Laudanum

 

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1. Johnny 2

2. La vecchia villa abbandonata 3

3. Un bagliore accecante 4

4. Lo sceriffo 4

5. L’antico manoscritto 5

6. Il volto del dipinto 6

7. L’arma del delitto 7

8. Si riapre il caso Turner 8

9. Le cose si mettono male 8

10. Il caso si complica 9

11. L’agente Conrad Lawrence 9

12. Lise 11

13. L’ultimo rintocco 12

14. Una voce nel buio 13

15. Andreas 14

16. La promessa 14

17. L’incubo notturno 15

18. L’ombra del castello 15

19. Un lamento nella caverna 16

20. Sophie 17

21. Una visita notturna 18

22. Il conte di Ulhm 19

23. Lo scambio 20

24. La sfida 21

25. Un incontro inaspettato 23

26. Il ritrovamento 24

27. La ricerca 25

28. Hammer 26

29. Il quadrato magico di Dürer 27

30. L’assassino della signora Turner 28

31. Ad un passo dalla morte 29

32. Epilogo 30

Franco D’Arco 31

1. Johnny

 

     L’autunno era giunto improvviso quell’anno, le strade erano ricoperte da un leggero strato di foglie morte, Philip le sollevava piano con la punta delle scarpe, gli piaceva sentire il rumore che facevano quando si sbriciolavano sotto le suola. Camminava in fretta, sperava di non incontrare i Martin, che da un po’ di tempo l’avevano preso di mira e si divertivano a tormentarlo con ogni sorta di scherzo cattivo, erano davvero insopportabili.

     Da quando il babbo se ne era andato, la situazione a casa era peggiorata e la mamma non faceva altro che essere triste tutto il giorno e piangere per un nonnulla, ma quella cosa che gli stava capitando era troppo grande e lui non sapeva più che fare. Aveva pensato di dirle tutto, ma poi ci aveva rinunciato per non farla stare ancora più male.

     Più aveva paura e più quelli si divertivano a tormentarlo e ogni giorno che passava era peggio. All’inizio si era domandato il perché di tanta cattiveria, ma poi vi aveva rinunciato, perché in fondo un vero motivo non c’era, loro se la prendevano con lui perché sapevano che era troppo debole e nessuno lo avrebbe mai difeso.    

     Da lontano gli sembrò di riconoscerli, erano appoggiati con la schiena al cancello di un magazzino e sembravano aspettarlo.

     Fu un attimo, si girò e se la diede a gambe giù per la collinetta, che fiancheggiava lo scalo ferroviario, quella mattina non ci sarebbe stata scuola. Si nascose in un vecchio vagone merci e attese che passassero le ore, poi quando incominciò a calare il sole, saltò fuori e si diresse verso casa. La mamma sarebbe tornata solo la sera e lui aveva ancora qualche ora di tempo.

     Dei Martin nessuna traccia, era sollevato, sentiva di aver fatto la cosa giusta, anche se si sentiva un po’ in colpa perché avrebbe dovuto mentire alla mamma. Affrettò il passo, ma all’improvviso da una via laterale sbucò Johnny, un ragazzo da poco in città e, a quanto si mormorava, temuto da tutti, perfino dai Martin.

     Il giovane gli veniva incontro deciso e lo fissava con uno sguardo maligno. Era in trappola, non aveva scampo.

“Ma guarda chi si vede, il piccolo Philip, cercavo proprio te” gli disse quando gli fu vicino.

“Io, e perché, cosa vuoi da me?”

“Ho visto come ti trattano i tuoi compagni e prendersela con uno più debole è da vigliacchi”. Poi aggiunse: “Io sono nuovo di qui, non conosco ancora nessuno e a te farebbe comodo la mia amicizia. Vuoi venire con me? Sto andando alla vecchia villa abbandonata, dicono che è un posto interessante.”

     Philip pensò a lungo prima di rispondere. Il luogo era fuori mano e nessuno passava da lì dopo l’assassinio della vecchia Jane, la proprietaria della villa.

“Allora, che hai deciso, vieni o preferisci tornartene a casa dalla mamma?” disse Johnny, beffardo.

     Ora lo fissava con quell’aria sfrontata e cattiva, che tutti temevano e non aspettava altro che una scusa per mettergli le mani addosso.

2. La vecchia villa abbandonata

 

     Philip si fece ancora più piccolo di quanto non lo fosse già e con un filo di voce a malincuore accettò.

     Il vecchio cancello rugginoso impediva l’accesso, ma Johnny, spavaldo, disse che lui conosceva il modo per entrare nella vecchia villa e lo condusse in un punto appartato della recinzione dove era ben visibile uno strappo. Passarono da lì, sparendo nella penombra del giardino.

     Ovunque vi erano rovi ed un intrigo di rami, che ostacolavano il cammino, ma Johnny conosceva la strada e guidò Philip per uno stretto viottolo seminascosto dal fogliame. All’improvviso sbucarono in un’ampia radura, di fronte si ergeva quel che rimaneva della vecchia villa.

     I due ragazzi entrarono nella casa attraverso i vetri rotti di una finestra. Dentro, un buio umido li avvolse. Johnny spinse avanti il povero Philip, che tremava tutto, ma non osava fiatare.

“Ah! Qualcosa mi ha punto!” gridò terrorizzato il ragazzino.

     Proprio in quell’istante uno scricchiolio sinistro si udì alle sue spalle e una porta sbatté fragorosamente, mandando in frantumi i vetri rimasti ancora intatti della villa.

3. Un bagliore accecante

 

     Philip si voltò di scatto, ma con grande sorpresa non vide nessuno, Johnny era sparito. Si girò lentamente, qualcosa ora gli impediva i movimenti, ma non riusciva a capire cosa fosse. Poi, improvvisamente, si rese conto di ciò che era successo.

     Un bagliore accecante, poi una strana e incomprensibile rigidità lo avvolse e si ritrovò intrappolato nell’incavo più oscuro del muro. Attorno a sé ombre fitte come boscaglia e rovi. Nella trama buia dell’affresco luccicava un punteruolo acuminato, era stato quello l’oggetto che l’aveva punto, ma ora non aveva più alcuna  importanza.

     Si guardò intorno, non poteva muovere gli occhi, il suo sguardo era fisso, immobile. Con estrema fatica e dolore riusciva appena a fissare avanti. La sala era ancora avvolta nel buio e Johnny non era più lì, sentiva ancora la porta sbattere, poi più nulla.

     In fondo alla radura una debole luce oscillava al vento, tremava come il giovane Philip. Il ragazzo avanzava nella notte, spinto avanti più dalla disperazione e dal terrore  che per convinzione. Perché a lui, si domandava, ma non riusciva a darsi alcuna  risposta.

     Un vento gelido gli sferzava il viso e lo spingeva avanti, sempre più all’interno di quella selva buia e tormentosa.

     Solo quella piccola luce, quasi una fiammella, sembrava guidarlo e infondergli  un po’ di coraggio.

4. Lo sceriffo

 

“Signora Davis?”

“Sì, sceriffo!”

“C’è qualcosa che lei dovrebbe vedere.“

“Cosa?”

“Sarò da lei tra una decina di minuti, si faccia trovare pronta.”

     La donna posò il ricevitore e voltandosi si soffermò a lungo sulla foto del figlio accanto al telefono.

     Erano due giorni che era scomparso e la madre, disperata, s’era rivolta alla polizia per avviare le ricerche, ma fino a quel momento le indagini non avevano avuto alcun successo. Poi quella strana telefonata. Cosa voleva mostrarle lo sceriffo, la donna era talmente agitata che indossò in tutta fretta il cappotto senza neppure ricordarsi di chiudere la porta di casa.

     L’auto dello sceriffo spuntò poco dopo dal fondo del viale e si arrestò davanti a lei. La portiera si aprì e dall’interno la donna senti la voce dello sceriffo che le diceva:

“Venga signora, facciamo presto, non abbiamo tempo da perdere.”

5. L’antico manoscritto

 

     La ragazzina camminava nella pioggia, addossandosi ai muri della strada, i capelli bagnati le si appiccicavano sulla fronte, furtiva si muoveva come se avesse paura di qualcuno, ma alle sue spalle non c’era nessuno.

