ricordo del commissario Luigi Calabresi, ucciso un anno prima da
ignoti killer, alla quale aveva partecipato il ministro dell’Interno Mariano Rumor.
L’auto del
ministro stava uscendo dal portone centrale, quando un ordigno, scagliato da
qualcuno nascosto tra la folla, che si era assiepata davanti all’edificio,
seminò il terrore: 4 morti e 52 feriti.
L’attentatore venne subito individuato ed arrestato, risultò essere
Gianfranco Bertoli, un sedicente anarchico individualista, seguace delle
teorie di Steiner, ma stranamente in stretto contatto con alcuni neofascisti
veneti e – lo si sarebbe scoperto in seguito – in rapporti con il Sid, il
servizio segreto militare dell’epoca. Bertoli venne in seguito condannato
all’ergastolo con sentenza definitiva. Appena
giunto in Italia nei primi mesi del 1973, Bertoli era stato indotto dal dr. Carlo Maria Maggi, allora responsabile operativo per il Triveneto di Ordine Nuovo, a compiere un attentato a Milano. Gli fu consegnato molto
denaro messo a disposizione dagli Americani e la bomba a mano per
l'esecuzione della strage. Tra le
farneticanti affermazioni di Bertoli all’indomani della strage, vi è un solo
elemento rispondente a quanto emerso nelle risultanze istruttorie del giudice
Salvini, laddove il sedicente anarchico dichiarò di aver lanciato la bomba a
mano per vendicare la morte dell’anarchico Pinelli, morto nei locali della
Questura di Milano nel corso di un interrogatorio per la strage di Piazza
Fontana. In realtà, il gesto di Bertoli era sì di vendetta, ma con ben altro
fine che non la gloria di Pinelli. La strage scaturì, viceversa, dal
tentativo di eliminare il Ministro dell’interno Mariano Rumor, che, nel
dicembre 1969, quando era Presidente del Consiglio, aveva rifiutato di
decretare lo stato emergenza, rendendo impossibile la prevista presa di
posizione dei militari e fatto fallire il disegno strategico/politico che
stava dietro gli attentati del 12 dicembre1969. In un primo
momento, per il gruppo ordinovista veneto, l’eliminazione di Rumor doveva
avvenire in Veneto, dove il Ministro risiedeva; Carlo Maria Maggi e Delfo
Zorzi avevano individuato in Vincenzo Vinciguerra il potenziale esecutore
dell’attentato. Quest’ultimo, tuttavia, "si era rifiutato di
prestarsi perché non riteneva corretto il progetto" e perché "sarebbe
stata una carneficina". Venuta meno la disponibilità di Vinciguerra,
il vertice della cellula veneta neofascista individuò in Gianfranco Bertoli
la persona più adatta per compiere l’attentato. Ha dichiarato a questo proposito Carlo Digilio: "I
dirigenti di Ordine Nuovo ritenevano che l’on. Rumor, Presidente del
Consiglio nel dicembre 1969, avesse fatto il ‘vile’ in quanto, venendo meno
alle promesse fatte, non aveva attivato un certo meccanismo dopo gli
attentati decretando lo "stato di emergenza" e mettendo in moto i
militari che avrebbero saputo che sbocco dare alla crisi. Questa delusione mi
fu espressa da Soffiati e da Maggi negli incontri […]che avvennero dopo gli
attentati del 12 dicembre. […] In particolare Maggi era deluso e disse che di
fronte alla reazione dell’opinione pubblica vi era stata una ‘ritirata’ di
Rumor che aveva impedito un’immediata presa di posizione dei militari. Disse
proprio "presa di posizione" e non "presa di potere" nel
senso che sarebbe stato un primo intervento che avrebbe dato vita ad un
maggior controllo dei militari sulla vita del Paese senza un vero e proprio
colpo di Stato. Ciò avrebbe
permesso comunque l’uscita allo scoperto dei Nuclei di Difesa dello Stato con
funzione di appoggio e di propaganda in favore dei militari. In seguito il
capitano Carret ( il referente della
rete Cia – Sid, nda) mi confermò che quello era stato il progetto, ben
visto anche dagli americani, e che era fallito per i tentennamenti di alcuni
democristiani come Rumor. Mi spiegò anche che nei giorni successivi alla
strage le navi militari sia italiane sia americane avevano avuto l’ordine di uscire
dai porti perché, in caso di manifestazioni o scontri diffusi, ancorate nei
porti potevano essere più facilmente colpite". La minaccia
stragista se non raggiunse l’effetto sperato, colse però l’obiettivo politico
che si era prefisso: quello di impedire ogni ulteriore possibile allargamento
delle alleanze politiche, segnando il destino del nascente debole centro –
sinistra di Rumor, che non fu in grado di affrontare né la crisi economica né
quella sociale né la montante offensiva terroristica. La Dc tra declino politico e tentativo di rivincita referendaria Sul
versante opposto il Partito Comunista giudicò negativamente i rischi di una
ulteriore radicalizzazione dello scontro sociale e politico. Traendo spunto
da una riflessione sul caso cileno (dove l'errore delle sinistre sarebbe
consistito nel voler governare da sole senza ricercare l'alleanza con le
forze democratiche di centro, esponendosi al sabotaggio da parte di queste ed
al golpe fascista) Enrico Berlinguer, segretario del PCI, giungeva a lanciare
la nuova strategia del "compromesso storico". Secondo questa
ipotesi, non era sufficiente per le forze di sinistra raggiungere la
maggioranza parlamentare per garantire la governabilità del Paese. In una
situazione radicalizzata e polarizzata, le sinistre avrebbero avuto tutto da
perdere, assumendosi in proprio la gestione di un potere che la destra
avrebbe potuto facilmente destabilizzare e sabotare. Occorreva invece,
