La prima notte di quiete

Analisi

 

  1. Scene
  2. Vanina Vanini
  3. Il racconto di Stendhal  
  4. Paolo e Francesca: gli amanti di Rimini
  5. Paolo e Francesca nella poesia di Dante
  6. Nel romanzo e nel film
  7. Daniele Dominici
  8. Vanina Abati
  9. Monica
  10. I ricchi vitelloni di provincia
  11. Novalis
  12. Novalis e La prima notte di quiete

 

  1. Piero della Francesca
  2. Giovanni della Casa
  3. Un professore diverso negli anni del 68
  4. Valerio Zurlini
  5. Zurlini e il significato del film
  6. Il film: dati tecnici
  7. Luigi Tenco: Vedrai vedrai
  8. Ornella Vanoni: Domani è un altro giorno
  9. Charles Baudelaire:  Un viaggio a Citera
  10. W. Shakespeare: l’eterno commiato
  11. Goethe: Il mistero di Livia
  12. Novalis: Il misticismo del fiore azzurro

 

 

 

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La prima notte di quiete

 

     Dapprima una mortificante mancanza di materia, una poco generosa elementarità ce ne fanno avvertire la noia e il vuoto; ma poi lentamente si apprezza sempre più la levità dell’orizzonte, la sua pura luce, l’esaltazione trascolorante più dello spazio che dell’acqua, quell’azzurro rarefatto cui non contrasta da terra nessun altro colore deciso, ma risponde se mai qualche tinta tenue e spenta che può lontanamente specchiarlo.

     Rimini d’inverno è immersa in quest'atmosfera irreale: le lunghe file di cabine disposte in sequenze ordinate, dai colori pastello – assumono l’aspetto di un paesaggio d’infanzia, - però disertato, come se appartenesse a una stagione dell’esistenza ormai perduta, scomparsa, per sempre inghiottita dalla vita adulta e ci appare come lo scarto di qualcosa che non c’è più e di cui si farà a meno per sempre.

     È la visualizzazione straordinaria di una particolare nevrosi della cultura contemporanea: l’attesa. Attesa del nuovo, del sogno, della vera vita ed il film La prima notte di quiete di Valerio Zurlini del 1972 è il ritratto di questo paesaggio straniato, assunto a metafora della condizione umana: l’attesa del cambiamento, della liberazione dalla grigia vita provinciale, dalle ossessioni erotiche, da se stessi, dalla precarietà degli anni giovanili.

     La vicenda narra la malinconia di naufragi sulla costa adriatica. Insieme a Monica, la donna che da dieci anni vive con lui, approda a Rimini, supplente di lettere nel liceo, un professore. Daniele Dominici, questo il suo nome, è colto e autore di poesia, ma ormai sembra staccato da tutto: specialmente dalla scuola. Benché non abbia ancora raggiunto i quarant’anni, sembra aver già bruciato ogni volontà ed interesse, preferendo semplicemente sopravvivere.

     A fargli cambiare idea è Vanina, la più bella delle allieve, una diciannovenne chiusa e misteriosa, della quale l’uomo s’innamora, pur conoscendone il drammatico passato.  Gerardo, il ricco amante di Vanina e la madre di lei, una poco di buono, cercano invano di tenerlo alla larga.

     Convinti di amarsi alla follia, e dopo che Daniele ha preso a pugni Gerardo, e costui ha rivelato i torbidi trascorsi della ragazza, i due decidono di fuggire insieme. Ma Monica minaccia di suicidarsi, se verrà abbandonata, e Daniele teme che faccia sul serio. Sarà per accorrere a sincerarsene che a sua volta coperto di botte, va a sfracellarsi con l’automobile contro un camion.

     Il giorno dei funerali si scoprirà che Daniele era l’ultimo discendente di una nobile e ricca famiglia, fuggito di casa da giovane, spinto a cercare una ragione di vita e di poesia nella rivolta e nel vagabondaggio e, come Rimbaud, destinato alla sconfitta e all’autodistruzione.

 

Scene

 

I. Il primo giorno, l’arrivo a Rimini

1.       Al porto. Alcuni turisti di uno yacht inglese il Repulse, in avaria, chiedono informazioni ad un passante, ma l’uomo è appena arrivato in città e non la conosce.

2.       Il colloquio con il Preside.

3.       Le carte. La sera, nuovi amici, la vincita al gioco.

4.       La telefonata di Monica. Un amore in crisi.

II. Il secondo giorno

5.       Il primo giorno di scuola. La sua classe, lui si presenta, assegna un tema, ripone la sua fiducia nei ragazzi, essa è tradita, lo scontro con il Preside, ma lui non cambia atteggiamento.

6.       La stagione morta. Il monumento ai morti della Resistenza, la lapide commemorativa.

7.       Vanina Abati. Una bella ragazza dagli occhi tristi, isolata dagli altri.

8.       All’uscita di scuola. Il ragazzo di Vanina viene a prenderla in un’auto sportiva.

9.       Rifiuti sulla spiaggia portati dalla risacca del mare.

III. La settimana dopo

10.   L’interrogazione di Vanina. Daniele la chiama alla cattedra, le parla, lui riesce a vedere ciò che gli altri non vedono e la tratta con gentilezza e riguardo, lei n’è turbata.

11.   La partita a poker con Gerardo. La sera Daniele dà via l’unico ricordo del padre, l’anello, pur di continuare il gioco, ma perde di nuovo.

IV. Il giorno dopo, un giovedì

12.   Il Libro di Stendhal. Un pomeriggio felice in compagnia di Vanina, l’inizio di un amore, il bacio di lei e la sua fuga alla vista di Gerardo.

13.   La discoteca, il Nuovo Mondo. È la sera del compleanno di Spider, Daniele rivede Vanina insieme con Gerardo, le sembra molto diversa da come l’ha conosciuta e ha dei dubbi sul suo conto, poi lei lo nota e la felicità le sembra già finita, è disperata. Lui ha visto tutto, non si è sbagliato e non la lascia sola, ma lei, scoraggiata, non sa come fare per salvare il loro amore. L’altra Vanina, Gerardo se n’è accorto e invita la compagnia a casa sua per festeggiare Spider.

14.   La vendetta. Gerardo mostra un filmino, nel quale appaiono immagini scabrose di Vanina, lei lo ferma, ma ormai è tardi, Daniele non poteva non vedere. Elvira ci prova, ma lui la rifiuta.

