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Nietzsche: la concezione della modernità

 

     Friedrich Nietzsche (1844-1900), a 24 anni professore di filologia classica all’università di Basilea (dove conoscerà e frequenterà Wagner, si impone all’attenzione della cultura europea nel 1872, con l’opera Die Geburt der Tragödie aus der Geiste der Musik (La nascita della tragedia dallo spirito della musica), che desta vivaci discussioni.

     In essa Nietzsche, rielaborando in chiave personale alcuni temi della filosofia di Schopenauer, propone una nuova visione della classicità e una diversa interpretazione della decadenza: le forme plastiche e armoniose con le quali si è soliti identificare l’epoca classica della civiltà greca sono in realtà il risultato di una reazione di difesa, generata dalla sensibilità estrema verso il carattere caotico dell’esistenza e l’irrazionalità primordiale del suo principio.

     La tensione tra queste due forze è rappresentata dall’origine della tragedia e dalla sua composizione nel sublime tragico del tratto dionisiaco, radicato nella fondamentale caoticità dell’essere ed espresso attraverso la musica con l’elemento apollineo, composizione armonica e limpida di forme razionali. Con l’avvento di Socrate e del platonismo, si impone un razionalismo ottimistico che incapsula l’esistenza nella quotidianità, rendendo impossibile la creazione di vera novità storica. L’epoca contemporanea è l’estrema propaggine, osserva Nietzsche, di questo atteggiamento che scinde dalla terra la radice della vita, collocandola nel cielo dei valori astratti.

     Nelle opere della maturità, da Menschliches, Allzumenschliches (Umano troppo umano, 1878) a Götzen-Dämmerung oder Wie man mit de Martino Hammer philosophirt (Crepuscolo degli idoli o come si filosofa col martello, 1888) fino agli scritti editi postumi, Nietzsche sviluppa la sua critica del razionalismo socratico, indicando e percorrendo per primo la strada della decostruzione di tutte le verità, compresa l’idea stessa di "verità".   Ogni ideale e valore è infatti il risultato di un processo di costruzione storica e sociale, per cui tutto ciò che in un’epoca o in una società si presenta come verità è, in realtà, solo una composizione apparentemente stabile, perché condivisa, del complesso giuoco di forze sia sociali che individuali.

     L’atteggiamento ascetico-contemplativo della morale platonico-cristiana va dunque respinto: bisogna accettare la vita come è, secondo lo spirito entusiastico e agonistico di Dioniso, di cui Zarathustra è profeta. Dioniso, dio della gioia e dell’ebbrezza, del canto e della danza, è simbolo della piena accettazione del tragico della vita, dei suoi valori integralmente terrestri, quali la fierezza, la salute, l’amore sessuale, la lotta e la guerra, la volontà di potenza.

     Solo così l’uomo potrà preparare l’avvento dell’Übermensch (il cosiddetto "oltreuomo"). Nietzsche rifiuta i limiti umani e ogni concezione dell’arte che intenda solo portare un inutile conforto al dolore dell’esistenza, come quelle di Schopenhauer e di Wagner. In questo senso, egli è antidecadente perché respinge ogni impoverimento della volontà, ogni sentimento di impotenza, di decomposizione e dissoluzione o di sterile estetismo, riaffermando il valore dionisiaco dell’arte, il suo compito fondamentale di divinizzare la vita, che il filologo tematizza usando la teoria dell’eterno ritorno.

     Richiamandosi solo in apparenza alle dottrine orientali, Nietzsche vuole in realtà celebrare il senso che ogni attimo dell’esistenza possiede in sé. La storia non ha una direzione, né un verso, ma è l’intersecarsi infinito delle prospettive; in questo orizzonte non basta la critica della cultura e la “transvalutazione di tutti i valori”, bensì occorre assumere la vita dal punto di vista della stessa, costruendo un’esistenza nella quale ogni momento contenga in sé tutto il suo senso.

     La grande diffusione della Weltanschaung nietzschiana (a cui contribuirà la sorella Elizabeth, con manipolazioni e forzature nell’edizione postuma) e soprattutto il suo carattere intrinsecamente elitario hanno favorito a lungo il fraintendimento, tanto in chiave decadentista che reazionaria, della penetrante diagnosi della modernità in essa contenuta.

Franco D'Arco

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