concludeva Berlinguer, ricercare l'accordo - il più largo possibile - con le
masse cattoliche (e con il partito Democratico Cristiano) al fine di
garantire la più larga base di consenso ad una politica riformatrice. Si
riproponeva, ancora una volta, nel sistema politico italiano l’unico
movimento reso possibile dagli ostacoli interni, ma soprattutto
internazionali, a una vera alternanza alla Dc: quello di un allargamento
della maggioranza, piuttosto che di un suo rovesciamento, che vedeva sempre
al centro della maggioranza il partito cattolico. Non mutava il gioco, dunque,
salvo che per l’accento messo in luce sia da Berlinguer sia da Moro:
l’alleanza come strumento per la legittimazione definitiva dei comunisti nel
sistema politico italiano come forza di governo, oltre che di opposizione, e
per il superamento di una situazione emergenziale per la crisi
economico-sociale e l’offensiva terroristica. Senonché
irrompeva nella politica italiana un avvenimento clamoroso e imprevisto: la
decisione del segretario della Dc, Fanfani di puntare sul referendum contro
la legge sul divorzio per sconfiggere le forze di sinistra e imporre,
soprattutto sul piano della politica economica, le proprie condizioni per
ogni eventuale futura alleanza con i comunisti. Che l’idea
partisse da Fanfani non c’è dubbio. Ma contribuirono anche da una parte la
caduta di credibilità della Dc di fronte all’opinione pubblica nazionale per
l’esplodere dello scandalo dei petroli nel gennaio 1974 e l’inchiesta del
giudice Giovanni Tamburino sulla «Rosa dei Venti», che metteva in allarme gli
alti gradi militari e il rapporto tra essi e il partito tradizionale di
governo. C’era il
rischio, se si fosse andato avanti su quella strada e non ci fosse stata una
chiara conferma dei consensi popolari alla Dc, di un declino rapido in
presenza di conflitti sociali sempre meno mediabili e di una crisi
energetica, che rivelava tutta la fragilità dell’economia italiana. “I
risultati del referendum del 12 maggio 1974 – ha commentato Paul Ginsborg
– mostrarono che sia Fanfani che il Pci avevano giudicato male
l’elettorato: la legge sul divorzio, al di là di ogni previsione, trionfò con
il 59,1 per cento. Il processo di modernizzazione della società italiana
aveva trasformato anche le opinioni e i valori correnti […]. La destra
cattolica era stata la prima a invocare l’istituto del referendum, ma questo
gli si rivoltò contro in un modo del tutto inaspettato”. L’esito del
referendum ebbe, di fatto, conseguenze importanti giacché incoraggiò nel
popolo della sinistra la prospettiva di costruzione di un’alternativa anche
elettorale in un vasto fronte laico e progressista. Nella Dc,
invece, la sconfitta nel referendum, provocò la sostituzione alla segreteria
di Fanfani con il moroteo Benigno Zaccagnini e l’aprirsi della prospettiva
del "compromesso storico", mentre l’offensiva dei terrorismi
cresceva d’intensità. Il 1974: la stagione delle stragi e gli ultimi tentativi golpisti Per gli
autori della “strategia della tensione” il 1974 fu l’anno decisivo, bisognava
ad ogni costo impedire l’allargamento della maggioranza di governo ai
comunisti e una loro legittimazione. A tale riguardo non potevano più contare
sulla componente moderata dorotea all’interno della Dc, che dal 1969 aveva
dimostrato tutta la sua inaffidabilità politica, pertanto bisognava puntare
direttamente sulla fondazione di una seconda repubblica di stampo
presidenzialista con una nuova elite politica di sicura fede anticomunista e
atlantica attraverso un pronunciamento militare, che disponeva dei mezzi,
delle strutture, degli uomini (la rete dei Gruppi di Difesa della Stato) e
dell’appoggio dell’amministrazione americana. Non c’era
più tempo, le indagini, riguardanti la rete organizzativa, che avrebbe dovuto
realizzare il colpo di Stato, avevano già preso il via nell’ottobre del 1973,
quando un medico ligure, Giampaolo Porta Casucci si era presentato alla
polizia e aveva consegnato un piano di massima per la conquista del potere,
completo di mappe e indicazioni per l'occupazione di edifici pubblici e
strategici, e persino una lista di persone da eliminare. Con l'avvio
delle prime investigazioni da parte del
giudice padovano Giovanni Tamburino si comprese che la scoperta non era da
sottovalutare: tra i congiurati vi erano il generale Francesco Nardella, che
dal 1962 al 1971 aveva diretto l'Ufficio guerra psicologica presso il comando
alleato FTASE della Nato, e il suo successore in quello stesso incarico, il
tenente colonnello Angelo Dominioni. Vi era infine il tenente colonnello Amos
Spiazzi, vice comandante del secondo gruppo artiglieria da campagna e capo
dell'Ufficio "I" del suo reparto, arrestato il 13 gennaio del 1974.
Nel marzo
di quell’anno l'istruttoria fece un salto di qualità allorché cominciò a collaborare con il magistrato un giovane
sindacalista, Roberto Cavallaro, che mediante coperture ad alto livello,
presumibilmente al Sid, sarebbe stato inserito negli uffici della
Magistratura militare a Verona senza averne alcun titolo. Alcune ammissioni
del colonnello Amos Spiazzi e di Roberto Cavallaro consentirono al magistrato
di cominciare a delineare la trama di un'organizzazione, la “Rosa dei Venti”,
composta da civili e militari, che operavano all'interno delle organizzazioni
di sicurezza della Nato e il cui simbolo era identico a quello della Cia.