15.   La lettera dell’amante di Monica. Ormai tra Daniele e Monica non è rimasto nulla, neppure il sesso.

V. Il mattino dopo

16.   Vanina abbandona la scuola. La mattina lei non si presenta alle lezioni, lui le telefona, ma lei non gli risponde.

17.   La madre di Vanina. A casa Abati la madre lo informa che Vanina si è ritirata da scuola, gli fa sapere che lei voleva lasciare il suo ragazzo, ma gli vieta di rivederla e lo minaccia.

18.   La lettera anonima. La sera Monica cerca il libro di Stendhal, gli chiede cosa c’è stato tra lui e Vanina e l’avverte, rimarrà deluso, non è quella la prima volta. Lei non vuole perderlo per non rimanere da sola.

VI. Alcuni giorni dopo

19.   La Querciaia. Il viaggio nella memoria in compagnia di Spider, ricordi di gioventù.

20.   La festa a casa di Elvira. La sera, durante la festa, a Daniele è predetto il futuro, Spider rivela, invece, il suo passato di poeta, lui ha perso ogni speranza e sta per cedere alle lusinghe di Elvira.

21.   L’imbarco per Citèra. Nella notte, Marcello viene a chiamare Daniele: Vanina è tornata e lo cerca, l’amore.

VII. L’ultimo giorno

22.   L’ultima partita. All’alba arriva Gerardo, ma Vanina lo respinge, ora ha l’amore di Daniele e non ha più paura di lui, ma questi non si rassegna e cerca di riprendersela con la forza, glielo impedisce Daniele e lui è costretto ad abbandonare la partita, ma prima di andare via, si vendica, rivelando tutta la verità sul conto di Vanina, lei ora ha di nuovo paura, ma Daniele l’ama davvero e non l’abbandona.

23.   La partenza di Vanina per Monterchi.

24.   L’addio a Monica. Lei non si rassegna e minaccia di uccidersi.

25.   L’aggressione. Daniele è ferito.

26.   Il congedo dagli amici. A casa di Marcello, Daniele rivela il suo passato e saluta gli amici.

27.   Il telefono staccato. Daniele chiama Monica, ma lei ha staccato il telefono.

28.   La porta chiusa. Spider si reca a casa di Monica, ma lei non apre.

29.   Daniele esce di scena. Daniele preoccupato telefona a Spider da un bar, l’amico l’informa di essersi recato a casa sua, ma nessuno gli ha aperto. Daniele decide di tornare indietro.

30.   L’incidente.

VIII. Il funerale

31.   La prima notte di quiete. La dimora dei padri.

 

Vanina Vanini

 

     “Una giovane, tipicamente romana per lo splendore degli occhi e il nero d’ebano dei capelli, entrò al braccio del padre, da ogni suo gesto traspariva una singolare fierezza. Tutti gli sguardi la seguivano”, così inizia “Vanina Vanini”, il racconto di Stendhal. “Aveva già diciannove anni e rifiutato i più splenditi partiti, la fiera, orgogliosa principessa dai capelli neri e dagli occhi ardenti” perché li considerava troppo leggeri e futili, quando conobbe Pietro Missirilli, un giovane carbonaro fuggiasco, che il padre aveva accolto di nascosto in casa, curandone le ferite.

     Vanina Vanini è la storia del tentativo fallito di una ragazza di nobile famiglia per evadere dalla mediocrità della sua classe, ma è anche il resoconto amaro della fine di due aspirazioni tipiche della giovinezza: l’amore e la libertà.

     Non a caso nella grazia ripetitiva del nome stesso della protagonista s’annida l’eco attutita dell’antico vanitas vanitatum. L’amore e la libertà, sogni tipici della gioventù, entrambi accomunati da un identico destino di vanità e di morte, nel racconto di Stendhal sono armati l’uno contro l’altro e sconfitti entrambi, ma la bellezza della storia è tutta nel personaggio di Vanina, lei tanto fiera, per amore rinuncia al suo orgoglio e sempre per amore, seppur tradita da lui, preferisce perdere la libertà, pur di salvarlo.

     Vanina Abati ha l’orgoglio e la fierezza altera della giovane e bella Vanina Vanini e i suoi stessi occhi inquieti e ardenti, ma la sua storia ha il sapore amaro della poesia, dei versi che Dante scrisse per gli amanti perduti di Rimini, Paolo e Francesca, anche per loro “Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante”

Inferno, Canto V, versi 137 - 138

     Così accadde per Vanina, lei aprì il libro, che Daniele le aveva regalato, ne lesse le prime pagine, mentre lui l’accompagnava a Bellaria in auto e non ebbe più bisogno di andare oltre perché quella storia, intanto, era già diventata parte della sua vita.

 

Il racconto di Stendhal  

 

     Lei è una principessa romana e lui un carbonaro fuggiasco e s’innamorano, ma nel cuore del giovane c’è posto solo per l’amor di patria e appena guarito dalle sue ferite, si rigetta nella lotta. Vanina lo raggiunge a Forlì, dove lui sta organizzando una vendita carbonara e lì scopre qual è il vero amore del suo Pietro e pazza di gelosia denuncia i carbonari, credendo di poterlo così avere solo per sé.

     Ma il giovane non vuole passare per traditore e preferisce condividere la sorte dei suoi compagni. Consumata dal rimorso e dall’amore, Vanina lo salva dalla morte, grazie all’aiuto del principe Livio Savelli al quale in cambio si è promessa in sposa.

     Ottenuta la grazia e commutata la pena di morte in carcere a vita, Vanina lo incontra un’ultima volta nella cappella della prigione per farlo fuggire, ma da lei il giovane accetta solo di essere aiutato, non il suo l’amore. Disperata Vanina gli rivela tutto e lui furioso cerca di ucciderla, ma la bella principessa è salvata in tempo dall’intervento delle guardie e quando ritorna a Roma, sposa Livio Savelli.

 

Paolo e Francesca: gli amanti perduti di Rimini

 

     Francesca da Rimini, figlia di Guido, detto il Vecchio, da Polenta, signore di Ravenna, fu sposa di Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, uomo di valore ma fisicamente deforme. I due cognati, Paolo e Francesca, sorpresi dal marito di questa furono insieme uccisi, probabilmente nel 1289.

