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La prima notte di quiete
Dapprima una mortificante mancanza di materia, una poco generosa elementarità
ce ne fanno avvertire la noia e il vuoto; ma poi lentamente si apprezza
sempre più la levità dell’orizzonte, la sua pura luce, l’esaltazione
trascolorante più dello spazio che dell’acqua, quell’azzurro rarefatto cui
non contrasta da terra nessun altro colore deciso, ma risponde se mai qualche
tinta tenue e spenta che può lontanamente specchiarlo. Rimini
d’inverno è immersa in quest'atmosfera irreale: le lunghe file di cabine
disposte in sequenze ordinate, dai colori pastello – assumono l’aspetto di un
paesaggio d’infanzia, - però disertato, come se appartenesse a una stagione
dell’esistenza ormai perduta, scomparsa, per sempre inghiottita dalla vita
adulta e ci appare come lo scarto di qualcosa che non c’è più e di cui si
farà a meno per sempre. È la visualizzazione straordinaria di
una particolare nevrosi della cultura contemporanea: l’attesa. Attesa del
nuovo, del sogno, della vera vita ed il film La prima notte di quiete di Valerio Zurlini del 1972 è il ritratto
di questo paesaggio straniato, assunto a metafora della condizione umana:
l’attesa del cambiamento, della liberazione dalla grigia vita provinciale,
dalle ossessioni erotiche, da se stessi, dalla precarietà degli anni
giovanili. La vicenda narra la malinconia di
naufragi sulla costa adriatica. Insieme a Monica, la donna che da dieci anni
vive con lui, approda a Rimini, supplente di lettere nel liceo, un
professore. Daniele Dominici, questo il suo nome, è colto e autore di poesia,
ma ormai sembra staccato da tutto: specialmente dalla scuola. Benché non
abbia ancora raggiunto i quarant’anni, sembra aver già bruciato ogni volontà
ed interesse, preferendo semplicemente sopravvivere. A fargli
cambiare idea è Vanina, la più bella delle allieve, una diciannovenne chiusa
e misteriosa, della quale l’uomo s’innamora, pur conoscendone il drammatico
passato. Gerardo, il ricco amante di
Vanina e la madre di lei, una poco di buono, cercano invano di tenerlo alla larga.
Convinti di
amarsi alla follia, e dopo che Daniele ha preso a pugni Gerardo, e costui ha
rivelato i torbidi trascorsi della ragazza, i due decidono di fuggire
insieme. Ma Monica minaccia di suicidarsi, se verrà abbandonata, e Daniele
teme che faccia sul serio. Sarà per accorrere a sincerarsene che a sua volta
coperto di botte, va a sfracellarsi con l’automobile contro un camion. Il giorno
dei funerali si scoprirà che Daniele era l’ultimo discendente di una nobile e
ricca famiglia, fuggito di casa da giovane, spinto a cercare una ragione di
vita e di poesia nella rivolta e nel vagabondaggio e, come Rimbaud, destinato
alla sconfitta e all’autodistruzione. Scene
I. Il primo giorno, l’arrivo a Rimini 1.
Al porto. Alcuni turisti di uno yacht
inglese il Repulse, in avaria, chiedono informazioni ad un passante, ma
l’uomo è appena arrivato in città e non la conosce. 2.
Il colloquio con il
Preside. 3.
Le carte. La sera, nuovi amici, la
vincita al gioco. 4.
La telefonata di Monica. Un
amore in crisi. II. Il secondo giorno 5.
Il primo giorno di scuola.
La sua classe, lui si presenta, assegna un tema, ripone la sua fiducia nei
ragazzi, essa è tradita, lo scontro con il Preside, ma lui non cambia
atteggiamento. 6.
La stagione morta. Il
monumento ai morti della Resistenza, la lapide commemorativa. 7.
Vanina Abati. Una
bella ragazza dagli occhi tristi, isolata dagli altri. 8.
All’uscita di scuola. Il
ragazzo di Vanina viene a prenderla in un’auto sportiva. 9.
Rifiuti sulla spiaggia portati
dalla risacca del mare. III. La settimana dopo 10. L’interrogazione di Vanina. Daniele la chiama alla cattedra, le parla, lui riesce a
vedere ciò che gli altri non vedono e la tratta con gentilezza e riguardo,
lei n’è turbata. 11. La partita a poker con
Gerardo. La sera Daniele dà via l’unico ricordo
del padre, l’anello, pur di continuare il gioco, ma perde di nuovo. IV. Il giorno dopo, un giovedì 12. Il Libro di Stendhal. Un pomeriggio felice in compagnia di Vanina, l’inizio di un
amore, il bacio di lei e la sua fuga alla vista di Gerardo. 13. La discoteca, il Nuovo Mondo. È la sera del compleanno di Spider, Daniele rivede Vanina
insieme con Gerardo, le sembra molto diversa da come l’ha conosciuta e ha dei
dubbi sul suo conto, poi lei lo nota e la felicità le sembra già finita, è
disperata. Lui ha visto tutto, non si è sbagliato e non la lascia sola, ma
lei, scoraggiata, non sa come fare per salvare il loro amore. L’altra Vanina,
Gerardo se n’è accorto e invita la compagnia a casa sua per festeggiare
Spider. 14. La vendetta. Gerardo mostra un filmino, nel quale appaiono immagini
scabrose di Vanina, lei lo ferma, ma ormai è tardi, Daniele non poteva non
vedere. Elvira ci prova, ma lui la rifiuta. 15. La lettera dell’amante di
Monica. Ormai tra Daniele e Monica non è
rimasto nulla, neppure il sesso. V. Il mattino dopo 16. Vanina abbandona la scuola. La mattina lei non si presenta alle lezioni, lui le
telefona, ma lei non gli risponde. 17. La madre di Vanina. A casa Abati la madre lo informa che Vanina si è ritirata da
scuola, gli fa sapere che lei voleva lasciare il suo ragazzo, ma gli vieta di
rivederla e lo minaccia. 18. La lettera anonima. La sera Monica cerca il libro di Stendhal, gli chiede cosa
c’è stato tra lui e Vanina e l’avverte, rimarrà deluso, non è quella la prima