Essa rappresentava. il braccio armato di una strategia politica che
perseguiva il passaggio dalla prima ad una seconda repubblica attraverso un
progetto suddiviso in sei fasi. Le prime azioni
dell'organizzazione, portate a termine secondo i canoni della
controguerriglia, avevano provocato disordini di piazza e tentativi di far
saltare treni e di provocare stragi, come quella del 28 maggio 1974 in piazza
della Loggia a Brescia (otto morti e centotre feriti) e quella del treno
Italicus esploso a San Benedetto Val di Sambro sulla linea Firenze - Bologna
il 4 agosto dello stesso anno (dodici morti e quarantaquattro feriti). In tutto
erano state programmate quattro stragi di cui una quella del Vaiano fallita
all’ultimo momento il 21 aprile (centinaia di persone sarebbero perite nel
deragliamento del treno Parigi – Roma e la quarta all’Arena di Verona durante
le rappresentazioni liriche estive ma, a quanto pare, persino gli estremisti
di destra, che l’avevano ideata la bloccarono pensando che avrebbe provocato
un numero di morti così alto da diventare “ingestibile”. Per la
tentata strage del 21 aprile le responsabilità sono da far risalire alla
cellula toscana di Ordine nero diretta da Augusto Cauchi, collaboratore del
Sid e amico di Licio Gelli. La strage
di Brescia, invece, secondo la testimonianza di Martino Siciliano, un
esponente di Ordine Nuovo del Veneto e testimone nell’ultimo processo della
strage di Piazza Fontana, sarebbe stata ideata dal gruppo di Carlo Maria
Maggi tramite Marcello Soffiati, che avrebbe fatto pervenire l’ordigno ai
neofascisti milanesi del gruppo “La Fenice”, una filiazione di Ordine Nuovo,
i quali avrebbero collocato materialmente l’ordigno. La Corte di Assise di
Milano - Sentenza 11.03.2000, ha emesso le seguenti condanne: ergastolo per
Carlo Maria Maggi, Francesco Neami, Amos Spiazzi e Sergio Boffelli, 15 anni
di reclusione per Gian Adelio Maletti, 10 anni di reclusione per Gilberto
Cavallini, 6 anni e 6 mesi a Ettore Malcangi, 6 anni a Enrico Caruso, 6 mesi
a Lorenzo Prudente. Nel 2005 la Procura di Brescia, dopo
otto anni di indagini, ha deciso di chiedere l’apertura di un nuovo processo.
Il terzo dopo quelli già inutilmente celebrati tra il 1979 e il 1989,
conclusisi con un nulla di fatto. Un nuovo procedimento giudiziario
certamente difficile dopo la sentenza di assoluzione della Corte di
Cassazione sulla strage di Piazza Fontana. Alla sbarra
compariranno Delfo Zorzi, condannato in primo grado all’ergastolo per la
strage di Piazza Fontana e poi assolto; Carlo Maria Maggi, dirigente massimo
di Ordine Nuovo nel Triveneto, già processato per la strage del 12 dicembre
1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e davanti la Questura di Milano
(17 maggio 1973), sempre assolto per insufficienza di prove; Maurizio
Tramonte, anch’egli di Ordine Nuovo ma anche confidente del SID con il nome
in codice di “fonte Tritone”. Un’altra
quindicina erano stati, in questa nuova inchiesta, gli indagati. Fra loro
nomi eccellenti: Pino Rauti, il fondatore di Ordine Nuovo; Guerin Sèrac,
ex-agente dell’organizzazione terroristica francese OAS, poi al servizio
della CIA, attraverso la finta agenzia di stampa Aginter Press, con sede a
Lisbona; l’ex-generale dei carabinieri Francesco Delfino, capitano del nucleo
operativo di Brescia nel 1974. Due sono
state le testimonianze che hanno accompagnato il lavoro di indagine dei
sostituti procuratori di Brescia Roberto Di Martino e Francesco Piantoni:
quella di Carlo Digilio, l’ex-artificiere di Ordine Nuovo, e quella di
Maurizio Tramonte. A fornire
l’esplosivo sarebbe stato Delfo Zorzi, Marcello Soffiati, capocellula di
Verona, deceduto anni fa, lo avrebbe trasportato. Lo stesso Digilio, in una
tappa del percorso lo avrebbe invece “messo in sicurezza”, impedendo che
deflagrasse inavvertitamente lungo il tragitto. A Milano fu
consegnato alle SAM (le Squadre d’Azione Mussolini) di Giancarlo Esposti, che
si sarebbero materialmente incaricate di compiere la strage. Secondo Maurizio
Tramonte fu invece Giovanni Melioli, il capo degli ordinovisti di Rovigo a
collocare l’esplosivo. Infine,
Mario Tuti, Luciano Franci e Pietro Malentacchi sono stati imputati di esser
gli esecutori materiali della strage del treno Italicus sulla base delle
dichiarazioni accusatorie di Aurelio Fianchini, al quale Luciano Franci, suo
compagno di detenzione, avrebbe confidato di avere eseguito la strage
indicando nel Tuti il gestore dell'esplosivo e nel Malentacchi colui che
materialmente avrebbe sistemato l'ordigno. La quarta
fase del progetto eversivo dispiegato attraverso la “Rosa dei venti”
prevedeva il golpe e la quinta l'eliminazione di 1624 persone tra ministri,
comunisti, socialisti e sindacalisti. Il governo
tentò di dimostrare che il gruppo altro non fosse che una filiazione del
Fronte nazionale, cioè un'organizzazione paramilitare fascista. E
puntualmente si trovò il modo di togliere l'inchiesta al giudice Tamburrino e
di coinvolgerla in quella romana sul golpe Borghese. Ma Tamburrino, poco
prima di perdere l'inchiesta, arrestò il capo del Sid, Vito Miceli 'per
aver promosso, costituito e organizzato un'associazione segreta di militari e
civili mirante a provocare un 'Insurrezione armata". Ma la
situazione era talmente grave che il ministro della difesa Giulio Andreotti
incaricò il capo dell’Ufficio D, generale Maletti, di raccogliere e
consegnargli un’adeguata documentazione sulle attività eversive degli anni
precedenti. Poi il 15 luglio, venuto a conoscenza da un appunto del Sid dei
piani dei golpisti, destituì improvvisamente una dozzina fra generali ed
ammiragli allo scopo di prevenire un colpo di Stato previsto per il 10
agosto. Interrogato
dal G.I. Luciano Violante, il ministro dichiarava che, controllata la
documentazione fornita dal Sid, rilevato che "l'entità del pericolo
esigeva iniziative immediate", aveva ordinato al generale Miceli di
informare immediatamente Polizia e Carabinieri. In esecuzione di tali
direttive, il capo del Sid il 10 luglio 1974 consegnava al Comandante
generale dell'Arma dei Carabinieri, generale Mino, e ad Emilio Santillo, capo
dell'Ispettorato Antiterrorismo, un appunto nel quale si informava
dell'iniziativa eversiva e si comunicavano i nomi Ricci, Drago, Pacciardi,
Sogno. Il generale
Mino, interrogato il 22 ottobre 1974 dal G.I. Violante, confermava di aver
inoltrato ai comandi territoriali due successive disposizioni con le quali si
attuavano e poi, il 22 luglio, si incrementavano dispositivi di vigilanza che
erano ulteriormente rafforzati nei giorni prefestivi e festivi e durante le
ore notturne. Nell'interrogatorio, il generale Mino chiariva che l'ordine di
rafforzare le misure di sicurezza, impartito il 22 luglio, fu emanato perché
egli era stato informato "che i programmi eversivi che mi erano stati
comunicati si stavano traducendo nei giorni successivi in azioni concrete".
