Morte a Venezia
Un'atmosfera
livida e cupa di decadenza e di morte aleggia su tutta la Morte a Venezia,
incentrata su una materia che racchiude tutte le seduzioni dei più vari temi
del decadentismo: una commistione di bellezza e di morte, di miti classici
inseriti nella cornice di una città splendida e pure insidiata dal colera.
Certo, ancora
una volta, di fronte al torbido e al vagheggiamento del sogno di bellezza del
protagonista (l'artista senescente Gustav Aschenbach), Mann non è esente da ambiguità,
ma la realtà del colera che nella fascinosa città si cerca di minimizzare e
tener nascosto e poi esplode - e Aschenbach ne resta vittima - assume
l'impronta di giudizio morale: e d'altra parte quell'impasto di miti di
bellezza e di fuga dalla realtà, di estraneità e solitudine è descritto da Mann
con uno stile inclemente e lucido nel quale è prevalente l'atteggiamento del
distacco e della diagnosi.
Reduce da un
periodo di crisi, il contegnoso artista Gustav von Aschenbach, sulla soglia dei
cinquant'anni, nella tarda primavera del 19… approda al Lido di Venezia per una
solitaria vacanza.
Tra gli
ospiti dell'albergo, attira la sua attenzione una famiglia polacca, di cui fa
parte un bellissimo adolescente, Tadzio. Il professore comincia a seguirlo con
lo sguardo, nell'albergo e sulla spiaggia, e n'è ambiguamente ricambiato.
Turbato da
questa passione e oppresso dal clima sciroccoso, Aschenbach si risolve a
partire. Ma appena un contrattempo per la spedizione del bagaglio gliene offre
il pretesto, torna al Lido e al suo segreto gioco di sguardi e di inseguimenti.
Questi lo conducono a Venezia, le cui calli rivelano gli inquietanti segni di
un'epidemia.
Vincendo la
generale cortina d'omertà, Aschenbach apprende che la città è in preda ad una
pestilenza. Si propone di avvertire del pericolo la famiglia polacca; ma poi,
pur di rivedere l'amato, resta e tace.
Malato, e
truccatosi per mascherare i segni dell'età, segue un'ultima volta Tadzio sulla
spiaggia. Mentre il giovanetto sembra indicargli un indistinto punto
all'orizzonte, precedendolo "aleggiante "nell'informe enorme e pieno
di promesse", Aschenbach si accascia su un fianco e muore.
Thomas Mann ha fatto dell'avventura
veneziana del professor Gustav von Aschenbach una straordinaria metafora
poetica, psicologica e storica. Ha contraddetto la pretesa idealistica di poter
sottrarre la bellezza alla sfera dei sensi; ha descritto il fallimento
dell'illusione borghese di poter rimuovere le pulsioni istintive; ha
prefigurato, nel morbo che si diffonde nella comunità cosmopolita dell'albergo,
i sintomi imminenti del primo conflitto mondiale.
Ma la Morte
a Venezia è anche un apologo venato di sottili suggestioni
autobiografiche. Nella segreta
passione di Aschenbach, Mann ha smascherato il suo stesso attaccamento alla
rispettabilità, al contegno, al controllo delle passioni.
La forza
della sua critica al "retaggio borghese" consiste nell'averla
testimoniata consapevolmente dal suo interno con quel suo essere allo stesso
modo decadente e realista, borghese e narratore della crisi dei valori,
riconoscendo l'abisso nella falsa coscienza delle virtù borghesi, piuttosto che
nei compiaciuti vizi degli esteti.
L'intero
racconto è stato concepito, come dice Mann, secondo «un complesso musicale di
rapporti». Questa trama profonda la ritroviamo nei dialoghi: i sinistri
borbottii del gondoliere, l'intrecciarsi delle diverse lingue nell'albergo e
sulla spiaggia, l'idioma misterioso di Tadzio, i versi dei venditori ambulanti.
La percepiamo nei tempi, ritmati in armonia con la vicenda interiore del
protagonista. Musicale, poi è lo stesso gioco di sguardi tra Aschenbach e
Tadzio, attraverso cui Mann esprime tutta l'ambiguità del loro incontro,
intrecciando la descrizione oggettiva dell'ambiente alla sua percezione da
parte del protagonista.
