Dall’inferno
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7.
Sulle sponde dell’Atlantico 1. Londra 1888
Il fuoco nel
camino tingeva di vividi riflessi rossastri le pareti della stanza, un
salotto borghese in un elegante palazzo al centro di Londra, sulla scrivania,
accanto alla finestra, una copia del “The Times” con in prima pagina
l’articolo sul nuovo delitto del mostro, che da alcuni mesi seminava orrore e
morte in città. Un uomo distinto,
piuttosto avanti negli anni, osservava dalla finestra la strada. Poche le
carrozze circolanti e ancor meno i passanti, che si affrettavano verso le
proprie case. Una strana calma
innaturale stava calando su Londra con le prime ombre della sera. Cosa di
orribile si stava preparando quella notte? L’uomo si voltò
verso il giornale, lo sguardo sembrò cercare qualcosa, un dettaglio tra le
righe, poi si diresse verso il camino, vi appoggiò sopra le mani e fissò il
fuoco per alcuni interminabili secondi. Mise una mano nel taschino del
panciotto e tirò fuori un orologio, un oggetto magnifico, finemente
cesellato, lo rigirò tra le dita più volte. Si udì il secco clic metallico
della molla e il quadrante interno apparve con le lancette, i numeri, le ore.
Mancavano pochi minuti alle sette. Rimise l’orologio in tasca e suonò un
campanello. Pochi istanti dopo
la porta del salotto si aprì ed entrò un uomo in abito scuro, il maggiordomo,
probabilmente: “Per favore Thomas, domani consegna all’ispettore Abberline
questa lettera e ora lasciami solo, più tardi non servire la cena”. “Esce anche stasera signore, devo far preparare la carrozza?” “No, forse farò solo due passi”. “Bene, signore, se non c’è altro che io possa fare…”. “Puoi andare, Thomas”. “Buonasera, signore”, prese la lettera e si diresse verso la
porta, chiudendola alle sue spalle. La camera ripiombò
nel silenzio di prima mentre in lontananza si udivano appena gli ultimi
rintocchi del Big Bang. L’uomo si passò una mano sulla fronte e chiudendo gli
occhi, si abbandonò ai ricordi, ad un lontano passato in cui era stato felice
e per un attimo aveva sperato di esserlo per sempre. 2. Susan
Il sole splendeva
negli occhi di Susan, Adrien l’ascoltava ridere divertita alle sue parole e
sentiva che quella ragazza dagli occhi verdi e luminosi gli aveva stregato il
cuore. Non era come per le altre, una passione, quasi un gioco e via, no, per
Susan lui avrebbe fatto pazzie, ma ora doveva dirglielo, doveva sapere se
anche lei lo amava. Le prese una mano, la sfiorò con le labbra e le disse,
guardandola negli occhi: “Mi ami o questo è solo un gioco per te?” La ragazza abbassò
lo sguardo e sottrasse la mano. Lui la vide arrossire, smettere di ridere e
gli sembrò di scorgere una lacrima tremare nei suoi occhi. Susan rialzò il bel viso e facendosi coraggio, rispose: “Vuoi
prendermi in giro? Dimmi che non stai scherzando, dimmi che non farai come
con Marie o come con la povera Juliette?” Stavolta fu Adrien
a sentirsi a disagio e ad abbassare gli occhi, ma facendosi forza, le
rispose: “Lo so,
tu hai ragione, ho pensato solo a divertirmi, senza preoccuparmi se qualcuno
soffriva per me ed è giusto che tu mi biasimi per quello che sono stato, lo
capisco, ma ti prego, credimi, non è come con le altre. Potrei dirti mille
cose, non riuscirei a convincerti lo stesso, per te sarebbero solo parole che
hai già sentito. Allora, guardami negli occhi ancora per una volta, io non ti
sto mentendo”. Susan sollevò il