     Si arrestò in fondo ad una viuzza deserta, rotta solo dal rumore di alcuni gatti, che miagolavano attorno ad alcuni bidoni di immondizia, non vi fece caso, guardò l’orologio al polso, erano le undici, poi si fece coraggio e scese alcuni gradini, che portavano ad un sottoscala. Bussò ad una piccola porta in ferro, ma non ebbe alcuna risposta, allora picchiò più forte, l’uscio cedette e lei si trovò dentro avvolta nel buio più completo.

     Ebbe paura ed incominciava ad aver freddo, bagnata com’era. La mano cercò a tastoni sul muro qualcosa, un interruttore, lo trovò e alla luce di una pallida lampadina pendente dal soffitto vide su un tavolo, accanto ai resti di una misera cena, dei fogli tenuti assieme con alcune stringhe di cuoio logore. Si guardò attorno, ma la stanza era vuota non c’era altro.

     Stava per andarsene quando la sua attenzione fu attratta di nuovo da qualcosa di bianco, che spuntava tra quei fogli ingialliti dal tempo. La tirò fuori e tra le dita si ritrovò un foglietto spiegazzato vergato da una scrittura grossa, spigolosa, aspra:

 

“Stavolta mi sono cacciato davvero in un brutto guaio, perdonami.

Ti affido questo antico manoscritto, è la causa delle mie disgrazie, ma forse anche l’unica mia speranza.

Prova a capirci qualcosa, se puoi.

Ah, dimenticavo, sta’ alla larga dalla casa degli Usher, è… maledetta!

Quando potrò, mi farò vivo io,

Johnny.”

 

     Una lacrima brillò nei suoi pallidi occhi, rotolando giù per il visino affilato e triste. Arraffò i fogli sul tavolo e uscì in fretta.

6. Il volto del dipinto

 

“Guardi, è incredibile!” e lo sceriffo puntò la torcia nel buio verso il bordo luccicante di una cornice dorata, che brillava nell’ombra.

“Ma…non è possibile, sento che sto impazzendo!” gridò disparata la signora Davis e cadde svenuta tra le braccia del poliziotto.

     Alla pallida luce della torcia si intravedeva appena un volto sul muro, tentava disperatamente di aprirsi un varco con le mani tra una sterpaglia fitta di rovi. Poco più in basso la punta acuminata di un ferro sporgeva abbondantemente dalla tela strappata.

“Signora,  si sente bene?”

“Sì, ora sì, ma signor sceriffo cosa sta accadendo, che fine ha fatto mio figlio?”

“Non lo so, però ho trovato macchie di sangue e ho ragione di pensare che siano le sue.”

“Oh, no, mio dio, dove?”

“Su quel punteruolo.” E lo sceriffo alzò di nuovo la torcia illuminando il dipinto strappato.

“No, non lo tocchi!” disse il poliziotto, trattenendo appena in tempo la donna, “Non sono stati ancora fatti i rilievi del caso, non bisogna toccare nulla, venga, è meglio uscire da qui.”

7. L’arma del delitto

 

“Signor sceriffo?”

“Sì?”

“Sono Bennet del laboratorio delle indagini scientifiche.”

“Ah, sì Bennet, mi dica.”

“È  successa una cosa strana.”

“Cosa? Suvvia, non mi tenga sulle spine.”

“Si ricorda il quadro, che mi ha chiesto di periziare?”

“Ebbene?”

“Dall’analisi spettrografia è emerso un volto nascosto sotto il dipinto.”

“Ma davvero! E chi sarebbe?”

“Una donna a quanto pare, ma non so dirle altro. I raggi X rivelano solo il negativo, ma da ciò che mostrano doveva essere…”

“Che altro c’è Bennet, avanti, mi dica!”

“È… è proprio bella, ma di una bellezza strana, non so come dirle, è qualcosa che prende dentro, che turba, che fa star male fino a mettere paura.”  

“Ma che dice Bennet, è solo stanchezza, vedrà che quando domattina mi invierà il referto completo, starà bene.”

“No, signor sceriffo, quello che ho visto non riesco più a togliermelo dalla testa. In questo dipinto c’è qualcosa di inquietante e lei deve vederlo. Dopo, sicuramente, cambierà idea.”

“Va bene Bennet, domani verrò personalmente, così vedrà che non c’è nulla di cui preoccuparsi.” 

“Aspetti, c’è ancora una cosa che deve sapere”.

“Adesso, davvero mi fa preoccupare, che altro ha scoperto?”

“Sul punteruolo acuminato, come lei sospettava ho trovato tracce dello stesso gruppo sanguigno del ragazzino scomparso, ma sull’elsa ad un’analisi cromogenica…”

“Vuol dire col luminol?”

“Sì, ho scoperto piccolissime tracce ematiche, praticamente identiche a quelle della povera signora Turner. È la prova che lei cercava, ora non c’è più alcun dubbio, il  punteruolo è l’arma del delitto. Ma come c’è finito lì? Ah, dimenticavo, ho rinvenuto anche una nuova impronta, che non è compatibile con quella della vittima né con quella del piccolo Philip”.

“Ma davvero?”

“Sì, sceriffo, e credo che sia anche piuttosto recente, forse appartiene a qualcuno che era insieme al ragazzino al momento della scomparsa”.

“Accidenti! Il caso si complica”.

8. Si riapre il caso Turner

 

“Pronto, signor giudice?”

“Ah, è lei signor Mc Neely, mi dica.”

“Credo che dobbiamo riaprire il caso Turner.”

“E perché mai, signor sceriffo?”

“Credo che abbiamo trovato l’arma del delitto.”

“Ah!”

     Il caso aveva fatto molto scalpore alcuni anni prima quando fu rinvenuto il cadavere della vecchia Jane Turner, l’ultima proprietaria della villa Usher, uccisa con trentasette pugnalate.

     Per mesi gli inquirenti avevano brancolato nel buio senza trovare né l’arma del delitto né tanto meno un movente a tanta ferocia. Poiché dalla casa non mancava nulla di prezioso e la vittima era sola al mondo, si pensò che ad ucciderla fosse stato un pazzo e il caso fu archiviato.

     Da allora nessuno era più passato dalle parti della villa, che a quanto si diceva era andata in completa rovina.   

“E del caso Davis sa dirmi qualcosa di nuovo?”

“Sì, purtroppo, la Scientifica ha trovato tracce del suo sangue sul punteruolo con cui è stata uccisa la signora Turner”.

“Sospetta che abbiano ucciso anche lui?”

“Per il momento non c’è alcuna prova, solo un’impronta, probabilmente qualcuno che era con il ragazzino al momento della sua scomparsa!

“Mi tenga informato, sceriffo”.

“Certo, signor giudice, non si preoccupi”. 

9. Le cose si mettono male

 

“Le cose incominciano a mettersi male”.

“Perché dice così?”

“Hanno scoperto il punteruolo, sicuramente riapriranno il caso”.

“Già, e il ragazzo?”

“Scomparso!”

“Maledizione! Ed ora, che si fa?”

     L’uomo si portò le mani alla fronte, disperato, poi colpì con un pugno il volante dell’auto, e rivolgendosi all’altro, disse:

“Mi devi portare quel dannato manoscritto, non m’importa del ragazzo, uccidilo se è necessario, ma io voglio quel manoscritto. Hai capito?”

“Certo, ma dovrà pagare il doppio, ora c’è di mezzo anche un delitto”.

“Non preoccuparti per i soldi, Schuler, di quelli ne avrai quanti ne vuoi, ma tu portami quelle carte”.

“Sarà fatto, ma d’ora in poi non mi chiami più, mi farò vivo io” e uscendo dall’auto, spense la sigaretta nel portacenere.    

10. Il caso si complica

 

“Allora, che ne dice, signor sceriffo?”

     L’uomo rimase silenzioso, guardava la lastra sul vetro retroilluminato e non diceva niente, poi si voltò verso Bennet, il tecnico della Scientifica, e disse preoccupato:

“Aveva ragione, c’è qualcosa che non va, qui. Non ho mai visto nulla del genere. Credo che dovrò coinvolgere l’FBI e la cosa non mi piace affatto”.

“Capisco, quelli sono buoni solo a complicare le cose”.

“Già, ma lei è in grado di cavarmi da questo pasticcio?”   

“No, mi dispiace, non so proprio chi possa essere l’autore del ritratto né la donna raffigurata, però una cosa posso dirle. Guardi, ci ho pensato tutta la notte, e ne sono convinto: quella donna non era viva quando fu dipinta”.