Così, mentre
l'orchestra suona musica operettistica, Aschenbach entra nel salone
dell'albergo e si aggira alla ricerca di un posto, tra i grandi bouquet di
fiori, i paralumi colorati, gli ospiti in frac. Siede e si guarda intorno,
distrattamente, fino a notare la famiglia polacca e, in ultimo, Tadzio.
Sono così
graduati con estrema sensibilità i tempi dell'incontro, l'ambiguità dello
spazio, che collega i protagonisti, la presenza del gruppo sociale riunito
nell'hall e quella dei musici ambulanti da cui si leva quel riso sinistro col
quale Mann ha rappresentato l'irriverente irruenza delle pulsioni istintive
sulle resistenze di Aschenbach; il sentimento insinuante dell'intrigo e del
raggiro in cui egli si lascia irretire con segreta complicità e che costituisce
la minaccia incombente sull'universo borghese dell'albergo e
metaforicamente sulla società
europea alla vigilia della guerra.
Dopo I
Buddenbrook Mann non ha fatto che approfondire, sfaccettandolo, il tema del
rapporto ambiguo coi valori borghesi e nella galleria dei personaggi da lui
creati s'incontra sempre più frequentemente un tipo, un mito umano segnato dal
carattere della diversità, dall'estraneità al mondo borghese, attratto
dall'avventura spirituale, lontano dalla schietta naturalezza, dalla gioventù
vittoriosa, e vicino quindi alla malattia.
Malattia che
è la premessa dell'arte, anzi s'identifica quasi sempre con essa. Mann in altre parole è pervenuto
proprio a denunziare quale prezzo di sofferenza e di sconfitta comporti in
ultima analisi il dissidio tra arte e vita, l'aristocratico compiacimento della
diversità e della malattia: il privilegio della diversità si paga con l'estraniamento
e la solitudine e nella Morte a Venezia anche con la morte.
In questo
racconto, infatti, il più famoso di Mann, pubblicato nel 1912, il conflitto tra
arte e vita avviene all’interno dell’artista stesso e raggiunge, quale esito
estremo, la morte e questo, indubbiamente, è stato anche il problema
dell'autore.
I
personaggi
I personaggi, tranne il protagonista e
Tadzio, appartengono a quel mondo internazionale cosmopolita, ben conosciuto da
Thomas Mann, dominato da rapporti formali,improntati alla buana educazione e
alla civiltà, che nasconde sotto questa scorza la propria asettica
inconsistenza.
Il professor Gustav von Aschenbach è il
tipo umano segnato dal carattere della diversità, l'artista, che ha dedicato
all'arte la sua vita fino a quando non viene attratto dalla potenza della vita
stessa, che si manifesta attraverso la bellezza sconvolgente di Tadzio.
Il giovane Tadzio è l'ambiguità della
giovinezza, la sua perfezione incompiuta e l'irriverenza innocente della vita,
la potenza del desiderio, la bellezza vagheggiata dall'arte come valore e che
la vita esibisce, invece, come istinto, pulsione corrosiva e diabolica.
Il tema
Il tema principale del romanzo è il dissidio tra arte, che è sì malattia, sregolatezza, decadenza, ma anche godimento e felicità, e vita borghese, che è salute, energia attiva, rigore etico, ma anche grigiore e sottomissione della tensione spirituale alle leggi dell’economia. Chi privilegia l'aristocratico compiacimento della diversità, l'arte, paga questa scelta con l'estraniamento e la morte.
Tecniche
narrative
Il romanzo è narrato in terza persona, il
narratore è onnisciente, la focalizzazione zero, elementi tipici questi della
grande stagione del romanzo borghese a cui Thomas Mann appartiene e ne è un
campione raffinatissimo, grazie al linguaggio, alle scelte stilistiche, alla
musicalità e ai valori condivisi.
L'atmosfera livida e cupa di decadenza e
di morte, che cresce attraverso le pagine del romanzo, dà il ritmo, la tensione,
alla vicenda. Essa si manifesta mediante segni e premonizioni e con il
succedersi degli avvenimenti, ordinati secondo un ben preciso climax, che ha
termine solo con l'epilogo tragico del finale.
Franco D'Arco