La prossima vittima
 

 

 

 

 


 

 


      Come tutti i fine settimana al Number One c’è molta gente: sono giovani e hanno voglia di divertirsi al ritmo della tecno, musica che scalda e annulla le distanze.

     Il locale è gremito fino all’inverosimile, i laser tagliano l’aria, le luci stroboscopiche incalzano senza tregua la massa urlante al ritmo del d.j. Un gruppo di ragazzi è appena entrato, si mischia alla folla e balla fino a stancarsi.

     Uno di loro ha appena diciotto anni, lavora in una fabbrichetta tutti i giorni della settimana, tranne il sabato e ora è lì per divertirsi e cancellare in una notte tutto quello che ha alle spalle: fatica, freddo e un futuro inossidabilmente uguale al presente.

     La musica incalza, corre sempre più veloce e lui fa fatica a starle dietro. Gli occhi gli si appannano per il sudore. Lei non è lì, ne sente la mancanza e non è servito a nulla telefonarle, non c’era.

     Ricorda come si erano conosciuti, proprio dove è ora una sera e lei, tra le centinaia di teste, di braccia, di occhi, aveva scelto lui. Tutto filava a meraviglia, sembrava la tipa giusta, stessi gusti, stessi gesti, tutto insomma e, immancabilmente, poi il sabato sera in discoteca tanto per tener viva l’abitudine e chiudere il mondo alle proprie spalle.

     Una ragazza gli sta proprio di fronte, stretta in una t – shirt bianca lucida di sudore, che le lascia scoperta la pancia e con una mini color oro, a quest’ora della notte è uno schianto al cubo. Lo punta, forse è solo per non perdere il ritmo, lui la nota, l’asseconda. Ora, le battute sono incalzanti, ci si avvia verso il cuore della festa, le teste ondeggiano, lampeggiano veloci, il pavimento è viscido di umori, di corpi e un leggero stordimento lo prende, gli fa perdere il ritmo. La ragazza se n’accorge, è un guizzo, uno scarto di delusione, lo fissa per un attimo, poi si lascia trascinare dalla corrente via da lui.

     Sente le braccia pesanti, il sudore gli cola sulle guance e ha l’impressione, che neppure i capelli vogliono stare più su, belli e diritti come sempre. La serata si mette male, lo sente, quella sfiga addosso da quando lei l’ha piantato, non vuole mollarlo. Con rabbia pensa all’altro, già perché c’è sempre un altro con qualcosa in più di te quando si è alla fine di una storia.

     A quest’ora, sicuramente staranno filando verso un’altra discoteca, magari alla nuova, che inaugurano proprio stanotte. Ma poi, era davvero una storia? Come quella ne aveva avute altre, tutte finite allo stesso modo o forse mai iniziate realmente, perché allora continuare a pensarci, bisogna divertirsi, trovare la carica giusta per un’altra settimana di paranoia e di ricordi, solo questo conta.

     Due ragazzi si scrutano, si lasciano condurre dai movimenti dei loro corpi in quella zona d’ombra dove si posano gli sguardi, quasi si sfiorano, lei appena più bassa di lui, non stacca gli occhi dalla sua figura, non vuole perdere la concentrazione. Il ragazzo fa un gesto, è un attimo, un momento, lei lo segue, i due scompaiono nella folla.

     Per loro, almeno, la serata si mette bene, pensa lui guardandosi in giro e cercando il resto della compagnia, che si è liquefatta nella mischia. 

     Ha bisogno di tirarsi su, di reggere fino all’alba, ma non ha la forza di raggiungere la reception, pressato com’è dalla calca di corpi, che lo soffoca e lo affonda. Si sente sfiorare una spalla, si volta a fatica. Due occhi spuntano dal buio, lampeggiano in quella semioscurità lattiginosa, gli sembra di riconoscerli, sì, è proprio lui. 

      L’amico tira fuori una pasticca, la chiamano ecstasy, scioglie il corpo e in un baleno annulla le distanze, le insicurezze e la paura di sempre. È un attimo, costa poco e ti rimette subito a posto con tutti. Il ragazzo torna a ballare. In una manciata di minuti ritrova tutta la sua forza, il sangue pulsa veloce, sempre più veloce, gira al massimo.

     Qualche ragazza incomincia a notarlo, lo segue nei movimenti. Ora è davvero bravo, ha un magnetismo addosso, che cattura, la sfiga se n’è andata. Respira forte, i vestiti gli si sono incollati addosso, viscidi come tutto quello che gli nuota attorno. Suda molto, fa un caldo d’inferno, gli manca l’aria, il respiro, si sente male, rantola, si accascia al suolo.

     Gli amici lo soccorrono, cercano di fare spazio, di tirarlo su. Sopraggiungono i buttafuori, che non vogliono sentire ragioni, che di fastidi ne hanno fin troppi e li allontanano dal locale.

     Fuori sta spuntando l’alba. Un pallido raggio di sole gli imbianca il viso smorto e lui fa appena in tempo ad assaporarne il tepore, poi spira fra le braccia degli amici.

     I giornali il giorno dopo riporteranno il caso, seppellendolo sotto una montagna di altre notizie e parleranno dei giovani, immancabilmente, solo tra sette giorni alla prossima vittima.  

 

27 gennaio 2000

Franco D’Arco

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