“Ma che dice, è impossibile, è…”

“Non posso esserne sicuro, solo un esperto può confermarlo, ma per me c’è qualcosa d’inquietante nel quadro e a questo punto è meglio rivolgersi a chi ne sa più di noi”.

“È quello che farò, chiederò l’autorizzazione al giudice oggi stesso, anche perché venire a capo di questo mistero, probabilmente ci rivelerà il movente del delitto della signora Turner”. 

“Lei crede?”

“Troppe cose sono accadute a causa di questo dipinto per essere solo coincidenze: una donna è stata uccisa, un ragazzino è scomparso, forse ammazzato anche lui, e quest’immagine di donna, che riappare chissà poi perché proprio ora. Non crede che basti?”

“Sarà come dice lei. Allora, le farò avere tutto entro oggi, così potrà mettere a disposizione dell’FBI il quadro e gli altri referti del caso”.

11. L’agente Conrad Lawrence

 

“Senta signor sceriffo abbiamo fatto analizzare il quadro, come lei ci aveva richiesto e, asportando lo strato di vernice in superficie, ciò che è emerso è a dir poco stupefacente”.

“Cosa avete trovato, su mi dica?”

“Beh, quello che vi aspettavate, no?”

“Può essere più chiaro?”

“Ci stiamo ancora lavorando, ma le posso anticipare che è un’opera di indubbio valore artistico, forse è un quadro risalente a più di due secoli fa. Ma le saprò essere più preciso quando la perizia del professor Balfour sarà terminata. L’agente speciale Lawrence, sarà da lei in serata”.

     L’auto sfrecciava nella nebbia silenziosa, liquida come l’atmosfera intorno. Il paesaggio, un’unica distesa di boschi, si stendeva per chilometri senza una casa, un villaggio, per ore. L’uomo, un giovane alto, sui trent’anni, guidava, guardando distrattamente la strada, pensava continuamente a quella strana storia, che gli era capitata tra le mani e non riusciva a distogliere la mente dall’incanto di quel volto nascosto sotto una coltre di vernice per secoli. Alle prime ombre della sera giunse nella cittadina. Lo sceriffo lo stava aspettando con impazienza.

“L’agente  Lawrence, suppongo?”

“Conrad Lawrence, sì, sono io, piacere di conoscerla, sceriffo” e gli porse la mano. “Allora, prima di andare a cena le devo una spiegazione. Dove possiamo parlare con comodo?”

”Venga nel mio ufficio, di qua prego” gli rispose lo sceriffo, accompagnandolo attraverso un dedalo di stanze e corridoi.

“Ecco, vede, qui ci sono le foto” e l’agente Lawrence tirò fuori da una busta gialla alcune fotografie, disponendole in buon ordine sulla scrivania dello sceriffo.

”Come può vedere”, disse ”È davvero bellissima, il professor Balfour crede che sia da attribuirsi ad un pittore tedesco dell’inizio del XIX secolo, un certo Caspar David Friedrich, amico di Novalis e di Goethe, che nei suoi quadri si ispirò all’insegnamento della filosofia e della poesia romantica.

     In una lettera all’amico Novalis accenna ad un dipinto di donna, commissionatogli da uno sconosciuto committente, ma di cui in seguito non se ne trovarono tracce.

     Come vede il quadro ritrae una donna giovane dalle sembianze eteree ed incantate nel momento della morte, con le mani unite, gli occhi socchiusi e la testa protesa in avanti, così da sembrare in estasi.

     Una voluttuosa capigliatura dai riflessi dorati le incornicia il volto e una colomba lascia cadere nelle sue mani un fiore.

     Qualcuno, poi, deve aver nascosto la figura, dipingendovi sopra un altro soggetto. Ma perché?

     Friedrich a quel tempo era un giovane e promettente pittore, nulla di più. E poi, chi è la donna del ritratto?

     Mi sono fatto una teoria in proposito, però le devo anticipare che è un po’ azzardata”.

“Dica, oramai non mi meraviglio più di nulla, agente Lawrence”.

“Secondo me la giovane donna deve essersi uccisa avvelenandosi con una fiala di laudano, una sostanza oppiacea allora molto in voga, e il pittore deve averla ritratta proprio come la trovò il suo amante, il misterioso committente, probabilmente”. 

“E questo da dove lo deduce?”

“Vede, qui in basso una colomba lascia cadere nelle mani giunte della giovane un fiore, un papavero. La colomba è l’emblema dell’amore oltre che dello spirito, e il papavero è il simbolo del sonno e della morte e fonte dell’oppio, la sostanza contenuta nel laudano con cui la donna deve essersi uccisa. Non c’è altra spiegazione possibile, è tutto nel quadro, basta vederlo”.

“Già, ma la domanda rimane sempre la stessa. Chi è la donna del ritratto?” Su questo punto cosa mi può dire?”

“Ci sto lavorando, forse le saprò dire qualcosa domani, ora la lascio, ho bisogno di una buona cena e di una doccia calda, ho guidato tutto il giorno e ora sento tutta la stanchezza del viaggio”.

“La comprendo, ci vediamo domani, allora”.

12. Lise

 

     Nel chiuso della sua cameretta con i peluche appesi al muro e le foto, che la ritraevano con Johnny e gli amici, Lise si buttò sul lettino e a malincuore iniziò a leggere quei fogli ingialliti e polverosi, vergati da una calligrafia d’altri tempi.

     Più s’immergeva in quella lettura e più il suo piccolo mondo di oggetti, volti, affetti cari, perdeva consistenza, svaniva come la sua piccola stanza e lei si ritrovava sola davanti a quelle pagine, che la portavano in un altro mondo.

13. L’ultimo rintocco

 

     Le prime luci della sera scivolavano lente su un cielo plumbeo, tutto intorno era già buio e lo stretto sentiero, che serpeggiava sul limitare della selva si intravedeva appena. Da ore non scambiava parola con nessuno, non toccava cibo né acqua, e aveva voglia di un pasto caldo e di un bel fuoco accogliente.

     Le prime case del paese gli erano ormai davanti, le distingueva con chiarezza, grigie e piatte, un po’ meschine, non era certo quello che aveva sperato, ma bisognava accontentarsi. L’insegna di una vecchia locanda oscillava monotona alla brezza leggera della sera. Entrò.   

     Un‘aria densa e acre di odori di cucina e fumo lo accolse, si diresse verso un tavolo in fondo alla sala, intorno solo alcuni vecchi contadini giocavano a carte e bevevano vino, mentre una ragazzina, una servetta probabilmente, si dava da fare portando le ordinazioni e sparecchiando. Sulla parete di fronte all’ingresso campeggiavano alcune teste di animali impagliati, un orso, un cervo, un‘aquila.

     Si sedette e ordinò una cena frugale, la ragazza lo servì subito. Era biondina, con i capelli raccolti dietro in una fascia, le braccia magre coperte appena da una blusa, che le lasciava scoperte le spalle, indubbiamente bella, anche se il visino e gli occhi erano affilati dalla stanchezza e forse dagli stenti.

     I rintocchi delle campane dell’orologio annunciarono l’ora prima del ritiro. Si girò verso la sala e fece in tempo ad incrociare lo sguardo degli altri avventori, smarrito, teso per qualcosa di impercettibilmente sinistro, che al momento gli sfuggiva, una sensazione, forse solo un’impressione causata dalla sua stanchezza, ma gli era sembrata proprio paura.

     Afferrò il braccio della ragazza, lei si divincolò e fuggì, rannicchiandosi dietro il bancone, mentre gli altri abbandonavano in fretta la locanda senza guardarsi indietro. Solo lui era rimasto, aspettava.

     Il vento batteva alle finestre, la pioggia scendeva ora copiosa e i lampi squarciavano la notte, nessuno più si muoveva, nessuno più era in giro, tutti chiusi nelle loro case, nascosti dietro mura spesse, attendevano che la notte passasse in fretta senza dolore, ira o maledizione.

     Si alzò dirigendosi verso la porta, il volto brillava al bagliore della fiamma del camino, era quello sincero è pulito di un giovane, bello a vedersi, dai tratti un po’ malinconici e sfuggenti.

14. Una voce nel buio

 

     La mano scivolò sulla maniglia della porta, stava per aprirla quando una voce alle sue spalle lo trattenne:

”Non vada, aspetti, non sa cosa le può accadere fuori!”

     Si girò e vide la ragazza tremante con il braccio proteso verso di lui, cercava di fermarlo. La guardò e in quel momento gli sembrò proprio bella, era da tempo che non riceveva da qualcuno un gesto di attenzione o d’affetto, come quello.

