Di ansia tremiamo
Aria che sa di niente
Ogni volta che dura il tempo di finire
Per questo perdermi
Chiamai le tenebre
In questa ora che non è alba e non è tramonto
Spegnetevi solo al mio dormire
Cosa di più nel sentire da star male
Bruciai di caldo amore
Non essere triste
Il suo suicidio splendeva
Dimmi che mi ami
Pagano per illudersi piacenti
Tutto vedevo senza bisogno di luce
Questo perdersi senza preavviso
Occhi negli occhi
Le mie pupille si dilatano
Sai cosa vorrei?
Quando la luce non fugherà più la
notte e
l’amore – Quando il sonno sarà eterno
e
Un unico sogno inesauribile”.
Di ansia tremiamo,
di notte dormiamo,
di stelle moriamo,
abbracciati al mare
profondo,
notturno,
incolume come il nostro sogno,
che amiamo,
odiamo,
viviamo
giù nel fondo della notte,
navigando fino al mattino,
che ci sveglia,
ci acquieta,
ci strappa al sogno,
al desiderio,
alla notte
inesauribile
come un unico
lungo sonno,
fino all’ultimo mattino.
8. 5. 2002
Aria che sa di niente,
intorno il buio,
la peste del giorno,
l’anfratto della mia anima,
che sgocciola via
senza rumore,
alito nel vento,
che sprofonda,
ghirlanda di fiori
persi nel vuoto.
Tu non ci sei.
Non più raggio di luna,
argento vivo sulla pelle,
tormento del cuore,
la luce si è spenta
una sera,
una delle tante,
una come sempre,
una.
8. 5. 2002
Ogni volta che dura il tempo
di finire.
Ogni volta
la stessa volta.
Scivola piano
senza far rumore,
in punta di piedi
come è venuta.
Così tu
un mattino
luminoso di pioggia,
piccole stelle,
che sgocciolano sull’asfalto
dei tuoi occhi bruni
e tu che sussurri
l’amore che viene
e poi una sera,
l’ultima di tante
e c’è ancora vita
dopo.
9. 5. 2002
Per questo perdermi
veloce,
che riscalda i miei pensieri
e tanti occhi nei miei
così per poco
nel tempo che fugge via,
che svanisce
senza rancore,
dubbi,
debolezze
e nulla che appare
e si ferma,
così provo amore.
Poi la città si muove
tutte le sere negli sguardi
sconosciuti,
con la solita convinzione
che in fondo nessuno mi ama
veramente.
Dolce e crudele perdermi,
anche solo per secondi,
dolce e crudele
nel silenzio
così dolce.
9. 5. 2002
Chiamai le tenebre,
le orde lunghe
delle mie vene,
il collo allungato
su una spanna di vita
e ciottoli che rotolano
nel vuoto.
Lampi, schegge di impossibile
amore
fumano nel vento.
La notte li accoglie
per tutti quelli come me,
che vagano.
Incontentabile è la parola
taciuta,
il tormento che spegne.
Perché?
Qualcuno deve pure esserci,
qualcuno deve pure risalire
alla radice di ogni notte
e spegnere
i varchi nell’ombra.
Confini,
nulla più.
9. 5. 2002
Angeli in attesa
di dolce risveglio,
busti cromati,
esili giunchi
perduti nelle notti
sull’asfalto bollente.
Guardi stupita
la chioma bionda,
che scivola via
nelle stelle
e speri
futuri diversi.
Neon che tranciano la notte,
che illuminano
passati tutti uguali.
Rumore,
sudore,
corpi di desiderio,
forse amore,
voglia infinita
e impenitente.
Guardami,
sono la tua stella,
il firmamento spento ora
per te.
11. 5. 2002
In questa ora
che non è alba e non è
tramonto
sospendo
la mia voglia di esserci
e mi perdo.
Vuoto ossessivo,
incolume,
che mi afferra
come un amante geloso,
ne sento il respiro fratello.
No, non più sogni
per illudersi ancora,
disperso il suo ultimo
amore
in questa ora che non è alba
e non è tramonto
ma solo ritorno,
abbandono
malinconico come musica
che può far piangere
se vuole.
