Franz Kafka

 

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Realismo e simbolo. 1

Incomprensibilità della legge. 1

Una dimensione agonistica. 2

Autobiografia e storia. 2

Salvatore Guglielmino. 3

 

 

     Franz Kafka è uno degli artisti più discussi del Novecento;la sua opera, allusiva e simbolica, non cessa di prestarsi a contrastanti interpretazioni e valutazioni: ma proprio da ciò trae motivi di perenne attualità e di profonda suggestione.

Realismo e simbolo

 

     La prima caratteristica che immediatamente risulta evidente a chi legge Kafka è la precisione, anzi la minuziosa attenzione che questo scrittore mette nella descrizione della realtà: persone, oggetti, ambienti sono rappresentati con moduli di estremo realismo. E tuttavia la pagina o la vicenda descritta da Kafka vanno ben al di là dei confini cari al realismo tradizionale in quanto tale realtà rappresentata scopre subito tutta una trama di risvolti, di implicazioni simboliche, metafisiche quasi. Come nei sogni, allorché capita di vivere una vicenda con estrema precisione di particolari e di avere nello stesso tempo la lucida coscienza che si sta trattando appunto di un sogno, così nell'opera di Kafka dimensione realistica e dimensione simbolica parallelamente coesistono: la minuziosa insistenza realistica, mentre ci immerge in una precisa realtà, la esaspera però, fa si che essa ci appaia in una fredda luce che le toglie credibilità nella dimensione del reale, la immobilizza, la fissa in emblema.

     È quello che capita in tanta pittura surrealista che non rinunzia alla precisione realistica e ai dettagli, ma li utilizza strumentalmente: per far sortire dall'accostamento degli oggetti un'aura stregata e inquietante. O quello che può capitare ad ognuno di noi se, fissando a lungo un oggetto e isolandolo quasi, astraendoci dalla familiarità che deriva dall'uso giornaliero che ne facciamo, lo « scopriamo » come nuovo, mai visto e incomprensibile, assurdo nella sua forma considerata come entità a se stante, estrapolata dal contesto di consuetudini e di usi cui esso è destinato.

Incomprensibilità della legge

 

     Incomprensibile e assurda appare a Kafka la vicenda dell'uomo: che è certo dominata da una legge, ma proprio dal fatto che all'uomo non è dato conoscerla deriva la dimensione di assurdo e di tragedia nella quale l'uomo è immerso.

     Ciò che, d'altra parte, fu il costante dissidio dell'uomo Kafka che nei Diari scriveva: "Non sono la pigrizia, la cattiva volontà, la goffaggine che mi fanno fallire o non fallire in tutto: vita familiare, amicizia, matrimonio, professione, letteratura, ma è l'assenza del suolo, dell'aria, della legge. Crearmi queste cose, ecco il mio compito... il compito più originale".

     Un meccanismo complesso e inesorabile schiaccia l'uomo ed è mosso da una logica che non è fatta certo a misura dell'uomo, la cui vita è un susseguirsi di disperati tentativi -conoscere questa logica e questa legge, entrare consapevolmente in questo meccanismo - che si concludono con la sconfitta: nel Processo i mezzi di cui il protagonista può disporre falliscono, sono piccole ruote che non ingranano con le inconoscibili ruote che costituiscono quel meccanismo procedurale; nel Castello, malgrado ogni tentativo, il « varco » (per dirla con Montale) non è possibile: con quel mondo non si riesce ad entrare in comunicazione.

     Da quest'incomprensibilità e inaccessibilità della legge deriva tutto il ventaglio di temi della narrativa di Kafka: la solitudine dell'uomo; la impossibilità di stabilire un rapporto di adesione col mondo che lo circonda e di trovare nella sua giornaliera trama di gesti e di vicende un senso plausibile; la impossibilità di realizzarsi in una dimensione di autenticità; la consapevolezza della sua condizione di escluso, di « straniero » (tema che tornerà negli esistenzialisti e in Camus soprattutto); il senso di essere oggetto di una determinazione di cui ignora i fini; la sua alienazione.