volta. Lei non vuole perderlo per non rimanere da sola. VI. Alcuni giorni dopo 19. La Querciaia. Il viaggio nella memoria in compagnia di Spider, ricordi di
gioventù. 20. La festa a casa di Elvira. La sera, durante la festa, a Daniele è
predetto il futuro, Spider rivela, invece, il suo passato di poeta, lui ha perso
ogni speranza e sta per cedere alle lusinghe di Elvira. 21. L’imbarco per Citèra. Nella notte, Marcello viene a chiamare Daniele: Vanina è
tornata e lo cerca, l’amore. VII. L’ultimo giorno 22. L’ultima partita. All’alba arriva Gerardo, ma Vanina lo respinge, ora ha
l’amore di Daniele e non ha più paura di lui, ma questi non si rassegna e
cerca di riprendersela con la forza, glielo impedisce Daniele e lui è
costretto ad abbandonare la partita, ma prima di andare via, si vendica,
rivelando tutta la verità sul conto di Vanina, lei ora ha di nuovo paura, ma
Daniele l’ama davvero e non l’abbandona. 23. La partenza di Vanina per Monterchi. 24. L’addio a Monica. Lei non si rassegna e minaccia di uccidersi. 25. L’aggressione. Daniele è ferito. 26. Il congedo dagli amici. A casa di Marcello, Daniele rivela il suo passato e saluta
gli amici. 27. Il telefono staccato. Daniele chiama Monica, ma lei ha staccato il telefono. 28. La porta chiusa. Spider si reca a casa di Monica, ma lei non apre. 29. Daniele esce di scena. Daniele preoccupato telefona a Spider da un bar, l’amico
l’informa di essersi recato a casa sua, ma nessuno gli ha aperto. Daniele
decide di tornare indietro. 30. L’incidente. VIII. Il funerale 31. La prima notte di quiete. La dimora dei padri. Vanina
Vanini
“Una giovane,
tipicamente romana per lo splendore degli occhi e il nero d’ebano dei
capelli, entrò al braccio del padre, da ogni suo gesto traspariva una
singolare fierezza. Tutti gli sguardi la seguivano”, così inizia “Vanina Vanini”, il racconto di
Stendhal. “Aveva già diciannove anni e rifiutato i più splenditi partiti, la
fiera, orgogliosa principessa dai capelli neri e dagli occhi ardenti” perché
li considerava troppo leggeri e futili, quando conobbe Pietro Missirilli, un
giovane carbonaro fuggiasco, che il padre aveva accolto di nascosto in casa,
curandone le ferite. Vanina Vanini è
la storia del tentativo fallito di una ragazza di nobile famiglia per evadere
dalla mediocrità della sua classe, ma è anche il resoconto amaro della fine
di due aspirazioni tipiche della giovinezza: l’amore e la libertà. Non a caso
nella grazia ripetitiva del nome stesso della protagonista s’annida l’eco
attutita dell’antico vanitas vanitatum. L’amore e la libertà, sogni tipici
della gioventù, entrambi accomunati da un identico destino di vanità e di
morte, nel racconto di Stendhal sono armati l’uno contro l’altro e sconfitti
entrambi, ma la bellezza della storia è tutta nel personaggio di Vanina, lei
tanto fiera, per amore rinuncia al suo orgoglio e sempre per amore, seppur
tradita da lui, preferisce perdere la libertà, pur di salvarlo. Vanina Abati
ha l’orgoglio e la fierezza altera della giovane e bella Vanina Vanini e i
suoi stessi occhi inquieti e ardenti, ma la sua storia ha il sapore amaro della
poesia, dei versi che Dante scrisse per gli amanti perduti di Rimini, Paolo e
Francesca, anche per loro “Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante” Inferno, Canto V, versi 137 - 138 Così accadde
per Vanina, lei aprì il libro, che Daniele le aveva regalato, ne lesse le
prime pagine, mentre lui l’accompagnava a Bellaria in auto e non ebbe più
bisogno di andare oltre perché quella storia, intanto, era già diventata
parte della sua vita. Il
racconto di Stendhal
Lei è una
principessa romana e lui un carbonaro fuggiasco e s’innamorano, ma nel cuore
del giovane c’è posto solo per l’amor di patria e appena guarito dalle sue
ferite, si rigetta nella lotta. Vanina lo raggiunge a Forlì, dove lui sta
organizzando una vendita carbonara e lì scopre qual è il vero amore del suo
Pietro e pazza di gelosia denuncia i carbonari, credendo di poterlo così
avere solo per sé. Ma il
giovane non vuole passare per traditore e preferisce condividere la sorte dei
suoi compagni. Consumata dal rimorso e dall’amore, Vanina lo salva dalla
morte, grazie all’aiuto del principe Livio Savelli al quale in cambio si è
promessa in sposa. Ottenuta la
grazia e commutata la pena di morte in carcere a vita, Vanina lo incontra
un’ultima volta nella cappella della prigione per farlo fuggire, ma da lei il
giovane accetta solo di essere aiutato, non il suo l’amore. Disperata Vanina
gli rivela tutto e lui furioso cerca di ucciderla, ma la bella principessa è
salvata in tempo dall’intervento delle guardie e quando ritorna a Roma, sposa
Livio Savelli. Paolo
e Francesca: gli amanti perduti di Rimini
Francesca da
Rimini, figlia di Guido, detto il Vecchio, da Polenta, signore di Ravenna, fu
sposa di Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, uomo di valore ma
fisicamente deforme. I due cognati, Paolo e Francesca, sorpresi dal marito di
questa furono insieme uccisi, probabilmente nel 1289. Paolo
e Francesca nella poesia di Dante
Nei versi di
Dante, Francesca si abbandona ai ricordi e ritorna alla sua città di Ravenna,
vede la bellezza della costa adriatica e prova pena nel notare il contrasto
tra la sua terra e il movimento del Po e dei suoi affluenti che vanno verso
la foce, al mare, quasi a cercare la pace, la quiete, dopo il travaglio del
lungo percorso. Gli elementi della natura, inconsapevolmente, approdano alla
loro pace ed è alla sua pace, che le mancherà per sempre, che ella pensa ora.
