Kay è stata qui
 

 

 

 

 

 

 

 


     Kay è stata qui, lo sento dall’aria mossa del primo mattino e dal profumo che avverto intorno, ma non c’è, non può tornare. Passava per strada con quei jeans sbiaditi, sempre un po’ più lunghi e stretti e m’innamoravo di lei ogni volta un po’ di più.

     Non so perché, ma aveva un modo di giocare sempre forte, fragile com’era, che mi entrava nel sangue, già, proprio così, e le piaceva farlo un po’ con me, che credevo a quegli occhi tristi e al dolore della sua voce, che solo io sentivo.

     Per essere bella lo era davvero, ma non era questo che prendeva in lei, no, la conoscevano tutti, d'altronde era impossibile non notarla, ma la evitavano. Allora non sapevo e mi sembrò strano quell’atteggiamento così ben condiviso.

     Anche per questo non mi piaceva la città, non mi piaceva la sua gente, tanti burini arricchiti senza un minimo di maniere e lasciai cadere la cosa per un po’, ma mi dispiaceva vederla così sola e capivo che non era contenta.

     Le sere me n’andavo in giro, poi tagliavo per una di quelle solite vie affollate di locali e raggiungevo il porto, lì mi aspettava la compagnia, gente del luogo conosciuta in un bar dei vecchi cantieri navali. Niente di particolare, ma ciò che li teneva uniti era la notte da passare in qualche posto lungo la riviera, era così che li avevo conosciuti.

     Filavamo lungo la Via Emilia, spavaldi sulle nostre auto luccicanti, incontro alla notte e riempivamo di rumore la nostra vita. Era un po’ com’esorcizzare il giorno, che doveva spuntare, immancabilmente all’alba con il suo codazzo di noia, occupazioni da poco e gesti rituali, che l’affollavano come sempre. Tra loro, io ero quello che se la passava peggio, un lavoro provvisorio, come tutto ciò che teneva insieme la mia vita in un futuro assente, mai un progetto, che andasse oltre qualche ora. Gli altri si erano arricchiti con attività poco trasparenti, se non illegali, un po’ come tanti in questo paese e ora se la godevano di sera, sempre pronti a bruciare tutto in un attimo. 

     Non so perché stavo con loro, forse erano gli unici a cui non interessava chi ero, già, probabilmente questa doveva essere la ragione, non facevano mai domande, alcun problema, e poi, io ero davvero bravo a non complicare la vita di nessuno, preferivo lasciarla scorrere, andare via.

     Ricordo quella sera, lei camminava sul ciglio della strada, senza badare alle auto, che le passavano accanto, si stringeva nelle braccia, faceva freddo e indosso aveva solo una maglietta nera sui soliti jeans sbiaditi. Camminava lentamente con la testa leggermente piegata da un lato, sospesa da qualche parte molto lontano da lì e vagava nella notte, assente, come tutto quello che le stava intorno e che non riusciva neppure a toccarla. I suoi capelli scuri ondeggiavano al vento di mare e lei, stretta in quella maglietta, che la fasciava appena, doveva sentire sempre più freddo.

     Accostai l’auto e, abbassando il finestrino, le chiesi se voleva un passaggio. Si arrestò sorpresa, mi guardò intensamente, poi, passandosi una mano tra i capelli, li scostò dal viso e vidi i suoi occhi luccicare. Per un attimo ebbi l’impressione che fossero contenti, probabilmente doveva ricordare il mio volto incrociato a volte per strada o qualcosa di più, poi con un gesto del capo, accennò di sì.

“Vuoi che ti porti da qualche parte, a casa?” Le chiesi, guardandola nella luce fioca dei lampioni. Lo dissi, come per rompere quel velo di timore e di disagio, che poteva esserci tra noi. Lei posò gli occhi su di me, dolci e tristi, come la sua voce, un filo di voce, che non si può dimenticare:

“No, a casa no, se non le dispiace, mi porti in giro, dove vuole, ma stanotte a casa no”.

     Fissava la strada, ma non guardava da nessuna parte. Capii che era meglio non chiederle altro e seguii la striscia d’asfalto lungo il mare. Guidavo silenziosamente, senza scosse, scivolando per le vie buie, sempre più fuori, sempre più lontano.

     La notte correva veloce e noi non avevamo fretta di porle termine. Ogni tanto i nostri sguardi s’incrociavano, era un attimo, poi lei abbassava gli occhi e guardava altrove, ma sapevo che sarebbe venuta a cercarmi di nuovo con lo sguardo, come per accertarsi una volta ancora, che io esistevo davvero e che non era un sogno.