 

Paolo e Francesca nella poesia di Dante

 

     Nei versi di Dante, Francesca si abbandona ai ricordi e ritorna alla sua città di Ravenna, vede la bellezza della costa adriatica e prova pena nel notare il contrasto tra la sua terra e il movimento del Po e dei suoi affluenti che vanno verso la foce, al mare, quasi a cercare la pace, la quiete, dopo il travaglio del lungo percorso. Gli elementi della natura, inconsapevolmente, approdano alla loro pace ed è alla sua pace, che le mancherà per sempre, che ella pensa ora.

     Poi torna con la mente agli attimi fuggenti della sua passione d’amore e ne cerca la ragione. L’amore è un’inclinazione dell’animo verso la perfezione e perciò il cuore gentile, sensibile, n’è subito conquistato e ha tale forza che non può permettere a colui che è amato di non riamare, questa è la sua legge:

“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende…

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte…

Inferno, Canto V, versi 100 - 103

   

     Infine, ricorda l’inizio della loro sventurata storia, quando un giorno leggevano, lei e Paolo, un giorno qualsiasi, non scelto, né atteso, per diletto, con nessun altro proposito se non di passare il tempo serenamente ed erano soli, senza alcun sospetto di essere sorpresi, da renderli cauti e guardinghi. Leggevano di Lancillotto come Amor lo strinse, e ogni insistenza di Ginevra perché il cavaliere le rivelasse il suo amore era un incentivo a frugare nel fondo del loro cuore.

"Ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

Essere baciato da cotanto amante,

questi…la bocca mi baciò tutto tremante.

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante”

Inferno, Canto V, versi 132 - 138

   

     Il libro fu dunque per Francesca l’intermediario del loro amore, ne svelò l’origine e fece la parte di Galeotto, personaggio del romanzo, che indusse la regina Ginevra a baciare Lancillotto e Paolo, lei.   

 

Nel romanzo e nel film

 

     Rimini è lo scenario della storia d’amore tra Vanina e Daniele, il libro di Stendhal è l’intermediario del loro amore e questi ubbidisce alla stessa legge, che spinse Paolo ad innamorarsi di Francesca e farsi riamare da lei.

     Infine amore e morte, come per gli amanti di Rimini, ma non per tradimento e colpa, ma perché nel mondo di Daniele e Vanina ogni cosa bella è destinata a spegnersi, a morire o quasi, così è stato per la poesia e la bellezza, così è per l’amore. 

 

 

Daniele Dominici

 

     Un tempo lui scriveva poesie e voleva creare uno mondo migliore con il coraggio della volontà e della fantasia, ma l’arte e la poesia non hanno tale potere e lui se ne accorse un giorno, quando scopri amaramente quale fosse il prezzo di questa follia. Il suo era stato solo il sogno generoso della propria gioventù, pagato con la morte della sua Livia, che amava quel sogno e non voleva viverne senza.

     Il suicidio del suo primo amore lo portò via di casa e lo spinse a cercare una ragione di vita e d’espiazione per i sentieri battuti da altri prima di lui, in un mondo ostile e indifferente ai valori dell’umanità e della bellezza, sui cui aveva modellato se stesso.

     Non gli restò che sopravvivere fino all’incontro con Vanina Abati, una giovane che aveva l’orgoglio e la fierezza altera della bella Vanina Vanini e i sui occhi inquieti e ardenti e in quel momento gli sembrò che la vita non l’avesse del tutto dimenticato.

     Ma ancora una volta, proprio quando non gli sembrava più assurdo ricominciare, la vita, che gli aveva dato un’altra occasione se la riprese e il cerchio si chiuse “Ma non esiste cammino per l’appuntamento, che non mi sarebbe più dolce della vita o cara. A noi dovevi lasciare la decisione feroce, che ti cela dietro confini inviolabili di freddo. A Livia, un anno dopo”.   

     Daniele Dominici, l’ultimo discendente di una nobile e ricca famiglia, paga alla fine con la vita, il sogno generoso della sua gioventù: la sua ribellione all’autorità e all’ordine, e come Rimbaud è destinato alla sconfitta e all’autodistruzione, ma il suo è il sacrificio di un intero mondo “distrutto, in frantumi”, che si estingue se nessun altro ha il coraggio, la volontà e la fantasia di farlo risorgere.

     Le sue scelte di vita e il suo modo d'essere sono la testimonianza, infine, di un messaggio dal sapore profetico, annunciato sin dall’inizio attraverso il suo stesso nome. Infatti, Daniele è un antico nome ebraico il cui significato è Dio è giudice o ha giudicato ed è il nome, che si dà agli eletti, i prescelti da Dio come suoi messaggeri, ma è anche un profeta del Vecchio Testamento, vissuto nel VI secolo a. C. ed esiliato da Gerusalemme a Babilonia, (anche Daniele Dominici vive la sua esistenza come un esiliato in terra straniera), considerato dagli Ebrei come il “maestro dei maghi” e il cui libro di profezie costituisce il primo esempio di letteratura apocalittica.

     Daniele, dunque, possiede il dono divino della veggenza, ecco perché nella storia sono ricorrenti i richiami alla figura profetica di Gesù e ai Vangeli:

“Eh, ogni tanto vengono in mente dei ricordi senza ragione. Colui che voi cercate, non è qui…”

“È risorto, come disse il terzo giorno, andate vi ha preceduto in Galilea, là lo incontrerete“.

 Ma qual è la sua profezia?

     Quella di non ritenere l’amore e la poesia residui di un mondo superato dai tempi o delle illusioni, ma i soli in grado di salvare e rigenerare la vita e il mondo, altrimenti resterà ciò che Daniele mostra all’amico Spider quando lo porta in visita alla Querciaia: “Si sono lasciati morire lentamente in questo cimitero putrefatto, tutto marcito, distrutto, in frantumi”.

 

Vanina Abati

 

     “È bella molto, ma scomoda, con molto passato, poco presente, niente futuro”, questa è la Vanina Abati, che Daniele conosce un giorno d’ottobre. Lei, avvolta in un maglione nero alla dolce vita, legge un libro e i suoi occhi ardenti si posano per qualche secondo su di lui e da allora, non dimenticherà più quello sguardo inquieto e triste.

     Vanina ha la grazia di una Madonna del Rinascimento e lo sguardo altero di una principessa, ma in quella fierezza nasconde il tormento di un’infelicità, che ha distrutto la sua giovinezza.

