
Erano quelli gli anni dello squasso prima della laurea
e della vita sicura e ordinata ed allora ebbe inizio questa sgorbia storia. A
dire il vero, non so bene come tutto cominciò, forse per caso o qualcosa del genere.
Io ero più che un pinolo, un ragazzetto di quasi diciassette anni e andavo per
il creativo e l’arrabbiato, ma non me ne importava gran che. Tutto sembrava
girarmi storto … Sapete com’è a quell’età. Avevo un gruppo di amici, beh erano
più sfigati di me, ma non ci facevo caso. Poi, in una grigia mattina d’autunno,
con la scuola di sempre e tutto il resto, una strana sensazione di sorpresa o
di impotenza e, in un momento, io e i miei amici vedemmo con occhi nuovi il
mondo, la luce si era spenta e noi ne eravamo rimasti fuori al buio. Cosa
rimaneva dei sogni, delle speranze? Proprio nulla, briciole di un passato
evanescente, che non valeva neppure la pena dimenticare. Giunti al termine,
eravamo scesi. Sì, ne eravamo inconsapevolmente scesi. Allora battemmo le vie
percorse dagli altri, ma non ne ricavammo che magre delusioni e polvere negli
occhi e nel cervello.
Sì, avevamo
conosciuto nuovi stili, nuove mode; o meglio, roba vecchia al supermarket della
ribellione consentita : musiche, comportamenti, gesti, parole caricate e
fuori luogo, idee e atteggiamenti, ma nulla che contasse veramente, che facesse
fare un passo avanti e definitivo, nulla! Eravamo proprio a terra e
incominciammo a rendercene conto. Si, ci eravamo imbottiti la testa con quelle
cose, sperando sempre di trovare la soluzione più avanti, nella prossima
canzone, nel verso successivo, ma niente, tutto rimandato, in ciò che era
diventato un gioco assurdo, dove noi eravamo le prede di una caccia senza fine.
Prima avevamo
qualcuno, poi più nessuno, nessuno che ci dicesse cosa fare e perché. Tutto
quello che sapevamo l’avevamo scoperto da soli, facendo a pezzi quello che più
amavamo. Ci sentivamo soli, sperduti e profondamente delusi, non era questo che
ci aspettavamo, non era questo che ci avevano promesso, ma del passato non
rimaneva che un misto di nostalgia e di rancore, nient’altro.
Ci guardammo
attorno e, tra l’indifferenza diffusa, vedemmo qualcuno che era nelle nostre
stesse condizioni. Lo chiamavano l’Assiro, aveva qualche anno più di noi e
l’aria da vecchio drugo, che la sapeva lunga. Ci guardammo negli occhi per un
attimo, furtivamente, come per assicurarci che esistessimo ancora e non fosse
tutto un sogno, ma era vero, come quella fuga, che sembrava non avere mai fine.
Decidemmo di fare gruppo insieme e di ricominciare tutto daccapo.
Nei giorni
successivi correvamo senza sapere dove, fuggivamo da quel mondo che ci aveva
esclusi, braccati, strappati alla vita, ma non volevamo darci per vinti, prima
che fosse troppo tardi.
Poi giunse
l’ultimo concerto di quell’anno. Vista dal fianco della collina, la folla era
come un mare in burrasca, e della burrasca potevi riconoscere le due anime: una
musicale che s’infrangeva contro il palco dei Marlene, mentre l’altra, dimentica
della propria natura d’uragano, lambiva il gazebo dei videojajs con gridolini e
altre isterie giovanili. Lanciai un ultimo sguardo a quella burrasca, che
sarebbe andata avanti senza di noi e mi incamminai con gli altri su per la
collina.