     Arrestai l’auto davanti ad un vecchio locale semi nascosto sulla riviera, una scoperta fatta durante una delle mie solite scorribande notturne, era carino, niente a che fare con quei luoghi chiassosi e anonimi del sabato sera, sembrava quasi un pezzo di vecchio paese in riva al mare con le luci soffuse, ma non finte e dentro un’atmosfera riparata da vecchio porto in riva all’oceano.

     Cenammo con cose semplici, ma di buongusto, lei non aveva fame, però mi tenne compagnia, forse era quello che voleva di più in quel momento e a quell’ora tarda della notte le parlai di me, dei giorni andati e del mio strano lavoro, fatto di parole senza volto e di musica. Lei mi ascoltava, non diceva nulla, ma si vedeva che era tranquilla, come se la bufera fosse ormai passata. Mi guardò e mi sorrise, era la prima volta che lo faceva, poi, appoggiando la mano sulla mia, disse:

“Certe notti, quando mi sento proprio sola, ascolto la tua musica, il tuo programma alla radio, non sei come gli altri, da una canzone tu sei capace di tirar fuori una storia e sembra quasi di viverla, di esserci dentro e di vederne la fine”.

     Si fermò un attimo, abbassò lo sguardo, raccogliendo il respiro, era così bella che non aveva bisogno di dire nulla, ma lei continuò:

“Stasera, quando ti sei fermato, eri l’unica persona, che non immaginavo d’incontrare, ero a pezzi e avevo una gran voglia di farla finita, di buttare via tutto. Sai, è come quando hai giocato tutti i giochi e alla fine scopri che ciò che conta non è tanto vincere o perdere, ma uscire dal gioco e, invece, ti guardi attorno e vedi solo idioti sempre pronti con le loro risposte facili a metterti sotto, ad usarti e poi, buttarti via alla prima occasione. Tu, invece, non mi hai chiesto niente, ti sei solo preso cura di me ed è la prima volta che mi capita, hai capito e non hai detto nulla. Non so cosa farò domani, ma questa notte è la prima da tanto che mi trovo bene”.

     Parlava e si lasciava andare. In quel momento non c’erano più confini e continuammo ancora per un po’ con le solite cose, che si dicono due buoni amici a quell’ora tarda della notte.

     Il sole illuminava la strada ancora deserta, la città si apriva davanti a noi e io l’avrei rivista nel pomeriggio. Mi venne incontro con un’aria contenta e andammo verso le colline. Il suo ragazzo era fuori città e lei era sola, ma non sembrava dispiaciuta, anzi. Ci fermammo lungo la via per un gelato e una birra e lei mi parlò di sé, della scuola non finita e della voglia di andare via, magari all’estero, ma del suo ragazzo non una parola e neppure della sua famiglia.

     La guardavo con i capelli mossi dal vento, che ogni tanto lei scostava con la mano, tirando su il capo, era carino quando lo faceva e accennava sempre ad un sorriso perché si era accorta che mi piaceva vederglielo fare, poi, ad un tratto, le chiesi di lui. Lei mi guardò sorpresa, sapeva che gliel’avrei chiesto, ma non se l’aspettava proprio in quel momento, non era pronta, strinse gli occhi, tirando indietro il capo e mi rispose un po’ adirata:

“Lui non conta niente per me, contento!” Poi aggiunse subito, quasi volendo cancellare la durezza che mi aveva lasciato addosso:

“Ma tu cosa vuoi da me?” Lo disse con un filo di voce e abbassando gli occhi, aveva paura di guardarmi, di sentire le stesse identiche risposte di tutti gli altri, quelle che l’avevano portata lì alla fine dei giochi, sempre a fare i conti con se stessa, a ricominciare dal fondo buio delle proprie storie, senza mai un finale appagante o consolatorio. Le sorrisi e risposi: “Non è per divertirmi un po’ con te che sono qui, no, ho visto che eri sola e mi è bastato, credimi”.

“Ma tu non sai nulla della mia vita, potrei essere quella che non cerchi?”.

“Forse può essere solo un gioco di specchi, ma mi trovo bene con te e quello che conta, lo so già, il resto non ha importanza ”.

     Kay alzò gli occhi, erano profondi e chiari, trasparenti come il mare, che intravedevo in lontananza alle sue spalle, mi prese la mano e mi guardò, poi mi venne vicino, sempre più vicino, e sentii le sue morbide labbra sulle mie.

     Quella sera non l’avrei rivista, ero di turno alla radio e le ore non passavano mai, neppure la musica riusciva a distrarmi dal pensiero di lei. All’uscita salii in auto e mi diressi al porto verso il solito bar. Lì trovai Marcello, che stava finendo una rapida cena, presi un bicchiere di birra e lui m’informò sugli ultimi sviluppi della compagnia. Erano tutti da Mario a festeggiare non so più che cosa, così decidemmo di raggiungerli.