     L’ombra, che brilla nei suoi occhi, è il mistero che attrae da subito Daniele, la sua malinconia senza rimedio, che non riesce a sopportare. Allora cerca di capire, di conquistarne la fiducia, ma scopre, che ciò che si nasconde in quello sguardo è sempre più drammatico, e non basta difenderla, stare dalla sua parte e proteggerla dall’ironia e dalla cattiveria dei suoi compagni, l’unico modo per aiutarla veramente è ridarle una ragione di vita, è salvarla dalla crudeltà della gente e dall’arroganza del suo fidanzato.

     All’inizio, Vanina è attratta dai modi gentili di quel professore un po’ strano e, inconsapevolmente, si affida a lui in un'impossibile richiesta d’aiuto e di conforto, ma poi per paura se ne ritrae, temendo per il suo passato e che poi tutto finisca con l’ennesima delusione.

     Ma Daniele, non solo la capisce, la protegge anche, e sembra proprio diverso da tutti gli altri e quando lui le regala un libro, nessuno mai l’aveva fatto prima, lei n’è sorpresa, contenta, e accetta di farsi accompagnare da lui. Poi, pur di stare in sua compagnia, gli mente perfino.  Lui lo scopre, ma ancora una volta, comprende e non la giudica.      

     Infine, anche per lei giunge il momento in cui crede di essersi illusa e si sente perduta, tradita, ingannata da lui perché voleva crederci, incominciava ad amare quell’illusione, ma ancora una volta grande è il suo stupore e la sua gioia, quando scopre che non aveva sbagliato sul suo conto, Daniele è proprio diverso da tutti gli altri e ama lei.

     I fantasmi del passato, però ritornano sempre, fino a quando non sono sconfitti e così è anche per Vanina, appena compare Gerardo e lei non ha la forza di credere nell’amore che incomincia a provare per Daniele e scappa via da lui.

     La tragedia si compie rapidamente quella sera stessa con la vendetta di Gerardo, che alla fine scopre tutto e si vendica del suo tradimento, mostrando a Daniele quello che per lui è il vero volto di Vanina.

     La ragazza abbandona la scuola e la città e a nulla valgono i tentativi di Daniele di parlarle o di ritrovarla, lei è scomparsa dalla sua vita. Ma Vanina ama quel sogno e non lo lascia spegnere, così in una notte di novembre ritorna da lui trepidante, sperando di non aver rovinato tutto e che lui l’ami ancora.

     Il loro amore dura lo spazio breve di una notte, già all’alba Gerardo è lì per strapparla a quel sogno, ma lei lo difende con la disperazione e la fierezza del suo amore e Daniele non la lascia sola, neppure nel momento più difficile, quando la verità è svelata per intero e quello che le rimane alla fine di lui sono due parole, le uniche che potevano salvarla e restituirla alla vita.

 

Monica

 

     “Ma anche stare insieme per disperazione vuol dire molto”, è il personaggio di Monica, la fine di un amore che ha smarrito per strada le ragioni del suo esistere, consumatosi per dieci lunghi anni nell’ombra di un’esistenza spoglia e provvisoria.

     Monica è una donna inaridita, consumata dal tarlo della noia e del vuoto, non ha più nulla in cui credere, sperare, illudersi, l’unico attaccamento alla vita è la paura della solitudine, di dover fare i conti con quel vuoto sconfinato, che cerca di scacciare, facendo all’amore. Ma il suo è soltanto sesso, appagamento momentaneo di un’inquietudine dei sensi, nulla di più.

     Lei si è lasciata morire lentamente dentro, riducendo sempre più il suo orizzonte di vita, con l’illusione di poter salvare così l’essenziale, ma alla fine si è dovuta accontentare degli scarti di un’esistenza e d’avventure sempre più provvisorie e meschine, fino a giungere al momento in cui non le è rimasto che il denso fumo di una sigaretta a riempire il vuoto di un’esistenza ormai spenta.

 

I ricchi vitelloni di provincia

 

      I giovani perdigiorno, già abbastanza stagionati, che hanno qualcuno, che li mantiene, descritti da Fellini nel suo bel film “I vitelloni” del 1953, che costituiva un viaggio nel tempo amaro e assurdo della giovinezza, a cavallo degli anni Sessanta sono cresciuti e si sono incattiviti.

     Non sono più i disoccupati della borghesia, i figli di mamma, che non hanno attitudini per nessuna cosa in modo speciale e aspettano sempre una lettera, un’offerta, una raccomandazione, che li porti a Roma o a Milano per qualche incarico generico onorifico e redditizio e aspettando sono giunti verso i trent’anni, passano la giornata a fare discorsi e scherzetti da ragazzini del ginnasio; e brillano nei tre mesi della stagione balneare la cui attesa e i cui ricordi occupano tutto il resto dell’anno. 

     Ora sono diventati un gruppo di amanti del gioco e della bella vita, rampolli di una ricca e scapestrata borghesia di provincia, che consuma una vuota esistenza, rifugiandosi nelle facili emozioni del gioco d’azzardo, del sesso e della droga.

     La spiaggia d’inverno, La noia, la futilità, lo spreco di tempo e della vita stessa in un deserto che corrisponde anche alla loro realtà spirituale, sono i quadri insistiti di una provincia chiusa e immobile, da cui soltanto Spider, dopo l’incontro con Daniele e l’amicizia con lui, sembra sentire il bisogno di fuggire, di cambiare vita.

 

Novalis

 

     Novalis (1772 - 1801), pseudonimo di Friedrich Leopold von Hardenberg, poeta tedesco, tra i fondatori del movimento romantico. Di origine nobile, compì studi di legge e filosofia, ma il suo interesse era rivolto principalmente alla scrittura.

     La sua opera più conosciuta è Inni alla notte, composta nel 1797 e pubblicata nel 1800. Mescolando versi e prosa ritmica, essa esprime il dolore del poeta per la scomparsa di Sophie von Kühn, la fidanzata morta appena quindicenne, e al tempo stesso reinterpreta la morte come rinascita mistica al cospetto di Dio.

     Tra gli altri volumi si ricordano i Canti spirituali, quasi tutti composti nel 1799, e il romanzo incompiuto Enrico di Ofterdingen (1799-1801, pubblicato postumo nel 1802), in cui l'autore condensa nel simbolo del "fiore azzurro" (die blaue Blume) il segreto dell'arte e il desiderio del poeta  di trasformare il mondo in un universo di bellezza grazie al potere creativo dell'immaginazione.

     Novalis conosce nel 1794 a Gruningen la giovanissima Sophie von Kuhn (1782 – 1797), che diventerà la musa della sua poesia. Nel 1795 il fidanzamento non ufficiale con lei, che si ammala nel 1796 e muore il 19 marzo del 1797.