Una dimensione agonistica

 

     Tutto questo però non è rappresentato da Kafka come una situazione di cui non resti altro che prendere atto: il suo atteggiamento cioè non è quello della rassegnazione o del vittimismo. Basta pensare ai protagonisti del Processo e del Castello che fino all'ultimo non desistono dal loro scopo o a quello del breve racconto - parabola Di fronte alla legge che anche quando non può più raddrizzare il suo corpo irrigidito e non ha più molto da vivere non rinunzia ancora una volta a chiedere il perché della sua condizione di escluso; o al protagonista della Metamorfosi che pur nella prigione del suo corpo di immondo animale aspira sempre a rompere la sua condizione di escluso, ad avviare un rapporto di comunicazione coi suoi familiari.

     Kafka quindi descrive una tragica condizione dell'uomo, ma non sembra (si tratta di uno dei problemi più dibattuti dalla critica, però) che vi si rassegni. Da tante testimonianze risulta [che Kafka amava profondamente la vita e che il fatto che egli sentisse il mondo in cui viviamo come un mondo senza luce non l'aveva spento in lui quest'amore, questa ansia di vita. Decidere quale strada egli suggerisca per riscattarsi da questo mondo senza luce - se quella mistico - religiosa (fondamentale era stata nella sua formazione l'influenza del misticismo dell'ebraismo orientale, o quella della contemplazione artistica o altre ancora - è problema troppo complesso per essere qui affrontato; l'importante è però che tutta la sua opera può esser vista come "una testimonianza implacabile della volontà dell'uomo di non essere sopraffatto... Rimane il suo no alle ragioni che umiliano l'uomo sulla terra, il no più angoscioso e più risoluto che sia risuonato nel mondo contemporaneo, deserto di illusioni ma non abbandonato dalla coscienza." (G. Pampaloni).

Autobiografia e storia

 

      Alla base di questa lucida e inesorabile rappresentazione della condizione dell'uomo c'è certamente la trascrizione di una condizione autobiografica: la solitudine dell'uomo Kafka (io vivo in famiglia fra le persone migliori e più amorevoli, più estraneo di un estraneo Con mia madre non ho scambiato in questi ultimi anni più di venti parole in media al giorno, con mio padre niente più di un saluto); la situazione conflittuale col padre (illustrata nella agghiacciante e famosissima Lettera al padre); una costante e patologica fuga di fronte alla vita e al l'eros (le interruzioni dei fidanzamenti); la sua condizione ebraica, cioè di "sradicato" che sente in sé conflittualmente l'urto di varie culture; l'angosciosa consapevolezza del fallimento della propria esistenza, resa mirabilmente in queste righe dei Diari: "Un'immagine della mia esistenza sarebbe una pertica inutile, incrostata di brina e neve, infilata obliquamente nel terreno, in un campo profondamente sconvolto, al margine di una grande pianura, in una buia notte invernale. "

     E però evidente che nelle sue pagine Kafka ha inteso anche trascrivere - sia pure con la mediazione e la rarefazione del simbolo - condizioni storiche precise che poteva constatare o, con la caratteristica di ogni vero artista, intuire e sentire: l'incombere del potere austro - ungarico, lontano e pur onnipresente, su nazionalità e minoranze oppresse; il progressivo schiacciante dominio della macchina sull'uomo; l'elefantiasi burocratica della società moderna che annienta nei suoi ingranaggi le vocazioni del singolo; il margine sempre più esile di possibilità di salvezza lasciato da questa (o da ogni?) società all'uomo.

     Ritornava cioè in Kafka quel motivo del « disagio della civiltà » che parte dai decadenti e, dilatato dall'analisi fattane da Freud, è tanta parte dell'arte contemporanea. E allora. "Kafka è, in un certo senso, giudice e profeta di tutta la prima metà del XX secolo dell'Occidente europeo". (Fortini).  

Salvatore Guglielmino

 

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