Poi torna con
la mente agli attimi fuggenti della sua passione d’amore e ne cerca la
ragione. L’amore è un’inclinazione dell’animo verso la perfezione e perciò il
cuore gentile, sensibile, n’è subito conquistato e ha tale forza che non può
permettere a colui che è amato di non riamare, questa è la sua legge: “Amor, ch’al
cor gentil ratto s’apprende… Amor, ch’a
nullo amato amar perdona, mi prese del
costui piacer sì forte…” Inferno, Canto V, versi 100 - 103 Infine,
ricorda l’inizio della loro sventurata storia, quando un giorno leggevano,
lei e Paolo, un giorno qualsiasi, non scelto, né atteso, per diletto, con
nessun altro proposito se non di passare il tempo serenamente ed erano soli,
senza alcun sospetto di essere sorpresi, da renderli cauti e guardinghi.
Leggevano di Lancillotto come Amor lo
strinse, e ogni insistenza di Ginevra perché il cavaliere le rivelasse il
suo amore era un incentivo a frugare nel fondo del loro cuore. "Ma solo
un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disiato
riso Essere baciato
da cotanto amante, questi…la
bocca mi baciò tutto tremante. Galeotto fu ‘l
libro e chi lo scrisse: quel giorno
più non vi leggemmo avante” Inferno, Canto V, versi 132 - 138 Il libro fu
dunque per Francesca l’intermediario del loro amore, ne svelò l’origine e
fece la parte di Galeotto, personaggio del romanzo, che indusse la regina
Ginevra a baciare Lancillotto e Paolo, lei. Nel
romanzo e nel film
Rimini è lo
scenario della storia d’amore tra Vanina e Daniele, il libro di Stendhal è
l’intermediario del loro amore e questi ubbidisce alla stessa legge, che
spinse Paolo ad innamorarsi di Francesca e farsi riamare da lei. Infine amore
e morte, come per gli amanti di Rimini, ma non per tradimento e colpa, ma
perché nel mondo di Daniele e Vanina ogni cosa bella è destinata a spegnersi,
a morire o quasi, così è stato per la poesia e la bellezza, così è per
l’amore. Daniele
Dominici
Un tempo lui
scriveva poesie e voleva creare uno mondo migliore con il coraggio della
volontà e della fantasia, ma l’arte e la poesia non hanno tale potere e lui
se ne accorse un giorno, quando scopri amaramente quale fosse il prezzo di
questa follia. Il suo era stato solo il sogno generoso della propria
gioventù, pagato con la morte della sua Livia, che amava quel sogno e non
voleva viverne senza. Il suicidio
del suo primo amore lo portò via di casa e lo spinse a cercare una ragione di vita e d’espiazione per i
sentieri battuti da altri prima di lui, in un mondo ostile e
indifferente ai valori dell’umanità e della bellezza, sui cui aveva modellato
se stesso. Non gli
restò che sopravvivere fino all’incontro con Vanina Abati, una giovane che
aveva l’orgoglio e la fierezza altera della bella Vanina Vanini e i sui occhi
inquieti e ardenti e in quel momento gli sembrò che la vita non l’avesse del
tutto dimenticato. Ma ancora
una volta, proprio quando non gli sembrava più assurdo ricominciare, la vita,
che gli aveva dato un’altra occasione se la riprese e il cerchio si chiuse
“Ma non esiste cammino per l’appuntamento, che non mi sarebbe più dolce della
vita o cara. A noi dovevi lasciare la decisione feroce, che ti cela dietro
confini inviolabili di freddo. A Livia, un anno dopo”. Daniele
Dominici, l’ultimo discendente di una
nobile e ricca famiglia, paga alla fine con la vita, il sogno generoso della
sua gioventù: la sua ribellione all’autorità e all’ordine, e come Rimbaud è
destinato alla sconfitta e all’autodistruzione, ma il suo è il sacrificio di
un intero mondo “distrutto, in frantumi”, che si estingue se nessun altro ha il coraggio, la volontà e la
fantasia di farlo risorgere. Le sue scelte di vita e il suo modo d'essere sono la
testimonianza, infine, di un messaggio dal sapore profetico, annunciato sin
dall’inizio attraverso il suo stesso nome. Infatti, Daniele è un antico nome
ebraico il cui significato è Dio è giudice o ha giudicato ed è il nome, che
si dà agli eletti, i prescelti da Dio come suoi messaggeri, ma è anche un
profeta del Vecchio Testamento, vissuto nel VI secolo a. C. ed esiliato da
Gerusalemme a Babilonia, (anche Daniele Dominici vive la sua esistenza come
un esiliato in terra straniera), considerato dagli Ebrei come il “maestro dei
maghi” e il cui libro di profezie costituisce il primo esempio di letteratura
apocalittica. Daniele, dunque, possiede il dono divino della veggenza,
ecco perché nella storia sono ricorrenti i richiami alla figura profetica di
Gesù e ai Vangeli: “Eh, ogni tanto vengono in mente dei ricordi senza
ragione. Colui che voi cercate, non è qui…” “È risorto, come disse il
terzo giorno, andate vi ha preceduto in Galilea, là lo incontrerete“. Ma qual è la sua profezia? Quella di non
ritenere l’amore e la poesia residui di un mondo superato dai tempi o delle
illusioni, ma i soli in grado di salvare e rigenerare la vita e il mondo,
altrimenti resterà ciò che Daniele mostra all’amico Spider quando lo porta in
visita alla Querciaia: “Si sono lasciati morire lentamente in questo cimitero
putrefatto, tutto marcito, distrutto, in frantumi”. Vanina
Abati
“È bella molto,
ma scomoda, con molto passato, poco presente, niente futuro”, questa è la Vanina
Abati, che Daniele conosce un giorno d’ottobre. Lei, avvolta in un maglione
nero alla dolce vita, legge un libro e i suoi occhi ardenti si posano per
qualche secondo su di lui e da allora, non dimenticherà più quello sguardo
inquieto e triste. Vanina ha la
grazia di una Madonna del Rinascimento e lo sguardo altero di una
principessa, ma in quella fierezza nasconde il tormento di un’infelicità, che
ha distrutto la sua giovinezza. L’ombra, che
brilla nei suoi occhi, è il mistero che attrae da subito Daniele, la sua
malinconia senza rimedio, che non riesce a sopportare. Allora cerca di
capire, di conquistarne la fiducia, ma scopre, che ciò che si nasconde in
quello sguardo è sempre più drammatico, e non basta difenderla, stare dalla
sua parte e proteggerla dall’ironia e dalla cattiveria dei suoi compagni,
l’unico modo per aiutarla veramente è ridarle una ragione di vita, è salvarla
dalla crudeltà della gente e dall’arroganza del suo fidanzato. All’inizio,
Vanina è attratta dai modi gentili di quel professore un po’ strano e,
inconsapevolmente, si affida a lui in un'impossibile richiesta d’aiuto e di
conforto, ma poi per paura se ne ritrae, temendo per il suo passato e che poi
tutto finisca con l’ennesima delusione. Ma Daniele, non
solo la capisce, la protegge anche, e sembra proprio diverso da tutti gli
altri e quando lui le regala un libro, nessuno mai l’aveva fatto prima, lei
n’è sorpresa, contenta, e accetta di farsi accompagnare da lui. Poi, pur di
stare in sua compagnia, gli mente perfino.
