La Porta degli Angeli
 

 

 

 

 

 

 


     Erano già tutti lì, infagottati nelle loro giacche a vento, infreddoliti e stanchi della notte, ma contenti di vivere per un momento fuori dal guscio solito della loro esistenza, con gli occhi socchiusi, le mani arrossate, la punta del naso umida, felici di essere lì, di andare, di esserci.

     Li guardava affrettarsi, correre verso il pullman con i loro zaini sulle spalle, vocianti e gli dispiaceva lo sciupio a cui non avrebbe voluto assistere, ma il richiamo era stato troppo forte, come rinunciare a tornare in quella città, che in un torbido febbraio di tanti anni prima era stata per un attimo la sua unica casa, una dimora morbida e profumata dal sapore dei pioppi che si aprivano a quella strana primavera incipiente.

     Ne ricordava il profumo, forse era solo quello che voleva risentire ancora una volta disperdersi fragrante nell’aria densa del giorno e invece un cielo grigio, appena venato d’azzurro, era tutto ciò che in quel momento i suoi occhi stanchi, bruciati da una notte quasi insonne, gli mostravano.

     Dentro, sul pullman, che navigava piano nel basso ventre della pianura sonnolenta, era tutto un cicalio che stentava a decollare, a diventare allegria, vita perché è così difficile rompere la monotonia dei giorni uguali che ognuno colleziona da sé e si ha sempre il bisogno di una spinta, di qualcuno che apra la porta e ti lascia entrare, ma non c’era nessuno tra loro capace di farlo e si restava inchiodati a quelle poltrone, che sapevano di polvere, di viaggi consumati in fretta da plotoni di vacanzieri, che macinano chilometri su chilometri per ritrovarsi poi sempre allo stesso punto.

     Vedeva tutto questo scorrere nei suoi occhi, come in una pellicola che stenta ad avviarsi, le solite battute, gli stessi scherzi e la musica che fatica a decollare, come l’umore della festa che manca quando, invece, sarebbe bastata una canzone a tirarli tutti via dall’impaccio delle loro modeste abitudini e a non sprecare l’occasione di vivere un momento che non si sarebbe ripresentato più.

     I viali regolari della città gli si aprivano davanti nel poco traffico, che li animava, guardava scorrere le insegne, la gente sui marciapiedi, le biciclette nella luce bianca del tardo mattino, poi appena il tempo di scrutarsi attorno, di raccogliere il giubbotto di pelle e tutti erano giù per via con la fretta di dar fondo alle provviste portate da casa.

     Si ritrovò accanto solo qualcuno, uno sparuto gruppetto, meglio così. Si diresse verso il centro, gente tranquilla gli sfilava attorno e niente rumore, solo parole sussurrate cordialmente e bei negozi nella via più elegante.

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22 aprile – 25 aprile 2001

Franco D’Arco

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