     La strada era sgombra. A quell’ora in giro non c’era quasi più nessuno, tranne noi, i soliti ritardatari. Mario era un locale sulla costa, una vecchia balera trasformata negli ultimi anni in pub e discoteca, senza essere nessuno dei due e questo era la sua cosa migliore. Dentro, luci basse e diffuse, musica e profumi vari, mischiati come la gente, che frequentava quello strano locale. La compagnia era sparpagliata un po’ ovunque e nella penombra si faceva fatica a riconoscerne i volti, così ci sedemmo ad un tavolo e ordinammo delle birre.

     L’aria era pesante e faceva caldo, intorno solo gente che si divertiva o faceva finta, dall’altra sala la musica da discoteca arrivava fino a noi. Mi guardavo in giro, ogni tanto riconoscevo qualcuno, allora un cenno della mano o del capo, qualche parola scambiata in fretta nella confusione dei rumori, che ci circondava, ma nient’altro, poi un gruppo irruppe dall’altra sala, erano allegri, un po’ alticci o qualcosa di più, e subito piombarono su alcuni divanetti miracolosamente rimasti sgombri. Vociavano e ridevano scomposti come matti, senza minimamente preoccuparsi di chi gli stava attorno, probabilmente una pausa prima di ributtarsi in discoteca.

     Distolsi lo sguardo, lo spettacolo non m’attirava, ma dalla penombra mi sembrò di riconoscere una voce, guardai con più attenzione e la vidi. Era seduta in mezzo al gruppo, parzialmente coperta dagli altri, e si stringeva a uno di loro, che la baciava sul collo e lei rideva, lasciandosi andare ai loro scherzi un po’ volgari e insinuanti. Non portava i suoi soliti jeans sbiaditi, ma una vistosa minigonna, il resto era in sintonia con la serata e si divertiva con tutti, che andavano giù duro.

“Quella ragazza in fondo t’interessa davvero, non le stacchi gli occhi di dosso?” disse Marcello, guardandomi con un sorrisetto ironico sulle labbra e poi aggiunse, con aria compiaciuta di chi la sa lunga:

“Vuoi che te la presenti?”

“Non ti disturbare, la conosco già” gli risposi per tagliare corto e cambiare argomento.

“Ma bravo, non perde tempo quella là. Chissà cosa avete combinato insieme?”

“Niente, non incominciare a farti i tuoi soliti giri mentali e lasciamo perdere questo discorso”. Gli dissi un po’ scocciato, ma lui non mollò, mi guardò serio e riprese:

“Non mi dire che t’interessa un tipo del genere? È una pazza, una sbandata, una brava solo a crearti casini”.

“Cosa vuoi dire?”

“Ma dai, davvero non sai nulla?”

“No, parla chiaro”.

“Accidenti a me che non tengo mai la lingua a posto, però volevo solo farti un favore, comunque nel giro più o meno tutti ci sono stati con lei e ne vale la pena, ma per una volta, non di più, perché è una che corre troppo e se le stai dietro, rischi di fare la sua fine. Per questo chi la conosce, l’evita. Credimi, è molto meglio, con tipi del genere una serata e via, ma mai nulla di più, dopo non te la togli più di torno. E sai come va a finire, poi? Che lei si lascia incantare dal primo che le dice due parole dolci e ti molla, questa è Kay e non ci puoi fare nulla, non la puoi cambiare, è fatta così”.

     Lo guardai, ma non dissi nulla, non gli risposi. In quel momento non m’interessava più nulla di tutti loro, di quella vita che galleggiava nel vuoto e giorno dopo giorno andava sempre più a fondo. Mi alzai e mi diressi verso l’uscita. Non avevo visto niente o forse, era la stessa cosa che mi aveva colpito la sera prima, quando lei mi camminava davanti, sola, alla fine di tutto e io, invece di proseguire per la mia strada, mi ero fermato.

     Ero confuso, mi sembrava davvero un gioco di specchi, che riflettevano solo la mia immagine di lei, ma Kay era quella che mi stava davanti con gli occhi chiusi tra le braccia del primo di turno. Passai accanto al gruppo, uscendo, e solo in quel momento lei mi vide, i suoi occhi ridivennero tristi e smise di ridere. Sulla porta mi girai, lo feci d’istinto, ma lei non era alle mie spalle, era rimasta lì e sicuramente aveva ripreso a scherzare e a ridere come prima.

     L’aria fresca della notte mi riportò in città, la stessa di sempre, eppure diversa, Kay non era quella che cercavo, ma per un giorno lo era stata e niente poteva più essere uguale.

 

30 marzo – 3 aprile 2000

Franco D’Arco

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