Lui lo scopre, ma ancora una volta, comprende e non la giudica. Infine,
anche per lei giunge il momento in cui crede di essersi illusa e si sente
perduta, tradita, ingannata da lui perché voleva crederci, incominciava ad
amare quell’illusione, ma ancora una volta grande è il suo stupore e la sua
gioia, quando scopre che non aveva sbagliato sul suo conto, Daniele è proprio
diverso da tutti gli altri e ama lei. I fantasmi del
passato, però ritornano sempre, fino a quando non sono sconfitti e così è
anche per Vanina, appena compare Gerardo e lei non ha la forza di credere
nell’amore che incomincia a provare per Daniele e scappa via da lui. La tragedia si
compie rapidamente quella sera stessa con la vendetta di Gerardo, che alla fine
scopre tutto e si vendica del suo tradimento, mostrando a Daniele quello che
per lui è il vero volto di Vanina. La ragazza abbandona la scuola e la
città e a nulla valgono i tentativi di Daniele di parlarle o di ritrovarla,
lei è scomparsa dalla sua vita. Ma Vanina ama quel sogno e non lo lascia
spegnere, così in una notte di novembre ritorna da lui trepidante, sperando
di non aver rovinato tutto e che lui l’ami ancora. Il loro amore dura lo spazio breve di
una notte, già all’alba Gerardo è lì per strapparla a quel sogno, ma lei lo
difende con la disperazione e la fierezza del suo amore e Daniele non la
lascia sola, neppure nel momento più difficile, quando la verità è svelata
per intero e quello che le rimane alla fine di lui sono due parole, le uniche
che potevano salvarla e restituirla alla vita. Monica
“Ma anche stare insieme per
disperazione vuol dire molto”, è il personaggio di Monica, la fine di un
amore che ha smarrito per strada le ragioni del suo esistere, consumatosi per
dieci lunghi anni nell’ombra di un’esistenza spoglia e provvisoria. Monica è una
donna inaridita, consumata dal tarlo della noia e del vuoto, non ha più nulla
in cui credere, sperare, illudersi, l’unico attaccamento alla vita è la paura
della solitudine, di dover fare i conti con quel vuoto sconfinato, che cerca
di scacciare, facendo all’amore. Ma il suo è soltanto sesso, appagamento
momentaneo di un’inquietudine dei sensi, nulla di più. Lei si è lasciata morire lentamente
dentro, riducendo sempre più il suo orizzonte di vita, con l’illusione di
poter salvare così l’essenziale, ma alla fine si è dovuta accontentare degli
scarti di un’esistenza e d’avventure sempre più provvisorie e meschine, fino
a giungere al momento in cui non le è rimasto che il denso fumo di una
sigaretta a riempire il vuoto di un’esistenza ormai spenta. I
ricchi vitelloni di provincia
I giovani perdigiorno, già abbastanza
stagionati, che hanno qualcuno, che li mantiene, descritti da Fellini nel suo
bel film “I vitelloni” del 1953, che costituiva un viaggio nel tempo amaro e
assurdo della giovinezza, a cavallo degli anni Sessanta sono cresciuti e si
sono incattiviti. Non sono più i disoccupati della
borghesia, i figli di mamma, che non hanno attitudini per nessuna cosa in
modo speciale e aspettano sempre una lettera, un’offerta, una
raccomandazione, che li porti a Roma o a Milano per qualche incarico generico
onorifico e redditizio e aspettando sono giunti verso i trent’anni, passano
la giornata a fare discorsi e scherzetti da ragazzini del ginnasio; e
brillano nei tre mesi della stagione balneare la cui attesa e i cui ricordi
occupano tutto il resto dell’anno. Ora sono diventati un gruppo di amanti
del gioco e della bella vita, rampolli di una ricca e scapestrata borghesia
di provincia, che consuma una vuota esistenza, rifugiandosi nelle facili
emozioni del gioco d’azzardo, del sesso e della droga. La spiaggia d’inverno, La noia, la
futilità, lo spreco di tempo e della vita stessa in un deserto che corrisponde anche alla loro realtà
spirituale, sono i quadri insistiti di una provincia chiusa e immobile, da
cui soltanto Spider, dopo l’incontro con Daniele e l’amicizia con lui, sembra
sentire il bisogno di fuggire, di cambiare vita. Novalis
Novalis (1772 - 1801), pseudonimo di Friedrich Leopold von Hardenberg,
poeta tedesco, tra i fondatori del movimento romantico. Di origine nobile, compì
studi di legge e filosofia, ma il suo interesse era rivolto principalmente
alla scrittura. La sua opera più conosciuta è Inni alla notte, composta nel 1797 e pubblicata nel 1800.
Mescolando versi e prosa ritmica, essa esprime il dolore del poeta per la
scomparsa di Sophie von Kühn, la fidanzata morta appena quindicenne, e al
tempo stesso reinterpreta la morte come rinascita mistica al cospetto di Dio.
