Non più soli
 

 

 

 

 

 


     Era una serata come tutte le altre. Scorrazzavano lungo la via principale per caricare qualche ragazza facile e, come al solito, “divertirsi al massimo” e sempre al solito semaforo:

“Ciao bionda, qui siamo in tre, tesoro e ci vogliamo divertire, che ne dici di presentarci qualche tua amica?”

“Ehm… ciao! Scusaci ma…andiamo di fretta”, balbettò insicura la biondina. Le ragazze dietro schiamazzavano.

“Dai bionda… non ve ne pentirete… è una promessa!”

“Ok!” Sbruffò e sbatté fuori dallo sportello posteriore una ragazza dagli occhi scuri, disorientati, che rimase al centro della strada, a farsi stordire dai claxon, che alla sola vista del “verde” sembravano impazziti.

“Ehi bella, stanno aspettando tutti te, ti vuoi un po’ muovere?”

     Gli diede un’occhiata furtiva e salì sulla macchina, sbattendo lo sportello, infastidita. L’aria nella macchina era irrespirabile e un ombra di fumo le velò gli occhi.

“Allora dove ti dobbiamo portare, bellezza?” Rimase zitta, immobile.

“Ti hanno tagliato la lingua?” Rise divertito e mise in moto l’auto.

     Il ragazzo che sedeva accanto a lei cercò di metterle le mani addosso, di combinare almeno qualcosa in quella serata, che non prometteva niente di buono e lei, dall’ombra della sua figura, rispose solo con un sonoro schiaffo. Senza aggiungere altro.

Il ragazzo che guidava la macchina le urlò innervosito: “Oh, cretina, ma sei diventata matta? Ora ti sistemo io!”

     Accostò la macchina e aprì lo sportello posteriore. La ragazza si mise le braccia sul viso e si rannicchiò sul sedile, come per proteggersi da una minaccia indomabile.

     Il ragazzo, che stava seduto davanti, accanto al bullo, che guidava interruppe il tutto, sbattendo indietro l’amico. Urlarono per un po’ fino a quando non gli tirò un pugno e sfilò la ragazza dal ricamo ingarbugliato di quella notte.

     L’aria era fredda, poche stelle nel cielo. L’atmosfera tra i due particolarmente tesa.

“Stai bene?” le chiese.

“Mai stata meglio”, ironizzò.

    Lui non sorrise, continuò a camminarle a fianco senza più parlare. Le luci al neon e le auto si susseguivano  e le sue idee erano confuse:

Come mai quel ragazzo l’aveva aiutata? Lei non le aveva neanche detto il suo nome, non sapeva niente di lei… Si arrestò e lo guardò negli occhi:

“Io sono Sally…”Si mordicchiò il labbro inferiore e si voltò imbarazzata. Lui accennò un sorriso e continuò a camminare.

     La serata stava scivolando via lenta e i due non avevano più detto nulla. Le file di macchine si confondevano nel trambusto e nel vento tiepido di emozioni perse.

“Io non posso tornare, ma se vuoi ti posso accompagnare a casa”.

Si mordicchiò ancora il labbro: “Sempre, se voglio… ma non hai di meglio da dirmi, quasi erano più simpatici i tuoi amici”. Rise.

“Non sono amici miei”, rispose duro e aumentò il passo.

“Scusa”, sospirò allora, davvero dispiaciuta.

Arrivarono davanti ad un bar con un insegna luminosa rappresentante una tazza di caffè.

“Io devo entrare un attimo… Cosa vuoi fare?”

“Aspetterò”, disse sorridendo.

Fece per entrare e si voltò aggiungendo:

“Non andartene…”

Lo vide discutere con una ragazza riccia dal viso stanco.

Uscì dopo poco e sospirò con la voce oppressa e affannata: “Andiamo, qui stasera non è proprio aria”.

Rimase per un po’ zitto e poi disse:

“Credi nelle storie senza amore?”

Rispose, spostandosi un ciuffo di capelli dagli occhi:

“Non credo in niente. Chi è?”

“E’ stata qualcuno, ma ora… non importa”

“Ti va di parlarne”. Chiese d’istinto, senza neanche dare troppo peso a quelle parole.

“No”. Rispose sincero e a testa bassa continuò a camminare

     Cercò allora di cambiare discorso, come se avesse percepito in quel no tutto il dolore e l’amarezza, che si portava dietro:

“Ancora non mi hai detto perché mi hai portata via da loro”.

“Perché ti ho sentita in me, mi sono specchiato nella tua situazione… Eri in trappola, come me, che sono oppresso, costretto ad uscire con chi non voglio, a stare con chi non voglio, a fare quello che non voglio, a vivere una vita che sento non è la mia”.

Non aveva più parole;

“Anch’io ti sento. Sei vicino a me perché non vivo da quando non è più nei miei giorni.”

“Chi?” chiese. Per la prima volta si stava interessando veramente al discorso.

“”Qualcuno che è stato e non è più”. Rispose divertita, ma con una punta d’amarezza nelle parole.

“Sei sicura?” aggiunse, invece serio.

Rimase zitta, ci pensò un attimo e rispose solo: “No”.

Poi si guardò le scarpe e sospirò:

“E’ tardi adesso”.

“Ci si sente, non sparire”, disse solo e la lasciò andare.

E così anche quella serata era passata. Lei non era più lì, niente era più con lui, niente poteva aiutarlo a rinascere, stava affondando nel suo dolore, solo. Avrebbe voluto trattenerla, farla sentire qualcuno, per sentirsi anche lui ancora qualcuno, ma era tardi, anche per lui.

 

     La incontrò una volta, nei sogni, dove le aveva sfiorato la spalla e detto solo:

“Ciao”. Lei, invece, aveva ironizzato come al solito:

“Chi si vede… Ah, mi scusi… ma non conosco neanche il suo nome…”

     E avevano parlato, come non mai, si erano incamminati in quella notte magica, sapevano finalmente di poter contare su qualcuno, di avere ancora qualcosa in cui sperare e credere, e mentre una nuova alba nasceva, non si sentivano più soli, a urlare senza nessuno, che li ascoltasse, ma in paesi lontani, tramonti magici e nuove terre dove poter vivere, almeno per una notte.

 

16 Aprile 2001                                                   
Veronica Catania

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