11. 5. 2002
Spegnetevi solo
al mio dormire.
Calatevi nel profondo
del mio cuore lacerato,
offeso,
solo.
Seguite la linea bruna,
che disegna le colline
e perdetevi.
Sulla spiaggia
che si dissolve
nel sogno di una notte,
esile figura nella nebbia
ti vedo venire
lungo il molo
e sei la luce.
Scivoli nei passi
della gente.
Ti confondi con la mia ombra
e giochi a fare l’amore.
Poi te ne vai
in silenzio
come sei venuta.
Occhi che non ci sono più,
labbra che non si schiuderanno
più.
Goccia a goccia,
il sangue cola via
come questa pioggia,
che bagna le strade,
le mie tempie.
Ricordi,
addii,
che non si vogliono dare.
11. 5. 2002
Cosa di più nel sentire
da star male,
inesistente il resto
come tutte le volte
che ti ho amato,
deluso,
strappata alla noia,
al vivere freddo,
grigio dei giorni.
Inesistente il resto,
l’anima lucida,
che si scioglie
nelle vene della notte
informe.
Dire tutto il bene possibile,
l’amore possibile,
la fretta possibile
sul bordo di un marciapiede,
lungo una vita,
un attimo,
una storia.
Pura illusione ottica.
12. 5. 2002
Bruciai di caldo amore
forte
e scrissi I love you
sul mio palmo
e lo posai
tra le tue mani ardenti.
Il colore del cielo
si tingeva di bruno,
di lamenti oppiacei,
che ci giravano intorno,
saette di luna
sulla pelle.
Come eri chiara all’ombra
del mio amore,.
giocavi con la mia figura,
felice di esserci.
ancora una volta.
Per sempre dicevi,
per sempre speravi,
per sempre.
Crudele è sempre
quel che vien dopo,
quello che spezza
l’aurora
e la trasforma in giorno
uguale,
uguale a tutti gli altri.
12. 5. 2002
Non essere triste
sei bella.
Dicevo
guardandoti nella luce
del giorno.
Non essere triste,
un passo alla volta,
un passo sul baratro
senza cadere,
ma scivola piano
giù nel profondo
del cuore,
che tiene tutte le cose.
Non essere triste
sei bella,
anche solo per un istante,
anche solo per me.
Vieni nella notte,
che ci accoglie felici.
Vieni nel mondo che non è stato,
bacia il sogno,
che ti ha cresciuta
bella.
Non essere triste.
12. 5. 2002
Il suo suicidio splendeva
senza toccare terra,
volava appeso
come la luna fuori,
ma non c’erano ali
al suo venire,
freddo il cielo
d’inverno,
foglia che cade
e non si spezza.
Tutto lì
in quell’attimo
d’orgasmo.
Una fine
senza inizio,
un giorno appeso
agli altri
e nulla, nulla
da portare via,
da conservare.
12. 5. 2002
Dimmi che mi ami,
che mi ami da morire.
Dillo ancora una volta
là sul prato che ci ha uniti.
Dimmi che mi ami,
non lasciarmi
all’abbandono,
alla polvere negli occhi
dei ricordi
col languore triste,
che ti prende per anni.
No, non morire
su questo corpo lucido
di brina,
un istante ancora,
un istante ancora.
12. 5. 2002
Pagano per illudersi
piacenti,
ben addestrati
dal circo
dei media,
godono all’unisono,
scoppiano insieme
senza far rumore.
Li vedi arrivare,
occupare la scena,
file diritte,
implumi
e via.
Weekend postmoderni,
trafilati,
insaccati
fino alla fine
a coprire l’orizzonte
di pixel vermigli.
13. 5. 2002
Tutto vedevo
senza bisogno
di luce
e il reale mi appariva
senza trucco
ed erano poche le difese,
ma non cercavo
rifugio,
credendo che poi sarebbe
mutato.
Finito in quella bolla di
sogno,
che era la mia vita,
vivendo così,
una spanna sopra gli altri,
un giro in più,
nelle notti senza ritorno
e le autostrade
ingoiate di corsa
fino al mare
al vento che ti porta
al nord
su sentieri già battuti
mille volte.
