Marion
 

 

 

 

 

 


 

     Il cielo era di un azzurro terso quella mattina. Camminavo stringendomi le mani nelle tasche per il freddo, me ne stavo andando, la mia vacanza era finita e ciò che mi rimaneva dei miei giovani anni era unicamente quel meraviglioso cielo d’Irlanda, che mi abbandonavo alle spalle.

     Dublino a quell’ora del mattino era ancora addormentata, rari i passanti per strada, rapida la corsa in aeroporto. Sul volo, che mi avrebbe portato a Londra, i soliti volti sconosciuti, per lo più gente, che iniziava una nuova settimana di lavoro. Mi tirai su le cuffie del walkman e sprofondai nella mia musica preferita. Il viaggio sarebbe stato breve, neppure un intero cd, ma non lo dimenticherò.

     Guardavo distrattamente fuori dal finestrino, forse per abitudine, anche se sapevo che a quell’altezza non avrei distinto nulla e intanto le note di una vecchia canzone dei Pogues mi portava via verso una vigilia di natale, quella in cui per la prima volta sentii di amare una ragazza, la mia ragazza, e m’immaginavo un tempo migliore anche per noi due. Ne rivedevo il volto grazioso, dolce, e lei che mi prendeva per mano in quella fredda vigilia di festa e mentre gli altri ballavano, noi in un angolo a baciarci per tutta la notte.      

     Una ragazza mi passò accanto, distratto dai ricordi, me ne accorsi in ritardo, notai solo la maglietta dei Public Enemy e che era carina, molto. All’arrivo raccolsi lo zaino e mi avviai verso l’uscita. C’erano divise dappertutto, poliziotti ovunque, Londra sembrava una città assediata, blindata, nulla di quello che un normale turista può immaginarsi. Alla dogana, mi guardarono con sospetto e mi fecero aprire lo zaino solo perché ero irlandese. Li guardai con aria assente, prima o poi si sarebbero stancati di me e mi avrebbero lasciato andare.

     Di quella ragazza già non me ne ricordavo più, ma me la rividi davanti, che si dirigeva verso l’uscita e fu in quel momento che, osservandola con più attenzione, mi accorsi che era davvero bella, un viso pulito e senza trucco con dei lunghi capelli scuri, che le scivolavano morbidamente sulle esili spalle e delle piccole mani leggermente arrossate dal freddo, ma belle. Mi stava fissando. Solo di sfuggita, forse anche lei mi aveva notato sull’aereo e ora le piaceva rivedere il mio viso tra quella folla di volti anonimi, che la circondava. Le sorrisi, ma si voltò a cercare la valigia.

     Fuori, una pioggia sottile bagnava l’asfalto e il cielo era grigio. Scesi rapido le scale della metropolitana, ripensando a qualche anno prima, ai tempi dell’Università, quando tutto sembra ancora possibile e gli anni non pesavano affatto ed ero a Londra. Allora me ne andavo in giro per la città in cerca dei luoghi, che avevano scaldato di musica certe mie notti senza respiro, ma faticavo a riconoscerli, troppo diversi da come li avevo immaginati che a volte preferivo chiudere gli occhi e rinunciare.

     La metropolitana era affollata come al solito, la gente si accalcava per salire con le borse sotto il braccio, i fagotti e i giornali. Lasciavo passare, evitando di farmi trascinare dalla corrente. Presi posto in un angolo ancora libero e mi abbandonai al dondolio delle rotaie.

     Mi mancava Susan. Ne rivedevo il volto sottile riflesso sul vetro, ancora bagnato dalla pioggia, la prima volta che uscimmo insieme, una vita fa. Era bella nel vuoto trasparente dell’aria che la circondava e mi amava di un amore strano, forse perché era l’unica che non se ne era ancora andata via.

     Semplice, di poche parole, il suo unico difetto, ma quanta vita mi aveva passato senza chiedermi mai nulla indietro e io troppo giovane per accorgermene, per trattenerla e ora mi ritrovavo su quella metropolitana, tagliato fuori con un lavoro in tasca come tanti, che non avrebbe cambiato in niente la mia esistenza.

     L’ultima volta che la vidi, mi venne incontro sorridente, gli anni per lei non erano passati affatto. Mi salutò, posandomi la mano sul braccio, come faceva di solito. Sembravamo vecchi amici e non due che si erano amati fino a farsi male, ma quel tempo era passato e alla fine se n’era andata davvero.

     Ci salutammo e la vidi allontanarsi, poi si voltò e tornò da me, dicendomi:

“Sei stato la mia unica passione lo sai, ma non poteva reggere e nella vita per fortuna, non c’è solo questo ” e mi baciò. La vidi andare via, davvero per sempre.

     Londra è una città perfetta per chi vuole vivere o perdersi, per questo ero tornato. La vedevo sfilare attraverso i finestrini appannati in una serie interminabile di vecchie cartoline mai ricevute e ogni particolare perdeva consistenza, lasciando solo un’infinita stanchezza negli occhi e nella mente. Un po’ come con la vita, che mi sfuggiva, attimo dopo attimo, sbiadendosi in quella luce opaca e immobile.

     Mi voltai e la vidi che mi guardava, ma quella volta non distolse gli occhi, sembrava aver capito i miei pensieri e fosse lì per portarli a casa. Fu la sensazione di un attimo, poi mi avvicinai e le dissi:

“A quanto pare, non possiamo fare a meno d’incontrarci, io mi chiamo Jim, Jim O’Connor, e tu?”

“Marion ”.

Solo? “Aggiunsi sorridendo.

“Perché dici così?”

“Oh, niente, conoscevo una ragazza e anche lei parlava poco come te”.

“Il fatto è che non mi piace dare confidenza a degli sconosciuti”.

     La guardai un po’ sorpreso. Pensai che forse le avevo dato l’impressione di essere uno di quei soliti stupidi, che ci provano con tutte le ragazze carine e la cosa mi dava fastidio. Mi ero avvicinato perché m’aveva sorriso con gli occhi, come se avesse capito tutto di me, probabilmente mi ero sbagliato.

     Feci un passo indietro, stavo per salutarla e voltarmi da un’altra parte, ma lei mi seguì con lo sguardo. In quel momento i suoi occhi erano ancora più belli e grandi e di una sottile tristezza. Si era accorta di essere stata inutilmente fredda e scostante, forse per paura, per la solita insicurezza che guasta sempre ogni cosa, e ora credeva di aver rovinato tutto e disse:

“Scusa, non volevo essere scortese, ma è che non ci sono proprio abituata, però hai ragione, ci incontriamo in po’ troppo spesso per essere degli sconosciuti”.

“E ti dispiace?”

“No, credo proprio di no, anzi. Sai, quando guardavi dal finestrino, pensavo a cosa ci facevi qui a Londra. Forse, c’è di mezzo la ragazza di cui parlavi prima?”

“In un certo senso, sì. Londra è così grande che uno può scomparire e io ho proprio bisogno di farlo per un po’. Ma tu, invece, cosa ti porta da queste parti?”

“Io? Il lavoro, gli amici…”

“E il tuo ragazzo, vero?”

“Può darsi, ma non ne voglio parlare, ora mi interessa sapere qualcosa in più di te, così la prossima volta, non sarai più uno sconosciuto ”.

La prossima volta non sarà un caso, non credi?”

“Hai ragione, penso proprio di sì”.

 

 

 

19 aprile -7 maggio 2000

Franco D’Arco

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