“Perché non dovrei andare, cosa c’è di tanto pericoloso, dimmelo ti prego”.

“Lei non sa, non può capire …”

“Cosa dovrei capire?”

     E la guardò negli occhi, erano belli, luccicanti per le lacrime, che le scivolavano giù per le guance, accarezzandole il viso. Le tirò via con la punta del fazzoletto, dolcemente, come si fa con i bambini quando hanno paura e piangono.

“Vuoi trattenermi? Dammi almeno un motivo per farlo”, aggiunse sorridendole.

Lei abbassò gli occhi, timida, e gli rispose: ”È così giovane ed è diverso dagli altri, lo sento, non voglio che le succeda qualcosa di terribile, non me lo perdonerei”.

“Sono uno straniero per te, solo uno sconosciuto. Come mai ti preoccupi per uno come me? Potrei esserti nemico o un ladro, un malfattore, e invece tu vuoi salvarmi. Perché?”

“Non potresti mai farmi del male, lo vedo nei tuoi occhi, che non si nascondono”.

     Si avvicinarono e lui la guardò al bagliore della fiamma, era sorpreso, piacevolmente sorpreso, ma non disse niente.

La ragazza alzò gli occhi e gli chiese: ”Come ti chiami? Non mi hai detto ancora il tuo nome”.

“Il mio nome? Sono uno passato da qui per caso, niente di più “.

     Lei arretrò di un passo, abbassò la testa e con un filo di voce, rotta dall’emozione, disse:

”Mi scusi, lo so, sono una povera ragazza, una serva, che non doveva importunarla, non capiterà più” e due lacrime le scivolarono giù per le guance.

15. Andreas

 

“Perdonami tu, sono stato davvero sgarbato. Non volevo offenderti, credimi, non è per quello, che ti ho parlato cosi. Per me tu sei dolce e bella anche più di una principessa, è che sono io che non merito le tue parole. Vuoi sapere il mio nome? Non è niente di importante, ma è l’unica cosa che ho e sono contento di rivelartelo, mi chiamo Andreas, Andreas e basta”.          

     Lo guardò con occhi pieni di lacrime, mai nessuno le aveva parlato così. Andreas si avvicinò ancora di più e le chiese con calma, come per rassicurarla:

“Ora però mi dici cosa sta accadendo, perché hai paura, puoi fidarti di me, adesso”.

“Oh, è orribile, ma è giusto che tu sappia e io voglio che non ti succeda nulla”.

“Cosa mi deve accadere?” le chiese, stringendole le mani. La ragazza, ancora tutta intimorita, rispose:

16. La promessa

 

“In questa terra avvengono cose strane e paurose. Al calar della sera, proprio all’ultimo rintocco della campana, si leva una nebbia innaturale, malsana, che tutto inghiotte e chi si trova per caso o per sventura ad attraversarla, svanisce nel nulla e di lui non si hanno più tracce.

     Si dice che tutto sia iniziato con la morte della povera moglie del conte, il signore di questo posto, d’allora non si è più visto in paese e il suo castello sulla collina, dall’altra parte della palude, è ormai in rovina, avvolto da una boscaglia inestricabile.

     Ma non c’è solo questo, a volte, dalla parte del vecchio cimitero, si levano lamenti e schiamazzi, come se qualcosa d’orribile avvenisse tra quelle tombe; chi ha ascoltato le voci è impazzito per la paura o è scappato, scomparendo inghiottito dalla nebbia. Per questo il paese vive solo di giorno, mentre di notte è in preda alla paura e si invocano tutti i santi per non essere portati via da quelle voci”.

     E qui la ragazza, abbassando il viso, tacque. Andreas rimase silenzioso per alcuni istanti, poi le sollevò il mento con la mano e, ricordando il suo nome udito poco prima nella sala, le disse dolcemente:

“Sophie, se vuoi puoi venire con me domani. Ho poco da offrirti, ma mi prenderò cura di te, te lo prometto”. Lei lo guardò riconoscente, ma non rispose nulla.

17. L’incubo notturno   

 

      Nel sonno tormentoso quella notte Andreas visse un incubo angosciante: una schiera di esseri dal nero mantello avanzava verso di lui. Sembrava che fossero stati generati dalle tenebre del più nero degli inferni. Procedevano, reggendo ciascuno una piccola fiaccola e levando al cielo una strana nenia lugubre e lamentosa. Li guidava un incappucciato, che brandiva un grosso bastone ricurvo.

     Quando gli fu vicino, l’essere stese il legno davanti a sé, intimandogli di inginocchiarsi, poi la sua voce cupa si levò:

“Pazzo che non temi la morte e non fai nulla per allontanarla. Chi sei per sfidarci così impunemente?”

     Senza dire una sola parola, Andreas abbassò il cappuccio del mantello e lo lasciò cadere sulle spalle. Allora quelle ombre dalle orribili sembianze si avvicinarono per guardarlo in faccia.

     Andreas alzò il braccio, come per allontanare da sé un cattivo ricordo e in quell’istante il cielo piombò nelle tenebre e una lingua di polvere spuntò tra i suoi piedi, allargandosi rapidamente come una serpe maligna fino a che un turbine di vento lo ghermì, rinchiudendosi su di lui in un tetro silenzio.

18. L’ombra del castello

 

     Il canto di un gallo si udiva ancora in lontananza quando Andreas riaprì gli occhi. Guardandosi attorno, si rese conto che era stato solo un brutto sogno. La locanda, avvolta ancora nella penombra del mattino, era deserta e la ragazza della sera prima sembrava essersi dileguata nel nulla come tutti gli abitanti di quel luogo. 

     Attendere ancora gli parve inutile, lei non sarebbe più venuta. Uscì. Le strette viuzze e le case del villaggio lo accolsero immerse in una foschia innaturale, attraversata da un brivido freddo.

    Si lasciò alle spalle l’ultima casa del paese, sparendo nella selva, che si stendeva a perdita d’occhio per miglia e miglia.

     Da diverse ore camminava in quella landa tetra e lugubre distratto solo dal pensiero di quella ragazza e dei suoi occhi pieni di lacrime, che gli erano sembrati sinceri nel loro dolore. E mentre così veniva ragionando si trovò, al calar delle ombre, in vista di un castello, un edificio tetro e grandioso, che da gran tempo si ergeva in quel luogo dimenticato.

     Le mura fredde, le finestre simili a occhi vuoti, i pochi giunchi selvaggi, i tronchi candidi e fatiscenti di alcuni alberi, comunicavano un gelo al cuore e un'oppressione profonda.

     Seguendo il sentiero Andreas giunse sulla riva scoscesa d'un nero, livido stagno le cui acque morte rispecchiavano, nel loro scuro riflesso, la rocca e il paesaggio circostante.

     Si sporse a guardare ma ne ottenne un ancor più profondo sentimento di desolazione, da che vide, capovolte, le immagini funeree dei giunchi, dei tronchi spogli, delle occhiaie vuote di quelle mute finestre.

     Poi una livida luce inondò all'improvviso la sua vista ed egli si volse a veder da dove venisse, dal momento che alle sue spalle c’era soltanto l'immane ombra del castello. Era la luna nel suo pieno, che splendeva, insanguinata.

     Un rossore fiammeggiante serpeggiava sulle acque immobili dello stagno e al suo sguardo, inaspettata come il terrore, apparve dal folto della nebbia, una lunga schiera di fluttuanti figure vestite di nero. Sembrava che fossero state generate dalle tenebre della notte. Avanzavano lentamente lungo la riva, reggendo ciascuno una piccola fiaccola e levando al cielo una strana nenia lugubre e lamentosa.

19. Un lamento nella caverna

 

     Si ridestò per un rumore improvviso e dall’oscurità, che l’avvolgeva, gli parve di udire un lamento, sembrava il pianto sommesso di qualcuno. Nonostante il dolore, che provava in tutto il corpo, Andreas si voltò.

     Un secondo gemito lo scosse. Ora ne era certo. Non era solo in quell’antro buio. C’era di sicuro qualcuno. Avrebbe voluto parlare, dire qualcosa, ma la bocca rimase muta. Decise, allora, di muoversi lungo la parete. I lamenti lo guidavano. Ebbe il tempo di fare dieci passi quando sfiorò con la mano un volto bagnato di lacrime. Andreas si fermò un attimo, raccolse le ultime energie e con un estremo sforzo, si avvicinò.