La
situazione si presentava a tal punto grave che il 10 agosto il generale Igino
Missori, comandante della divisione dei Carabinieri "Podgora",
competente sull'Italia centrale e dunque su Roma, aveva impartito l'ordine di
predisporre un ulteriore contingente armato per un eventuale impiego nei
giorni festivi e nelle ore notturne. Il capo della Polizia Zanda Loy dispose
un aumento del contingente armato di stanza nella tenuta presidenziale di
Castelporziano e al Quirinale, scegliendo "guardie particolarmente
addestrate alla difesa personale e al tiro con le armi". Il Ministro
della difesa, Andreotti, infine aveva deciso di "operare subito
qualche spostamento in punti cruciali per togliere eventuali collegamenti".
Gli spostamenti avevano riguardato i generali Piero Zavattaro Ardizzi, Luigi
Salatiello e Giuseppe Santovito. Nel
settembre 1974 Andreotti impose poi al Sid (e per esso al nuovo direttore
Casardi e a quello del Reparto “D”, Gian Adelio Maletti) di comunicare
all'autorità giudiziaria le informazioni in possesso del servizio. Furono
quindi inviate all’Autorità giudiziaria tre distinte memorie, che
riguardavano rispettivamente il Golpe Borghese, la "Rosa dei Venti"
e ulteriori fatti di cospirazione dell'estate 1974, a seguito delle quali fu
infine esibito il materiale (che all'epoca si ritenne integrale) raccolto dal
Reparto “D”. Già da
questo materiale risultò evidente che il Servizio aveva seguito sin dalla
nascita il Fronte Nazionale; risultano accuratamente descritti i contatti con
i dirigenti di Ordine Nuovo; l'addestramento all'uso delle armi individuali;
la preparazione del colpo di Stato; la disponibilità di armi e i collegamenti
con settori delle Forze Armate (ivi compreso il ricorso alle caserme per
l'approvvigionamento delle armi e munizioni in caso di necessità). Nessuna
contromisura risultò però essere stata predisposta e il disvelamento della
condotta del Servizio al suo interno portò all'allontanamento del suo
Direttore generale Miceli e al rafforzamento di Casardi e Maletti. I documenti
del Sid, che avevano permesso ad Andreotti di reagire, trasferendo subito gli
altri ufficiali implicati nel golpe, furono poi trasmessi da Andreotti al
giudice Violante a Torino, che avviò l’indagine giudiziaria conclusasi nel
maggio 1976 con l’arresto di Sogno, del suo collaboratore Luigi Cavallo, di
Pacciardi e di molti altri coinvolti nella trama golpista.. Fu questo
l’ultimo tentativo di colpo di Stato in Italia. Il progetto golpista non si
differenziava molto dai precedenti ed utilizzava molti degli uomini che
avevano partecipato al tentativo di Borghese. Ma questa
volta i golpisti ritenevano più prudente presentare una facciata per così
dire democratica, puntando ad ottenere il consenso del presidente Leone a
sciogliere le Camere e incaricare del nuovo governo Randolfo Pacciardi. Il piano
eversivo sarebbe dovuto scattare tra il 10 e il 15 agosto 1974. Angelo
Sambuco, all'epoca segretario particolare del Gran Maestro del Grande Oriente
d'Italia Lino Salvini, dichiarò al giudice Vella che nell'estate del '74 il
Gran Maestro gli aveva confidato di non ritenere opportuno allontanarsi da
Firenze, in quanto era stato informato da Gelli dell'eventualità di possibili
soluzioni politiche di tipo autoritario. La rovinosa
caduta di Nixon per lo scandalo del Watergate, insieme alle iniziative del
ministro della Difesa Andreotti volte sia a mettere in allarme i settori del
Sid vicini al generale Maletti, sia a trasferire alcuni generali,
consigliarono i congiurati a rinviare la data del golpe. Fu fissata,
allora, una nuova data in autunno, ma ormai le condizioni politiche, anche
internazionali, erano cambiate e l'iniziativa non fu più ripresa. D'altro
canto, lo stesso progetto era ormai portato avanti, con metodi meno violenti
ma non meno efficaci, dal Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, ed
infatti negli anni successivi la loggia P2 fu ristrutturata e potenziata per
poter far fronte ai nuovi più impegnativi compiti. Il
"golpe bianco", così come lo aveva delineato Luigi Cavallo,
collaboratore di Edgardo Sogno, avrebbe dovuto essere "un golpe di
destra con un programma avanzato di sinistra che divida lo schieramento
antifascista e metta i fascisti fuori gioco". Doveva essere
organizzato "con i criteri del Blitzkrieg: sabato, durante le ferie,
con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in
villeggiatura". Il piano prevedeva lo scioglimento del Parlamento,
la costituzione di un sindacato unico, la formazione di un governo
provvisorio, espresso dalle Forze Armate, che avrebbero dovuto attuare un
"programma di risanamento e ristrutturazione sociale del Paese",
una riforma elettorale - costituzionale da sottoporre a referendum,
l'attuazione di una politica sociale avanzata che consentisse "il
rilancio dello sviluppo economico".
