La minaccia di Monica

Uscita

     Daniele ritorna in città per quelle stesse strade che lo avevano visto arrivare alcune settimane prima, ma tutto, ora è immobile, spento, come in un vecchio film, che non vuole finire e solo il pensiero di lei in salvo lo rassicura, gli rende sopportabile l’attesa. Quando entra in casa, trova Monica che lo sta aspettando:

“Ciao” - le fa lei.

“Ciao”.

“Ti faccio un caffè?”

“No, grazie”.

“Stanotte il telefono avrà squillato venti volte. Cercavano te o lei?”

“Lei, probabilmente”- le risponde Daniele, raccogliendo le poche cose che gli servono per il viaggio.

Lei lo vede aggirarsi per le stanze e capisce: “Hai deciso di andartene?”

“Sì!”

“E a me non hai pensato?”

“A lungo”.

“E cosa hai concluso?”

“È giusto così per il bene di tutti e due. Noi non stiamo più insieme per abitudine, ma per disperazione”.

“Ma anche stare insieme per disperazione vuol dire molto? Perché, allora, non mi hai lasciato tre mesi fa?” – le chiede lei, avvicinandosi.

“Non ti ho lasciata perché ho capito che quell’insulso ragazzetto ti avrebbe scaricato dopo aver fatto i suoi comodi. Saresti rimasta sola e dovevo essere io a darti una mano, ecco tutto”.

“E perché per te dovrebbe essere diverso? Daniele, alla nostra età le cose ce le danno solo per potercele riprendere. Come puoi farti ancora delle illusioni?”

E lui, con una strana luce negli occhi, le risponde deciso: “Ti sembra così assurdo?”

     Monica si sente impazzire dalla rabbia, ma il suo silenzio, le sue buone maniere, le impediscono di sfogarla e allora lo provoca, vuole ferirlo, distruggerlo, trascinarlo con sé nella rovina e nell’odio:

“Tu sei incapace d’amore, come sei incapace di rimorsi! Pensa a Livia e di’ finalmente la verità su quest’angelica creatura, che nessuno è degno neppure di nominare. Hai idealizzato una ragazzetta paranoica solo per rifugiarti di tanto in tanto in un’oasi di pena e scriverci sopra cinquanta brutte poesie”.

“Il quadro è tuo, non farti fregare quando lo venderai”- gli risponde lui, evitando ancora una volta le sue provocazioni.

“E tu come farai?”

“Mi arrangerò”.

“Oh, se per quello potrà sempre arrangiarsi lei con qualche marchetta, dicono che sia molto brava”.

“Grazie, mi rendi tutto più facile”- le risponde lui, dispiaciuto per quelle parole piene di rancore.

“E credi che finisca così? No caro, non riuscirai a farmi impazzire, sai, non ti liberi di me con il tuo silenzio e la tua educazione da gran signore, piuttosto io m’ammazzo!”

“ l’hai minacciato spesso” – le ricorda lui.

“Certo, perché vivendoti accanto mi mancava l’aria. Ti ho sopportato per dieci anni solo perché mi facevi pena. Ma cosa credi che ti abbia tradito una sola volta?”

“Mai supposto, Monica per carità!”

“Io ti ho tradito sempre in tutti questi anni e con chi capitava e perfino mentre eri nella stanza accanto”. Si aspetta una risposta da lui, ma Daniele rimane in silenzio, raccoglie le ultime cose e si allontana e lei si ritrova ancora più sola, disperata:

“E adesso che faccio, ritorno a Mogadiscio e mi presento a mio marito dopo dieci anni con il culo per terra, supplicandolo di riprendermi? Io non sono più giovane, non voglio finire sola come un cane”.

“Addio” – le dice semplicemente lui sull’uscio della porta.

“Aspetta, questa volta lo trovo il coraggio, non ho nulla di caro su cui giurare, ma te lo giuro lo stesso, se tu esci di qui, io apro il gas e mi ammazzo!”

