
Faceva freddo e
un vento gelido batteva la strada. Guido si teneva lungo i
muri per evitare i rari passanti, aveva fretta e voleva arrivare prima di
restare intrappolato nella solita manifestazione; già ne sentiva in lontananza
i rumori, ma qualcosa lo trattenne.
Un gruppo di studenti gli passò accanto, quasi di corsa, dirigendosi
verso il corteo. Arretrò leggermente e, in quell’istante, i suoi occhi
incontrarono quelli di una ragazza, erano azzurri e sorridevano felici, la vide
scivolare via in un bellissimo maglione colorato. Era andata, pensò, ma lei si
voltò, cercandolo con lo sguardo e gli sorrise. Si staccò dal marciapiede, la
raggiunse. I suoi capelli biondi le ricadevano in morbidi riccioli sulle
spalle, illuminandole il viso delicato. “ Ciao ! “ gli disse con una voce
dolce, appena percepibile in tutto quel frastuono e lo prese sottobraccio.
Si chiamava
Marina, era al primo anno di università, ma la loro conversazione presto prese
altre direzioni. A Guido piaceva quella voce, quel visino pulito, il suo modo
di guardare ancora in grado di sorprendersi e si lasciò condurre dal suo
istinto senza pensare a niente. Poteva essere un incontro come altri in
passato, era facile allora fare amicizie nei cortei; la sensazione di
partecipare a qualcosa di importante annullava le distanze e tutti si sentivano
più vicini. Ma quella volta non andò così. Marina era diversa, aveva qualcosa
che la rendeva speciale agli occhi di Guido e lui non se la lasciò scappare.
Da allora si
videro quasi tutti i giorni, studio permettendo, e le sere andavano in giro o
si incontravano con gli amici nei soliti locali affollati e pieni di musica. La
grande città era così diversa di notte, sembrava davvero fatta solo per loro;
niente odio, nessuna confusione, solo giovani come loro, che erano ancora in
grado di trovare qualcosa di piacevole o di bello che li tenesse uniti.
Marina abitava in
un palazzo sul lungomare. Guido c’era stato diverse volte, fingendosi un suo
compagno d’università. Il suo aspetto austero e borghese gli trasmetteva sempre
una sottile sensazione di disagio ogni volta che varcava il suo portone e
saliva le scale in marmo; poi tutto passava quando lei gli apriva la porta e lo
faceva entrare. Com’era diversa la sua camera dal resto della casa grande e
ricca; era ariosa e bianca, piena di luce, con le grandi ninfee di Monet alle
pareti e il soffice tappeto colorato sul pavimento. Era lì che si sedevano ad
ascoltare musica, a scherzare o a scambiarsi gesti da innamorati; poi lei
inventava sempre una scusa per uscire e si ritrovavano nella via ancora un po’,
prima dell’autobus che l’avrebbe riportato indietro.
Due anni dopo,
era una mattina di febbraio, rigida e piovosa. Guido correva come se non avesse
peso e Bruno, un suo amico, stentava a stargli dietro. In lontananza si
avvertivano ancora i clamori degli scontri, erano ormai quasi impercettibili,
coperti dal rumore dei loro passi sul selciato, che li portavano via da quel
gioco divenuto assurdo. Passavano di corsa senza guardare attorno, accanto a
vetrine infrante e carcasse di auto rovesciate, con l’unica preoccupazione di
esserne fuori al più presto. Il sogno sembrava proprio finito e nel modo
peggiore.
Guido gli era
vicino, Bruno lo seguiva nei suoi agili movimenti e doveva essere contento che
lui non avesse portato Marina. Certo, non sapeva come fosse riuscito a
convincerla, ma l’importante era che lei non fosse lì in quel momento.
Arrivarono al vecchio pub, sudati e stanchi, si infilarono dentro, scendendo
rapidi le scale e, davanti ad una buona birra, iniziarono a parlare.
“ Come è andata ieri, cosa ti hanno proposto ? “ - disse
Bruno, guardando Guido negli occhi. Sapeva che il partito lo cercava; aveva
bisogno di giovani come lui, forse solo per creare l’illusione del cambiamento,
e lasciare poi le cose come stavano, ma per Guido poteva essere un modo per
tirarsi fuori da quella realtà precaria e senza futuro.
“ Lo puoi immaginare ? “
“ No, dimmelo tu ! “
“ Il cerchio si è chiuso: o fai come dicono loro e allora c’è
spazio anche per te, oppure te ne vai. Pensa, ho da scegliere, in questo sono
proprio bravi, solo che le loro proposte non m’interessano, dovrei rinunciare a
troppe cose e recitare una parte nella quale non mi sono mai riconosciuto
davvero.”
“ E così hai buttato via questa occasione, non ne avrai
altre ! “
“ Non me ne importa, in qualche modo farò, quella non è vita
per me e poi, è tutto finito ! ”
“ Perché, allora, sei venuto alla manifestazione ? “
“ Lo dovevo ad un amico, altrimenti lui si sarebbe messo nei
guai.“
“ E a momenti ci finivi tu ! Ti fa male il colpo ?