Tra gli altri volumi si ricordano i Canti spirituali, quasi tutti composti nel 1799, e il romanzo
incompiuto Enrico di Ofterdingen
(1799-1801, pubblicato postumo nel 1802), in cui l'autore condensa nel
simbolo del "fiore azzurro" (die
blaue Blume) il segreto dell'arte e il desiderio del poeta di trasformare il mondo in un universo di
bellezza grazie al potere creativo dell'immaginazione. Novalis conosce
nel 1794 a Gruningen la giovanissima Sophie von Kuhn (1782 – 1797), che
diventerà la musa della sua poesia. Nel 1795 il fidanzamento non ufficiale
con lei, che si ammala nel 1796 e muore il 19 marzo del 1797. Il lunedì di
Pasqua di quell’anno Novalis va per la prima volta a visitare la tomba di
Sophie. “Ciò che tu ami davvero è tuo”, aveva scritto qualche tempo prima. Il
13 maggio la famosa descrizione della visita di cui si conservano tracce
riconoscibili nel III Inno alla notte. Novalis
e La prima notte di quiete
L’amore tragico di Novalis e Sophie von
Kuhn è il motivo ispiratore dell’amore di Daniele per la sua giovane cugina e
come Sophie fu la musa di Novalis, così Livia lo divenne per lui. La morte di Sophie sopraggiunse a causa
di un male incurabile, altrettanto quella di Livia, che si uccise non potendo
sopportare la vita senza i sogni e le speranze della gioventù e l’esistenza
di Daniele ne fu profondamente segnata, come quella di Novalis, morto nel
1801, appena quattro anni dopo la scomparsa di Sophie. Nella prima notte di quiete, Daniele
visita i luoghi del suo amore perduto, è l’episodio della Querciaia, il
sepolcro vuoto di Livia e il suo è un viaggio nella memoria e nell’oblio del
sogno, che “dei mortali egri conforto”, ma è l’intera figura di Daniele a
ricalcare le orme e il destino di Novalis: l’appartenenza ad una nobile
stirpe, il suo essere poeta, e il
desiderio giovanile di trasformare il mondo in un universo di bellezza grazie
al potere creativo della fantasia. III Inno alla notte Il gelido
sepolcro vuoto dell’amata lo accolse un giorno, come un
disperso, uno straniero al mondo. Si sentì
vacillare, non era
così che si era immaginato il loro incontro, ma la vita
non ha pietà dei giovani amanti ed è
inutile aggrapparsi alla nostalgia e al rimpianto. Allora
venne dall’azzurro
della lontananza, come una
spinta d’aurora la sua
antica beatitudine e per incanto
la malinconia sprofondò nella dolce notte, che gli
restituiva il viso e gli occhi, e si
abbandonò alla sua onda, finalmente uniti nel pianto e nel dolore. Da allora
attende la notte, il sonno, per
ricongiungersi alla amata Sophie per sempre. Nel tempo
amaro in cui piansi sotto tanto
dolore che come
acqua la speranza dileguò da
me quando lo specchio della mia
vita mi fu tolto e rimasi
solo più solo di chiunque Io fuori
dall’antro In cui nel
buio era il mio amore, scacciato
da me dalla paura io, senza
forze in fuga più misero in me e chiedendo
aiuto con gli
occhi imploravo volendo
dirigermi ma dove e nessun
luogo alle spalle che più
smarrito allora mi aggrappavo come appeso
con tutta la nostalgia alla vita
che mi lasciava indietro inafferrabile
correndo – allora
venne dall’azzurro
della lontananza come una
spinta d’aurora sorgendo
dai suoi vertici la mia
antica beatitudine. Per
incantesimo si ruppe Il vincolo
della nascita in me la stretta
catena con cui stringe la luce. Il mondo
turbinò nel suo fulgido
impero, lontano mescolato
in lui il mio
lutto inabissato. Come un
fiume si versò la mia
malinconia nell’immenso sonoro
precipizio oh tu! esultanza
incantesimo della notte, cielo come
culla di sonno che
circondò la mia testa! Il
paesaggio fu come sollevato dolcemente
s’innalzò sulla sua onda il mio
spirito nuovo, liberato; polvere di
polline, nube fu il
colle, in una gloria lievitato e vidi la
mia amata viso più che luce i suoi
occhi quieti
pezzi di eterno presi le
sue mani e scintillò, saldissimo
cerchio, una catena
di lacrime, lucenti. Millenni
sprofondarono nella lontananza come
temporali che dileguano. Con la
faccia sul suo collo come
bagnato di gioia, piangendo, fu il varco
della nuova nascita. Questo è
stato il primo e ultimo sogno. Da allora, senza
mutamento, fedele amante nel
cielo notturno ho il mio
lume la mia
amata per sempre. Piero
della Francesca e la Madonna del Parto
L’affresco è
stato realizzato attorno al 1465 per l’altare maggiore di Santa Maria a Nomentana
a Monterchi, non lontano da Sansepolcro. La vergine indossa un abito blu che
rispecchia la moda semplice delle donne dell’epoca. Essa è colta di
tre quarti in una posa regale, ma anche di grande realismo. Con magistrale
delicatezza Piero ha messo in enfasi il suo stato raffigurando il gesto
estremamente naturale con il quale si appoggia una mano al ventre, mentre
l’altra portata sul fianco sottolinea il corpo appesantito. Il particolare
della veste aperta che lascia intravedere il bianco della tunica enfatizza il
valore dell’Immacolata Concezione. L’accento così posto sulla maternità della
Vergine l’ha resa un’immagine molto popolare, oggetto di devozione e di culto
alla quale rivolgersi per ottenere conforto e aiuto in quel momento delicato
e difficile della vita. Lo splendido
ovale della Vergine è percorso da sottili asimmetrie e da una vibrazione
inquieta, che si condensa nello sguardo sfuggente sotto le palpebre socchiuse
pur nel suo isolamento divino, la futura madre di Gesù appare conscia del suo
stato e dolcemente assorta nel mistero dell’Incarnazione. Daniele tiene a
Vanina un’unica lezione è proprio su questo bellissimo dipinto di Piero della
Francesca nell’episodio “La Madonna del Parto”. Essa è conclusa dai primi sei
versi di Dante dedicati alla Madonna nel XXXIII Canto del Paradiso. Giovanni
della Casa
Poeta e letterato italiano (Mugello, Firenze 1503 – Roma
1556). Compì gli studi a Firenze, Bologna, Padova (dove strinse amicizia con Pietro
Bembo) e Roma. Contrariamente a quanto potevano far supporre i suoi trascorsi
di giovane gaudente, nel 1534 prese gli ordini religiosi e iniziò a Roma la
carriera ecclesiastica. Dieci anni dopo fu nominato vescovo di Benevento, ma,
prima ancora di raggiungere la sede, venne incaricato della delicata missione
di nunzio apostolico a Venezia dove vi rimase fino al 1549 e in questo
periodo scrisse le sue orazioni politiche. Nel nuovo clima severo della Controriforma, dovette anzi
stare appartato per qualche anno nell’entroterra trevigiano, finché con
l’elezione di Paolo IV poté tornare a Roma per diventare segretario di stato,
morendo però poco dopo. A due anni dalla sua morte vennero pubblicate le due opere