Informazioni simili provenivano dal Reparto "D" del Sid,
attraverso il rapporto del colonnello Romagnoli e del capitano Antonio
Labruna consegnato al ministro della difesa Giulio Andreotti. In esso si
precisava che nel periodo compreso tra il 10 e il 15 agosto si sarebbero
realizzati "atti eversivi non meglio precisabili tra i quali però
sarebbero rientrati: un'azione di forza in direzione del Quirinale;
imposizione al Presidente Leone di profonde ristrutturazioni delle
istituzioni dello Stato e formazione di un governo di tecnici con a capo
Randolfo Pacciardi. L'azione verso il Quirinale dovrebbe essere capeggiata da
tale Salvatore Drago, che potrebbe personalmente contare anche su un
consistente gruppo di appartenenti alla PS; gli atti eversivi dovrebbero
determinare come scopo finale l'intervento di imprecisati reparti militari
favorevoli all'eversione. Ideatore e pianificatore di quanto sopra, secondo
le medesime fonti, sarebbe lo stesso dr. Drago, in contatto a tal fine con il
generale di Brigata Ugo Ricci, a sua volta in rapporto diretto, anche per
sollecitazione di Pacciardi, con Edgardo Sogno, disponibile allo scopo attraverso
la sua organizzazione denominata ‘Centro di Resistenza Democratica".
Il 5 maggio
1976 il Giudice Istruttore Violante firmava i mandati di arresto per Edgardo
Sogno e Luigi Cavallo "per essersi associati con Borghesio Andrea,
Pacciardi Randolfo, Ricci Ugo, Drago Salvatore, Pecorella Salvatore, Pinto
Lorenzo, Orlandini Remo, Nicastro Maria Antonietta, Pagnozzi Vincenzo e con
altre persone non identificate al fine di mutare la Costituzione dello Stato
e la forma di governo con mezzi non consentiti dall'ordinamento
costituzionale…” Dopo un
lungo e tormentato iter processuale la sentenza della Corte Costituzionale
del 12 settembre 1978 dichiarava non doversi procedere nei confronti di tutti
gli imputati "perché il fatto non sussiste". In questo contesto di successive
mobilitazioni nell'ambito di un unico progetto eversivo va collocata anche
l'attivazione della Rosa dei Venti, anche se la decisione della Cassazione di
trasferire l'istruttoria a Roma, ha vanificato la possibilità che il giudice
Tamburino potesse chiarirne i legami e le connessioni. Sul
fallimento del disegno golpista hanno pesato oltre che l’azione della
magistratura inquirente e le misure adottate dal ministro della difesa
Andreotti, le già ricordate dimissioni del presidente Nixon per lo scandalo
Watergate e il notevole cambiamento della situazione politica a livello
internazionale. Crollarono quasi contemporaneamente la dittatura portoghese
salazarista (aprile) e quella greca dei colonnelli (luglio) ambedue sostenute
fino a quel momento dagli Stati Uniti. In ultimo, ma non meno importante, va
ricordato anche l’effetto negativo delle stragi di Brescia e dell’Italicus
sull’opinione pubblica italiana. Il terrorismo rosso e gli strateghi della tensione Nonostante
questa battuta di arresto o forse proprio grazie a questa, gli autori della
“strategia della tensione” da quel momento accantonarono la via golpista e
stragista e preferirono perseguire le stesse finalità di conservazione e
stabilizzazione del potere attraverso il terrorismo e i metodi meno violenti
ma non meno efficaci delineati nel “Piano di Rinascita Democratica” di Licio
Gelli. Infatti, negli anni successivi la loggia P2 fu riorganizzata e
potenziata per poter far fronte ai nuovi compiti che doveva ricoprire nella
compagine di governo e negli apparati statali di sicurezza e di repressione. Secondo la
Commissione parlamentare, che ha indagato sulle stragi, nella prima fase del
terrorismo “rosso” ci fu un “carattere di stop and go nella risposta
istituzionale”. E se si accetta un simile giudizio occorre dedurre
l’esistenza di una volontà politica da parte delle forze di governo di
allora, che probabilmente intendevano utilizzare le imprese di un terrorismo,
che è nell’”album di famiglia” della sinistra comunista in Italia, per
stabilizzare una situazione politica sempre più compromessa e che stava
sfuggendo al controllo delle forze moderate e conservatrici. Dall’altro
la percezione di tendenze golpiste presenti anche in apparati istituzionali
dello Stato, aveva spinto le tensioni sociali che alimentavano la protesta di
sinistra ad assumere più intensamente forme eversive e rivoluzionarie. Stando così
le cose, c’è da chiedersi innanzitutto se il nuovo terrorismo è una prosecuzione
sotto altra veste della “strategia della tensione” o se si tratta di un
fenomeno diverso che con quella strategia ha poche o nulle parentele. A
favore della prima ipotesi ci sono iniziative come l’operazione CHAOS della
Cia o come la circolare del generale Westmoreland. L’accenno
all’uso diretto o indiretto dell’estremismo rosso si ritrova con espressioni
analoghe in un altro documento, sequestrato nel 1974 a Lisbona nella sede
dell’Aginter Press. I tre
documenti che abbiamo citato sembrano convergere in un progetto univoco: dopo
il parziale fallimento dell’eversione di destra subalterna ai servizi di
sicurezza e dei colpi di stato in senso autoritario, mutata la situazione
internazionale ed accantonata l’ipotesi di insediare in Italia un regime come
quello greco, si punta più nettamente a una stabilizzazione in senso moderato
(di cui il “golpe bianco” è stato una sorta di prima anticipazione)
sfruttando contro i comunisti e la sinistra, che vi si allea un’opera di
infiltrazione nei gruppi estremisti puntando a conquistarne la guida o almeno
a sfruttarne l’azione ai propri fini. Ed è, a
nostro avviso, soprattutto la seconda possibilità a realizzarsi nella vicenda
che connota in Italia il terrorismo “rosso”: allo stato almeno delle fonti a
disposizione sembrerebbe fondata l’ipotesi interpretativa che accredita una
certa autonomia alle organizzazioni terroristiche, che si richiamavano al
comunismo e alla sinistra, senza peraltro escludere infiltrazioni e
successive anche pesanti strumentalizzazioni. Il generale
Dalla Chiesa, infatti, non ebbe difficoltà a infiltrare nel vertice delle Br
padre Girotto, giungendo nel 1974 all’arresto di Curcio e Franceschini, i due
capi storici dell’organizzazione, mentre Moretti fortunosamente sfuggiva
all’arresto. A questo
punto le Brigate Rosse entrarono in una crisi profonda. Il gruppo di comando,
se si esclude Moretti, era tutto in carcere; il numero dei clandestini
“regolari” era inferiore, per quanto si sa, a quindici unità. Sarebbe stato
dunque per gli apparati repressivi il momento opportuno per scatenare
un’offensiva finale, allargare la tecnica dell’infiltrazione e distruggere
quel che era rimasto della prima organizzazione terroristica. Ma, invece,
nulla di ciò fu fatto, anzi, proprio nel 1975 si decise lo scioglimento del
nucleo antiterrorismo comandato dal generale Dalla Chiesa. E, secondo una
testimonianza resa proprio allora da uno dei massimi responsabili dei servizi
di sicurezza, il generale Maletti, c’era ”sentore di un tentativo di
riorganizzazione e rilancio sotto forma di un gruppo ancora più segreto e
clandestino e costituito da persone insospettabili anche per censo e cultura
con programmi più cruenti (...) Questa nuova organizzazione partiva con il
proposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere (…)
Arruolavano terroristi da tutte le parti e i mandanti restavano nell’ombra,
ma non direi che si potessero definire di sinistra.” Maletti dichiarò in una successiva
intervista di aver inviato un rapporto all’allora ministro dell’Interno on.