     La mano cercò di nuovo il viso, lo ritrovò tremante, ne asciugò le lacrime e alle carezze gli sembrò quello di una giovane donna.

     La ragazza non si muoveva, immobile con la schiena appoggiata alla parete, continuava a tremare e piangeva silenziosamente. Si sentì mancare, un senso d'inquietudine, che aveva provato altre volte, lo vinse.

20. Sophie

 

     Deboli bagliori d'una luce vermiglia filtravano da lunghe e sottili finestre gotiche poste in alto nella grande sala dalle volte altissime. Invano l'occhio frugava per quella tenebra di tristezza.

     All'improvviso uno spiraglio di luce squarciò l’oscurità e dal buio emerse un uomo, il signore di quel castello, il conte di Ulhm. Andreas sollevò il capo e lo guardò avvicinarsi.

     Era un volto senza tempo, scavato dalla follia e dal tormento: l'occhio spento, le labbra sottili e smorte, i capelli d'una sottigliezza da sembrare fili di ragno; tratti, che gli conferivano una fisionomia che non era più possibile dimenticare.

     L’uomo puntò il dito nel buio e alla tremula fiamma di una torcia Andreas vide emergere dall’ombra il volto di Sophie, aveva le braccia protese in alto, strette da una grossa catena, che pendeva dalla volta.

     Dentro di sé Andreas sentì crescere una rabbia sconfinata, ma il dolore ai polsi gli ricordò i ferri che lo imprigionavano.

     Il conte si volse verso di lui e sollevando appena il capo disse: “Un tempo ero il signore incontrastato di questo luogo, il mio nome era temuto ovunque, ora rifuggo il giorno, che ha rapito il mio amore e vivo di notte nell’attesa del suo ritorno. Tu hai osato sfidarmi, hai portato scompiglio nel mio regno. Pagherai per il tuo affronto, ma prima punirò colei che si è ribellata al mio potere. Il suo giovane sangue, ridarà vita al mio sogno stanotte”.

“Prendi me, sono io il responsabile, ma risparmiala, non ti ha fatto nulla”.

“Osi pure difenderla, allora la vedrai morire sotto i tuoi occhi!”

“No, non farlo, lei è innocente, è innocente!” e il luccichio di una lama brillò nel buio. 

     Andreas vide gli occhi imploranti di Sophie, vide la sua disperazione. Allora l'inquietudine, che aveva provato altre volte, s’impadronì di lui e come nel più buio dei suoi sogni sentì sgorgare dal profondo del suo essere una forza sconosciuta.

     Le catene, che gli cingevano i polsi, caddero al suolo e un urlo spaventoso echeggiò sotto la volta della sala: il conte, avvolto dalle fiamme, ardeva come una torcia al centro di un quadrato fiammeggiante. In pochi secondi di lui non rimase che cenere.

     Poco dopo i due giovani si ritrovarono all’aperto. Sophie lo guardava nella luce del tramonto e lui le stringeva le piccole mani, poi dalla tasca Andreas tirò fuori qualcosa, che luccicava, era un anello di mirabile fattura, le prese con dolcezza un dito della mano sinistra e, infilandoglielo, in un sussurro, le disse:

“Ti ho incontrata quando tutto sembrava perduto e mi hai dato la forza per resistere all’orrore. Vuoi rendermi felice?”

     A questo punto il racconto si interrompeva e in fondo all’ultimo foglio, si leggeva ancora abbastanza nitidamente una firma e una data:

 

 


Andreas Dürer, signore di Omburg, 1801.

21. Una visita notturna

 

     Lise alzò gli occhi dal manoscritto, sulle sue piccole labbra spuntò un sorriso luminoso, forse aveva capito e per la prima volta si sentì felice. La stanza era avvolta dal buio e fuori pioveva ancora.

     Guardando dalla finestra le goccioline di pioggia scendere giù piano in piccoli ricami argentei, notò in strada, proprio di fronte casa sua, nella pallida luce di un lampione, un’ombra.

     Trasalì e in quell’istante la spia luminosa di un messaggio apparve nell’ombra della stanza. Era Johnny, che la chiamava.

     Usci in fretta senza fare rumore. Il ragazzo le venne incontro e la prese sotto braccio, era tutto bagnato e tremava:

“Hai freddo?” gli chiese Lise.

“Non ti preoccupare, non ha importanza. Piuttosto, hai letto il manoscritto?”

“Sì.”

“E, allora, non dici niente?”

“Forse ho capito, ma devi essere tu a dirmelo.”

“Ah!” fece lui.

“Allora, non parli, come posso aiutarti se non mi dici niente?”

“Sì, hai ragione, scusami, ma per me è difficile, io…”

“Non posso aiutarti, tu sei, tu sei…” e si voltò scostandosi da lui.

“No, aspetta!” fece lui, trattenendola per un braccio “Sono proprio uno stupido, ma è che ti amo e non so come dirtelo, non sono bravo con le parole e mi dispiace, non so cosa farei se ora tu te ne andassi”.

     Lise si voltò, lo guardava e non diceva nulla. Il suo volto bagnato dalla pioggia era ancora più pallido, ma lui la trovava bellissima e glielo disse e nella scia luminosa di un’auto, che sfrecciava nel buio, la vide sorridere.

“Signor Hammer prepari i soldi domani avrà quello che mi ha chiesto”.

“Bene, allora al solito posto”.

     L’uomo rimise il telefono in tasca e si avviò verso un’auto parcheggiata in fondo alla via.

22. Il conte di Ulhm

 

“Si ricorda che sul dipinto le avevo fatto notare un piccolo stemma ricamato sul bordo della coperta, che avvolgeva il letto?”

“Sì, professor Balfour” si affrettò a dire l’agente Lawrence rispondendo al telefono mentre si dirigeva in auto verso gli uffici dello sceriffo.

“Ebbene, mi è costato un po’ di fatica, ma alla fine so a chi appartiene”.

“Magnifico, mi dica tutto, allora?”

“È lo stemma dei conti di Ulhm. L’ultimo rappresentante di quella nobile casata tedesca fu un Arthur Ulhm, ricordato per i suoi studi sull’elettromagnetismo e per gli ampi interessi in campo filosofico. A quanto riportano le cronache dell’epoca, l’uomo sposò una donna bellissima, una certa Elisabeth von Baader”.

“La donna del ritratto?”

“Sì, indubbiamente, che poi si suicidò due anni dopo. Non si conoscono i motivi di quel gesto, si sa solo che il conte quasi ne impazzì per il dolore, morendo poi misteriosamente nel 1801 nell’incendio del suo castello, causato a quanto pare da un fulmine. Ma c’è di più”.

“Dica, professore, non mi tenga sulle spine!”

“Il giovane Goethe, in uno studio preparatorio alla sua “Teoria dei colori”, cita alcuni passi del “Laudanum”, un libro, che lui attribuiva ad Arthur Ulhm, ma di cui si sono perse le tracce fino a che non è riapparso cinque anni fa presso la Memling & Co., una nota casa d’asta londinese. Non mi chieda chi l’abbia venduto o chi l’abbia acquistato perché francamente non lo so, tutto si è svolto nel più completo anonimato”.

“Non si preoccupi, lei mi è stato prezioso, a questo ci penso io. Forse però può dirmi qualcosa di più sul misterioso libro del conte di Ulhm, il cui titolo mi ricorda il veleno con cui Elisabeth si è uccisa”.

“Beh, tutte le notizie che si hanno in proposito risalgono a Goethe, e ci fanno supporre che il “Laudanum” fosse un’opera ispirata ai principi della Naturphilosophie, una corrente filosofica del romanticismo tedesco. Ma c’è un altro appunto di Goethe che le può interessare”.

“Mi dica, professore”.

“In un frammento risalente alla prima stesura del Faust, Goethe riporta accanto ai suoi versi la parola “Laudanum” e una scritta in latino: “Finis Initium”, poi li cancella entrambi”.

“E quale scena del poema sarebbe?”

“È il passo in cui Mefistofele svela a Faust il mistero della vita e della morte”.

“Ah, e perché Goethe avrebbe cancellato quell’appunto?”

“Non si sa, comunque, nelle edizioni successive e in quella definitiva non c’è più traccia del “Laudanum” di Arthur Ulhm né di quelle due parole in latino”.

“La ringrazio professore, lei mi è stato davvero utile”.