Era la sera dei
fantasmi quella, te li sentivi addosso e li vedevi perfino animarsi nelle
nuvole chiare di fumo. L’Assiro parlava e noi l’ascoltavamo, ma la sua voce ci
giungeva da sempre più lontano. Mi sembrava di essermi perduto, forse era il
fumo o le troppe birre, però ricordo che uno del gruppo se ne venne fuori con
una frase che gelò l’aria; se la stava prendendo con l’Assiro, probabilmente
era solo stanco, chissà. Lui ci guardò, sorpreso, non se l’aspettava. Avrebbe
voluto che intervenissimo noi a risolvere la faccenda nell’unico modo giusto,
ma nessuno si mosse, anzi prendemmo le distanze da lui.
All’Assiro basta
un niente per capire che aria tira e quella per lui era una brutta aria. Mi
lanciò uno sguardo, ma io avevo gli occhi bassi, allora si avvicinò e mi disse:
“Andiamo a fare un giro, Vuoi? Qui mi sembra che non abbia
più niente da fare”. Lo seguii giù per i tornanti della collina e rientrammo in
città.
L’impalcatura dei
ponteggi rivestiva integralmente le due torri. Quante volte c’eravamo inerpicati
fin lassù. Avevo sempre avuto paura di cadere, di non farcela, ma la presenza
dell’Assiro mi aveva sempre dato fiducia. Lui apriva il cammino, conduceva la
scalata e sapeva dove mettere i piedi. Ogni qualvolta che esitavo o stavo per
cedere, la sua mano mi tirava su e un altro passo era fatto.
La vista della
città da lassù era incredibile. Da lì, non ti potevi sbagliare, vedevi tutto,
non c’erano più muri davanti a te. Era questo che voleva farci vedere l’Assiro,
portandoci così in alto, al di là dei limiti e delle barriere.
Quella notte,
però, avevo paura. Non di salire o di cadere, no! Ma di ben altro. Ero stato
con Chiara, la sua ragazza e lei, non era più quella ragazzina alla Battisti,
che conoscevo una volta, quando avevo persino creduto di poter guarire. Era
cresciuta e non pareva proprio più quel genere di ragazza che appena smette di
parlare, finalmente capisci quanto hai bisogno d’aiuto. Sapevo che avevo tolto
all’Assiro quello a cui teneva di più e ora avevo paura. Poteva farmi a pezzi
come e quando voleva, era il più forte, non avevo scampo e lo sapevo.
La città
dall’alto mi appariva spettrale, con le sue luci, che si fondevano con la linea
bruna dell’orizzonte. Mi sentivo depresso e arrabbiato, era proprio una brutta
situazione.
“La città è la mia compagna, io guido per le sue strade, lei
guarda le mie azioni e mi bacia con il vento” La ricordi? Erano i versi di una
canzone che cantavi quando andavi da lei. Bei tempi quelli”!
Sì, che la
ricordavo, mi accompagnava tutte le volte che volavo da Chiara o come allora si
chiamava. Lui, quindi, lo sapeva. Era giunto il momento!
“L’hai vista? È per questo che stasera ti sei schierato con
gli altri?
Credevo che quello che facevamo, andasse bene a tutti, che
meritasse la pena di essere difeso e invece no, valeva solo per me, nessuno se
l’è sentita, neppure tu, è così, vero?”
Non sapevo cosa
rispondere, non ci avevo pensato, forse non me ne ero neppure accorto che la
questione si era fatta così importante per questo; era lui, il vecchio rude
boy.
Mi fissava e
sapeva già quale fosse stata la mia risposta, la conosceva sin dall’inizio. Un
lampo attraversò i suoi occhi tristi, poi aggiunse:
“Gli amici sono come le pesche, si gustano quando sono
mature, poi si getta via il nocciolo. Questo è accaduto a noi, amico. È giunto
il momento di andare via da questa città, non è più la mia compagna, lei non mi
bacia più con il vento e io cosa ci sto a fare qui”.
Allora,
passandomi un braccio sulle spalle e guardandomi con gli occhi lucidi per il
gelo della notte, aggiunse:
“Credevi davvero che te l’avessi fatta pagare? Beh, un po’ di
paura l’avevi? Vuol dire che, nonostante tutto, ancora non mi conosci. Andiamo,
abbiamo ancora tempo, la notte non è ancora finita.
1 novembre 1998
Franco D’Arco