Gui ma senza alcun risultato. Elementi come questi sembrano
confermare indirettamente quanto sopra affermato sul piano
dell’interpretazione storica. Ultimo elemento di prova a sostegno di questa
tesi è il sequestro e l’assassinio dell’on. Aldo Moro, proprio alla vigilia
del varo del primo governo con il Pci nella maggioranza ad un passo dalla.
nenniana “stanza dei bottoni”. L’ultimo atto: la strage di Bologna Rimane da
capire l’ultima strage, quella compiuta il 2 agosto del 1980 alla stazione di
Bologna con i suoi 85 morti e 200 feriti. Una strage che in qualche modo
chiude la stagione della strategia della tensione, anche se non sembra
appartenervi. Il senatore
Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi, in merito. Dice: «La
situazione dell'Italia del 1969 e la situazione dell'Italia del 1980 erano
completamente diverse. Da un lato eravamo già entrati in una fase di
stabilizzazione politica con la fine del Governo della solidarietà nazionale.
Poi al Quirinale c'era una figura come Pertini... Se è vero che negli anni
'69-'80 si pensava di sequestrare il presidente della Repubblica o comunque
di condizionarlo, non era realistico pensare che questo potesse avvenire con
una figura come Sandro Pertini, soprattutto per l'estrema popolarità di cui
godeva. Però, ecco, con il tempo, che cosa volevano nascondere i depistaggi
che hanno riguardato piazza Fontana o il Fatebenefratelli siamo riusciti a
capirlo. E invece per la strage di Bologna non è così. Noi registriamo le
intensità e la forza dei depistaggi, riusciamo a leggerli in quanto riusciamo
a capire chi ne sono gli autori: la P2 e il Servizio segreto militare. Però
che cosa c'era che quei depistaggi non volevano fare apparire circa le motivazioni
politiche della strage, cioè come quel gesto politico - perché le stragi sono
gesti politici - si inseriva nella situazione italiana e internazionale del
periodo, questo francamente non siamo riusciti a capirlo». E allora
proviamo ad avanzare un’ipotesi o forse una possibile spiegazione, anche se
per questo dobbiamo partire da più lontano, dalla fine del 1977 quando
Michele Sindona aveva consegnato alla Banca d’Italia documenti, che
dimostravano le operazioni irregolari di Roberto Calvi, il presidente del
Banco Ambrosiano, che si era rifiutato di aiutarlo nel tentativo di
salvataggio delle sue banche. Licio Gelli, capo della P2, aveva
cercato di mettere pace tra i due, ma Calvi non aveva i soldi necessari per
salvarlo, era già troppo esposto su due fronti: quello dell’acquisizione del
gruppo Rizzoli – Corriere della Sera su cui aveva messo le mani la P2 e quello del sostegno allo Ior, la banca
del Vaticano. In seguito
alla denuncia anonima di Sindona, il 17 aprile del 1978 dodici ispettori
della Banca d'Italia entrarono nella sede dell'Ambrosiano. Ci restarono sette
mesi e rilevarono una serie enorme di irregolarità, che registrarono in un
rapporto di 500 pagine, che consegnarono a un magistrato, Emilio
Alessandrini. Ma il giudice Alessandrini non fece quasi in tempo a esaminarlo
perché cinque mesi dopo, il 29 gennaio 1979, venne ucciso da un gruppo di
fuoco di Prima Linea. Il fascicolo passò nelle mani di due altri magistrati,
Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che dovettero ripartire da zero. Andò poco
meglio ai vertici della Banca d'Italia che avevano inviato l'ispezione al
Banco Ambrosiano. Il 24 marzo 1979 il governatore Paolo Baffi e il capo
dell'Ufficio vigilanza Mario Sarcinelli vennero arrestati per ordine dei
magistrati romani Luciano Infelisi e Antonio Alibrandi. Le accuse
di aver nascosto alcune prove relative a un altro scandalo finanziario si
riveleranno presto completamente infondate, assurde addirittura per due
uomini dell'integrità di Baffi e Sarcinelli. Un clamoroso errore giudiziario
che si sarebbe cancellato soltanto nel 1983, quando Baffi e Sarcinelli
vennero completamente prosciolti, ma.che allora li tenne fuori dal gioco. La bufera
era superata, ma l'impero di Calvi ne incontrò altre. Una prima crisi di
liquidità a cui fece fronte con i 140 milioni di dollari, che arrivarono
dall'Eni e dalla Banca nazionale del lavoro, grazie anche agli amici della
P2, che si trovavano nei consigli di amministrazione. Una seconda
crisi nel 1980, risolta ancora tramite un finanziamento dell'Eni di 50
milioni di dollari. Per quel favore ci fu una tangente da pagare, sette
milioni di dollari su un conto, che si chiamava «Protezione», di cui era
titolare Silvano Larini per conto degli esponenti del Psi Claudio Martelli e
Bettino Craxi, siamo alle origini di quello che un decennio dopo diede inizio
allo scandalo di “tangentopoli”. Neanche della protezione degli altri
politici si poteva fare a meno e Roberto Calvi lo sapeva perché fece piovere
80 miliardi, miliardi degli anni Settanta, su tutti i partiti di governo. Ma non
bastò. C’erano nuove leggi che controllavano i movimenti finanziari,
soprattutto con l'estero, e c’erano due persone che volevano vederci chiaro. Uno si chiamava
Beniamino Andreatta, ed era ministro del Tesoro. Beniamino Andreatta era una
