Franz Kafka (1883-1924), quando è ancora
in vita, dà il consenso per la pubblicazione solo di alcuni lavori: le raccolte
Betrachtung (Meditazione, 1913) e Der Landartz (Un medico di campagna, 1918) e
i racconti Die Verwandlung (La metamorfosi, 1915), Das Urteil (La condanna,
1916) e Der Strafkolonie (Nella colonia penale, 1919).
Quanto a tutto il resto della sua
produzione, compresi i tre grandi romanzi Amerika (America, pubblicato nel
1927), Der Prozess (Il processo, pubblicato nel 1925) e Das Schloss (Il
castello, pubblicato nel 1926), nel testamento l'autore dispone che venga
bruciato (cosa che l’amico Max Brod, esecutore testamentario, si guarderà bene
dal fare, curandone anzi l’edizione e la diffusione). Nonostante l’impegno di
Brod, tuttavia, l’opera di Kafka rimane sostanzialmente sconosciuta fino a dopo
la seconda guerra mondiale: a partire dal 1945, la fama dello scrittore si
estende rapidamente a livello internazionale, appassionando un largo pubblico e
coinvolgendo la critica in una sfida interpretativa con l’ambiguità e il forte
simbolismo dei suoi contenuti.
Praghese di famiglia ebrea e di lingua
tedesca, Kafka trasforma in letteratura i molteplici influssi che gli
provengono dalle sue radici: il gusto per il magico e il misterioso
caratteristico delle tradizioni di Praga; il senso di colpa e l’incubo della
persecuzione tipici delle comunità ebraiche in un contesto cristiano; le
tendenze al fantastico e all’irrazionale della Germania romantica.
Tutto questo non basterebbe comunque a
fare di Franz Kafka uno dei più grandi scrittori del nostro secolo, se egli non
lo arricchisse con le sue personali ossessioni, le sue febbrili inquietudini e
angosce private: il difficile rapporto col padre, la malattia che fino da
giovane lo mette di fronte alla morte (è colpito da tubercolosi a trentaquattro
anni), l’amore infelice per una giovane intellettuale, Milena Jesenka,
testimoniato da uno splendido carteggio, sono tutte esperienze personali di
infelicità che lo scrittore oggettiva e universalizza nel contesto della crisi
della civiltà europea e, più in generale, in una denuncia dell’incubo assurdo a
cui si è ridotta la condizione umana.
Sarebbe sbagliato cercare il significato
delle allucinanti allegorie kafkiane: esse valgono per quello che sono, cioè
traduzioni in immagini rappresentabili, in situazioni dicibili, di stati di
coscienza e percezioni psichiche che normalmente sono sigillati nel profondo
dell’inconscio, liberi di manifestarsi solo attraverso la dimensione ambigua e
deformata del sogno.
Ecco perché la narrativa di Kafka assume
costantemente caratteri onirici: esattamente come accade nei sogni, situazioni
assurde e prive di motivazioni logiche vengono presentate come se fossero
assolutamente razionali, determinando un universo bloccato in cui l’uomo si
aggira smarrito e cieco come un topo in trappola. Il giovane, timido e
solitario scrittore praghese, insomma, coglie e traduce in immagini di profonda
suggestione il dramma dell’uomo contemporaneo, lo smarrimento del senso della
vita e la sua trasformazione in un universo incomprensibile e minaccioso, dove
tutti siamo chiamati a pagare colpe sconosciute di cui siamo responsabili per
il solo fatto di esistere.
Nell'appartamento di Joseph K., il
protagonista (uno scrupoloso impiegato), si presentano due poliziotti (Franz e
Willem) con un
ordine di comparizione per un delitto non precisato. Come i due vanno via,
Joseph parla dei suo "impiccio" con la signora Grubach, la sua
affittuaria, e con la signorina Bursmer, la sua vicina di camera.
In ufficio, Joseph è rimproverato dal suo
superiore perché frequenta Irmie, la sua cugina adolescente. Più tardi
all'Opera, il giovane è trascinato in un tribunale gremito di folla da un
ispettore di polizia e qui discute violentemente col magistrato.
