
La stanza era al buio, poche ombre l’invadevano, sembravano
squarci di un ricordo lontano. Fuori la neve scendeva lenta, lei guardava i
lievi fiocchi che si posavano a terra e si abbandonava al silenzio, oppressa da
quel mondo, che detestava.
Pensava a certe sere a casa, quando non sarebbe mai voluta più tornare e
alla sua voglia di lasciarsi andare, di arrampicarsi ad un sogno e poi cadere
giù: “Se non mi chiami, non so che farò…”, probabilmente era solo un modo per
abbandonarsi alla malinconia, anche se c’era sempre lui in fondo e le mancava
tanto, più di ogni cosa perché per lei era tutto. ”Se non mi chiami, dovrò
chiamarti io, Ok!”
Una
breve telefonata ed era come in un film, si rivedeva già ad ascoltare le solite
“Informazioni gratuite, il cliente da lei chiamato, non è al momento
raggiungibile, la preghiamo di riprovare più tardi…”.
***
Guardava
l’orizzonte, l’azzurro rarefatto, il vuoto, la noia, cercava di dimenticarla,
di sopravvivere in quell’atmosfera livida e nebbiosa, ma era inutile, il
ricordo del treno, che s’allontanava con lei, senza nemmeno una parola, gli
ritornava feroce, insopportabile, come l’illusione di poterla rivedere un
giorno. Ma cos’aveva? Uno come Andrea, che non ci cascava mai, innamorato, sì,
se voleva dire sentire anche in quel silenzio lei, se voleva dire che quella
lontananza lo uccideva ed era il peggior male da infliggere, il velo pietoso
che cala dopo uno spettacolo andato male, la tristezza negli occhi di chi è
stato lasciato o il freddo nel cuore di chi ricorda la persona che non c’è più
e poi dover ascoltare pure le battute: “Non è quella per te”. Ma che ne sapeva
la gente di loro e di come viveva senza di lei?
Aveva paura, una
sconfinata paura di non risalire più da quel fondo e certe sere come quella
pensava a cosa ne sarebbe stato di lui in quel mondo sbagliato, dove lei non
era più sua. Neanche lei ci poteva fare più niente, solo subire quell’inverno e
quella nevicata, che non cessava più.
***
Quel
male che provava era uno scudo con cui si proteggeva dal mondo, evitando tutti
e abbassando lo sguardo davanti alle difficoltà. Di tempo n’era passato, ma non
aveva scordato i sogni e le paure che facevano trovare negli occhi una nuova
promessa per non cadere nel vuoto d’incertezze sempre più fitte.
Adesso
era troppo difficile abbandonare ideali e progetti in cui aveva tanto sperato e
allora che rimaneva di loro? Si erano persi in un attimo e ora erano già
distanti. Cos’era rimasto dei loro silenzi, non gli importava nulla? Lei aveva
solo bisogno di un minuto per dirgli un’ultima volta:
“Che vuoi fare di noi? Non è cambiato niente? E
come stai? Domanda inutile, starai come me, ma mi viene da ridere a pensarlo…Se
io sapessi che tu mi pensi almeno una volta, avrei una ragione per andare
avanti, per dire sempre sì, finché la vita non lo dirà a me, così lontano,
eppure così vicino al mio cuore, non riesco a spiegarlo con le parole,
scusami…Innamorarmi è la mia malattia, lo so, ma sappi che non ti scorderò mai,
come un sogno che si avvererà per sempre.
Dietro
a questa finestra ti voglio stringere sotto la neve, e dirti che ci sei solo
tu, che uno come te non l’ho conosciuto mai, neanche in un sogno. Un’ora ti
vorrei odiare, ma non riesco, nonostante tutto, e penso a te, solo a te”.
***
Le
onde battevano sulla spiaggia, la ricordava quando l’aveva guardata con il viso
bagnato dalla pioggia ed era ancora più bella in quella sua fragilità senza
difese.
“Allora è la fine?”
Gli
aveva domandato. L’aveva aspettato nell’auto di un amico e lui non era riuscito
a trattenere quel dolore che lo prendeva:
“Dai, esci da questa macchina, sbatti forte la
porta e vattene, non avrò rancore, ma non venirmi a dire che ti dovrei capire
perché non ti potrei perdonare, se te ne andrai”.
Gli prese
la mano e gliela strinse. Andrea cambiò atteggiamento, lo sapeva che lei non ci
poteva fare nulla e si era anche odiato per quello che le aveva detto.
“Okay, mi dovrò abituare a camminare senza averti
accanto, a vivere senza sentirti mia”.
“Vorrei restare, credimi, ma lo sai, non posso,
devo tornare al mio mondo”.
“Già, il tuo mondo…Un’altra valigia da preparare e
tutto cambierà, e qualcuno sta già aspettando per portarti via da me, se adesso
te ne vai, ti giuro…”
Ancora una volta l’aveva accusata senza volerlo:
“Guardami negli occhi, sto per dirti che non avrò paura di restare senza di te…
Se te ne vai, non me ne frega niente…”.
Lo
disse ad occhi bassi, lei gli tirò su il mento e vide le sue lacrime tra i
capelli bagnati sul viso:
“So che menti”.
Andrea
la guardò negli occhi e provò per intero cosa voleva dire apprezzare, anche
solo un minuto o un gesto, la baciò per un lungo e intenso istante, mentre
qualcosa dentro gli cessava di vivere.
Quella sera,
tornando a casa in motorino, sotto la pioggia, si strinse forte “al suo
Andree”. Il vento le sferzava il viso e un brivido l’afferrava. Cosa stava
provando veramente? Si sentiva riprendere dopo quella lunga livida malinconia,
come la terra bagnata dopo una tempesta o qualcosa che ti ricarica le batterie
solo quando sei con lui e quel breve tratto di strada sotto la pioggia l’aveva
fatta pensare.
