La lettera, una facciata
di foglio ad anelli fitta di caratteri piccoli e nervosi di bic nera, era in
una busta gialla. Dentro, insieme al foglio, c’era un nastro registrato e
sull’involucro era stato aggiunto a pennarello un verso dei Doors: “This is the
strangest life l’ve ever known”. Erano quelle le ultime cose di Martino. Ora
che non c’era più, lo ricordava, con il viso stanco, tirato, del giorno prima,
quando si erano incontrati per l’ultima volta e lui, Alex, come al solito, non
aveva capito, tutto preso com’era dal suo appuntamento del pomeriggio allo
stadio con Aidi.
Girava e rigirava la lettera tra le mani,
non voleva staccarsi da quella scrittura minuta, nervosa, poi tirò fuori la
cassetta e quasi d’istinto l’avviò. Le note della canzone scivolavano lente,
andando a colmare un vuoto che si faceva via, via più opprimente, alla fine,
come per incanto, udì la voce di Martino, sì, era proprio la sua, sicura e
dall’inconfondibile timbro. L’emozione lo prese, gli si inumidirono gli occhi.
“Alex, amico mio, sono alla fine del
viaggio, non so se è stato magnifico, come uno se l’immagina, ma è proprio la
fine. Ora mi ritrovo a rigirare tra le mani l’unica cosa preziosa che ho di mio
padre, una “38 special” dalla canna abbrumata. Dovresti sentirne il suono, è
del tutto particolare: lascio scorrere il tamburo, poi un clic, soltanto un
metallico clic e sembra proprio tutta la mia vita, semplicemente un clic, tutto
qui.
Ho finito di aspettare, sai, non ne ho
più la voglia, nella mia vita è andato tutto storto sin dall’inizio, ho tentato
e non una volta, credimi, ma doveva finire così, evidentemente.
Sono stato abituato ad avere tutto e
questa è la cosa peggiore, non riesci ad apprezzare nulla, perché nulla è
veramente tuo. Mio padre crede che basti staccare un assegno ché tutto vada a
posto e mia madre, poi, così impegnata a rifarsi un’esistenza, mi ha sempre
colmato d’ogni bene purché la lasciassi in pace. E, come vedi, avere tutto non
basta.
Ma non è questo il punto, la ragione vera
per cui mi trovo qui è che non ho combinato nulla nella mia vita, d’importante
per me, dico e ciò mi ha fatto affondare, giorno dopo giorno. Non basta aver
capito, bisogna anche aver fortuna e io non ne ho avuta. Sembra assurdo, a me
che non è mai mancato nulla, che ero invidiato da tutti gli altri, eppure, non
mi è mai capitata l’occasione giusta, sai quella che ti salva, che ti toglie
dallo schifo di questa esistenza di morti.
Per questo non lasciarti sfuggire “quella
bimba che conosciamo noi due”, tu almeno hai avuto la fortuna d’incontrarne una
che ti capisse veramente e, allora, non lasciartela scappare perché quello che
si perde non ritorna.
Una volta mi capitò qualcosa di simile,
si chiamava Mara, sembrava proprio il tipo giusto. La conobbi una sera in una
di quelle solite feste, dove si va a rimorchiare, lo sai che quelle cose, non
mi interessano affatto, ma non si può sempre stare da soli e poi, non si sa mai
e, infatti, lei era lì con la sua compagnia e si annoiava e io, quando ne ho
voglia, ci so proprio fare. La storia però non durò e la cosa più strana è che
non ho mai capito dove avessi sbagliato, forse, tutto finì perché era troppo
perfetto, già, non c’è spazio per cose del genere in questo schifo di mondo, ma
non ne vale la pena parlarne.
Dopo le delusioni di sempre, si comincia
a girare a vuoto e, alla fine, si rischia di commettere qualche sciocchezza,
com’è successo a me, e dire che neppure mi piace il ”fumo”, era solo per
ingannare il tempo e per non pensare, sì, era solo questo e ieri ero proprio a
pezzi.
Tutto è ok fino a quando va liscio, ma
appena sgarri di un centimetro, ti saltano a dosso e te la fanno pagare, per
loro non devi mai dare fastidio, stare sulle scatole di qualcuno e, allora,
puoi vivere la tua vita del cazzo, ma appena vai fuori strada o fai il tipo
indipendente, ti segnano e, alla prima occasione, ti inchiodano, non puoi mai
permetterti di sgarrare.
Meglio allora farla finita, uscire quando
tutto è ancora intero, piuttosto che lasciarsi piegare, cosa mi rimarrebbe
dopo, se non il disagio, lo schifo di un’esistenza del genere, senza che ci sia
più nulla da fare.
Tu, amico mio, sei all’inizio e hai
ancora del tempo, vedi di non sciuparlo, ora che incominci a capire e non
lasciare che ti sottomettano. Martino” .
Si tirò via le cuffie e chiuse gli occhi,
allora si ritrovò nel parco di San Mamolo, dove spesso passeggiava con Aidi,
era così incredibilmente strano e doloroso vederlo in quel momento, un’unica
distesa bianca di neve, battuta dal gelido vento del nord che aveva spazzato
via ogni colore e lì, Martino sulla sua bicicletta, che gli passava accanto,
cercò di trattenerlo, ma riuscì appena a sfiorargli la spalla con le mani
umide, poi la presa gli venne meno e si sentì affondare il viso nella neve
fredda, mentre l’amico svaniva all’orizzonte.
Quando si ridestò, si accorse che era ormai sera, si alzò
lentamente, una pesantezza innaturale gli gravava addosso, uscì senza far
rumore, gli amici erano ad attenderlo per l’ultimo saluto a Martino. Si sentiva
solo e per la prima volta provava per intero quella sconfinata sensazione
d’inquietudine lenta, che gli moriva dentro e, neppure la vicinanza di Aidi
riusciva a strappargliela via. Guardò impietrito la dura lapide, il nome
dell’amico e, in quell’istante, qualcosa di sé si spezzò irrimediabilmente.
Si sentiva abbandonato, tradito, ma in
realtà, sapeva che era lui ad aver lasciato l’amico solo e proprio quando ne aveva
più bisogno e tutto perché lui, il vecchio Alex, come al solito, non aveva
capito e ora era troppo tardi per rimediare.
Tirò fuori un’uni posca e con mano
tremante scrisse sulla grigia lapide l’ultima frase, che ricordava di Martino:
“Colpisci al cuore il passato, le delusioni di sempre”.
18 aprile 1999
Franco D’Arco