Più tardi lo zio gli fa conoscere
l'avvocato Huld, assicurandolo che potrà aiutarlo nella sua questione
giudiziaria, ma il famoso avvocato gli spiega che quei processi vengono risolti
con sistemi extra giudiziari, con corruzioni ed intrighi e prende tempo,
dandosi malato.
Ciò nonostante Joseph non cessa di
esperire le vie legali, anche se il contatto con la misteriosa e gigantesca
organizzazione giudiziaria – uffici e uffici negli ultimi piani o nei solai di
misere case – lo fa sentire sempre più fragile e indifeso. Nel frattempo
subisce le avances di Leni, la moglie/segretaria di Huld.
A questo punto della vicenda K. si trova
sempre più coinvolto nel meccanismo giudiziario senza sapere il perché, e si dedica
con uno zelo, che si traduce ben presto nell'atteggiamento preoccupato del
colpevole, ad accelerare la causa.
Ritorna al tribunale vuoto e ha un
intermezzo amoroso con Hilda, moglie di uno dei guardiani. Dopo, incontra il
guardiano della sala d'udienza, che lo introduce tra una folla di accusati in
attesa. Questi lo rimanda da Huld e nel suo ufficio Joseph K. conosce Block,
un cliente che è testimone dell'indifferenza e della nascosta impotenza
dell'avvocato.
Irritato e scoraggiato, K. decide allora
di fare a meno dei servizi di Hascler e convinto da Leni cerca di conquistarsi
i favori di Titorelli, un pittore di personaggi famosi, ma l'individuo non gli
è di nessun aiuto e K è obbligato a fuggire da una folla di bambine, che
invadono lo studio del pittore.
I giorni e le notti di K. trascorrono
così sempre più ossessionati dal processo, che incombe come una oscura minaccia
sulla sua vita, e nell'immensa città egli avverte la sua solitudine e la sua
posizione di accusato, in quanto crede che tutti – al caffè, in ufficio, per le
vie – siano al corrente di quel processo: e nei loro occhi legge l'ironia e la
condanna.
Poi, un
giorno per incarico del suo ufficio si ritrova nel duomo, e lì un prete, il
cappellano del carcere, gli
racconta l'allegoria dell'uomo che cerca di essere ammesso alla presenza della
Legge. In quel momento K. si rende conto che al processo non si sfugge, che un
potere sinistro e inconoscibile ha già deciso, e che la condanna e la morte
erano già in tutta quanta la trama della sua vita.
Così nel giorno del suo trentunesimo
compleanno, vengono a trovarlo due distinti signori in nero, che lo portano in
periferia e gli danno un coltello perché si tagli la gola: al suo rifiuto sono
loro ad ucciderlo.
La prima
caratteristica che immediatamente risulta evidente a chi legge il
"Processo" di Kafka è la minuziosa attenzione che questo scrittore
mette nella descrizione della realtà: persone, oggetti, ambienti sono
rappresentati con estremo realismo, eppure la vicenda descritta da Kafka va ben
al di là dei confini del realismo tradizionale. Nella sua scrittura la
minuziosa insistenza realistica è esasperata al punto da far sortire
dall'accostamento degli oggetti un'aura stregata e inquietante.
L'altra
caratteristica che colpisce in questo romanzo è il meccanismo complesso e
inesorabile della legge, che all'uomo non è dato conoscere, e che rende assurda
e tragica la sua vita. Di fronte a questa inesorabilità tutti i mezzi di cui il
protagonista può disporre falliscono, sono piccole ruote che non ingranano con
le inconoscibili ruote che costituiscono quel meccanismo procedurale.
Da questa
incomprensibilità e inaccessibilità della legge derivano i molteplici temi
presenti nel romanzo: la solitudine dell'uomo; l'impossibilità di stabilire un
rapporto di adesione col mondo che lo circonda e di trovare nella sua
giornaliera trama di gesti e di vicende un senso plausibile; l'impossibilità di
realizzarsi in una dimensione di autenticità; la consapevolezza della sua
condizione di escluso, di « straniero »; il senso di essere oggetto di una
determinazione di cui ignora i fini e in ultimo la sua alienazione.
