Una piccola imbarcazione a vela in difficoltà si dirige all’alba
verso la costa, è il Repulse II. In prossimità del molo l’anziano timoniere, un
inglese, chiede ad un solitario passante dove sia approdato e questi gli risponde
nella sua lingua: “Rimini”, ma non sa dare altre informazioni perché anche lui
è giunto da poco in quella piccola città.
Nella penombra di
uno studio saturo di vecchie memorie illustri, l’uomo più tardi si incontra con
il preside del liceo del luogo. Questi lo accoglie in piedi, dietro la
scrivania, gli porge la mano in un freddo e formale gesto di cortesia, poi con
ironia mal celata gli chiede come mai non si sia presentato lunedì, forse per
un contrattempo, dice, ma è evidente che non ci crede e che su di lui abbia già
una cattiva impressione. L’uomo, appena contrariato, gli risponde no, senza
dare altre spiegazioni.
Il vecchio
preside, allora si accomoda e, scorrendo con gli occhi la domanda di servizio,
resta colpito dal suo cognome, Dominici, che gli ricorda quello di un glorioso
colonnello della Folgore, medaglia d’oro ad El Alamein e gli chiede se per caso
ne è il figlio o il nipote, ma questi, infastidito, gli risponde: “No, no,
niente a che fare!”
Il preside
ritorna a leggere: Daniele Dominici, nato a Vienna, trentasette anni, laureato
alla Cattolica di Milano a punteggio pieno e poi incarichi di poco conto nella
scuola con vari periodi di aspettativa.
“Non mi sembra che lei abbia, diciamo così, la vocazione
all’insegnamento?”, conclude e lui gli risponde, senza alcun imbarazzo, con un:
“Probabilmente!”
Il colloquio è
ormai finito e il preside, prima di salutarlo, gli fa sapere che quel giorno il
Liceo è in sciopero e che:
”Questa è un’altra faccia, diciamo così, della libertà! – e
aggiunge: - Venga, venga, le faccio vedere la scuola, prego”.
Nel corridoio Daniele
s’imbatte in un dipinto raffigurante il martirio di un santo, sembra sorpreso
nel vederlo lì, poi in classe l’ultima raccomandazione:
“Nella mia scuola non c’è posto per la contestazione né per i pensieri
del presidente Mao, quindi scelga i sistemi che crede, ma tenga la
disciplina!”
Nuovi amici
La sera in un bar
malfamato del porto Daniele è attirato dal vociare di un gruppo di avventori,
che giocano appartati in fondo al locale, si presenta e, vinta la reticenza di
un di loro, un certo Giorgio Mosca, detto Spider, prende parte alla compagnia e
vince.
Sull’uscio di
casa, rientrando, sente Monica, la donna con cui convive, chiedere
insistentemente al telefono di un altro, probabilmente, l’amante. Entra
visibilmente irritato e non trovandola, la raggiunge in camera da letto dove
lei finge di riposare, lui s’informa se dorme, lei non risponde, teme di essere
stata scoperta e non vuole litigare, ma Daniele insiste e le chiede se ha
fiammiferi, poi per rassicurarla, dice:
“Prova a non pensarci, vedrai che passa. Te lo dico per
esperienza, adesso ti sembra insopportabile, ma passa, passa tutto”.
Monica si volta
finalmente verso di lui, lo guarda per un attimo sollevando il capo dal
cuscino, che prima la nascondeva e gli chiede:
“Allora, che si vive a fare?”
“Si sopravvive”, gli risponde lui fissando altrove, come se
stesse parlando per sé, ma la donna lo prende per un rimprovero e risentita gli
chiede se è arrabbiato con lei.
“Non ci penso neanche, cose che succedono”, dice.
“A te sono successe?”, fa lei, ora più calma.
“No, non seriamente, non per merito mio, casomai per colpa
delle donne che ho incontrato”, gli risponde lui.
“E hai amato molto?”- fa lei per capire, in realtà, quanto
l’abbia voluto bene. Ma Daniele taglia corto e le fa intendere che è inutile
stare lì a parlarne, se è finito tutto tra loro e dice: “Monica, sembra che
stiamo qui a vegliare il morto”. Ma lei non si rassegna, vuole sapere se gli
dispiace e continua: “Hai dei rimpianti?”
“Troppo lusso, non me lo permetterei”- secco, lui. Ora, davvero, non le resta che un’ultima
carta per non perderlo e gli chiede: “Lo vorresti un figlio?”
Ma lui le toglie ogni speranza, con un: “Guai a dio e per
farne che! Dormi”.
E Monica, non contenendosi più, gli si scaglia contro,
dicendo: “Di te quello che mi rompe più le scatole è questa tua bontà,
ammazzerebbe un bue”.
“Non è bontà” replica lui, allontanandosi.
