
Lei era lì, perduta sulla soglia del locale, uno sguardo smarrito dai grandi occhi scuri e la mano aggrappata alla maniglia della porta. I biondi capelli le scintillavano disordinatamente sulla lana grezza del maglione e lui avrebbe voluto trattenerli ancora per un attimo al di qua della notte, ma si tirò indietro per lasciarla passare.
Quando si voltò,
lei era già scomparsa, ne rimaneva solo il profumo, il ricordo di erba fresca
al mattino, nella nebbia d’Irlanda. Sì, avrebbe voluto trattenerla, tirarle via
quel velo di tristezza dagli occhi, ma non ce n’era stato il tempo, un attimo
ed era uscita dalla sua vita, gli rimaneva solo un’ombra, il ricordo di un
volto senza nome.
Si guardò le mani, come qualcuno che
affonda e si ritrovò a vagare con la mente su quel viso nascosto tra i capelli,
ne seguiva la curva sottile delle labbra appena socchiuse, scrutava le guance
pallide alla ricerca di un dettaglio, di qualcosa che gli permettesse di
ritrovarla nella notte, ma non c’era nulla e, in quell’istante, non gli
importava più niente degli amici, della solita aria di festa fasulla e di tutto
il resto, che ingombrava la sua vita.
Sembra strano che uno possa innamorarsi
del dolore altrui, vedere in un altro il riflesso della propria inquietudine,
ma a volte, basta uno sguardo, non occorrono parole e, quella sera, qualcosa
era accaduto.
La notte copriva i suoi passi. La via era
deserta. Sotto i portici di Via Zamboni, a quell’ora, non c’era più nessuno.
Solo lui batteva la strada, cercando di iniziare un nuovo giorno. Quanti ne
aveva visto prima, gli era difficile portarne il conto. Sembravano uguali,
inutili, vuoti, come l’esistenza intatta di uno giunto all’età in cui tutto può
succedere, ma poi non accade quasi nulla, e si aspetta l’occasione, il momento
giusto e nell’attesa, la vita intera scivola via nel proprio sogno buio.
25 novembre – 23 dicembre 1998