Tutto questo
però non è rappresentato da Kafka come una situazione di cui non resti altro
che prendere atto: il suo atteggiamento cioè non è quello della rassegnazione o
del vittimismo. Basta pensare al protagonista di questo romanzo che fino
all'ultimo non desiste dal suo scopo.
Kafka quindi
descrive una tragica condizione dell'uomo al quale il protagonista del
"Processo" non vuole rassegnarsi. Alla base di questa lucida e
inesorabile rappresentazione della condizione dell'uomo c'è certamente la
trascrizione di una condizione autobiografica: la solitudine di Kafka; la
situazione conflittuale col padre (illustrata nella famosissima "Lettera
al padre"); una costante e patologica fuga di fronte alla vita e all'eros
(le interruzioni dei fidanzamenti); la sua condizione ebraica, cioè di
"sradicato" che sente in sé conflittualmente l'urto di varie culture;
l'angosciosa consapevolezza del fallimento della propria esistenza.
E però
evidente che nelle sue pagine Kafka ha inteso anche trascrivere - sia pure con
la mediazione e la rarefazione del simbolo - condizioni storiche: l'incombere
del potere austro - ungarico, lontano e pur onnipresente, su nazionalità e
minoranze oppresse; il progressivo schiacciante dominio della macchina
sull'uomo; l'elefantiasi burocratica della società moderna che annienta nei
suoi ingranaggi le vocazioni del singolo; il margine sempre più esile di possibilità
di salvezza lasciato da questa società all'uomo.
Ritorna cioè
in Kafka quel motivo del « disagio della civiltà » che dai decadenti, dilatato
dall'analisi di Freud, è tanta parte della cultura del Novecento.
La solitudine dell'uomo; l'impossibilità
di stabilire un rapporto d'adesione col mondo che lo circonda e di trovare
nella sua giornaliera trama di gesti e di vicende un senso plausibile;
l'impossibilità di realizzarsi in una dimensione d'autenticità; la consapevolezza
della sua condizione di escluso, di « straniero »; il senso di essere oggetto
di una determinazione di cui ignora i fini e la sua alienazione.
Il romanzo è
incentrato sulla figura di Joseph K. attorno a cui ruota una selva di
personaggi: vittime, carnefici, corrotti, corruttori, tutti accomunati da
un'unica caratteristica, quella di far parte di un mondo al quale Joseph K.
inspiegabilmente non appartiene più.
Il protagonista, il giovane Joseph K. è
uno scrupoloso impiegato, che inspiegabilmente una mattina si trova accusato di
un delitto. Da questo momento in poi la sua vita è tragicamente sconvolta e si
assiste ad una lenta ma progressiva metamorfosi, che trasformerà il giovane da
irreprensibile cittadino modello in un colpevole pronto a varcare la soglia
della legalità, della moralità e della decenza pur di sfuggire alla legge e al
suo inappellabile giudizio.
La scrittura kafkiana è limpida, neutra,
distaccata, ciò perché il racconto è affidato ad un narratore estraneo ai
fatti, apparentemente obiettivo, che fa sentire discretamente la sua voce. In
effetti, però, egli si pone nella prospettiva del protagonista e ce ne fa
cogliere tutti gli stati d'animo, senza lasciarsi coinvolgere, anzi evitando
volutamente le tecniche tipiche della funzione emotiva.
Ciò è dovuto al fatto che Kafka adopera
costantemente una sorta di monologo interiore, attraverso il quale il narratore
si mette dal punto di vista del protagonista, che si sente al tempo stesso
colpevole e innocente,vittima e reo.
Ne deriva quell'"inganno
stilistico" – l'espressione è del critico L. Mitner – per cui il lettore
ha l'impressione di assistere ad un resoconto dei fatti, mentre in realtà, si
trova costantemente dalla parte del personaggio – vittima.
Per raggiungere questo effetto di limpida
freddezza, Kafka rinuncia a neologismi, arcaismi, costruzioni sofisticate,
figure retoriche e adopera vocaboli nudi, ridotti al nocciolo, ma che proprio
per questo rivelano tutta la loro ambiguità, che impiegate senza complementi né
attributi, posseggono una sconcertante duplicità sotto la loro semplice
apparenza.