Il mattino dopo, entrando in
classe, trova gli studenti impegnati a preparare un ordine del giorno per la
manifestazione dell’indomani, nessuno sembra accorgersi di lui, poi uno
studente, il più bravo, gli si avvicina, lo saluta e gli chiede il permesso di
terminare, lui acconsente. Quando hanno finito, il ragazzo gli domanda se vuole
firmare, ma Daniele, dandogli la mano, gli chiede come si chiama, poi nota sul
registro con soddisfazione la sua ottima media e solo allora gli risponde:
“Sono fatti vostri, io non voglio entrarci”.
Il ragazzo sorpreso, gli ribatte: “Molti altri professori lo
firmano”.
“Affari loro!”, replica lui, poi rivolgendosi a tutti,
continua:
“Io sono qui soltanto per spiegarvi perché un verso del
Petrarca è bello e presumo di saperlo fare, tutto il resto mi estranea, mi
annoia, tanto vale che ve lo dica subito. Per me neri o rossi siete tutti
uguali, i neri sono più cretini”.
Si avvia verso
l’ampio finestrone, che dà sul cortile e lo apre, poi rivolgendosi di nuovo
alla classe, aggiunge:
“Non sono in gran forma perché non insegno da un po’ di tempo
e mi dicono che intanto sono cambiate molte cose, però ho un mio punto di vista
sull’insegnamento: non imporlo a nessuno, nel senso che se qualcuno vuole
studiare, io sono qua, gli altri facciano come vogliono, venire, non venire,
leggere, scrivere, giocare alla battaglia navale, insomma, basta che non
disturbino”.
Un ragazzo chiede
se è permesso fumare, lui acconsente, poi raggiungendo di nuovo la cattedra,
s’informa su quello che faceva di solito il loro professore in quell’ora e i
ragazzi rispondono in tono scocciato:
“Compito in classe”.
“Benissimo, vi do un tema. Siccome siete in molti e in così
poco tempo non avrò modo di conoscervi tutti, sarà meglio che vi presentiate da
soli. Scrivete quello che volete, parlate della vostra vita privata, della
vostra famiglia, dei vostri dolori, delle gioie, degli sbagli che avete fatto,
di tutto, se volete, potete anche non firmare, vorrà dire che per capire ci
metterò più tempo.
Comunque, se non
scrivete con assoluta sincerità, è fatica sprecata. Per chi invece vuole
rimanere nella tradizione, un altro tema: la contraddizione di purezza e
peccato nel mondo di Alessandro Manzoni. Allora, cominciate, mettetevi a
scrivere e cercate di non fare baccano, mentre sono fuori”.
All’edicola della
piazza, acquista due riviste: “Le Figarò Letterarie” e “Newswek”, poi
rientrando, in corridoio s’imbatte nel preside, che lo rimprovera di aver
lasciato la classe da sola e che i suoi studenti sono i più turbolenti della
scuola.
Alla vista del
preside, solo Romani, il ragazzo più bravo, osa ancora sfidarne l’autorità,
fumando, ma il preside lo manda a posto e chiede agli studenti chi abbia dato
loro il permesso.
Daniele, chiamato in causa, interviene: “Anche in altre
scuole è permesso!” e il preside, indispettito per essere stato contestato
proprio da un professore, l’ammonisce, dicendogli di passare da lui alla fine
della lezione.
Rimasto solo con
i ragazzi, Daniele li guarda deluso, poi va alla cattedra e sfoglia le riviste,
ma la sua lettura è presto interrotta da uno studente, che gli domanda, ironico
e in segno di sfida:
“Professore, si può fumare?” e lui gli risponde per niente
sorpreso” “Sì, certo!”
Il ragazzo è
imbarazzato, non sa cosa dire e lui lo leva d’impaccio, aggiungendo: “Non hai
sigaretta? Tieni”.
Vanina Abati
Gli studenti iniziano
a svolgere il loro tema in silenzio, mentre fuori il cielo grigio di novembre
lascia filtrare poca luce nella piazza deserta. Daniele gira tra i banchi, poi
nell’ultima fila, quella di fronte alla finestra, nota una ragazza, non ha
nessuno accanto né dietro, sembra aver già finito, ma tiene il foglio piegato
in bella mostra mentre legge un libro.
Quando le è
accanto, si ferma un attimo, indeciso se chiederglielo o no, e lei proprio in
quell’istante solleva il capo e lo guarda. Per una frazione di secondi i suoi
grandi occhi tristi incontrano quelli di lui, sembrano cercare riparo,
protezione, aiuto, ma li abbassa quasi subito, allora Daniele si volta verso di
lei e glielo domanda:
“Hai già consegnato?” Lei risponde di no.
“Allora perché non scrivi?” aggiunge lui.
“Ho già finito” - ribatte lei, contrariata.
