Il poeta come veggente

 

    

     “All’inizio scrivevo silenzi, / annotavo l’inesprimibile, / fissavo vertigini”, così comincia la straordinaria avventura di Arthur Rimbaud. La sua storia s’intreccia con quella del Novecento, con le sue avanguardie artistiche, la sua cultura. Gli espressionisti, i dadaisti, i surrealisti, i futuristi russi, Brecht, gli scrittori beat degli anni Cinquanta, gli scrittori radicali degli anni Sessanta, hanno trovato tutti, nella vita e nelle opere di Rimbaud un’ispirazione e uno stimolo ai loro sforzi. Tuttavia egli rimane ancora un personaggio avvolto dal mistero a partire dalle ragioni che lo spinsero, poco più che ventenne ad abbandonare la poesia.

          Rimbaud era rimasto affascinato dalla poesia di Baudelaire e voleva seguire le sue orme: “Trovare il nuovo nel grembo dell’ignoto”. La società dell’epoca, troppo gretta e conformista, dava importanza sempre più a valori, come il denaro e l’apparire e lui era alla ricerca di un’esistenza autentica e libera dalle costrizioni false e superficiali del tempo. E fu proprio quest’esigenza di libertà, scevra da compromessi, che lo spinse a cercare nuove vie al di fuori dell’artificiale mondo degli adulti. In poco più di tre anni, dal 1871 al 1874, da ” Le bateau ivre “ a “ Une Saison en Enfer ” e le “Illuminazioni “, come ci racconta nella sua poesia “Alchimia del verbo”, gli sembrò quasi di riuscire nell’intento, di creare quel mondo nuovo di cui Baudelaire parlava. 

     Lui, così giovane, aveva scoperto l’alchimia segreta di ogni visione poetica e lo rivelò nel passo famoso della “Lettera del veggente”, dove affermava che occorre “un immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi”, se veramente si vuole giungere all’ignoto e afferrare il nuovo e, per Rimbaud, il nuovo era “una lingua accessibile a tutti i sensi”, una poesia, che avesse la forza di andare oltre i propri limiti e creare, non un mondo di sole parole e suoni, ma visioni percepibili e reali, una ragionata liberazione dalle costrizioni e dai vincoli ottenuta con l’accrescimento della propria sensibilità, unica chiave di ogni creazione poetica. Questo era “il sistema”, ma per giungervi, lui si era lasciato andare al caos delle sensazioni e dei desideri, rischiando la sua stessa vita e, a quel punto, preferì porre fine alla sua corsa verso l’ignoto e rinunciare per sempre alla poesia.

 

La sera di Bruxelles

 

Rimbaud - Lasciami in pace, sei ubriaco come al solito. -

Verlaine -   Non arrabbianti, è l’alcool che mi fa sragionare. Torneremo a Parigi e in un

                   modo o nell’altro, tutto cambierà. Vedrai, metterò ordine nella mia vita, te lo

                   prometto. -

Rimbaud - Ma lascia perdere, non vedi come ti sei ridotto stando con me.  E poi, cosa ne

                   parliamo a fare. -

Verlaine -   Ma ti sei visto con questi panni logori e impolverati. Dov’è la tua orgogliosa

                   giovinezza ? La verità è che siamo solo due falliti, tu con i tuoi sogni di rivolta

                   e io con le mie frustrazioni da poeta. -

Rimbaud - La poesia non ha mai dato da vivere a nessuno. Meglio andare per le strade

                   del mondo in cerca di fortuna che continuare a perdere tempo dietro ai versi.

                   Bisogna cambiare la vita, la propria. Tu, invece, ti illudi e ti ubriachi della gloria

                   futura. A me queste cose non interessano più. -

Verlaine -   Ma chi vuoi prendere in giro. Sei nato poeta e l’arte ce l’hai nel sangue, non la

                   puoi rinnegare. -

Rimbaud - Non hai capito nulla, ma proprio nulla ! Non vedi che ogni volta è sempre

                   peggio. Ma tu non l’hai mai provata veramente. No, non voglio più fare viaggi

                   del genere, basta con il dolore. Maledetto il giorno che mi lasciai lusingare dal

                   primo verso ! -

Verlaine -   Ma cosa dici ? Sei tu ora che parli come un folle. Scommetto che hai ancora

                   fumato di quella roba. Lo sai che toglie la volontà e annebbia il cervello ? a

                   poesia invece ha a che fare con la parte migliore dell’esistenza ... con la

                   bellezza ... -

Rimbaud - Sciocchezze ! Fantasticherie da donnicciole, la verità è che quella che tu

                   chiami poesia affonda le sue radici nella parte più oscura di noi. Tu non

                   scriverai mai dei buoni versi perché hai paura di soffrire e per essere poeti

                   bisogna sopportare il dolore, non fuggirlo come fai tu. Cosa hai visto nei miei

                   versi ? Nulla ! Come posso continuare a scrivere, se neppure tu hai occhi per

                   vedere. Siamo troppo distanti noi due, non possiamo che litigare. E’ tardi, è

                   meglio andare ognuno per la sua strada. A te la tua arte, i salotti di Parigi e a

                   me le vie del mondo, là è la mia vita. -

Verlaine -  Tu sei pazzo ! Parli come un indemoniato, cosa credi di essere ? Non sei

                   nessuno ! Quei pochi amici che avevi, li hai allontanati e derisi con i tuoi modi 

                   scontrosi e provocatori. Se perdi me, per te è finita. Senza un soldo, puoi fare

                   solo una brutta fine. -

Rimbaud - E vattene allora, cosa aspetti ! Torna nel tuo mondo, alla tua famiglia, chi ti

                   trattiene, non voglio più vederti !  -

Verlaine -   Maledetto ! Per te ho sacrificato la mia vita, il mio onore e tu così mi ripaghi,

                   arrogante, presuntuoso !  -

Rimbaud -  Non agitarti troppo, ti può far male alla salute. Le tue sono solo sbruffonate

                    da alcolizzato. -

Verlaine -   Non parlarmi così, Arthur ! -

Rimbaud -  Io parlo come voglio. Vattene, torna da tua moglie! -

Verlaine -    L’hai voluto tu, è tua la colpa : Bang ! Bang ! –

Luglio 1996, Franco D’Arco

 

Versi di A. Rimbaud e J. Morrison

tratto da : “ Rimbaud & Morrison ” di F. D’Arco, 1996

 

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