Il mattino dopo Alessia era immersa in quella confusione di teste, che la circondava, la bufera della sera prima sembrava scomparsa dai suoi occhi, ora era tranquilla e scherzava con gli amici a bassa voce. La guardò distrattamente, poi fissò gli altri, un gruppo di ragazzi tenuti assieme solo dall’età e dalla voglia di uscire da lì il prima possibile, senza sforzo né fatica, uguali a come vi erano entrati. Era triste notare sui loro volti l’abbandonarsi indolente all’angustia di orizzonti modesti, che li aveva nutriti fino ad allora e non pretendere niente di più, ma desiderare solo quello.

     Sembrava proprio inutile stare lì, forse era meglio cedere alle insistenze di Valeria e tirarsi via una volta per sempre da quel grigiore, lasciar perdere e pensare solo a se stesso, ma poi lei lo vide e nella profondità lucente e scura dei suoi occhi, gli sembrò che cercasse proprio lui, come si cerca una propria via di fuga da un mondo, che sta per sopraffarti, distruggerti, ma c’era anche dell’altro, un rimpianto per qualcosa che a lei sembrava negato e non riusciva a capire perché e lui ne era il responsabile.

     Era solo un’impressione, forse si sbagliava e il suo poteva essere un semplice atteggiamento da ragazza carina, che un attimo prima fa la spiritosa con i più stupidi e poi un momento dopo cerca comprensione. Ma glielo vide fare più volte e i suoi occhi sembravano dire “Cosa posso fare se sono costretta a stare con chi non voglio e a vivere una vita che non è la mia, ma tu non considerarmi come le altre, non abbandonarmi”.

     Trattenne il respiro e in quel momento ricordò i versi di una canzone, parlava di una ragazza che ritorna quando tutto è finito e lui ne avverte il profumo nell’aria tersa del mattino e la chiama per nome, ma lei non c’è, non c’è più e nel misterioso spazio in cui vivono le storie prima di essere scritte, gli sembrò proprio quella che vedeva incominciare. 

     Per questo non voleva illudersi, ma il suo modo di sorridergli con gli occhi e di sorprenderlo ogni volta che la guardava, gli piaceva e non se la sentì di deluderla anche lui. E allora la raccontò a modo suo, come faceva un tempo, prima di sentirsi come il passeggero di una nave che confonde il movimento con l’idea di avere una rotta, e poi si rende conto di andare alla deriva e che non c’è nessun altro al timone a pilotare per lui.

* * *

     Non pagine di diari rosa che strappi, che getti. Non carta coperta da cuori e da un nome sembrava ad Alessia ora la sua vita, ma un nulla fatto di volti, parole, che le si affollavano davanti, senza toccarla e lei occupava un punto qualsiasi di quello spazio solitario e nella penombra velata appena di luce, che svaniva lentamente, si vide nella notte, assente, come tutto ciò che le stava intorno e in quel momento desiderò che Alexia le fosse accanto, ma lei non c’era, non c’era più. Nel vuoto del suo sogno lei si stringeva a un ragazzo, uno dei tanti, che la baciava sul collo e rideva, lasciandosi andare agli scherzi un po’ volgari e insinuanti degli altri, Sapeva che Alessia la vedeva, voleva che l’odiasse. Non era così che l’aveva conosciuta, che la voleva ricordare.

     Alexia aveva la sua stessa età e come lei adorava sentire. L’aveva capito dal modo in cui si esponeva alla vita. Le piaceva ridere forte e quando la gente si girava a guardare, ne era divertita. “Vorrei mi pensassero pazza” le aveva detto un giorno, dopo essersi rotolata nell’erba, gridando. Sembrava cercasse di liberarsi da sé. Quasi qualcosa le imprigionasse la parte più vera, che Alessia amava e che cercava in quei lunghi pomeriggi passati insieme a fare fotografie per vedersi l’una riflessa nell’altra e a parlare, raccontandosi storie. Tutte quelle che sapevano inventare per dare spazio al loro mondo sognato, ma una mattina Alexia la guardò puntandole addosso se stessa e le disse:

”Un giorno ti dimenticherò”.

Lei guardò l’amica in un velo di lacrime e rispose solo: “Il giorno in cui uscirai dalla mia vita, lotterò per dimenticarti all’istante, ma so che non ci riuscirò” e le chiese il perché di quelle parole terribili.

In risposta Alexia abbracciò l’aria, vi rimase stretta, quasi cercandovi il suo amante segreto, poi disse: ”Odio i ricordi”.

E lei: “Non voglio mai odiarti”.    

     Lui camminava a capo scoperto, mentre già le prime luci si spegnevano. Lo vide da lontano nel suo giubbotto nero, fumava una sigaretta e guardava davanti a sé, incurante della pioggia. Era così che lo immaginava, anche quando le parlava con la sua voce inconfondibile, che sapeva strapparla alla malinconia dei giorni tristi e dal profondo del cuore si rivolse a lui, sperando che la portasse via da lì, come le aveva raccontato in quella storia, che non riusciva a dimenticare e di cui voleva vedere la fine.

 

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