Daniele prende il tema, ma
non lo guarda, vorrebbe chiederle invece cosa c’è che non va e pensa che forse
per lei sia più interessante ciò che sta leggendo del tema abbandonato poc’anzi
sul banco e glielo chiede, ma la ragazza evita di rispondergli, solleva
soltanto la copertina del libro, come se fosse una barriera tra loro, ma lui
insiste e cerca comunque di continuare a parlarle:
“T’interessa?”
“Così!”-
risponde lei, sperando di scoraggiarlo e di fermarlo.
“Te l’hanno consigliato?” - insiste lui, senza mollare, ma la ragazza
avverte gli sguardi degli altri addosso e il disagio crescerle dentro e
reagisce, tentando di nascondersi dietro una battuta un po’ scortese: “No, l’ho
vinto al Bingo!”
Lui le regge il gioco e insiste:
“E che cos’è il
Bingo?”
“Una lotteria”- e abbassa la testa, rassegnata ormai al peggio..
“Conosci qualcos’altro di Lawrence?” - le chiede Daniele, cercando di
tenere aperto ad ogni costo quell’esile dialogo, che lei inspiegabilmente
rifiuta e di capire il suo atteggiamento, apparentemente così contraddittorio.
Questa volta, però è un altro studente a rispondergli con una battuta volgare:
“L’amante di Lady Chatterley” - e tutti gli altri ridono divertiti, tranne lei.
“Chi è lo
spiritoso della brigata?” - chiede Daniele.
“Io, professore” - fa un ragazzo
grassoccio dall’altro capo dell’aula. Lei lo guarda con rabbia, sembra quasi
volergli rispondere, fargli rimangiare l’offesa, ma poi abbassa il capo,
rassegnata e resta in silenzio. Daniele non vuole dare peso alla battuta, come
se non fosse mai stata pronunciata e le chiede ancora se conosce altri libri di
Lawrence, ma lei, indignata, gli risponde:
“L’ha detto lui, L’amante di Lady Chatterley!”
Ora si sente proprio tradita
da lui, quel professore così comprensivo e umano, che sembrava volerla capire
e, invece, la prende in giro e si diverte come gli altri. A Daniele non resta
che il tema per tentare di parlarle e di intendersi, lo apre e legge il suo
nome:
“Abati Vanina, Vanina, c’è un romanzo che si chiama così”.
“Lo so, - fa lei e aggiunge per chiudere il colloquio - Vanina Vanina, ne
hanno fatto anche un vecchio film”.
Ma lui insiste: “L’hai visto?”
“No!” – le risponde lei, esasperata.
Allora, Daniele torna a guardare il foglio e dice: “Strano, vedo che hai
fatto il tema su Manzoni”.
“Si poteva scegliere, no?”- gli risponde lei, ora in tono di sfida, certa
di averlo finalmente smascherato per quello che è: falso e insincero come tutti
gli altri.
“Oh sì, certo! – ribadisce lui, ma poi cercando conferma a quanto ha
capito, chiede alla classe - Ci sono altri che hanno scelto il tema su
Manzoni?” Nessuno.
Allora è chiaro che lei ha
svolto quella traccia per non parlare di sé, per evitare lo scontento che i
suoi occhi gli hanno mostrato e che ora cerca di nascondere a tutti i costi,
rifiutandosi di rispondere veramente, di parlargli, e quindi le chiede, sicuro
ormai di quello che dirà:
“A quanto pare sei l’unica. È un argomento che t’interessa?”
“Mi è sembrato migliore dell’altro” – fa lei triste, piegando il capo da
un lato.
“Parlando di se stessi, si trova sempre qualcosa da dire?” - incalza lui,
cercando di farle intendere che poteva provarci, lui l’avrebbe capita, aiutata.
Ma Vanina gli risponde, senza più alcuna speranza:
“Io ho preferito questo” – e abbassa la testa nascondendo il
viso, scoraggiata.
All’uscita di
scuola una Lamborghini rossa si arresta rombando in piazza, proprio davanti al
Comune, mentre gli studenti arrivano a gruppetti da una via laterale e c’è
anche Vanina, stretta nel suo giaccone di montone, che parla con uno di loro.
Dall’auto scende
un giovane visibilmente irritato, porta occhiali da sole e un giubbotto di
pelle marrone e si appoggia spavaldo alla portiera, guardando in direzione di
Vanina. È evidente che non è tipo da attendere e in più è infastidito dalla
presenza di quel ragazzo, allora suona insistentemente il clacson più volte,
facendo scappare i piccioni. Vanina sembra riconoscerne il suono, si volta
verso la piazza e vede che lui la sta aspettando, smette di parlare, saluta in
fretta il compagno e raggiunge l'auto, che riparte immediatamente, sgommando
rabbiosamente sull’asfalto.
Daniele, più indietro, ha
notato la scena, ha visto il giovane con gli occhiali da sole, spavaldo e
arrogante, e la rassegnazione della ragazza.