     Il lunedì di Pasqua di quell’anno Novalis va per la prima volta a visitare la tomba di Sophie. “Ciò che tu ami davvero è tuo”, aveva scritto qualche tempo prima. Il 13 maggio la famosa descrizione della visita di cui si conservano tracce riconoscibili nel III Inno alla notte.

 

Novalis e La prima notte di quiete

 

     L’amore tragico di Novalis e Sophie von Kuhn è il motivo ispiratore dell’amore di Daniele per la sua giovane cugina e come Sophie fu la musa di Novalis, così Livia lo divenne per lui.

     La morte di Sophie sopraggiunse a causa di un male incurabile, altrettanto quella di Livia, che si uccise non potendo sopportare la vita senza i sogni e le speranze della gioventù e l’esistenza di Daniele ne fu profondamente segnata, come quella di Novalis, morto nel 1801, appena quattro anni dopo la scomparsa di Sophie.

     Nella prima notte di quiete, Daniele visita i luoghi del suo amore perduto, è l’episodio della Querciaia, il sepolcro vuoto di Livia e il suo è un viaggio nella memoria e nell’oblio del sogno, che “dei mortali egri conforto”, ma è l’intera figura di Daniele a ricalcare le orme e il destino di Novalis: l’appartenenza ad una nobile stirpe, il suo essere poeta, e il desiderio giovanile di trasformare il mondo in un universo di bellezza grazie al potere creativo della fantasia.

 

III Inno alla notte

 

Il gelido sepolcro vuoto dell’amata lo accolse un giorno,

come un disperso, uno straniero al mondo.

Si sentì vacillare,

non era così che si era immaginato il loro incontro,

ma la vita non ha pietà dei giovani amanti

ed è inutile aggrapparsi alla nostalgia e al rimpianto.

Allora venne

dall’azzurro della lontananza,

come una spinta d’aurora

la sua antica beatitudine

e per incanto la malinconia sprofondò nella dolce notte,

che gli restituiva il viso e gli occhi,

e si abbandonò alla sua onda, finalmente uniti nel pianto e nel dolore.

Da allora attende la notte, il sonno,

per ricongiungersi alla amata Sophie per sempre.

 

Nel tempo amaro in cui piansi

sotto tanto dolore

che come acqua la speranza

dileguò da me quando lo specchio

della mia vita mi fu tolto

e rimasi solo più solo di chiunque

Io fuori dall’antro

In cui nel buio era il mio amore,

scacciato da me dalla paura

io, senza forze in fuga più misero in me

e chiedendo aiuto

con gli occhi imploravo

volendo dirigermi ma dove

e nessun luogo alle spalle

che più smarrito allora mi aggrappavo

come appeso con tutta la nostalgia

alla vita che mi lasciava indietro

inafferrabile correndo –

allora venne

dall’azzurro della lontananza

come una spinta d’aurora

sorgendo dai suoi vertici

la mia antica beatitudine.

Per incantesimo si ruppe

Il vincolo della nascita in me

la stretta catena con cui stringe la luce.

Il mondo turbinò

nel suo fulgido impero, lontano

mescolato in lui

il mio lutto inabissato.

Come un fiume si versò

la mia malinconia nell’immenso

sonoro precipizio oh tu!

esultanza incantesimo della notte,

cielo come culla di sonno

che circondò la mia testa!

Il paesaggio fu come sollevato

dolcemente s’innalzò sulla sua onda

il mio spirito nuovo, liberato;

polvere di polline, nube

fu il colle, in una gloria lievitato

e vidi la mia amata viso più che luce

i suoi occhi

quieti pezzi di eterno

presi le sue mani e scintillò,

saldissimo cerchio,

una catena di lacrime,

lucenti.

Millenni sprofondarono nella lontananza

come temporali che dileguano.

Con la faccia sul suo collo

come bagnato di gioia, piangendo,

fu il varco della nuova nascita.

Questo è stato il primo e ultimo sogno.

Da allora, senza mutamento, fedele

amante nel cielo notturno

ho il mio lume

la mia amata per sempre.

 

 

Piero della Francesca e la Madonna del Parto

 

     L’affresco è stato realizzato attorno al 1465 per l’altare maggiore di Santa Maria a Nomentana a Monterchi, non lontano da Sansepolcro. La vergine indossa un abito blu che rispecchia la moda semplice delle donne dell’epoca.

     Essa è colta di tre quarti in una posa regale, ma anche di grande realismo. Con magistrale delicatezza Piero ha messo in enfasi il suo stato raffigurando il gesto estremamente naturale con il quale si appoggia una mano al ventre, mentre l’altra portata sul fianco sottolinea il corpo appesantito. Il particolare della veste aperta che lascia intravedere il bianco della tunica enfatizza il valore dell’Immacolata Concezione. L’accento così posto sulla maternità della Vergine l’ha resa un’immagine molto popolare, oggetto di devozione e di culto alla quale rivolgersi per ottenere conforto e aiuto in quel momento delicato e difficile della vita.

     Lo splendido ovale della Vergine è percorso da sottili asimmetrie e da una vibrazione inquieta, che si condensa nello sguardo sfuggente sotto le palpebre socchiuse pur nel suo isolamento divino, la futura madre di Gesù appare conscia del suo stato e dolcemente assorta nel mistero dell’Incarnazione.

     Daniele tiene a Vanina un’unica lezione è proprio su questo bellissimo dipinto di Piero della Francesca nell’episodio “La Madonna del Parto”. Essa è conclusa dai primi sei versi di Dante dedicati alla Madonna nel XXXIII Canto del Paradiso.

 

Giovanni della Casa

 

     Poeta e letterato italiano (Mugello, Firenze 1503 – Roma 1556). Compì gli studi a Firenze, Bologna, Padova (dove strinse amicizia con Pietro Bembo) e Roma. Contrariamente a quanto potevano far supporre i suoi trascorsi di giovane gaudente, nel 1534 prese gli ordini religiosi e iniziò a Roma la carriera ecclesiastica. Dieci anni dopo fu nominato vescovo di Benevento, ma, prima ancora di raggiungere la sede, venne incaricato della delicata missione di nunzio apostolico a Venezia dove vi rimase fino al 1549 e in questo periodo scrisse le sue orazioni politiche.

     Nel nuovo clima severo della Controriforma, dovette anzi stare appartato per qualche anno nell’entroterra trevigiano, finché con l’elezione di Paolo IV poté tornare a Roma per diventare segretario di stato, morendo però poco dopo.