“Purtroppo non come avrei voluto, però se le può interessare ho parlato della cosa ad un mio carissimo amico. Mi venga a trovare domani, ci sarà anche lui e forse ne sapremo di più”.

23. Lo scambio

 

     La chiesa era deserta. Sopra l'altare maggiore un raggio del sole al tramonto irrompeva nella navata centrale, attraverso la vetrata policroma, ravvivando gli sbiaditi colori del tappeto sui gradini. Poi il pulpito, con le sue colonne gotiche di legno scolpito, tagliò lo spazio; al di là di esso, il buio era sempre più fitto.

     Dietro l'ultima massiccia colonna di arenaria sedeva Johnny, immobile, sembrava assente, si rianimò solo quando vide spuntare da una cappella laterale l’alta figura di un uomo, che si dirigeva verso di lui. Il tizio gli passò accanto e si sedette al suo fianco:

“Hai il manoscritto?”

“Sì.”

“Dammelo!”

“Dov’è Lise, perché non è con te?”

“Stai tranquillo, sta bene. Tra un’ora se non fai sciocchezze tornerà a casa senza un graffio”.

“Chi me lo assicura?”

“Io, devi fidarti. Ora consegnami quello che mi devi e vattene!”

24. La sfida

 

     Lo vide allontanarsi nel buio, chiuse gli occhi e ritornò alla mattina in cui quella malaugurata storia era iniziata.

     Davanti al viale che portava a scuola il solito via vai di ragazzi, di automobili, di moto. Lui se ne stava lì in disparte con le mani in tasca e lo zainetto buttato per terra. Non aveva amici e neppure li cercava, l’unica persona che gli interessava era una ragazza, che incrociava, uscendo di casa la mattina. Si chiamava Lise e faceva girare la testa a tutti, soprattutto a Charlie Martin, il capitano della squadra di football. Spesso li aveva visti insieme e a quanto sapeva era la sua ragazza o almeno così si mormorava in giro.

     Era lì a rimuginare su quei pensieri quando li vide spuntare dal fondo del vialetto. Lise era in mezzo alla banda a braccetto di Charlie, che faceva lo stupido con lei. Quando lo vide si scostò e divenne improvvisamente seria. Lui li osservava avvicinarsi senza muoversi, serrò impercettibilmente i pugni nelle tasche del giubbotto nero e continuò a guardarli da dietro i suoi occhiali scuri.

“Guarda chi si vede, lo spettrale Johnny” gli disse Charlie quando gli fu vicino.

“Lascialo stare, andiamo!” Intervenne Lise, nervosa, tirandolo per un braccio. 

“Aspetta, ho qualcosa da dire al signorino” e l’allontanò bruscamente.

“Ho visto come guardavi la mia ragazza…”

“Non sono la tua ragazza!” reagì Lise indispettita.

“Stai zitta, con te faccio i conti dopo! Allora, hai bisogno proprio di una lezione. Credi di poter fare il comodo tuo, solo perché vieni dalla grande città, ma ti sbagli! Ora ti faccio vedere io cosa succede a chi dà fastidio alla mia ragazza” e Charlie gli sferrò un pugno in pieno viso, ma Johnny non si fece cogliere di sorpresa, bloccò il braccio con una mano e con l’altra lo colpì al mento, facendolo traballare sulle gambe.

     Immediatamente due degli amici di Charlie si gettarono su Johnny, cercando di bloccarlo. Ne nacque una zuffa furibonda. Lise si buttò in mezzo e, gridando disperata, disse:

“Ora la smettete subito, io non sono di nessuno, chiaro!” e si avviò verso la scuola senza voltarsi indietro.

     I due si guardarono negli occhi, poi Charlie, alzandosi, gli disse:

“Va bene, vuoi fare il duro, ora ce ne andiamo a scuola, ma te la farò pagare!”

“Non ho paura di te e dei tuoi amici, siete solo un branco di vigliacchi, bravi solo a mettere paura ai ragazzini”.

“Ah, sì, allora vediamo se davvero hai coraggio o la tua è solo scena. Che ne dici?”

“Vuoi sfidarmi?”

“Chiamala come vuoi, ma sei tu che l’hai voluto”.

“E va bene, ci sto”.

“Allora, hai mai sentito parlare della vecchia villa abbandonata?”

“La villa del delitto?”

“Per l’appunto quella!”

“Sì, ebbene?”

“Sai che girano strane voci su quella casa, si dice che sia maledetta”.

“La cosa non mi spaventa, non credo ai fantasmi o a roba del genere”.

“Fai bene, amico, allora non ti dispiacerebbe farci una visitina di sera. Che ne dici?”

“Solo questo?”

“Eh, no, devi dimostrare di esserci stato, ci andrai con un testimone”.

“Chi?”

“Il piccolo Davis, potrebbe andare bene. Lo conosci, vero?”

“Dici quel ragazzino timido, che porta sempre maglioni troppo grandi per lui?”

“Proprio lui! Ci vai con Philip, diciamo il prossimo plenilunio. Che ne dici?”

“Ci sto”.

“Aspetta, non è finita, dovrai portarmi anche una cosa?”

“Cosa?”

“La signora Turner era una donna molto pia, dovrai portarmi la sua Bibbia”.

“E dove la trovo, non è mica uno scherzo, vero?”

“No, affatto! La villa è stata abbandonata dopo il delitto e nessuno l’ha mai voluta comprare per via delle voci che ci sono sul suo conto. A te basta andare nella camera da letto della vecchia la Bibbia deve essere ancora lì sul comodino, accanto al letto dove l’hanno trovata uccisa”.        

25. Un incontro inaspettato

 

     Qualche ora dopo in mensa Johnny vide avvicinarsi al suo tavolo Lise: era visibilmente turbata, il vassoio con il pasto le tremava tra le mani.

“Posso sedermi?” gli chiese. Era la prima volta che gli rivolgeva la parola e il tono della sua voce non era affatto tranquillo.

“Certo, c’è tanto spazio qui” e Johnny si spostò per farla accomodare.

“Non devi andare!”

“Cosa?”

“Non devi farlo”.

“Perché?”

“Perché tra noi non c’è niente e tu non hai nulla da dimostrare a Charlie”.

“Forse, ma mi ha sfidato e poi…”

“No, non voglio, non devi metterti nei guai per me”.

Johnny le sorrise e guardandola negli occhi le disse: “Se non c’era niente non saresti venuta qui a dirmelo”.

Lise abbassò gli occhi e arrossì leggermente: “Cosa stai pensando, io…io lo facevo solo per te”.

“Certo, è così, sicuro, ma il tuo amico ha bisogno di una lezione”.

     Lei sollevò il viso, aveva gli occhi lucidi di pianto, gli afferrò il braccio e disse: “Charlie non è mio amico e tu sei uno stupido a pensarlo, non sai che tipo è quello”.

“Ma se vi ho visti insieme stamattina!”

“Questo non significa niente!” stava per piangere, ma cercò di trattenersi.

“Scusami, sono davvero uno stupido, tu sei qui a preoccuparti per me e io non so fare altro che trattarti male. Puoi perdonarmi?”

“Solo se non accetterai”.

“Ci penserò, va bene così?”

“Sì”.

“Ma tu mi devi promettere una cosa”.

“Cosa?” e lo guardò con quei suoi occhi belli, che luccicavano di pianto.

“Che darai anche a me una possibilità”.

“Quando?” gli chiese lei, sorridendo.

“Stasera?”

“Va bene, stasera, allora!” 

“Ehi, Charlie, Johnny sta importunando la tua Lise! Vuoi che lo faccia smettere?”

“Lascia stare Terry, con lui faremo tutto un conto, alla fine. Piuttosto, preoccupati del piccolo Philip bisogna fare in modo che non sia in giro quando sarà il momento. Intesi?”

“Certo, Charlie, ci penso io e i ragazzi, sarà un vero piacere, vedrai”

“Bravo, fratellino, ma mi raccomando non guastarmelo troppo, voglio ancora divertirmi con lui” e i due uscirono dalla sala ridacchiando.

26. Il ritrovamento

 

     Aveva ancora le parole di Lise nelle orecchie quando si avviò verso casa. La notte era umida e senza luna, affrettò il passo, ma poi un pensiero improvviso gli attraversò la mente, fu un lampo, e cambiò strada.