Daniele china il capo, come se fosse schiacciato da un pesante fardello, si gira e con tristezza, aggiunge: “Vorrà dire che per odio, mi avrai fatto l’estremo male possibile”.

 

L’aggressione

 

     Si ferma poco dopo al solito locale sulla marina e le telefona, ma la linea è occupata, allora attacca il ricevitore e si avvia verso l’uscita, ma ad un tavolo d’angolo c’è Spider e Marcello che pranzano, i due l’hanno visto e lo guardano indecisi, non ha voglia di fermarsi e li saluta solo con un cenno della mano.

     Fuori, gli si para davanti il Miura di Gerardo, lo guarda un attimo, in fondo se l’aspettava, ma dall’auto esce, invece, un tizio grande e grosso, una bestia d’uomo, che l’aggredisce subito a calci e a pugni. Spider e Marcello, sentendo il rumore della frenata e le grida minacciose dell’uomo, accorrono in suo aiuto, ma è ormai troppo tardi, Daniele è a terra svenuto.

 

Il congedo dagli amici

 

Quando rinviene, si ritrova disteso su un letto, dolorante e coperto di botte.

“E così, le abbiamo prese, eh!”- gli fa Spider, vedendolo aprire gli occhi.

“ Dove siamo?”

“A casa di Marcello”.

“E che cosa ho?”

“Eh, un po’ come se tu fossi andato sotto un treno: una costola incrinata e, beh, insomma, un po’ sotto sopra dappertutto, ma è meno grave di quanto sembrava”.

“Aiutami” – lo prega Daniele, cercando di alzarsi dal letto.

“ Ma che vuoi fare? Aspetta, dove vuoi andare?”

“Da Vanina”.

“Abbiamo cercato di avvisarla - gli fa lui- ma non l’abbiamo trovata, a Misano non c’era più”.

“È a Monterchi da sua sorella”.

“Senti un po’ perché non aspetti fino a domani, l’avvisiamo noi, no?”- cerca di trattenerlo, Spider, vedendolo deciso ad andarsene in quelle condizioni.

“Trovami qualcosa da bere”- gli chiede, invece, Daniele, sciacquandosi il viso a fatica.

“Tieni!” e Spider gli porge una bottiglia di whisky.

Daniele la prende e manda giù qualche rapido sorso, poi gli dice: “Va meglio, molto meglio – e gli domanda - Perché non mi avete portato all’ospedale?”

“Ne sarebbe nato un casino storico e il primo nome a saltare fuori, sarebbe stato proprio quello di Vanina”.

“Paura di essere ricattati un’altra volta?”- fa lui, ironico.

Spider non risponde, si gira, pesca qualcosa dalla tasca della giacca e gliela porge: “Ecco i tuoi assegni, li ho comprati da Fleca”.

“E perché?”

“Uhm, perché, perché non sono costati cari, poi credo che abbia fatto un grosso affare anche lui, con l’aria che tira, rischiava di non prendere niente neanche lui”.

“Quanto ti devo?”- gli domanda Daniele.

“Niente”.

“Come niente?”

“Niente, parlo turco? – gli risponde secco Spider per chiudere lì la questione e poi, cambiando discorso, gli chiede - Quanti soldi hai?”

“Centomila”.

“Ci fai la birra con centomila lire. Vedi, cerco di corromperti per farmi perdonare, sai”- egli allunga un fascio di banconote.

“Fai benissimo”- Daniele prende i soldi, ne mette una parte in una busta, che porge a Spider, dicendogli: “Puoi darli a mia moglie?”

“Marcello ha cercato di telefonarle, ma ha trovato sempre occupato, sempre”- gli dice l’amico, mettendosela in tasca.

“Occupato?”- gli domanda Daniele, preoccupato.

“Sì, vuoi che riprovi?”

“No, vai appena sono partito”.

“Okay!”- fa lui, poi si allontana da Daniele e avvicinandosi al letto, tira fuori dalla tasca il libro di poesie e ve lo lancia sopra.

