
Si sentiva sola quella sera, la
sua vita le appariva un disastro, aveva immaginato grandi cose o forse glielo
avevano fatto solo credere e ora si trovava a fare i conti con la realtà e non
avrebbe mai voluto risvegliarsi da quel sogno. I suoi occhi scuri luccicavano
di lacrime, le guardava scivolare, disperata, un pezzo della sua vita se ne
andava e lei si ritrovava più sola.
Ancora un giorno, ancora un mese, ancora un anno, così chissà per
quanto, credeva proprio di non farcela più. Si buttò sul letto, piangeva, non
sapeva cos’altro fare.
A scuola, la solita tetra aria di
tribunale e i compagni che non erano amici, il cerchio le sembrava proprio
chiuso, si sentiva senza scampo, inutile, come le speranze che aveva avuto da
bambina.
Quella mattina era arrivata in ritardo e
entrando in fretta, non si accorse di nulla e si andò a sedere al suo banco.
Aveva la verifica di latino, un brano di Cicerone particolarmente difficile,
guardava il foglio davanti a sé e si sentiva perduta, ma una mano le sfiorò il
braccio e una voce sconosciuta le corresse gli errori; alzò gli occhi e lo
vide, era un ragazzo nuovo, lui le sorrise e continuò a tradurre per due.
Quando ebbe terminato, controllò con discrezione che tutto fosse a posto, poi
aspettò che lei consegnasse il compito e con calma attese la fine dell’ora, non
aveva fretta.
Durante l’intervallo le si avvicinò, il suo aspetto non aveva nulla di
speciale, vestiva in modo ordinario senza particolare ricercatezza, era
evidente che non ci teneva più di
tanto, portava solo i capelli un po’ lunghi e un giubbotto calato sulle spalle
ma aveva modi gentili, in contrasto con l’insieme della sua figura, che
sorprendevano piacevolmente proprio perché inaspettati.
Si
chiamava Martino, da poco si era trasferito a Bologna e veniva da Milano. La
guardava con interesse mentre le parlava e non si preoccupava affatto, o almeno
non lo dava a vedere, se lei gli rispondeva a monosillabi; le sorrideva e si
teneva a una certa distanza. Aveva capito che la metteva a disagio, se le fosse
stato troppo vicino, ma prima che finisse l’intervallo quella distanza si era
già ridotta.
L’arrivo di Martino incominciò a cambiare il clima della classe, le
ragazze più carine erano attratte da quel suo modo strano di fare e le sue
battute sempre pronte tagliavano l’aria come i suoi silenzi. Non era un tipo da
passare inosservato, perfino i ragazzi più bravi, quelli con la spocchia sotto
il naso, ne sentivano il fascino perché era imprevedibile e riusciva sempre a
sorprenderli. Cercarono di cooptarlo nel loro giro, ma lui con stile se ne
tenne in disparte e preferì stare fuori da ogni gruppo.
Nicol
era l’unica, però, con cui lui avesse legato veramente, forse perché la mattina
del compito di latino l’aveva vista in difficoltà e triste o per quei suoi
occhi grandi e scuri. Da allora si
frequentarono sempre più spesso.
In
compagnia di Martino, lei si sentiva sicura e aveva imparato a fidarsi di lui.
Le sembrava di essere entrata in un mondo nuovo senza più delusioni o inganni,
ma rimaneva una zona d’ombra, una sottile inquietudine, che a volte la bloccava
e non le permetteva di esprimere ciò che provava per lui; le appariva troppo
diverso dagli altri ragazzi a cui era abituata e non riusciva a seguirlo come
avrebbe voluto, però le piaceva. Insieme a lui si sentiva ancora una volta
importante per qualcuno e riusciva a provare emozioni vere, sentimenti
autentici, al riparo da ogni ricatto.
I
pomeriggi li trascorrevano studiando le solite lezioni, ma con lui era diverso,
riusciva sempre a trovare il lato comico o ridicolo della faccenda e non ci si
annoiava quasi mai e poi, quando il lavoro era proprio pesante o lei era
stanca, si dava da fare e cercava di finire al più presto, così avevano tempo
per rilassarsi come a loro piaceva, scherzando e ascoltando musica.
Le
sere, invece, quando lei poteva, se ne andavano in giro per la città, che lui
conosceva perfettamente perché in passato c’era stato a lungo con un amico.
Martino le faceva scoprire una Bologna diversa da quella che lei aveva sempre
immaginato e vissuto : i localini pieni di vita del centro storico,
frequentati da studenti o da giovani punk dove era facile fare amicizia e che a
lei piacevano tanto, oppure quelle discoteche dove si poteva passare il sabato
sera senza doversi per forza perdere o annullare.
A casa
di Martino non c’era mai stata e quella sera si sentiva un po’ a disagio, ma
era curiosa di vederla, di conoscere l’ambiente dove lui viveva e di scoprire
la sua camera. Si era fatta un’idea precisa di quella stanza e doveva essere
proprio come lui, ci sperava tanto, ma temeva di restarne delusa.
Le
ultime luci del tramonto illuminavano ancora gli stretti vialetti alberati di
San Mamolo, quando loro vi giunsero. La casa era grande e luminosa, circondata
da un ampio giardino ben curato, l’interno era arredato con gusto moderno e
raffinato, Martino la portò nella sua camera. Era come se l’era immaginata:
alle pareti alcuni poster di gruppi rock, che lei non conosceva, un stereo in
un angolo e su un mobile basso una fotografia. Nicol, incuriosita, la prese tra
le mani.
“ Tuo padre ? “ - gli chiese.
“ No, un amico. “ - la guardò per un attimo, era
cambiato, era evidente che non ne voleva parlare, ma poi aggiunse :
“ Vedi, quello che sono lo devo a lui. Mio padre è
sempre in giro per lavoro e mia madre, poi, ha le sue amiche; è meglio non
parlarne, loro mi vogliono bene, ma questo non basta, lo sai anche tu, ci vuole
qualcuno accanto quando ne hai bisogno e i miei sono sempre indaffarati con le
loro vite o non capiscono nulla. Beh, lui era diverso, non c’era bisogno
neppure di parlare tra di noi e mi ha aperto gli occhi su molte cose.”
“ Perché ne parli al passato come se lui non ci
fosse più ? “
Martino arretrò di qualche passo, voleva sottrarsi
a quella domanda, ma non lo fece.
“ Una notte ebbe un incidente con la moto sulla
via Emilia, una distrazione o una maledetta fatalità perché lui non era proprio
il tipo di andarsene in quel modo. “Chi conosce la vita, diceva, non la butta
via, la vive con intensità e questo basta per tutte le volte che si può essere
scontenti e infelici. ” Ma ora parliamo d’altro, vuoi ?
Le si
avvicinò, aveva di nuovo il suo sguardo sicuro, gli era passata. Le sfiorò la
spalla, la sentì irrigidirsi. Nicol strinse leggermente gli occhi, mentre un
velo di tristezza glieli oscurava, ma non si sottrasse, rimase immobile,
perduta nella sua solitudine. Martino se ne accorse, non era più il tipo, le
accarezzò dolcemente i morbidi capelli e le disse :
“ Solo quando tu vorrai, mia cara. Accadrà,
vero ? “
“ Sì. “ - rispose lei con un lungo e intenso
bacio. Ora avevano tanto tempo, tutto il tempo che volevano.
12 - 14 maggio 1998
Franco D’Arco