     Quando giunse davanti al muro di cinta della vecchia villa guardò in su, verso un imponente cancello, una volta doveva essere davvero magnifico, con le sue cromature dorate e i suoi fregi, ora era solo un ammasso di ferro rugginoso. Segui il muro di cinta per un buon tratto fino a giungere in un punto dove la barriera lasciava il posto ad una semplice recinzione e tra i rovi, che la sovrastavano, si notava uno strappo nella rete, ci passò in mezzo e si ritrovò dall’altra parte.

     Il giardino era avvolto da erbacce e piante cresciute ovunque disordinatamente. Johnny si inerpicò per uno sentiero, che attraversava la boscaglia e ad un tratto sbucò in una radura.

     La vecchia villa gli era di fronte con il suo scalone ormai in completa rovina e le ampie vetrate riparate da un ancora elegante colonnato. Dentro il giovane fu avvolto dal buio più profondo e da un odore di muffa e di umido, che gli si incollava addosso. Camminando, gli sembrava di scivolare su qualcosa di viscido, ma era solo la polvere, che da anni si era depositata in quelle stanze. Cavò dalla tasca una piccola torcia e puntò la sua scia luminosa davanti a sé.

     La sala doveva essere molto grande, ma per l’oscurità non si distingueva quasi nulla, tranne un’ampia scalinata in fondo, un grande camino in pietra e il ritratto di un vecchio, probabilmente il proprietario della villa. Johnny si diresse verso la scalinata, poi si arrestò. Tornò indietro e puntò di nuovo la torcia sul quadro.

     Arretrò di qualche passo, la mano gli tremò, la luce si spense, cadendo. Poi, un rumore metallico, di ferro, che rovinava al suolo fragorosamente, e un gelo improvviso, un silenzio irreale, rotto solo da un sibilo, che squarciò l’aria. A Johnny sembrò di udire un lamento, allora raccattò da terra la torcia e, puntandola di nuovo verso il ritratto, vide lo squarcio prodotto nella tela dall’attizzatoio, che aveva scagliato poc’anzi nel buio.

     Qualcosa brillava ancora, ma non erano gli occhi dardeggianti di prima. Indietreggiò di qualche metro, inciampando in qualcosa sul pavimento sconnesso, e da una delle colonne, che reggevano il camino, schizzò fuori un cilindro di cuoio. L’afferrò e scappò via senza più voltarsi indietro.  

     Quando si ritrovò al sicuro nella sua vecchia auto, guardò l’astuccio, su un lato proprio sopra la cerniera, inciso nella pelle, c’era un marchio e un nome: Hammer. Avviò il motore e si allontanò da lì

27. La ricerca

 

     Quella fu una notte agitata per Johnny, non riusciva a dormire, davanti sempre gli occhi di fuoco intravisti nella villa. Si alzò e si diresse verso il computer. Digitò in fretta e sullo schermo apparve una lista di elementi contenenti la parola Hammer.

Hammersmith, cittadina inglese dove morì William Morris, artista britannico, la cui opera privilegiava temi ed elementi decorativi caratteristici dell'arte medievale, amico di Dante Gabriele Rossetti e di altri preraffaelliti.

Hammer Productions, casa cinematografica inglese di film horror degli anni Cinquanta.

     Nulla! In quell’elenco, non c’era niente di interessante, era sfiduciato, non sapeva più cosa fare. Stava per spegnere il computer quando si ricordò del simbolo sul cilindro, gli era rimasto solo quello.

     Introdusse l’immagine scannerizzata nella macchina e avviò la ricerca, stavolta però con un programma del tutto diverso, basato come quelli della polizia scientifica, su parametri esclusivamente numerici. Ora, non restava che attendere e sperare.

     Tirò fuori il manoscritto dal cilindro e incominciò a leggerlo. Più andava avanti nella lettura e più la sua inquietudine cresceva. Gli sembrava di non essere solo nella stanza, aveva l’impressione che qualcuno lo osservasse nell’ombra, mentre uno strano gelo si avvertiva nella camera.

     Dopo una ventina di minuti giunse la risposta, il computer aveva trovato qualcosa. Johnny si avvicinò allo schermo e vide apparire la locandina di una casa d’asta il cui proprietario si chiamava Morgan Hammer.

28. Hammer

 

“il signor Hammer?”

“Sì, e lei chi è?”

“Non ha importanza, credo di avere qualcosa che può interessarle”.

“Cosa, non mi faccia perdere tempo!”

“Un cilindro di cuoio nero, con il marchio della sua casa d’asta e il suo nome”.

“E, allora?”

“Non le interessa sapere cosa c’è dentro?”

“Avanti, le do ancora qualche secondo, poi stacco”.

“Basteranno, e se le dico che dentro c’è un rotolo di fogli, una scrittura elegante, sembra il racconto di…”.

“Va bene, credo di aver capito, quando ci possiamo vedere”.

“Per me anche subito, però mi spetta una ricompensa. Non crede?”

“Certo, dove si trova?”

     E quella sera stessa Johnny si incontrò con il signor Hammer. Lo vide arrivare in una limousine scura, l’auto si arrestò silenziosa, ne scese un uomo alto, distinto, doveva avere circa cinquant’anni. Appena lo vide si diresse verso di lui.

“Lei è Johnny?”

“Sì, sono io”.

“E il cilindro dov’è?”

“Non si preoccupi è al sicuro, prima però mi dica quanto mi offre per averlo”.

“Lo sapevo, è sempre solo una questione di soldi, per telefono mi era sembrato diverso…”

“Non faccia la commedia con me, il manoscritto potrebbe non appartenerle affatto!”

“Perché dice così, dove l’ha trovato?”

“Non ha alcuna importanza! Mi dimostri invece di essere il vero proprietario”.

“L’ha trovato nella villa Usher, la villa dei Turner. Vero?”

“E lei come fa a saperlo?”

     L’uomo scoppiò a ridere e mise una mano sotto la giacca. Fu un attimo, Johnny spiccò un salto e scomparve dietro la siepe, dandosela a gambe il più rapidamente possibile. Ora sì che era in un bel guaio, Hammer avrebbe di sicuro rintracciato la sua chiamata e da li risalire alla sua vera identità era semplicissimo, doveva assolutamente tagliare la corda al più presto. 

     Ma prima di sparire doveva ritornare nella vecchia villa, sicuramente lì c’era qualcosa che poteva ancora aiutarlo. Ci pensò su tutta la notte, poi si ricordò della sfida coi Martin, il plenilunio cadeva la sera dopo, aveva quindi ancora qualche ora per organizzarsi. 

29. Il quadrato magico di Dürer

 

     Il professor Balfuor accolse l’agente Lawrence nel suo studio all’università. La stanza, in realtà, era una sala molto ampia dalle grandi vetrate in stile gotico, che si affacciavano sul cortile del College. Le pareti erano ricoperte di libri fino al soffitto e sulla scrivania erano ammucchiati libri, riviste e fogli in gran quantità. Un uomo era seduto comodamente in una poltrona di pelle di fronte a Balfour. Quando entrò Lawrence, si voltò, posando su di lui lo sguardo curioso.

“Venga Conrad, mi permetta di presentarle un mio esimio collega, il professor Jacob Scholem, lo ascolti, vedrà, quello che le sta per rivelare è a dir poco sconvolgente”.

“Il mio amico Thomas, mi ha parlato di Arthur Ulhm e del suo misterioso libro, il “Laudanum”, ebbene, secondo Goethe, esso era uno studio sulla Melanconia, ma solo apparentemente il testo riguardava la ben nota condizione psicologica. In realtà ci si riferiva ad altro e a tale proposito si citava la Melencolia di Dürer, la sua famosa incisione su rame del 1514 e in particolare qualcosa che vi era rappresentato”.

“Cosa?”

“Un quadrato magico”.

“Un che?”

“Il quadrato magico è un diagramma composto da cifre la cui somma dà sempre lo stesso numero sia che venga letta verticalmente, trasversalmente o orizzontalmente. Non gli hanno mai chiesto di spiegare come mai ciò è possibile?”

“Ora che mi ci fa pensare, sì, all’università”.

“E lei cosa ha risposto?”

“Non riuscii a dire niente” e Lawrence accennò ad un sorriso. 

“Certo, capisco, bisogna avere solide conoscenze matematiche per poter trovare la soluzione di questo mistero. Vede, sin dall’antichità ai numeri sono stati attribuiti significati e poteri segreti relativi all’organizzazione del mondo e alla rappresentazione che l’uomo si fa della divinità. Tra essi però ce n’è uno che ha proprietà particolari, direi magiche, questo numero è il quattro”.