     A due anni dalla sua morte vennero pubblicate le due opere per cui va famoso: le Rime, che, pur seguendo moduli petrarcheschi, presentano forti innovazioni nella struttura del verso e nei temi; e il Galateo, apparentemente compendio delle norme di buona creanza, ma in realtà esito di una perfetta cultura umanistica che egli seppe esprimere negli anni del ritiro dagli impegni diplomatici e dalle ambizioni di carriera.

Rime

54 O sonno, o della dolce, umida, ombrosa

O sonno, o della dolce, umida, ombrosa

notte placido figlio; o de’ mortali

egri conforto, oblio dolce de’ mali

si gravi ond’è la vita aspra e noiosa;

soccorri al core omai che langue e posa

non have, e queste membra stanche e frali

solleva: a me ten vola o sonno, e l’ali

tue brune sovra me distendi e posa.

Ov’è ‘l silenzio che ‘l dì fugge e ‘l lume?

E i lievi sogni, che con non secure

vestigia di seguirti han per costume?

Lasso che ’nvan te chiamo, e queste oscure

 e gelide ombre invan lusingo. O piume

d’asprezza colme! o notti acerbe e dure!

 

Dove la vita è aspra e noiosa,

dei deboli e sofferenti mortali

o sonno, placido figlio

della notte dolce, umida e ombrosa,

tu se di conforto,

sei l’oblio dei mali più gravi.

Sollevami con le tue ali

e dammi la pace,

che il mio fragile essere da tempo aspetta

in questa notte ancora giovane e dura

 

Un professore diverso negli anni del 68

 

“Non mi sembra che lei abbia, diciamo così, la vocazione all’insegnamento?”, conclude il vecchio preside del liceo dopo aver letto il suo curricolo e Daniele gli risponde, senza alcun imbarazzo, con un: “Probabilmente!”

     Nella penombra pesante di quello studio si assiste allo scontro sottile di due culture, una vecchia e mai al tramonto, che vede nella libertà sempre una minaccia all’ordine e all’autorità e l’altra portatrice di una concezione democratica e antiautoritaria, che fa della cultura lo strumento principale di liberazione umana. Per questo le prime parole che Daniele pronuncia ai suoi allievi, intenti nei preparativi di una manifestazione, sono: “Io sono qui per insegnarvi perché un verso del Petrarca è bello e penso di saperlo fare bene”.

     Nel clima del 68 e della contestazione Daniele ricorda loro l’unica cosa veramente importante: la conoscenza (la qualità, il valore), viene prima di tutte le altre, senza di essa ogni battaglia di liberazione è perduta. Un sapere che non insegni la qualità, la bellezza, non rende liberi, non migliora l’esistente, non è vero sapere ed è per questa ragione che non può essere imposto con la forza o l’autorità, può essere sentito solo come intima necessità per la propria libertà.

     Infine, mettendo da parte il ruolo tradizionale dell’insegnante, cerca sin da subito di ridurre le distanze e di stabilire un rapporto di comprensione e d'amicizia con i suoi allievi perché sa che un sapere siffatto è destinato a cambiare la loro esistenza e quindi lui non deve sottrarsi alla vita dei suoi studenti, ma deve aiutarli a porre in luce ciò che di buono e di meglio vi è in ognuno.

 

 

Valerio Zurlini

 

     Regista italiano, (Bologna 1926 - Verona 1982). Laureato in legge, durante gli anni universitari si cimentò in spettacoli teatrali e, in seguito, tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio dei Cinquanta, diresse una quindicina di documentari.

     Nel 1954 passò al lungometraggio con la regia di Le ragazze di San Frediano, adattamento dell'omonimo romanzo di Vasco Pratolini. La consacrazione arrivò con il secondo film, Un'estate violenta (1959), struggente storia d'amore in cui la seconda guerra mondiale fa da sfondo a un'educazione sentimentale.

     Zurlini fu autore dalla vena intimista, molto attento alle atmosfere e alla definizione psicologica dei personaggi. In Cronaca familiare (ancora da Pratolini, 1962) propose un dramma commovente calato come di consueto in un'accurata cornice figurativa. Il film vinse il Leone d'Oro a Venezia, ex aequo con L'infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij.

     La sua carriera cinematografica proseguì nel 1972 con il malinconico film La prima notte di quiete e con il Deserto dei tartari (1976), tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Negli ultimi anni, ha insegnato al Centro sperimentale di cinematografia di Roma.

     Zurlini dimostrò di possedere un’innata sensibilità che gli permise di indagare le vicende umane con sottile vena psicologica.

     La sua vocazione narrativa gli consentì di confrontarsi, con successo, con alcuni capolavori della letteratura che riuscì a tradurre splendidamente in immagini anche grazie a un raffinato e colto senso figurativo.

 

Zurlini e il significato del film La prima notte di quiete

 

     La prima notte di quiete è un verso di Goethe, è la morte. Esprime l’idea che l’uomo nella sua traversata della vita ambisce a un riposo che solo la morte potrà dargli. Era questo un film pieno di cose, di cose che giudico importanti, e che nel film non ci sono. All’origine, si trattava del terzo episodio di un film che non ho potuto fare, che non mi hanno lasciato fare, Il paradiso all’ombra delle spade.   

     Nell’intellettuale con le ambizioni distrutte non c’è autobiografia, volutamente almeno non c’è. Che poi, indirettamente, ci arrivi qualche frammento autobiografico può anche darsi

 

Il film

dati tecnici

 

Regia Valerio Zurlini

Soggetto e Sceneggiatura Valerio Zurlini ed Enrico Medioli

Interpreti: Alain Delon, Giancarlo Giannini, Sonia Petrova,

Renato Salvatori, Alida Valli, Lea Massari, Adalberto   Maria Merli e Salvo Randone

Genere drammatico – Produzione Italia / Francia

Durata 132 minuti

Il film è edito in videocassetta da Mondadori Video 1995

 

Vedrai vedrai

 

 

Quando la sera me ne torno a casa,

non ho neanche voglia di parlare,

tu non guardarmi con quella tenerezza,

come fossi un bambino che ritorna deluso.

Sì, lo so che questa non è certo la vita

che ho sognato un giorno per noi.

Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà,

forse non sarà domani,

ma un bel giorno cambierà.

Vedrai, vedrai, non sono finito, sai,

non so dirti come e quando,

ma vedrai che cambierà.