Le immagini si
confondevano e vedeva solo attraverso le vetrate del “Piazza Italia” il
motorino, che sfrecciava sotto la pioggia e due innamorati divisi dalla vita
perché il destino “separa i giovani amanti “ e loro non ci potevano fare più
niente, ormai.
Più tardi,
tornando a casa per quello stesso viale, ogni particolare gli ricordava lei, ma
ora era tutto immobile, spento, come in un vecchio film che non voleva finire.
***
Lei era ancora
lì, quanto aveva aspettato la scritta azzurra, confusa nella sua mente, la
stazione sul mare…Ricordava i bagni, le serate sulla spiaggia e quelle
annoiate, che pure le mancavano, le passeggiate sul lungomare, e quando lui
l’aveva portata al porto a vedere il vento infiltrarsi tra le barche di notte,
le luci sul mare o le belle giornate a fare tuffi dal molo e le notti insonni a
pensare che qualche giorno ancora e poi…
Tutto era durato
così poco e il treno si era già allontanato, rubando ai suoi occhi quei momenti
e quelle emozioni, ma la sua vita era altrove e lo sapeva.
***
Era sempre stato
così, quando si arriva alla fine di una storia e non si sa più cosa fare, la
“bella” protagonista deve andarsene. Ora toccava a lei, ora che aveva trovato
un amico su cui contare, un ragazzo che le voleva bene, doveva andarsene per
sempre.
Aveva amato quel
ragazzo fino a farsi male e ora le scriveva di non andare, che i suoi giorni non
avrebbero più avuto senso senza di lei, e i “TVTB” alla fine dei messaggi la
facevano riflettere e i “Cosa succederà tra di noi?” e rispondere “Non lo so”
per paura di sbagliare, per non voler bene alla parte di quel ragazzo che le
mandava quei messaggi “E quando ci penserai, quando non sarai più nei miei
giorni?” Lei non poteva più negarlo, sapeva di volergli ancora bene, in fondo e
gli rispose:
“Quando non ci sarò, mi dimenticherai, è così che va, sappi
però che tu avrai sempre un posto nel mio cuore, buonanotte”.
“Anche tu nel mio, mi dispiace solo di averlo spezzato, non
rispondere se vuoi, ma devi sapere che ti amo ancora e tanto e non potrò
dimenticare la ragazza per cui sto perdendo la testa, fai dolci sogni amore
mio, buonanotte”, le aveva risposto lui.
Rimase tutta la
notte ad ascoltare le vecchie canzoni piene di ricordi. Ma cosa le prendeva?
Ora che poteva andarsene, qualcosa tremava sulle sue labbra, no, non poteva
restare dietro ad una finestra a guardare “la sera invadere il viale” per tutta
la vita.
Sua madre era
sulla via del divorzio e aveva sempre sognato di andarsene per non dipendere
più da quel mondo e dato che loro amavano quella piccola città sul mare, aveva
deciso di trasferirsi lì.
All’inizio lei
l’aveva presa bene, odiava quella vita e quelle persone, ma ora? Aveva paura,
come tutte le ragazze dei suoi racconti, paura dell’ignoto e del nuovo, poteva
andarsene, già, come partire per una vacanza, dove lasci alle spalle le paure e
i problemi.
Poteva partire
per una vacanza senza fine e andare dal “suo Andrea”, ma qualcosa tratteneva i
suoi ricordi: erano i pianti, lei che ascoltava in silenzio le litigate dei
genitori, le canzoni ballate in pigiama con la sorella, i balletti buffi
inventati con l’amica per imitare le compagne, le serate passate a scattare
foto in mille pose da spedire agli amici, e spaccarsi in quattro per studiare,
quando si ha solo voglia di sprofondare, e sbirciare alla finestra la funivia e
la montagna, e tutte le serate ad ascoltare musica e parlare della gente in
generale, degli amici, di “Ale” e le lettere lette e rilette tutte d’un fiato
in quella stanzetta con ancora alcuni pupazzi sulle mensole per non voler
essere troppo grandi.
Sì, le sarebbero
mancati, era chiaro, ma aveva paura che con gli amici, con Andrea, una volta
andate ad abitare lì, sarebbe cambiato tutto. Non avrebbero più avuto il
coraggio di esprimersi liberamente perché le conseguenze se le sarebbero
trovate nella vita di tutti i giorni.
Ma ora non voleva
pensarci, aveva solo sonno e non aveva più voglia di riflettere sulla sua vita,
molto probabilmente sarebbe cambiata, il suo amico si sarebbe stufato di
aiutarla senza avere niente, i suoi amici di scuola li avrebbe persi, ma non le
importava, anche lei, forse, li avrebbe dimenticati, magari qualche messaggio
ogni tanto, ma alla fine non erano così vicini, non si potevano incontrare per
strada e salutarsi, scambiando quattro parole, ma forse era meglio così, la
falsità l’odiava, ma avrebbe vissuto quegli anni fino in fondo, perché
anch’essi facevano parte della sua vita e non li avrebbe sprecati.
***
Era un giorno
come tutti gli altri, pioveva e stava per andare a scuola a subire le solite
lezioni di sempre, quando lo vide.
Lui era lì,
sotto la pioggia. Rimase immobile, nei suoi occhi quell’attesa, quel dolore
come quella sera. Gli andò incontro e l’abbracciò, non aveva mai amato qualcuno
così tanto nella sua vita. Lo baciò e per una volta non sciupò tutto con parole
inutili, non servivano.
28 febbraio - 10 marzo 2001
Veronica Catania