“E cosa ha di così speciale?”

“Da questo numero si ottiene il quadrato e il cubo, cioè la prospettiva, la tecnica con cui gli artisti italiani del Quattrocento erano in grado di riprodurre fedelmente la natura nei loro quadri. Capisce? E allo stesso modo nel quadrato magico si nasconde un potere simile, ma  ancora più sconvolgente”.

“Vuole farmi intendere che in esso è celato il modo per tornare dall’aldilà, per sconfiggere la morte?”

“Pressappoco, ma ovviamente è soltanto una questione di fede”.

“Ovviamente! E il conte di Ulhm cosa c’entra in tutto questo? ” 

“Era il segreto a cui lavorava. Lo si deduce dai pochi frammenti conosciuti della sua opera e ora, dopo il ritrovamento del ritratto, si sa anche il perché di tanta passione. Egli credeva di poter ricondurre in vita la sua Elisabeth attraverso le misteriose cifre contenute nel quadrato magico, evidentemente, era sicuro di aprire quella porta, perché era convinto, come tutti i romantici, che la vita e la morte fossero facce di un’unica superiore realtà e che dal visibile si potesse ricavare l’invisibile. Forse, davvero il conte di Ulhm aveva scoperto il segreto. Quel segreto occultato per secoli nella magia di un numero e di una figura geometrica”.

“Ma allora perché di Elisabeth von Baader abbiamo solo il suo ritratto e il conte, a quanto se ne sa, è perito nell’incendio del suo castello?”

“Non lo so, qualcosa deve essere andato storto, chissà, oppure le sue erano solo fantasie, tant’è vero che poi è impazzito per il dolore”.

“Già, comunque, c’è qualcuno che per questa fantasia ha ucciso e probabilmente continuerà a farlo”.

30. L’assassino della signora Turner

 

“Voleva parlarmi agente Lawrence?”

“Sì, signor sceriffo, forse ho scoperto chi ha ucciso la signora Turner?”

“E chi sarebbe, certo non uno di qui?”

“No, non si preoccupi. Il nostro uomo viene da lontano, da molto lontano”.

“Ma perché avrebbe ucciso la povera signora Turner?”

“Perché la donna nascondeva qualcosa che lui voleva, forse il ritratto di donna occultato sotto la vernice del dipinto ritrovato nella villa o qualcosa d’altro, che ancora mi sfugge”.

“Non è un po’ poco, agente Lawrence?”

“Aspetti, c’è dell’altro. Il signor Turner, il marito della vittima, poco prima di morire, aveva venduto un  prezioso libro presso una nota casa d’asta londinese, il cui misterioso acquirente, era un certo signor Hammer, guarda caso, il proprietario della casa d’asta. Sa chi era l’autore del libro, Arthur Ulhm, il marito della donna del ritratto. Adesso le è più chiaro?”

“Sì, ma cosa cercava Hammer nella villa tanto da uccidere una povera vecchia in quel modo orribile?”

“Non lo so, non credo però che fosse il ritratto nascosto, penso piuttosto a un documento o ad un oggetto in particolare”.

“E perché una cosa del genere e non il quadro?”

“Perché il libro venduto dal vecchio Turner è un’opera unica, speciale, che ha a che fare con un segreto gelosamente custodito per secoli e io penso che Turner abbia nascosto qualcosa che si riferiva proprio a questo segreto e che interessava anche Hammer”.

“Accidenti, ha fatto davvero un buon lavoro, agente Lawrence!”

“La ringrazio per il complimento, ma senza il contributo del professor Balfour e del professor Scholem non ci sarei mai arrivato. Ora però ho bisogno del suo aiuto e di quello dei suoi uomini”.

“Sono a sua disposizione, mi dica cosa le serve?”

“Ho fatto mettere sotto controllo le utenze telefoniche di Hammer e della sua casa d’asta e ho scoperto che lui è qui, ieri ha ricevuto una telefonata a New York, poche ore dopo un’altra e stavolta proveniva da qui. Bisogna localizzare il suo cellulare e andarlo a prenderlo”.    

“Non è un problema, venga ho l’apparecchiatura che le serve”.

31. Ad un passo dalla morte

 

     In fondo alla caverna era buio, si distinguevano appena i contorni delle rocce, poi alla fioca luce di una torcia Johnny, con le mani legate dietro la schiena, vide emergere dall’ombra la figura imponente di Hammer. L’uomo avvicinò la fiamma ad un rotolo di carte, che rapidamente prese fuoco, poi lasciò cadere gli ultimi resti sul terreno e si voltò verso Johnny.

“Tra poco toccherà a te, ma prima assisterai alla fine e all’inizio di un evento straordinario” e si diresse verso il centro della sala, si chinò e con l’accendino diede fuoco a qualcosa. Una lingua rossastra illuminò il terreno e apparve nella livida luce della fiamma un quadrato. Johnny scorse il viso in lacrime di Lise tra le fiamme. Il fuoco disegnava un numero, poi un altro e un terzo, infine si avvicinò alla ragazza, pronta ad avvolgerla. I suoi occhi lo fissavano disperati.

     Dentro di sé sentì qualcosa che non aveva mai provato, un’emozione che lo spingeva a gettarsi tra le fiamme e a strapparla alla morte e in quell’istante il fuoco parve arrestarsi e soccombere sotto qualcosa di indicibilmente pesante, che lo schiacciava al suolo.

     Poi un trambusto alle sue spalle, Johnny si voltò e vide uomini in divisa precipitarsi su Lise e strapparla alle fiamme mentre Hammer gridava “Maledizione!” e scappava seguito da Schuler, che si apriva la strada, sparando all’impazzata.  

32. Epilogo

 

     Il giorno dopo fu ritrovato ad alcuni chilometri dalla città il piccolo Philip, era in uno stato confusionale, e non ricordava nulla di quanto gli fosse accaduto. Invece di Hammer si erano perse le tracce.

“C’è una cosa professor Scholem che forse può ancora aiutarmi a capire?” disse l’agente Lawrence, stringendogli la mano.

“Mi dica signor Lawrence?”

“Nella deposizione rilasciata dai ragazzi coinvolti nei fatti che lei ben sa, si fa riferimento ad un documento scritto da un certo Andreas Dürer datato 1801. In esso si narra un’incredibile vicenda, che somiglia tanto a quella che mi ha raccontato lei, professore, è una storia che ha per protagonisti l’autore del documento, una giovane donna di nome Sophie e il conte di Ulhm. Purtroppo il manoscritto è andato perduto”.

“Peccato!”

“Già, ma i ragazzi hanno riferito anche dell’orribile fine capitata al conte, che non sarebbe morto a causa di un fulmine, ma in seguito ad un sortilegio provocato da Dürer”.

“Interessante!”

“Sì, ma la cosa che non capisco è perché Hammer ha ucciso la vecchia signora Turner per venire in possesso del manoscritto e poi lo ha bruciato. Quale potrebbe essere la ragione, lei cosa ne pensa, professore?”

“Beh, il motivo è che Andreas Dürer aveva trovato il modo per impedire al conte di Ulhm di realizzare il suo scopo e in qualche maniera l’aveva nascosto nel manoscritto. Questo mi sembra chiaro, non crede?”

“Ma certo, perché non pensarci prima! Hammer, doveva aver scoperto il vero motivo della morte del conte di Ulhm e quindi cercava il documento per impadronirsi del suo segreto, poi lo ha distrutto per liberarsi di Dürer e della sua magia. Ora si che è chiaro. Ma cosa poteva essere, cosa c’era in quel manoscritto di così importante?”

“Andreas Dürer, A D, come il pittore Albrecht Dürer. Pensi al suo monogramma, in esso si nasconde qualcosa che conosciamo bene”.

“Il quadrato! gridò Lawrence, passandosi una mano sulla fronte “Ma sì, il quadrato magico della “Melencolia” di Dürer, lo stesso con cui è stato imprigionato il conte di Ulhm”.

“Sì, proprio quello”.

“Così, bruciando il manoscritto e il monogramma, Hammer pensava di distruggere per sempre l’esorcismo di Dürer. A questo punto più nessuno poteva opporsi al suo volere, avrebbe riportato in vita il conte di Ulhm, grazie alle arti segrete del “Laudanum”, e chissà cos’altro avrebbe combinato”. 

Franco D’Arco

17 novembre 2006 – 2 gennaio 2007

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