*

Preferirei sapere che piangi,

che mi rimproveri di averti delusa

e non vederti sempre così dolce

accettare da me tutto quello che viene.

Mi fa disperare il pensiero di te e me,

che non so darti di più.

Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà,

forse non sarà domani,

ma un bel giorno cambierà.

Vedrai, vedrai, non sono finito, sai,

non so dirti come e quando,

ma un bel giorno cambierà.

Luigi Tenco

*

     Nato a Cassine, Alessandria, il 21 marzo 1938, morto il 26 gennaio 1967. Suona il pianoforte, il sax, la chitarra. Dal 1953 al 1958 si esibisce con Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi, Fabrizio De André. Nel 1959 firma per la Ricordi e nel 1964 passa alla Star. Esordisce su RCA, con un “Giorno dopo l’altro” (primavera 1966), sigla de “Le inchieste del commissario Maigret. Partecipa al Disco per l’estate di quell’anno con “Lontano lontano”, di cui “Ognuno è libero e al Festival di Sanremo nel 1967.

*

     La rabbia e lo scontento di una generazione, che non si riconosceva nell’Italia retorica e provinciale degli anni Sessanta è il motivo ispiratore delle canzoni di Tenco. La realtà quotidiana, la malinconia degli ambienti urbani, la fragilità dell’amore e dei sentimenti e i sogni di una generazione sono esaltati nei suoi testi da uno stile asciutto e volutamente antiletterario.

 

 

 

Domani è un altro giorno

 

“È uno di quei giorni che

ti prende la malinconia,

che fino a sera non ti lascia più.

La mia fede è troppo scossa ormai

e penso dentro di me:

proviamo anche con Dio,

non si sa mai.

E non c’è niente di più triste

in giornate come queste

che ricordare la felicità,

sapendo che è già inutile ripetere,

chi sa, domani è un altro giorno, si vedrà.

È uno di quei giorni in cui

rivedo tutta la mia vita,

bilancio che non ho quadrato mai.

Posso dire d’ogni cosa,

che ho fatto a modo mio,

ma con che risultati, non saprei

e non mi sono servite a niente esperienza

e delusione e se ho promesso, non lo faccio più.

Ho sempre detto in ultimo

ho perso ancora,

ma domani è un altro giorno, si vedrà.

È uno di quei giorni che

tu non hai conosciuto mai,

beato te, sì, beato te.

Io, di tutta un’esistenza a dare e a dare,

non ho salvato niente, neanche te,

ma nonostante tutto, io non rinuncio a credere,

che tu potresti ritornare qui.

E come tanto tempo fa,

ripeto chi lo sa,

domani è un altro giorno, si vedrà.

E oggi non m’importa della stagione morta,

per quei rimpianti, adesso non ci sono più

e come tanto tempo fa, ripeto,

domani è un altro giorno, si vedrà.

Ornella Vanoni

 

*

 

È uno di quei giorni tristi e malinconici

e lei ripensa a lui,

ma non c’è niente di più triste che ricordare la felicità passata,

sapendo che è inutile illudersi

o ripetendo come allora:

“Chi sa, domani è un altro giorno, si vedrà”.

Poi rivede la sua vita

dove ha sempre fatto tutto a modo suo,

ma è stato un fallimento,

un bilancio che non ha quadrato mai

e non le sono servite a niente esperienze e delusioni

perché è ricaduta sempre negli stessi errori.

Ha dato solo

e alla fine non ha salvato neppure lui.

Ma ora non vuole più rinunciare a credere

che lui possa ritornare da lei

e come tanto tempo fa ripete:

”Domani è un altro giorno, si vedrà”

 

*

 

     Alla fine rimane solo la consolazione di un’illusione alla quale non si può rinunciare, altrimenti si rinuncerebbe alla vita stessa.

 

“Daniele, alla nostra età le cose ce le danno solo per potercele riprendere. Come puoi farti ancora delle illusioni?”

E lui, con una strana luce negli occhi, le risponde deciso: “Ti sembra così assurdo?”

 

“La minaccia di Monica” da “La prima notte di quiete”

 

Un viaggio a Citera

 

Come un uccello, gioioso, volteggiava il mio cuore, planando liberamente attorno al cordame; sotto un cielo limpido la nave scivolava, simile a un angelo inebriato da un sole radioso.

 

Che isola è mai quella, così nera e triste? È Citera, qualcuno risponde, terra famosa nelle canzoni, banale Eldorado dei vecchi diversi. Ma guardata dappresso, è una ben povera terra.

 

- Isola dei dolci segreti e delle feste del cuore! Dell'antica Venere il superbo fantasma si libra sui tuoi mari come un aroma, riempiendo gli animi d'amore e di languore.

 

Bella isola di verdi mirti, ricca di fiori schiusi, venerata in eterno da tutte le nazioni, e in cui i sospiri dei cuori adoranti errano come l'incenso su un roseto

 

o come il tubare infinito del colombo! - Citera non era più che una magra terra, un deserto roccioso turbato da stridule grida. Ma vi scorgevo un oggetto singolare!

 

Oh, non un tempio dalle ombre silvestri, dove la giovane sacerdotessa, innamorata dei fiori, andava, il corpo bruciato da segreti ardori, dischiudendo la tunica alle brezze fuggitive...

 

Ma ecco che, rasentando da vicino la costa, così da intimorire gli uccelli con le nostre bianche vele, ci apparve una forca a tre bracci, nera contro il cielo come un cipresso.

 

Appollaiati sulla loro pastura feroci uccelli distruggevano rabbiosamente un impiccato, già sfatto: ciascuno piantando, come un attrezzo, il becco impuro in ogni angolo sanguinante di quel marciume,

 

gli occhi due buchi, e dal ventre sfondato i grevi intestini colavano lungo le cosce; quei carnefici, satolli di orribili delizie, l'avevano, a colpi di becco, castrato completamente.

 

Ai piedi, un branco di invidiosi quadrupedi, muso alzato, giravano e rigiravano: in mezzo s'agitava una bestia più grande, come un boia circondato dai suoi aiutanti.

 

Abitatore di Citera, figlio d'un cielo così bello, in silenzio sopportavi tutti questi oltraggi in espiazione degli infami culti e dei peccati che t'hanno negato una tomba.