“
“ Beh, lo sai che i poliziotti non scherzano, sanno dove
colpire e credo che mi abbiano incrinato una costola, in questo sono proprio
esperti. Parliamo d’altro, vuoi ? “
“ Marina lo sa ? ”
“ No, ci vediamo oggi nel pomeriggio e le dirò tutto. “
“ Capirà ? “
“ Non lo so, lo spero, è l’unica cosa vera e bella che ho e
non vorrei perderla. Ora andiamo, altrimenti faccio tardi con lei. “
Una brezza
gelida di mare gli spettinava i capelli, doveva far freddo, ma lui sembrava non
farci caso, seguiva il corso dei suoi pensieri e prestava poca attenzione alla
gente, al traffico e a quel cielo grigio che prometteva solo pioggia. Varcò il portone
e salì le bianche scale di marmo. Stavolta non aveva voglia di prendere
l’ascensore, sarebbe arrivato troppo presto e, forse era proprio ciò che non
voleva.
Marina l’accolse
come sempre, bella e sorridente, la sua morbida pelle e il suo profumo, che gli
piacevano tanto, per un attimo gli fecero dimenticare il motivo per cui era lì,
ma si riprese, le sfiorò le labbra con un bacio e poi si lasciò condurre al
sicuro nella sua stanza.
“ Ci sono stati disordini ? Ho sentito la radio, parlava
di incidenti con la polizia, ero preoccupata per te, perché non mi hai
telefonato ? “ Lo guardava con un aria quasi di rimprovero, che le rendeva
più splendenti e dolci gli occhi. Guido se ne accorse, si alzò, andò verso la
grande vetrata e guardò il mare agitato, che batteva sugli scogli, poi si voltò
verso di lei e, come per farsi scusare, sorridendo le rispose.
“ Il solito, per questo non volevo che tu venissi, però c’è
qualcosa d’altro che devo dirti ed è meglio che lo faccia subito perché non so
se dopo ci riesco. - Marina intanto lo seguiva con gli occhi, ora non
splendevano più, erano soltanto tristi - Ho rifiutato, non me la sento di
diventare come loro, un ingranaggio di un gioco solo più grande, preferisco
starne fuori.”
“ E che ne sarà di noi, non ci hai pensato ? Poteva
essere un modo per uscire da questa stanza, per avere un futuro, ma tu l’hai
buttato via e vorresti che io ti seguissi. Non è possibile lo sai, sono
abituata alle mie comodità, a questa mia vita sicura e protetta, non potrei mai
rinunciarci e tu questo non puoi darmelo. Se accettassi, finiremmo per farci
soltanto del male, lo so e io non...” Abbassò il viso, non voleva che la
vedesse piangere, ma Guido lo sapeva e per ridurre la tensione, cambiò
discorso.
“ Allora è deciso,
quest’estate vai in America per il master ? “
“ Sai che i miei ci tengono e anch’io; poi l’anno prossimo è
l’ultimo e penso proprio di continuare la specializzazione lì. E tu che
farai ? “
“ Qui ho chiuso, me ne vado il più lontano possibile, forse a
Venezia o a Trieste e cercherò di arrangiarmi. “
Le si avvicinò, le sollevò il mento dolcemente e aggiunse.
“ Doveva finire proprio così, un po’ come il sogno di questi
nostri anni, ma almeno ci siamo incontrati ed è stato bello finché è durato. “
Con un dito le asciugò le lacrime e la guardò per l’ultima
volta, poi si voltò, infilò il suo giubbotto e andò via.
Ormai ne era
fuori e questa consapevolezza era tutto ciò che rimaneva del suo passato. In
quel momento voleva solo allontanarsi da lì.
A Trieste spirava
la bora, pioveva e faceva freddo, Guido vi era giunto in mattinata dopo una
lunga notte in treno, prese una camera all’hotel Italia, un nome che non gli
piaceva, posò le sue cose e uscì. L’attendeva un grigio lavoro burocratico, che
l’avrebbe tenuto lì per diversi mesi. Quando finì, era stanco, però non voleva
ritornare in albergo; e poi, doveva trovarsi un’altra camera, allora decise di
puntare verso la bella piazza del municipio.
Le eleganti vie
del centro erano affollate di gente impegnata nello shopping. Forse era stata
una cattiva idea venire lì, pensò; stava per tornare indietro, quando una
birreria attirò la sua attenzione: prese posto in un angolo e si fece servire
una Guinness.
Guardava con
occhi distratti l’ambiente, c’era un po’ di tutto: Italiani, stranieri e le
loro conversazioni arrivavano a lui confuse, ne riusciva a cogliere solo
qualche frammento. Poi al suo tavolo vennero a sedersi due ragazze, dovevano
essere francesi, una veramente carina, aveva lunghi capelli castani, annodati
dietro e la pelle leggermente abbronzata. Parlavano tra loro a bassa voce e
ogni tanto lo osservavano, scambiandosi occhiatine sorridenti. Guido non capiva
quasi nulla di quello che si dicevano, ma gli piaceva la loro voce e dal tono
aveva avuto l’impressione che alle due non era completamente indifferente.
Si fece avanti e
chiese se gli sapevano indicare una buona pensione, disse che era appena
arrivato in città e non conosceva nessuno. La ragazza carina lo guardò con
attenzione, la sua voce doveva averla piacevolmente colpita, gli rispose che
poteva venire alla loro, era un posticino tranquillo e si stava bene. Andarono
avanti così per una mezz’ora, scherzando e parlando un po’ di tutto.
Guido si sentiva
finalmente contento, in tutti quegli anni aveva cercato sempre qualcosa di
diverso, di speciale, senza mai trovarlo veramente e ora la vita, quella vera,
glielo mostrava. Si alzarono e si diressero verso l’uscita.
9 - 11 aprile 1998
Franco D’Arco