brava persona, una persona perbene, molto indipendente. Alla presidenza della
Consob, l'organismo di controllo della Borsa, il ministro Andreatta aveva
nominato un'altra persona che voleva vederci chiaro, e che si chiamava Guido
Rossi. Il Banco Ambrosiano era una delle maggiori banche del Paese e non era
ancora quotato in Borsa, cosi Rossi chiese a Calvi di farlo, ma questo
avrebbe comportato altri controlli, che a lui facevano paura. Il 14
luglio 1980, Roberto Calvi ebbe il primo colpo. Giuliano Turone e Gherardo
Colombo, i magistrati, che avevano sostituito il giudice Alessandrini,
arrivarono alle stesse conclusioni della Banca d'Italia e intanto gli fecero
ritirare il passaporto. Calvi era protetto dalla P2 di Licio Gelli, che
tramava per lui, ma a questo punto arrivò il secondo colpo. C'era un
uomo che si chiamava Joseph Miceli Crimi, pesantemente coinvolto nel caso
Sindona e c'era un particolare che interessava i magistrati: mentre aiutava
Sindona a fuggire, Miceli Crimi si era fermato ad Arezzo. Perché? Perché era
andato dal dentista, disse Miceli Crimi, ma nessuno gli aveva creduto. Perché
doveva incontrare un altro massone e chiedergli consiglio. Quale massone?
Licio Gelli. Alcune
settimane dopo, il 2 agosto, ci fu la strage alla stazione di Bologna. Uno
degli attentatori era Giusva Fioravanti, un militante dei Nar, autore
materiale dell'omicidio del giornalista Mimo Pecorelli. Secondo i giudici di
Perugia, che formalizzarono quest'accusa nel 1982, il mandante di quel
delitto era Licio Gelli, capo della loggia P2. Bologna in
quel periodo era diventato il crocevia di importati inchieste e processi
riguardanti l’eversione di destra (strage del treno Italicus, Ordine nero),
sembrava, quindi, il bersaglio ideale per lo “spontaneismo armato” della
destra eversiva, ma fu probabilmente anche
e soprattutto un segnale lanciato ad una parte del mondo politico e
istituzionale, quella che si opponeva
all’ascesa della P2 nel mondo degli affari. Erano di allora, infatti, la scalata di Gelli al gruppo Rizzoli, attraverso il
Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e tramite questi al Corriere della Sera, il
più prestigioso giornale italiano. Una
resistenza che stava mettendo in grandissima difficoltà Licio Gelli e il suo
ambiente alla disperata ricerca di fondi
per ripianare i costi di quelle operazioni finanziarie.
Significativo in tal senso fu la vicenda dello scandalo Eni – Petromin
emerso nel 1979 quando in piena crisi petrolifera uomini della loggia
tentarono di utilizzare le tangenti connesse con il contratto di fornitura di
petrolio tra l'ENI e la Petromin per acquisire adeguati mezzi finanziari
destinati a colmare il deficit della gestione del gruppo Rizzoli, ma il
tentativo fallì, anche per la ferma opposizione di alcuni esponenti
socialisti. Licio
Gelli, inoltre, doveva guardarsi anche dall’inchiesta giudiziaria sul Banco
Ambrosiano, che stava per giungere alla scoperta della sua loggia segreta
Propaganda 2. Cosa che
infatti avvenne il 17 marzo del 1981 quando i magistrati milanesi Giuliano
Turone e Gherardo Colombo si recarono ad Arezzo e fecero perquisire la villa
di Gelli e la fabbrica che possedeva. Negli
uffici di questa trovarono una valigia di pelle marrone. Dentro c’erano i
documenti della P2, con un elenco di 962 nomi, tutti molto importanti.
Scoppiò lo scandalo P2, Gelli fuggì all'estero, e Roberto Calvi si ritrovò
scoperto. Il 20 maggio 1981 venne
arrestato per reati valutari. Nove giorni dopo si aprì il processo e nella notte tra il 17 e 18 giugno del 1982 Roberto Calvi
fu trovato impiccato sotto il ponte di Blackfriars (dei frati neri), a
Londra. Ci furono
molti depistaggi nelle indagini sulla strage alla stazione di Bologna, ma
quello che ci riguarda in modo particolare avvenne il 13 gennaio 1981. In uno
scompartimento di seconda classe dell'Espresso 514 Taranto - Milano, i
carabinieri trovano una valigia sospetta. Dentro
c’erano un mitra Mab con due caricatori, un fucile da caccia calibro 12, due
passamontagna di colore blu, due guanti di gomma e soprattutto otto lattine
piene di esplosivo. Quello però non era un esplosivo qualunque: una miscela
di gelatinato più tritolo e T4, il Compound B, identica a quella che aveva fatto
saltare la stazione di Bologna. I
carabinieri non c’erano andati per caso su quel treno. Avevano seguito una
serie di informative che erano iniziate quattro giorni prima, il 9 gennaio,
quando il generale Santovito e Francesco Pazienza avevano consegnato al
generale Musumeci, vicecapo del Sismi, (tutti uomini della P2) un rapporto
che si chiamava Terrore sui treni. Nel rapporto c'era scritto che
sarebbero iniziati una serie di attentati alle linee ferroviarie, organizzati
da neofascisti italiani e terroristi francesi e tedeschi. Tutte le
questure, i comandi dei carabinieri e gli uffici di polizia ferroviaria si
allarmano. L'indomani e il giorno dopo ancora, nuove informative del Sismi. I
terroristi francesi e tedeschi erano due, il primo si chiamava Raphael
Legrand, il secondo Martin Dimitris. C'era anche la descrizione, uno era
grosso e l'altro era un po' calvo.
