Nicol
 

 

 

 

 


    

 

 

     Si sentiva sola quella sera, la sua vita le appariva un disastro, aveva immaginato grandi cose o forse glielo avevano fatto solo credere e ora si trovava a fare i conti con la realtà e non avrebbe mai voluto risvegliarsi da quel sogno. I suoi occhi scuri luccicavano di lacrime, le guardava scivolare, disperata, un pezzo della sua vita se ne andava e lei si ritrovava più sola.  Ancora un giorno, ancora un mese, ancora un anno, così chissà per quanto, credeva proprio di non farcela più. Si buttò sul letto, piangeva, non sapeva cos’altro fare.

     A scuola, la solita tetra aria di tribunale e i compagni che non erano amici, il cerchio le sembrava proprio chiuso, si sentiva senza scampo, inutile, come le speranze che aveva avuto da bambina.

     Quella mattina era arrivata in ritardo e entrando in fretta, non si accorse di nulla e si andò a sedere al suo banco. Aveva la verifica di latino, un brano di Cicerone particolarmente difficile, guardava il foglio davanti a sé e si sentiva perduta, ma una mano le sfiorò il braccio e una voce sconosciuta le corresse gli errori; alzò gli occhi e lo vide, era un ragazzo nuovo, lui le sorrise e continuò a tradurre per due. Quando ebbe terminato, controllò con discrezione che tutto fosse a posto, poi aspettò che lei consegnasse il compito e con calma attese la fine dell’ora, non aveva fretta.

     Durante l’intervallo le si avvicinò, il suo aspetto non aveva nulla di speciale, vestiva in modo ordinario senza particolare ricercatezza, era evidente che non ci teneva  più di tanto, portava solo i capelli un po’ lunghi e un giubbotto calato sulle spalle ma aveva modi gentili, in contrasto con l’insieme della sua figura, che sorprendevano piacevolmente proprio perché inaspettati.

     Si chiamava Martino, da poco si era trasferito a Bologna e veniva da Milano. La guardava con interesse mentre le parlava e non si preoccupava affatto, o almeno non lo dava a vedere, se lei gli rispondeva a monosillabi; le sorrideva e si teneva a una certa distanza. Aveva capito che la metteva a disagio, se le fosse stato troppo vicino, ma prima che finisse l’intervallo quella distanza si era già ridotta. 

     L’arrivo di Martino incominciò a cambiare il clima della classe, le ragazze più carine erano attratte da quel suo modo strano di fare e le sue battute sempre pronte tagliavano l’aria come i suoi silenzi. Non era un tipo da passare inosservato, perfino i ragazzi più bravi, quelli con la spocchia sotto il naso, ne sentivano il fascino perché era imprevedibile e riusciva sempre a sorprenderli. Cercarono di cooptarlo nel loro giro, ma lui con stile se ne tenne in disparte e preferì stare fuori da ogni gruppo.

     Nicol era l’unica, però, con cui lui avesse legato veramente, forse perché la mattina del compito di latino l’aveva vista in difficoltà e triste o per quei suoi occhi grandi e scuri.  Da allora si frequentarono sempre più spesso.

     In compagnia di Martino, lei si sentiva sicura e aveva imparato a fidarsi di lui. Le sembrava di essere entrata in un mondo nuovo senza più delusioni o inganni, ma rimaneva una zona d’ombra, una sottile inquietudine, che a volte la bloccava e non le permetteva di esprimere ciò che provava per lui; le appariva troppo diverso dagli altri ragazzi a cui era abituata e non riusciva a seguirlo come avrebbe voluto, però le piaceva. Insieme a lui si sentiva ancora una volta importante per qualcuno e riusciva a provare emozioni vere, sentimenti autentici, al riparo da ogni ricatto.

     I pomeriggi li trascorrevano studiando le solite lezioni, ma con lui era diverso, riusciva sempre a trovare il lato comico o ridicolo della faccenda e non ci si annoiava quasi mai e poi, quando il lavoro era proprio pesante o lei era stanca, si dava da fare e cercava di finire al più presto, così avevano tempo per rilassarsi come a loro piaceva, scherzando e ascoltando musica. 

     Le sere, invece, quando lei poteva, se ne andavano in giro per la città, che lui conosceva perfettamente perché in passato c’era stato a lungo con un amico. Martino le faceva scoprire una Bologna diversa da quella che lei aveva sempre immaginato e vissuto : i localini pieni di vita del centro storico, frequentati da studenti o da giovani punk dove era facile fare amicizia e che a lei piacevano tanto, oppure quelle discoteche dove si poteva passare il sabato sera senza doversi per forza perdere o annullare.

     A casa di Martino non c’era mai stata e quella sera si sentiva un po’ a disagio, ma era curiosa di vederla, di conoscere l’ambiente dove lui viveva e di scoprire la sua camera. Si era fatta un’idea precisa di quella stanza e doveva essere proprio come lui, ci sperava tanto, ma temeva di restarne delusa. 

     Le ultime luci del tramonto illuminavano ancora gli stretti vialetti alberati di San Mamolo, quando loro vi giunsero. La casa era grande e luminosa, circondata da un ampio giardino ben curato, l’interno era arredato con gusto moderno e raffinato, Martino la portò nella sua camera. Era come se l’era immaginata: alle pareti alcuni poster di gruppi rock, che lei non conosceva, un stereo in un angolo e su un mobile basso una fotografia. Nicol, incuriosita, la prese tra le mani.

“ Tuo padre ? “ - gli chiese.

“ No, un amico. “ - la guardò per un attimo, era cambiato, era evidente che non ne voleva parlare, ma poi aggiunse :

“ Vedi, quello che sono lo devo a lui. Mio padre è sempre in giro per lavoro e mia madre, poi, ha le sue amiche; è meglio non parlarne, loro mi vogliono bene, ma questo non basta, lo sai anche tu, ci vuole qualcuno accanto quando ne hai bisogno e i miei sono sempre indaffarati con le loro vite o non capiscono nulla. Beh, lui era diverso, non c’era bisogno neppure di parlare tra di noi e mi ha aperto gli occhi su molte cose.”

“ Perché ne parli al passato come se lui non ci fosse più ? “

Martino arretrò di qualche passo, voleva sottrarsi a quella domanda, ma non lo fece.

“ Una notte ebbe un incidente con la moto sulla via Emilia, una distrazione o una maledetta fatalità perché lui non era proprio il tipo di andarsene in quel modo. “Chi conosce la vita, diceva, non la butta via, la vive con intensità e questo basta per tutte le volte che si può essere scontenti e infelici. ” Ma ora parliamo d’altro, vuoi ?

     Le si avvicinò, aveva di nuovo il suo sguardo sicuro, gli era passata. Le sfiorò la spalla, la sentì irrigidirsi. Nicol strinse leggermente gli occhi, mentre un velo di tristezza glieli oscurava, ma non si sottrasse, rimase immobile, perduta nella sua solitudine. Martino se ne accorse, non era più il tipo, le accarezzò dolcemente i morbidi capelli e le disse :

“ Solo quando tu vorrai, mia cara. Accadrà, vero ? “

“ Sì. “ - rispose lei con un lungo e intenso bacio. Ora avevano tanto tempo, tutto il tempo che volevano. 

 

12 - 14 maggio 1998

Franco D’Arco

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