Franz Kafka
Franz Kafka è uno degli artisti più discussi del Novecento;la sua
opera, allusiva e simbolica, non cessa di prestarsi a contrastanti
interpretazioni e valutazioni: ma proprio da ciò trae motivi di perenne
attualità e di profonda suggestione.
La prima
caratteristica che immediatamente risulta evidente a chi legge Kafka è la
precisione, anzi la minuziosa attenzione che questo scrittore mette nella
descrizione della realtà: persone, oggetti, ambienti sono rappresentati con
moduli di estremo realismo. E tuttavia la pagina o la vicenda descritta da
Kafka vanno ben al di là dei confini cari al realismo tradizionale in quanto
tale realtà rappresentata scopre subito tutta una trama di risvolti, di
implicazioni simboliche, metafisiche quasi. Come nei sogni, allorché capita di
vivere una vicenda con estrema precisione di particolari e di avere nello
stesso tempo la lucida coscienza che si sta trattando appunto di un sogno, così
nell'opera di Kafka dimensione realistica e dimensione simbolica parallelamente
coesistono: la minuziosa insistenza realistica, mentre ci immerge in una
precisa realtà, la esaspera però, fa si che essa ci appaia in una fredda luce
che le toglie credibilità nella dimensione del reale, la immobilizza, la fissa
in emblema.
È quello che
capita in tanta pittura surrealista che non rinunzia alla precisione realistica
e ai dettagli, ma li utilizza strumentalmente: per far sortire
dall'accostamento degli oggetti un'aura stregata e inquietante. O quello che
può capitare ad ognuno di noi se, fissando a lungo un oggetto e isolandolo
quasi, astraendoci dalla familiarità che deriva dall'uso giornaliero che ne
facciamo, lo « scopriamo » come nuovo, mai visto e incomprensibile, assurdo
nella sua forma considerata come entità a se stante, estrapolata dal contesto
di consuetudini e di usi cui esso è destinato.
Incomprensibile e assurda appare a Kafka la vicenda dell'uomo: che è
certo dominata da una legge, ma proprio dal fatto che all'uomo non è dato
conoscerla deriva la dimensione di assurdo e di tragedia nella quale l'uomo è
immerso.
Ciò che,
d'altra parte, fu il costante dissidio dell'uomo Kafka che nei Diari scriveva:
"Non sono la pigrizia, la cattiva volontà, la goffaggine che mi fanno
fallire o non fallire in tutto: vita familiare, amicizia, matrimonio,
professione, letteratura, ma è l'assenza del suolo, dell'aria, della legge.
Crearmi queste cose, ecco il mio compito... il compito più originale".
Un meccanismo
complesso e inesorabile schiaccia l'uomo ed è mosso da una logica che non è
fatta certo a misura dell'uomo, la cui vita è un susseguirsi di disperati
tentativi -conoscere questa logica e questa legge, entrare consapevolmente in
questo meccanismo - che si concludono con la sconfitta: nel Processo i mezzi di
cui il protagonista può disporre falliscono, sono piccole ruote che non
ingranano con le inconoscibili ruote che costituiscono quel meccanismo
procedurale; nel Castello, malgrado ogni tentativo, il « varco » (per dirla con
Montale) non è possibile: con quel mondo non si riesce ad entrare in
comunicazione.
Da
quest'incomprensibilità e inaccessibilità della legge deriva tutto il ventaglio
di temi della narrativa di Kafka: la solitudine dell'uomo; la impossibilità di
stabilire un rapporto di adesione col mondo che lo circonda e di trovare nella
sua giornaliera trama di gesti e di vicende un senso plausibile; la
impossibilità di realizzarsi in una dimensione di autenticità; la
consapevolezza della sua condizione di escluso, di « straniero » (tema che tornerà
negli esistenzialisti e in Camus soprattutto); il senso di essere oggetto di
una determinazione di cui ignora i fini; la sua alienazione.
