La bella casa arredata con
stile e gusto moderni gli sembrava in quel momento un corpo estraneo, una vita
non sua, eppure, era cresciuto lì, tra quelle pareti, protetto e invidiato,
aveva avuto tutto ciò che gli altri potevano desiderare, nulla gli sfuggiva,
ogni cosa era alla sua portata e per un po’ vi aveva anche creduto, come se
quella dovesse essere la sua vita. Studio, lavoro, carriera assicurata e una
casa così in futuro, adagiata sui colli di Bologna dentro un’esistenza
indaffarata, ricca di occasioni, d’incontri, di successo meritato, questo
l’aspettava, ma, intanto, sfondava con lo sport, le ragazze, i viaggi
all’estero e il gran lusso dei suoi modi di fare per mettere a proprio agio la
gente, anche se gli altri sapevano benissimo che non sarebbero mai stati come
lui.
Per ogni cosa
che faceva, non aveva bisogno di sforzarsi, gli veniva su una meraviglia, senza
fatica, fosse studio, lavoro, ragazze sedicenni sboccanti e tirate a lucido per
una serata divertente o altro, tutto gli andava bene, sembrava che, senza
impegnarsi in alcun’attività in modo particolare, egli avesse trovato la
felicità, l’equilibrio e che il nirvana, non fosse una condizione da
raggiungere o da cercare, ma bastava stare fermi e aspettare ed essa sarebbe venuta
da sola.
Aveva
tutto, eppure, sentiva che gli mancava qualcosa, gli sembrava di aver ucciso ad
uno ad uno, giorno dopo giorno, quei ragazzi felici, che era stato un tempo, ma
non sapeva cosa, era solo una sensazione, un vuoto, che lentamente s’insinuava
dentro, insopportabile, insopprimibile.
Cosa
aveva fatto fino ad allora, di cosa era vissuto, ora se lo chiedeva e non
trovava risposte. Guardava il volto amabile della madre ancora giovanile e così
affettuosa con lui, seguiva le parole del padre, fermo nelle sue decisioni, ma
dai modi comprensivi e sicuri, e si domandava, cosa andava cercando, bastava
affidarsi a loro e la sua vita era già tutta pronta e da spendere con piacere,
eppure, quel vuoto non trovava modo di estinguersi, si approfondiva sempre di
più, rodendo le sue fragili certezze. Non era nessuno, solo un nome e
nient’altro, una casella vuota che lui non sapeva come riempire, questa era
l’unica, amara verità.
Alla
fine era giunto il momento anche per lui di guardarsi dentro e di scoprire che
quello che l’aspettava era solo un frammento di vita, che apparteneva ad altri,
non a se stesso ed era diventato un problema, il suo problema, non sapeva più
chi era, cosa voleva e aveva l’impressione di svanire inesorabilmente, giorno
dopo giorno, insieme a tutto ciò che gli avevano fatto credere e sognare.
Quel
pomeriggio di gennaio faceva particolarmente freddo, l’aria era pungente e
limpida, come a volte sono le giornate d’inverno con il sole che splende, ma
non scalda, simile alla vita che si stava conducendo e fu allora che li vide
per la prima volta. Erano un gruppo di
giovani molto estremi per lo standard del tempo. Capelli colorati, abiti
stracciati, catene, spille e orecchini infilati un po’ dappertutto, “ erano
circondati di solitudine, estranei e ostili al mondo, dei forestieri”, e davano
l’idea di un qualcosa di cupo, segreto, sofferto e violento.
Furono
una rivelazione. Fino ad allora lui aveva seguito tutte le mode, gli stili, i
capricci di una vita agiata e contenta, ma poi si era accorto che quel suo
sbattersi era solo un modo per accontentare gli altri e per essere come loro,
un modo per farsi fuori e, in quel momento, decise di lasciar perdere tutto e
di seguire solo ciò che sentiva veramente, senza più finzioni o il bisogno di
doversi nascondere dietro un velo d’apparenza.
Si avvicinò a loro. Una ragazza con una
minigonna vertiginosa, un giubbotto di pelle sulle spalle e i capelli sparati e
colorati, gli si fece incontro:
“Toh, guarda e tu da dove spunti con quell’aria da
fighetto, che conosce tutto il mondo, sei venuto qui per provocare?”