 

Grottesco impiccato, i tuoi sono anche i miei dolori! Alla vista delle tue membra penzolanti sentivo, come un vomito, risalire ai miei denti il lungo fiume di fiele degli antichi dolori;

 

dinanzi a te, povero cristo così caro al ricordo, ho provato tutti i becchi e tutte le mascelle dei corvi lancinanti e delle nere pantere che un tempo amavano triturare la mia carne.

 

- Il cielo era incantevole, il mare calmo; ma per me tutto era tenebre e sangue, ormai, e avevo, ahimè, il cuore sepolto in questa allegoria come in uno spesso sudario.

 

Nella tua isola, o Venere, non ho trovato che una forca da cui pendeva la mia immagine...

- Signore, dammi la forza e il coraggio di contemplare senza disgusto il mio corpo e il mio cuore!

Charles Baudelaire

 

Il cielo è incantevole, il mare calmo

ed ecco apparire all’orizzonte

l’isola dai dolci segreti e delle feste del cuore,

bella di verdi mirti e ricca di fiori schiusi

e riempiono gli animi d'amore

e di languore.

Dell'antica Venere il superbo fantasma si libra sui tuoi mari.

Ma approssimandosi, il sogno svanisce,

i dolci languori scivolano via nella bruna notte

ed è il proprio volto sofferente,

che geme e langue nell’ultimo desiderio.

 

Citera, l’isola di Venere, il paradiso del desiderio e del sogno,

è una prigione dove non c’è via di scampo,

perché non c’è salvezza

là dove non c’è anche amore.

 

W. Shakespeare: l’eterno commiato

 

     Daniele sta per andare via, in quello che sarà il suo ultimo viaggio, Spider lo segue e quando accanto all’auto, lo saluta con le parole di Shakespeare, tratte dal suo “Giulio Cesare, Atto V, Scena I:

“Allora, prendiamo il nostro eterno commiato, addio e per sempre addio Cassio, se ci rincontreremo, avremo il sorriso sulle labbra, altrimenti valga questo come ottimo congedo“.

     Sono queste le ultime parole tra Bruto e Cassio, prima della battaglia di Filippi, che segnerà la fine tragica della loro amicizia, ma anche la sconfitta definitiva degli ideali di libertà a Roma.

     Ed questo è il motivo per cui essa ritorna nel finale del film, come un estremo congedo prima della fine, della sconfitta definitiva da parte di un mondo che ha perduto il valore e con esso ha smarrito anche la possibilità del nuovo.

     Daniele lo guarda un po’ sorpreso, sente l’emozione dell’amico e cerca di smorzare la tensione con una battuta: “Sei un uomo di buone letture”- ma si rende conto, che non sarà con il sorriso sulle labbra, che lo rivedrà un giorno.

 

La morte e la bellezza: Il mistero di Livia

 

Lasciatemi sembrare finché sia,

non toglietemi la mia veste bianca.

Lascerò presto questa bella terra

per adagiarmi in quella cosa dura.

Là mi riposerò un momento solo

e poi fresco lo sguardo si aprirà

e lascerò quaggiù solo l’involucro,

la veste, la cintura e la ghirlanda.

Goethe

*

     La prima notte di quiete custodisce due misteri: il passato di Vanina e la ragione della morte di Livia, la giovane cugina amata in gioventù da Daniele. Il primo è svelato nel corso della storia e conferisce drammaticità agli eventi, fino al finale tragico, ma del secondo, solo rari accenni e nessun elemento di spiegazione, nonostante che esso è all’origine delle scelte di vita del protagonista.

     In realtà la giovinezza di Livia, il suo suicidio e la forma prescelta: l’annegamento, richiamano un personaggio letterario al quale Zurlini e Medoli si sono ispirati, quello di Ottilia, in “Le Affinità elettive” di Goethe.

Chi è, allora Ottilia / Livia? 

     La sua figura rimanda alla vita della giovinezza e al destino della bellezza che vuole rimanere tale. Il segreto di Ottilia, il profondo mistero che avvolge la sua figura, è il mistero della bellezza. Essa permane fin quando si cela nella sua apparenza, ma la vita le porta via l’essenziale, perciò deve custodirsi contro di essa e l’essenziale della bellezza è questa sua apparenza fatta di veli e di corpo. La vita getta via i veli e prende il corpo, ma con ciò la bellezza si dissolve, questo è il suo destino.

     A misura che la vita si ritrae, si ritira anche ogni bellezza apparente, che può risiedere solo in ciò che vive, finché nella fine totale dell’una, deve sparire necessariamente anche l’altra.

     Alla morte deve soccombere la bellezza. Ottilia conosce questa sua strada e quindi per preservare la bellezza deve soccombere alla morte, affidarsi ad essa. Secondo il mito l’origine della bellezza è dalle acque ed ella ad esse vuole ritornare, infatti sia Ottilia sia Livia si annegarono.

     Livia, la bella e giovane cugina di Daniele, rifiutava questo amaro destino e quindi preferì conservare la bellezza nell’unico modo possibile, uccidendosi, una scelta questa che non poteva essere condivisa con nessun altro, neppure dal suo amato Daniele, che un anno dopo la ricorda con le seguenti parole:

“Ma non esiste cammino per l’appuntamento, che non mi sarebbe più dolce della vita o cara. A noi dovevi lasciare la decisione feroce, che ti cela dietro confini inviolabili di freddo. A Livia, un anno dopo”.

 

Il misticismo del fiore azzurro e il destino della Poesia

 

     Nel simbolo del "fiore azzurro" Novalis racchiude il segreto dell'arte e il desiderio del poeta di trasformare il mondo in un universo di bellezza, grazie al potere creativo dell'immaginazione.

     Altri poeti dopo di lui l’hanno cercato, ma quel fiore non esiste, non esistono “segreti alfabeti”, che conducono al mondo nuovo attraverso le porte della creazione. La poesia non ha questo potere e il poeta che segue quella via non trova una nuova vita, ma può solo distruggere la propria, tentando di dare forma all’impossibile. Rimbaud se ne rese conto nel suo viaggio a “Una stagione all’inferno” e prima di fare “crac” definitivamente, decise di non scrivere più poesie e scelse il silenzio, la vita.

     Daniele scopre amaramente l’illusione che si cela dietro i confini inviolabili di quel mito sognato in gioventù, e come Rimbaud sceglie il silenzio e la vita, ben sapendo che la poesia da sola non è in grado di dare la salvezza perché solo la forza di un sentimento vivo come l’amore ha questo potere e lui quando l’incontra nella “bella persona” di Vanina, non se lo lascia sfuggire.

Franco D'Arco

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