Informazioni incredibilmente precise, e infatti, insieme alle armi e
all'esplosivo, nella borsa si trovarono anche due giornali francesi e uno
tedesco, addirittura i biglietti aerei, intestati proprio a Raphael Legrand e
Martin Dimitris. Il giudice Mancuso, pubblico ministero nella prima
istruttoria del processo sulla strage di Bologna. Dice: «Quest'ulteriore
vicenda rimase senza responsabili fino al 1984, quando si accertò che a
mettere quell'esplosivo era stato materialmente un sottufficiale dell' Arma
dei carabinieri che era stato avvicinato dagli agenti del Sismi e dai suoi
superiori, che erano il maresciallo Sanapo e il generale Musumeci». A
contattare il sottufficiale fu un colonnello del Sismi, Giovanni Belmonte,
che aveva agito per conto del suo superiore, il generale Pietro Musumeci,
vicecapo del Sismi. Tutti e due erano nella P2 di Licio Gelli. In questa
ragnatela di piste, che facevano correre i magistrati in tutte le direzioni,
le indagini sulla strage alla stazione di Bologna rischiavano di perdersi. Poi l'11
dicembre 1985 ci fu la svolta. Su richiesta dei pubblici ministeri Libero
Mancuso e Attilio Dardani, i giudici istruttori Vito Zincani e Sergio
Castaldo emisero una serie di mandati di cattura. Il 14
giugno 1986 vennero rinviati a giudizio per associazione sovversiva Licio
Gelli, Francesco Pazienza, il vicecapo del Sismi, generale Pietro Musumeci, e
il suo braccio destro, colonnello Giuseppe Belmonte. Per i magistrati
sarebbero stati a capo di un gruppo che aveva il compito di sovvertire
l'ordine democratico con attentati commissionati a gruppi di estrema destra.
Anello di congiunzione tra la testa dell'associazione, Licio Gelli, i Servizi
segreti deviati, il Supersismi e i gruppi neofascisti sarebbero stati Fabio
De Felice, Paolo Signorelli, Roberto Rinani e Massimiliano Fachini, esperto
di esplosivi, che secondo la Procura avrebbe fornito la bomba che aveva fatto
saltare la stazione. Presenti sul posto, alla stazione, il 2 agosto 1980,
Sergio Picciafuoco e Luigi Ciavardini. Poi Valerio Fioravanti e Francesca
Mambro, gli autori materiali dell’attentato. L'11 luglio
del 1988, la seconda Corte d'assise di Bologna condannò all'ergastolo per
strage Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio
Picciafuoco. A dieci anni per calunnia pluriaggravata - il depistaggio -
Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Musumeci e il colonnello
Belmonte. Luigi Ciavardini era minorenne e di lui si occupò un altro
processo. Il 12
luglio 1990 la Corte d'assise d'appello annullò tutti gli ergastoli per
strage, annullò la condanna a Licio Gelli e abbassò le condanne per il depistaggio. Il 12
febbraio 1992 la Corte di cassazione ritenne la sentenza illogica e priva di
fondamento, «tanto che in alcune parti i giudici hanno sostenuto tesi
inverosimili che neppure la difesa aveva sostenuto». Sì rifece tutto da
capo. Dal processo uscirono definitivamente Stefano Delle Chiaie, Paolo
Signorelli e Fabio De Felice, che non vennero rinviati a giudizio. Il 16
maggio 1994 la prima Corte d'assise d'appello condannò nuovamente
all'ergastolo per strage Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio
Picciafuoco. Assolse Massimiliano Fachini e Roberto Rinani. Condannò per
calunnia aggravata da finalità di terrorismo - il depistaggio - Licio Gelli,
Francesco Pazienza, il generale Musumeci e il colonnello Belmonte. Il giudice
istruttore Grassi nell’ultima istruttoria sulla strage alla stazione di
Bologna ha notato come “le stragi abbiano avuto due diverse funzioni: una
operativa, cioè di condizionamento delle istituzioni verso uno sbocco
autoritario, e l’altra invece di cruento strumento di comunicazione di
messaggi rivolti sia all’opinione pubblica che all’interno della stessa area
della destra; e come nel tempo la prevalenza sia passata dalla prima funzione
(che è preminente nella strage di piazza Fontana) alla seconda”. Di qui la
convinzione del giudice, come di alcuni studiosi, sulla matrice di destra
della strage di Bologna. Si è
parlato non a torto per le azioni del terrorismo nero di “spontaneismo armato”
per contrapporlo e distinguerlo dalla prima fase di quel terrorismo, che
aveva agito in stretta collaborazione con servizi di sicurezza italiani e
stranieri. Ma sono
emersi dei fatti nelle indagini che fanno pensare a rapporti che anche in questa
fase probabilmente ci furono tra la destra radicale, la loggia massonica P2
di Licio Gelli e la criminalità organizzata e mafiosa, come fu ampiamente
accertato in seguito nella strage sul
Rapido 904 del 23 dicembre 1984, che costò la vita a 15 persone e fece 139
feriti. Infatti, in quell’attentato, si
legge nella "Relazione sui rapporti tra mafia e politica" della
Commissione Antimafia istituita nella XI legislatura: "Pippo
Calò (il cassiere della mafia, legato alla banda della Magliana, nda) non
ebbe difficoltà, previa informazione alla Commissione provinciale di Cosa
Nostra, a contattare ambienti del terrorismo di estrema destra e della
camorra per organizzare l’attentato al rapido 904 al fine di deviare dalla
mafia l’attenzione dei mezzi di informazione, dell’opinione pubblica e delle
forze di polizia. Nelle
settimane precedenti alla strage, grazie alle dichiarazioni di Buscetta e di
Contorno, e al preciso lavoro degli uffici giudiziari di Palermo, erano stati
emessi ed eseguiti molti mandati di cattura. Cosa Nostra risponde con la
strage per distogliere dalla mafia l’attenzione dell’opinione pubblica”. Franco
D’Arco
8 - 12 agosto 2006 |
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