“Come l’hai scovato?”

“Eh, Spider veggente e mago ha infiniti poteri, è curiosissimo”:

“Livia era una mia giovane cugina, morì a sedici anni, l’anno dopo scrissi queste poesie” - gli confessa finalmente Daniele, rispondendo alla domanda che l’amico gli aveva fatto il giorno prima alla Querciaia.

“E perché scrivi: <Il gesto altero di viltà o coraggio>?”

“Perché si uccise”- gli risponde lui, senza più evitare la sua curiosità.

“E quest’altra: <Ricevo una lettera da verdi campagne inglesi>?”

“Mio padre, morì in guerra in Africa, medaglia d’oro. Dio mio, come la vita di un uomo è piena di morti! – poi si allontana, afferra il cappotto su una sedia e girandosi verso Spider, gli dice solo - Vado”.

“Lascia che ti aiuti io – gli fa l’amico, dandogli una mano, poi aggiunge - Che dio ti protegga”.

“Ha altro da fare”- gli risponde Daniele, uscendo.

 Fuori lo aspetta Marcello: “Ti ho fatto il pieno”- gli dice.

“È un avvenimento, il pieno di benzina, un sacco di soldi, parto con tutte le benedizioni”.

“La valigia è dietro”- aggiunge l’altro.

Spider si avvicina a Daniele, è giunto il momento degli addii, sa che forse non si rivedranno più e gli dice, citando Shakespeare: “Allora, prendiamo il nostro eterno commiato, addio e per sempre addio Cassio, se ci rincontreremo, avremo il sorriso sulle labbra, altrimenti valga questo come ottimo congedo“.

Daniele lo guarda un po’ sorpreso, sente l’emozione dell’amico e cerca di smorzare la tensione con una battuta: “Sei un uomo di buone letture”-

“Vaffanculo!” gli ribatte Spider, allontanandosi amareggiato.

Marcello gli sorride e lo saluta con un ciao, poi Daniele entra in auto e va via.

 

L’ultimo viaggio

 

     La strada è avvolta dalla nebbia, Daniele si ferma in bar e telefona a Monica, ma la linea continua ad essere staccata, allora chiama la società dei telefoni per farsi sbloccare il numero, ma la centralinista gli comunica che il telefono deve essere guasto o fuori posto. Si rimette in auto, ma le parole rabbiose di Monica lo fanno fermare di nuovo e stavolta telefona a Spider.

“Ho suonato due volte, ho bussato, ma deve essere fuori, non preoccuparti”- gli dice lui, calmo, non potendo immaginare che invece lei era lì, immobile a consumare la sua vendetta, una sigaretta dopo l’altra.

“Tornaci per cortesia, tornaci e se non risponde, sfonda la porta, subito ti prego” – gli fa Daniele, preoccupato.

“Ma che cos’hai, ti senti male?”

“No! Vai, ti raggiungo subito” – e attacca.

     Sente che questa volta Monica fa sul serio ed è allarmato, teme di giungere troppo tardi, ma all’uscita del vialetto dalla nebbia sbuca una cisterna, che prende in pieno l’auto, scagliandola contro il guardrail, l’auto rotola giù per la scarpata e la benzina prende fuoco, poi più nulla.

 

La prima notte di quiete

 

     È una fredda e luminosa giornata di novembre, quando la Ferrari di Spider attraversa il grande parco dei Dominici e si ferma in fondo al viale poco distante dall’antica e monumentale dimora dell’amico morto. Si guarda intorno e nella quiete di quel luogo gli sembra di riascoltarne la voce:

“Eh, ogni tanto vengono in mente dei ricordi senza ragione. Colui che voi cercate, non è qui…”

“È risorto come disse il terzo giorno, andate vi ha preceduto in Galilea, là lo incontrerete“.        “Sei cristiano?”

“Sono ateo”. 

Poi si avvia verso l’ampio scalone per l’ultimo eterno commiato.

 

18 gennaio – 11 febbraio 2001

Franco D’Arco

 

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