per cui va famoso: le Rime, che, pur
seguendo moduli petrarcheschi, presentano forti innovazioni nella struttura
del verso e nei temi; e il Galateo,
apparentemente compendio delle norme di buona creanza, ma in realtà esito di
una perfetta cultura umanistica che egli seppe esprimere negli anni del
ritiro dagli impegni diplomatici e dalle ambizioni di carriera. Rime 54 O sonno, o
della dolce, umida, ombrosa O sonno, o della dolce,
umida, ombrosa notte placido figlio; o de’
mortali egri conforto, oblio dolce
de’ mali si gravi ond’è la vita aspra
e noiosa; soccorri al core omai che
langue e posa non have, e queste membra
stanche e frali solleva: a me ten vola o
sonno, e l’ali tue brune sovra me distendi
e posa. Ov’è ‘l silenzio che ‘l dì
fugge e ‘l lume? E i lievi sogni, che con non
secure vestigia di seguirti han per
costume? Lasso che ’nvan te chiamo, e
queste oscure e gelide ombre invan lusingo. O piume d’asprezza colme! o notti
acerbe e dure! Dove la vita è aspra e noiosa, dei deboli e sofferenti mortali o sonno, placido figlio della notte dolce, umida e ombrosa, tu se di conforto, sei l’oblio dei mali più gravi. Sollevami con le tue ali e dammi la pace, che il mio fragile essere da tempo aspetta in questa notte ancora giovane e dura Un
professore diverso negli anni del 68
“Non mi sembra che lei abbia, diciamo così, la vocazione
all’insegnamento?”, conclude il vecchio preside del liceo dopo aver letto il
suo curricolo e Daniele gli risponde, senza alcun imbarazzo, con un:
“Probabilmente!” Nella
penombra pesante di quello studio si assiste allo scontro sottile di due
culture, una vecchia e mai al tramonto, che vede nella libertà sempre una
minaccia all’ordine e all’autorità e l’altra portatrice di una concezione
democratica e antiautoritaria, che fa della cultura lo strumento principale
di liberazione umana. Per questo le prime parole che Daniele pronuncia ai
suoi allievi, intenti nei preparativi di una manifestazione, sono: “Io sono
qui per insegnarvi perché un verso del Petrarca è bello e penso di saperlo
fare bene”. Nel clima
del 68 e della contestazione Daniele ricorda loro l’unica cosa veramente
importante: la conoscenza (la qualità, il valore), viene prima di tutte le
altre, senza di essa ogni battaglia di liberazione è perduta. Un sapere che
non insegni la qualità, la bellezza, non rende liberi, non migliora
l’esistente, non è vero sapere ed è per questa ragione che non può essere
imposto con la forza o l’autorità, può essere sentito solo come intima
necessità per la propria libertà. Infine,
mettendo da parte il ruolo tradizionale dell’insegnante, cerca sin da subito
di ridurre le distanze e di stabilire un rapporto di comprensione e
d'amicizia con i suoi allievi perché sa che un sapere siffatto è destinato a
cambiare la loro esistenza e quindi lui non deve sottrarsi alla vita dei suoi
studenti, ma deve aiutarli a porre in luce ciò che di buono e di meglio vi è
in ognuno. Valerio
Zurlini
Regista italiano, (Bologna 1926 - Verona 1982). Laureato in
legge, durante gli anni universitari si cimentò in spettacoli teatrali e, in
seguito, tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio dei Cinquanta, diresse
una quindicina di documentari. Nel 1954 passò al lungometraggio con la regia di Le ragazze di San Frediano,
adattamento dell'omonimo romanzo di Vasco Pratolini. La consacrazione arrivò
con il secondo film, Un'estate violenta
(1959), struggente storia d'amore in cui la seconda guerra mondiale fa da
sfondo a un'educazione sentimentale. Zurlini fu autore dalla vena intimista, molto attento alle
atmosfere e alla definizione psicologica dei personaggi. In Cronaca familiare (ancora da
Pratolini, 1962) propose un dramma commovente calato come di consueto in
un'accurata cornice figurativa. Il film vinse il Leone d'Oro a Venezia, ex
aequo con L'infanzia di Ivan di
Andrej Tarkovskij. La sua carriera cinematografica proseguì nel 1972 con il
malinconico film La prima notte di quiete e con il Deserto dei tartari
(1976), tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Negli ultimi anni, ha insegnato
al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Zurlini dimostrò di possedere un’innata sensibilità che gli
permise di indagare le vicende umane con sottile vena psicologica. La sua vocazione narrativa gli consentì di confrontarsi, con
successo, con alcuni capolavori della letteratura che riuscì a tradurre
splendidamente in immagini anche grazie a un raffinato e colto senso figurativo. Zurlini
e il significato del film La prima notte di quiete
La prima notte di quiete è un
verso di Goethe, è la morte. Esprime l’idea che l’uomo nella sua traversata
della vita ambisce a un riposo che solo la morte potrà dargli. Era questo un
film pieno di cose, di cose che giudico importanti, e che nel film non ci
sono. All’origine, si trattava del terzo episodio di un film che non ho
potuto fare, che non mi hanno lasciato fare, Il paradiso all’ombra delle spade. Nell’intellettuale con le ambizioni distrutte non c’è
autobiografia, volutamente almeno non c’è. Che poi, indirettamente, ci arrivi
qualche frammento autobiografico può anche darsi Il film
dati tecnici Regia
Valerio Zurlini Soggetto
e Sceneggiatura Valerio Zurlini ed Enrico Medioli Interpreti:
Alain Delon, Giancarlo Giannini, Sonia Petrova, Renato
Salvatori, Alida Valli, Lea Massari, Adalberto Maria Merli e Salvo Randone Genere
drammatico – Produzione Italia / Francia Durata
132 minuti Il
film è edito in videocassetta da Mondadori Video 1995 Vedrai vedrai
Quando la sera me ne torno a casa, non ho neanche voglia di parlare, tu non guardarmi con quella tenerezza, come fossi un bambino che ritorna deluso. Sì, lo so che questa non è certo la vita che ho sognato un giorno per noi. Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà, forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà. Vedrai, vedrai, non sono finito, sai, non so dirti come e quando, ma vedrai che cambierà. * Preferirei sapere che piangi, che mi rimproveri di averti delusa e non vederti sempre così dolce accettare da me tutto quello che viene. Mi fa disperare il pensiero di te e me, che non so darti di più. Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà, forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà. Vedrai, vedrai, non sono finito, sai, non so dirti come e quando, ma un bel giorno cambierà. Luigi Tenco * Nato a Cassine, Alessandria, il 21
marzo 1938, morto il 26 gennaio 1967. Suona il pianoforte, il sax, la chitarra.