Tutto questo
però non è rappresentato da Kafka come una situazione di cui non resti altro
che prendere atto: il suo atteggiamento cioè non è quello della rassegnazione o
del vittimismo. Basta pensare ai protagonisti del Processo e del Castello che
fino all'ultimo non desistono dal loro scopo o a quello del breve racconto -
parabola Di fronte alla legge che anche quando non può più raddrizzare il
suo corpo irrigidito e non ha più molto da vivere non rinunzia ancora una volta
a chiedere il perché della sua condizione di escluso; o al protagonista della
Metamorfosi che pur nella prigione del suo corpo di immondo animale aspira
sempre a rompere la sua condizione di escluso, ad avviare un rapporto di
comunicazione coi suoi familiari.
Kafka quindi
descrive una tragica condizione dell'uomo, ma non sembra (si tratta di uno dei
problemi più dibattuti dalla critica, però) che vi si rassegni. Da tante
testimonianze risulta [che Kafka amava profondamente la vita e che il fatto che
egli sentisse il mondo in cui viviamo come un mondo senza luce non l'aveva
spento in lui quest'amore, questa ansia di vita. Decidere quale strada egli
suggerisca per riscattarsi da questo mondo senza luce - se quella mistico -
religiosa (fondamentale era stata nella sua formazione l'influenza del
misticismo dell'ebraismo orientale, o quella della contemplazione artistica o
altre ancora - è problema troppo complesso per essere qui affrontato;
l'importante è però che tutta la sua opera può esser vista come "una
testimonianza implacabile della volontà dell'uomo di non essere sopraffatto...
Rimane il suo no alle ragioni che umiliano l'uomo sulla terra, il no più
angoscioso e più risoluto che sia risuonato nel mondo contemporaneo, deserto di
illusioni ma non abbandonato dalla coscienza." (G. Pampaloni).
Alla base di
questa lucida e inesorabile rappresentazione della condizione dell'uomo c'è
certamente la trascrizione di una condizione autobiografica: la solitudine
dell'uomo Kafka (io vivo in famiglia fra le persone migliori e più amorevoli,
più estraneo di un estraneo Con mia madre non ho scambiato in questi ultimi
anni più di venti parole in media al giorno, con mio padre niente più di un
saluto); la situazione conflittuale col padre (illustrata nella agghiacciante e
famosissima Lettera al padre); una costante e patologica fuga di fronte alla
vita e al l'eros (le interruzioni dei fidanzamenti); la sua condizione ebraica,
cioè di "sradicato" che sente in sé conflittualmente l'urto di varie
culture; l'angosciosa consapevolezza del fallimento della propria esistenza,
resa mirabilmente in queste righe dei Diari: "Un'immagine della mia
esistenza sarebbe una pertica inutile, incrostata di brina e neve, infilata
obliquamente nel terreno, in un campo profondamente sconvolto, al margine di
una grande pianura, in una buia notte invernale. "
E però
evidente che nelle sue pagine Kafka ha inteso anche trascrivere - sia pure con
la mediazione e la rarefazione del simbolo - condizioni storiche precise che
poteva constatare o, con la caratteristica di ogni vero artista, intuire e
sentire: l'incombere del potere austro - ungarico, lontano e pur onnipresente,
su nazionalità e minoranze oppresse; il progressivo schiacciante dominio della
macchina sull'uomo; l'elefantiasi burocratica della società moderna che
annienta nei suoi ingranaggi le vocazioni del singolo; il margine sempre più
esile di possibilità di salvezza lasciato da questa (o da ogni?) società
all'uomo.
Ritornava
cioè in Kafka quel motivo del « disagio della civiltà » che parte dai decadenti
e, dilatato dall'analisi fattane da Freud, è tanta parte dell'arte
contemporanea. E allora. "Kafka è, in un certo senso, giudice e profeta di
tutta la prima metà del XX secolo dell'Occidente europeo". (Fortini).