Intanto, un altro ragazzo con una gran cresta da mohicano biondo,
pantaloni bondage, Doc Martens, gli si era accostato alle spalle, tagliandogli
ogni via di fuga, il resto del gruppo si era schierato dietro la ragazza e
tutti attendevano le sue mosse.
“No, è che mi sentivo solo in questa città e
vedendovi così diversi, così estranei e ostili, pensavo che almeno con voi potevo
ritrovarmi, probabilmente, mi sono sbagliato”.
Lo
sguardo altero con cui la ragazza l’aveva accolto prima, era scomparso, i suoi
occhi ora si erano fatti dolci e immensamente tristi, fu un attimo, poi si
scosse e gli porse la mano, una piccola mano, che brillava nel freddo, lui
gliela strinse e lei lo tirò a sé e gli presentò il resto della compagnia.
La
sera entrò nell’ampio studio dove il padre amava rifugiarsi dopo una giornata
d’intenso lavoro, s’avanzò alle sue spalle e rimase là, fermo, finché suo padre
s’accorse che c’era qualcuno dietro di lui e senza voltarsi, disse:
“Sei tu, Luca? Allora di’ quello che sei venuto
per dire, che ho da fare”.
“Desidero andare via per un po’, ho bisogno di
stare con me stesso e qui non ci riesco. Domani mattina mi trasferirò presso un
gruppo d’amici, che hanno messo su una radio libera dalle parti di Piazza Santo
Stefano. Spero che tu non ti opponga”.
Il
padre, taceva, lasciò consumare la sigaretta, lentamente, e solo quando si
spense, parlò:
“Non voglio irritarmi con te, non l’ho mai fatto,
ma non ripetermi più una richiesta del genere”.
Lo
disse in tono brusco, quasi irritato, ma poi aggiunse, con un fare più bonario
e invitante:
“Lo sai anche tu che è una sciocchezza, non so
proprio come ti sia passata per la mente. Cosa ti manca? Hai tutto, cos’altro
vuoi, non vedi, è soltanto un capriccio, andiamo su, lasciami lavorare”.
Luca
restava in piedi, muto, con le mani nelle tasche, immobile, attendeva, e
avrebbe continuato così per chissà quanto tempo.
“Che aspetti?” chiese il padre, alzandosi e
voltandosi verso di lui.
“Tu lo sai”.
Gli
rispose lui calmo, i suoi occhi scintillavano nell’ombra, mai erano stati così
vivi e limpidi. Il padre se n’accorse, per la prima volta li vedeva in suo
figlio e capì che lui non abitava già più in quella casa. Allora posò una mano
sulla spalla di Luca e disse:
“ Non dimenticare che questa è sempre la tua casa
e che qui una volta ci stavi bene, ora va’, saluta la mamma e fatti vedere ogni
tanto, non scomparire ”.
L’alba
era giunta inattesa, Luca si voltò, non c’era nessuno, era solo con se stesso,
nulla di quello che l’aveva protetto e accompagnato fino ad allora era lì a
trattenerlo. Guardò per l’ultima volta la casa avvolta nel buio e sfiorò con le
mani i libri allineati in bell’ordine e le custodie dei suoi cd, poi andò via
senza far rumore, non voleva disturbare nessuno.
Il
rumore della ghiaia gli tenne compagnia lungo il sentiero del parco fino
all’uscita. Il cancello, quella volta, non cigolò, vide la moto, era lì dove
l’aveva lasciata la sera e si avviò lentamente. Si lasciava alle spalle la
collina con il suo profumo d’erba fresca e andava incontro alla città ancora
addormentata ai suoi piedi, ma già scorgeva le prime luci spegnersi con
l’avanzare del mattino, il primo dopo un lungo sonno.
In
piazza, davanti alla statua del Nettuno, l’aspettava la ragazza, gli salì
dietro, lei sentiva freddo e si strinse a lui con le sue piccole mani gelate,
partirono, filando nel vento a quell’ora del mattino.
30 – 31 gennaio 1999
Franco D’Arco