Tutto vedevo
senza bisogno di luce
e bello era credere
all’inizio,
al farsi e disfarsi
delle cose,
senza rammarico
o rancore
per quel poco
che era la propria
vita.
13. 5. 2002
Questo perdersi senza preavviso
è un lampo,
qualcosa che accade,
improvviso,
gelido,
senza una forma,
alcuna definizione,
gesto.
Destino,
che piomba nero
sulla vita
e greve segna il giorno,
le ore,
gli attimi.
La luce si spegne,
la musica svanisce,
ombra su ombra,
notte su notte,
scivolando giù
fino a quel punto morbido,
quasi una carezza,
che ti coglie all’improvviso
e ti porta via.
13. 5. 2002
Occhi negli occhi,
verde oliva
che si perde
nel tramonto.
Scendi dalla luna
e vieni ad accoccolarti
accanto a me.
Occhi negli occhi,
labbra che fremono
sul viso incantato.
Ancora un attimo,
una gioia dispersa,
un fiume che s’immerge
senza fondo.
È roccia viva
la tua pelle,
morbida clessidra,
che lumina
la notte.
Occhi negli occhi
senza ritorno.
Abbandono lento
sul mio corpo,
che freme,
complice
e un po’ stupito
per questa veglia
inaspettata.
Con la testa appoggiata
al cuscino
mi guardi andare
via,
sparire.
La foto è ancora lì,
proprio sopra
di te
nel posto giusto
per essere guardata,
ricordata,
perduta,
un attimo prima
del sonno.
14. 5. 2002
Passo dopo passo
le mie pupille si dilatano
toccando le tempie,
colorandole di scuro.
Il suono si appanna,
tutto intorno, buio,
flash di luci,
che schizzano via
e sensazioni di gelo,
purpuree albe,
che affondano,
gemono,
tirandosi via la notte.
Odo richiami lontani,
indistinguibili,
fili d’argento
appesi alle mie orecchie,
al mio palato,
grondanti
di spuma leggera,
odorosa come il mare
e l’inverno viene,
morto tappeto di foglie,
fragile giaciglio,
appena inclinato
sul bordo
di un movimento,
che si abbandona
al vuoto ossessivo,
che m’inghiotte.
Le tempie battono
come cuori ansiosi,
le ascolto prima
di tornare.
14. 5. 2002
Sai cosa vorrei?
Incontrarti qui.
Incontrarti e baciarti.
Soli, io e te.
Niente storie,
niente vita,
niente,
solo io e te, soli
in questo fondo
opaco che ci circonda,
senza illusioni,
rimorsi,
pesi che ci spingono avanti.
Sai cosa vorrei?
Incontrarti qui
ancora una volta,
come la prima volta,
come tutte le volte
che ci sei,
che mi guardi
negli occhi,
senza affanno,
rimpianto
e nulla a interrompere
questa attesa,
questo giorno.
Luminosi,
fuori da tutto,
dal mondo
e lacrime, sangue
che pulsa,
ma non fa male.
Ecco cosa vorrei,
incontrarti qui.
Incontrarti e baciarti.
Niente di più.
14. 5. 2002
La stanza prende fuoco,
scaldandomi,
luccica d’oblio,
sonno rappreso.
Le pareti mi vengono
addosso,
come un amplesso
veloce.
Corro via.
Sentore di fieno,
aria gelata appena.
È un trucco,
una pallida illusione.
Tu non mi sei accanto.
Nudo l’odore del vento,
che batte alla finestra.
Non c’è luna stasera,
lo spicchio di cielo
è uno squarcio nel buio,
un fiore di gesso rappreso.
Piccola gogna
per amanti disillusi.
Tu non ci sei
e io volo via
sui muri,
che mi girano attorno,
scaldandomi
di questo nulla,
che fuma
nella stanza.
Ultimo messaggio
letto appena
e subito
buttato via
nella colla,
che tiene unita
la mia vita
14. 5. 2002
Franco
D'Arco
È tempo che noi ce ne andiamo”
Look Back in Anger
David Bowie