Dal 1953 al 1958 si esibisce con Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi,
Fabrizio De André. Nel 1959 firma per la Ricordi e nel 1964 passa alla Star.
Esordisce su RCA, con un “Giorno dopo l’altro” (primavera 1966), sigla de “Le
inchieste del commissario Maigret. Partecipa al Disco per l’estate di
quell’anno con “Lontano lontano”, di cui “Ognuno è libero e al Festival di
Sanremo nel 1967. * La rabbia e lo scontento di una
generazione, che non si riconosceva nell’Italia retorica e provinciale degli anni
Sessanta è il motivo ispiratore delle canzoni di Tenco. La realtà quotidiana,
la malinconia degli ambienti urbani, la fragilità dell’amore e dei sentimenti
e i sogni di una generazione sono esaltati nei suoi testi da uno stile
asciutto e volutamente antiletterario. Domani è un altro giorno
“È uno di quei giorni che ti prende la malinconia, che fino a sera non ti
lascia più. La mia fede è troppo scossa
ormai e penso dentro di me: proviamo anche con Dio, non si sa mai. E non c’è niente di più
triste in giornate come queste che ricordare la felicità, sapendo che è già inutile
ripetere, chi sa, domani è un altro
giorno, si vedrà. È uno di quei giorni in cui rivedo tutta la mia vita, bilancio che non ho quadrato
mai. Posso dire d’ogni cosa, che ho fatto a modo mio, ma con che risultati, non
saprei e non mi sono servite a
niente esperienza e delusione e se ho
promesso, non lo faccio più. Ho sempre detto in ultimo ho perso ancora, ma domani è un altro giorno,
si vedrà. È uno di quei giorni che tu non hai conosciuto mai, beato te, sì, beato te. Io, di tutta un’esistenza a
dare e a dare, non ho salvato niente,
neanche te, ma nonostante tutto, io non
rinuncio a credere, che tu potresti ritornare
qui. E come tanto tempo fa, ripeto chi lo sa, domani è un altro giorno, si
vedrà. E oggi non m’importa della
stagione morta, per quei rimpianti, adesso
non ci sono più e come tanto tempo fa,
ripeto, domani è un altro giorno, si
vedrà. Ornella
Vanoni * È uno di quei giorni tristi
e malinconici e lei ripensa a lui, ma non c’è niente di più
triste che ricordare la felicità passata, sapendo che è inutile
illudersi o ripetendo come allora: “Chi sa, domani è un altro giorno, si vedrà”.
Poi rivede la sua vita dove ha sempre fatto tutto a
modo suo, ma è stato un fallimento, un bilancio che non ha
quadrato mai e non le sono servite a
niente esperienze e delusioni perché è ricaduta sempre
negli stessi errori. Ha dato solo e alla fine non ha salvato
neppure lui. Ma ora non vuole più
rinunciare a credere che lui possa ritornare da
lei e come tanto tempo fa
ripete: ”Domani è un altro giorno,
si vedrà” * Alla fine
rimane solo la consolazione di un’illusione alla quale non si può rinunciare,
altrimenti si rinuncerebbe alla vita stessa. “Daniele, alla nostra età le cose ce le danno solo per
potercele riprendere. Come puoi farti ancora delle illusioni?” E lui, con una strana luce negli occhi, le risponde deciso:
“Ti sembra così assurdo?” “La minaccia di Monica” da “La prima notte di quiete” Un
viaggio a Citera
Come
un uccello, gioioso, volteggiava il mio cuore, planando liberamente attorno
al cordame; sotto un cielo limpido la nave scivolava, simile a un angelo inebriato
da un sole radioso. Che
isola è mai quella, così nera e triste? È Citera, qualcuno risponde, terra
famosa nelle canzoni, banale Eldorado dei vecchi diversi. Ma guardata
dappresso, è una ben povera terra. -
Isola dei dolci segreti e delle feste del cuore! Dell'antica Venere il
superbo fantasma si libra sui tuoi mari come un aroma, riempiendo gli animi
d'amore e di languore. Bella
isola di verdi mirti, ricca di fiori schiusi, venerata in eterno da tutte le
nazioni, e in cui i sospiri dei cuori adoranti errano come l'incenso su un
roseto o
come il tubare infinito del colombo! - Citera non era più che una magra
terra, un deserto roccioso turbato da stridule grida. Ma vi scorgevo un
oggetto singolare! Oh,
non un tempio dalle ombre silvestri, dove la giovane sacerdotessa, innamorata
dei fiori, andava, il corpo bruciato da segreti ardori, dischiudendo la
tunica alle brezze fuggitive... Ma
ecco che, rasentando da vicino la costa, così da intimorire gli uccelli con
le nostre bianche vele, ci apparve una forca a tre bracci, nera contro il
cielo come un cipresso. Appollaiati
sulla loro pastura feroci uccelli distruggevano rabbiosamente un impiccato,
già sfatto: ciascuno piantando, come un attrezzo, il becco impuro in ogni
angolo sanguinante di quel marciume, gli
occhi due buchi, e dal ventre sfondato i grevi intestini colavano lungo le
cosce; quei carnefici, satolli di orribili delizie, l'avevano, a colpi di
becco, castrato completamente. Ai
piedi, un branco di invidiosi quadrupedi, muso alzato, giravano e rigiravano:
in mezzo s'agitava una bestia più grande, come un boia circondato dai suoi
aiutanti. Abitatore
di Citera, figlio d'un cielo così bello, in silenzio sopportavi tutti questi
oltraggi in espiazione degli infami culti e dei peccati che t'hanno negato
una tomba. Grottesco
impiccato, i tuoi sono anche i miei dolori! Alla vista delle tue membra
penzolanti sentivo, come un vomito, risalire ai miei denti il lungo fiume di
fiele degli antichi dolori; dinanzi
a te, povero cristo così caro al ricordo, ho provato tutti i becchi e tutte
le mascelle dei corvi lancinanti e delle nere pantere che un tempo amavano
triturare la mia carne. -
Il cielo era incantevole, il mare calmo; ma per me tutto era tenebre e sangue,
ormai, e avevo, ahimè, il cuore sepolto in questa allegoria come in uno
spesso sudario. Nella
tua isola, o Venere, non ho trovato che una forca da cui pendeva la mia
immagine... -
Signore, dammi la forza e il coraggio di contemplare senza disgusto il mio
corpo e il mio cuore! Charles
Baudelaire Il cielo è incantevole, il
mare calmo ed ecco apparire
all’orizzonte l’isola dai dolci segreti e
delle feste del cuore, bella di verdi mirti e ricca
di fiori schiusi e riempiono gli animi
d'amore e di languore. Dell'antica Venere il
superbo fantasma si libra sui tuoi mari. Ma approssimandosi, il sogno
svanisce, i dolci languori scivolano
via nella bruna notte ed è il proprio volto
sofferente, che geme e langue
nell’ultimo desiderio. Citera, l’isola di Venere, il
paradiso del desiderio e del sogno, è una prigione dove non c’è
via di scampo, perché non c’è salvezza là dove non c’è anche amore. W. Shakespeare: l’eterno commiato
Daniele sta
per andare via, in quello che sarà il suo ultimo viaggio, Spider lo segue e
quando accanto all’auto, lo saluta con le parole di Shakespeare, tratte dal
suo “Giulio Cesare, Atto V, Scena I: “Allora, prendiamo il nostro eterno commiato, addio e
per sempre addio Cassio, se ci rincontreremo, avremo il sorriso sulle labbra,
altrimenti valga questo come ottimo congedo“. Sono queste
le ultime parole tra Bruto e Cassio, prima della battaglia di Filippi, che
segnerà la fine tragica della loro amicizia, ma anche la sconfitta definitiva
degli ideali di libertà a Roma. Ed questo è
il motivo per cui essa ritorna nel finale del film, come un estremo congedo
prima della fine, della sconfitta definitiva da parte di un mondo che ha
perduto il valore e con esso ha smarrito anche la possibilità del nuovo. Daniele lo
guarda un po’ sorpreso, sente l’emozione dell’amico e cerca di smorzare la
tensione con una battuta: “Sei un uomo di buone letture”- ma si rende conto,
che non sarà con il sorriso sulle labbra, che lo rivedrà un giorno. La
morte e la bellezza: Il mistero di Livia
Lasciatemi sembrare finché
sia, non toglietemi la mia veste
bianca. Lascerò presto questa bella
terra per adagiarmi in quella cosa
dura. Là mi riposerò un momento
solo e poi fresco lo sguardo si
aprirà e lascerò quaggiù solo
l’involucro, la veste, la cintura e la
ghirlanda. Goethe * La prima notte
di quiete custodisce due misteri: il passato di Vanina e la ragione della
morte di Livia, la giovane cugina amata in gioventù da Daniele. Il primo è
svelato nel corso della storia e conferisce drammaticità agli eventi, fino al
finale tragico, ma del secondo, solo rari accenni e nessun elemento di
spiegazione, nonostante che esso è all’origine delle scelte di vita del
protagonista. In realtà la
giovinezza di Livia, il suo suicidio e la forma prescelta: l’annegamento,
richiamano un personaggio letterario al quale Zurlini e Medoli si sono
ispirati, quello di Ottilia, in “Le Affinità elettive” di Goethe. Chi è, allora Ottilia / Livia? La sua
figura rimanda alla vita della giovinezza e al destino della bellezza che
vuole rimanere tale. Il segreto di Ottilia, il profondo mistero che avvolge
la sua figura, è il mistero della bellezza. Essa permane fin quando si cela
nella sua apparenza, ma la vita le porta via l’essenziale, perciò deve
custodirsi contro di essa e l’essenziale della bellezza è questa sua
apparenza fatta di veli e di corpo. La vita getta via i veli e prende il
corpo, ma con ciò la bellezza si dissolve, questo è il suo destino. A misura che la
vita si ritrae, si ritira anche ogni bellezza apparente, che può risiedere
solo in ciò che vive, finché nella fine totale dell’una, deve sparire
necessariamente anche l’altra. Alla morte
deve soccombere la bellezza. Ottilia conosce questa sua strada e quindi per
preservare la bellezza deve soccombere alla morte, affidarsi ad essa. Secondo
il mito l’origine della bellezza è dalle acque ed ella ad esse vuole
ritornare, infatti sia Ottilia sia Livia si annegarono. Livia, la
bella e giovane cugina di Daniele, rifiutava questo amaro destino e quindi
preferì conservare la bellezza nell’unico modo possibile, uccidendosi, una
scelta questa che non poteva essere condivisa con nessun altro, neppure dal
suo amato Daniele, che un anno dopo la ricorda con le seguenti parole: “Ma non esiste cammino per l’appuntamento, che non mi
sarebbe più dolce della vita o cara. A noi dovevi lasciare la decisione
feroce, che ti cela dietro confini inviolabili di freddo. A Livia, un anno
dopo”. Il
misticismo del fiore azzurro e il destino della Poesia
Nel simbolo del "fiore azzurro" Novalis racchiude
il segreto dell'arte e il desiderio del poeta di trasformare il mondo in un
universo di bellezza, grazie al potere creativo dell'immaginazione. Altri poeti dopo di lui l’hanno cercato, ma quel fiore non
esiste, non esistono “segreti alfabeti”, che conducono al mondo nuovo
attraverso le porte della creazione. La poesia non ha questo potere e il
poeta che segue quella via non trova una nuova vita, ma può solo distruggere
la propria, tentando di dare forma all’impossibile. Rimbaud se ne rese conto
nel suo viaggio a “Una stagione all’inferno” e prima di fare “crac”
definitivamente, decise di non scrivere più poesie e scelse il silenzio, la
vita. Daniele scopre amaramente l’illusione che si cela dietro i
confini inviolabili di quel mito sognato in gioventù, e come Rimbaud sceglie
il silenzio e la vita, ben sapendo che la poesia da sola non è in grado di
dare la salvezza perché solo la forza di un sentimento vivo come l’amore ha
questo potere e lui quando l’incontra nella “bella persona” di Vanina, non se
lo lascia sfuggire. Franco D'Arco
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