viso e vide i suoi occhi grandi e tristi luccicare al sole, e non c’era
menzogna in essi, ma solo un’immensa sconfinata solitudine. Gli si accostò e
con un filo di voce gli disse: “Non mi farai soffrire, vero?” “Oh, Susan…” “Prometti?” “Sì”. 3. L’uomo dal
mantello nero
Il vecchio Geremia
lucidava i coltelli, Adeline tirava le penne alle galline e la piccola
Annette correva di qua e di là, sgambettando felice in quel primo sole di
aprile. C’era una certa animazione, al villaggio erano giunti i giocolieri e
nell’aria si avvertiva l’atmosfera della festa, che di lì a poco si andava a
preparare. Le donne giravano
tra le bancarelle, conducendo per mano i loro bambini e gli uomini scrutavano
con attenzione le bestie in vendita, mentre tiravano sul prezzo. Tutt’intorno la
campagna profumava di fiori e di tanto in tanto la voce allegra di qualche
contadino echeggiava da qualche parte. La vita scorreva tranquilla in
quell’angolo sperduto di Francia, lontano da Parigi e dai suoi intrighi di
corte. Un uomo avvolto in
un lungo mantello nero si fece largo all’improvviso tra la folla dei paesani,
che occupavano la piazza, al suo fianco pendeva una lunga spada ricurva dalla
foggia sconosciuta. Nessuno l’aveva notato arrivare, sembrava essere apparso
all’improvviso e la gente si scostava impaurita, lasciandolo passare. L’uomo
puntò senza alcuna esitazione verso il banco di Geremia e quando gli fu di fronte
gli chiese, scrutandolo fisso negli occhi: “Sto cercando Adrien Lambert, può dirmi dove posso trovarlo?” Il vecchio vide i
suoi paesani allontanarsi frettolosamente e intorno a loro due farsi il
vuoto. Nella sua lunga vita aveva visto tante cose, doveva essere ormai al
riparo da ogni sorpresa, eppure lo sguardo di quello sconosciuto, lo fece
rabbrividire, In quel momento pensò alla morte, forse era giunta la sua ora e
lui che era stato sempre un uomo pio abbassò il capo e con voce stanca ma
ferma gli rispose: “Cosa vuole dal giovane Lambert nobile signore?” L’uomo gli si
avvicinò di qualche passo e sporgendosi verso di lui in un soffio di voce,
che sembrava venire da chissà quali profondità della terra, gli disse: “Ti ho chiesto dove posso trovare Adrien
Lambert” e portò la mano sull’elsa della spada. Geremia guardò per
un attimo i coltelli lucidi, che facevano bella mostra di sé sul banco, poi,
controvoglia, cedette: “Abita nella casa vicino al vecchio mulino del paese nei
pressi del ruscello, lo può trovare lì stasera, prima è sempre in giro,
dietro a qualche gonnella, signore”. L’uomo portò la
mano alla tasca e tirò fuori una moneta d’oro, Geremia non ne aveva mai vista
una, e con uno schiocco delle dita gliela lanciò, ringraziandolo con un cenno
del capo. 4. La fine di un amore
I pallidi raggi
della luna riflessi nelle acque della roggia guidavano i passi di Adrien
lungo il sentiero, che conduceva verso casa. La sera era tranquilla e calda e
lui di tanto in tanto sorrideva, ripensando ai bei momenti trascorsi con
Susan. Nell’aria il profumo fresco dell’erba tagliata lo riportò alla realtà,
era quasi giunto, intravedeva già le luci di casa quando un uomo avvolto in
un mantello scuro, sbucando dal folto del bosco, gli si parò davanti. Il
giovane fece un balzo indietro e la mano corse all’impugnatura del coltello,
che portava alla cintola, ma l’altro con un gesto volle tranquillizzarlo: “Non temere, non sono
qui con cattive intenzioni, voglio solo
parlarti”, disse. “Chi siete e cosa volete da me a quest’ora della notte?”
ribatté Adrien. “Solo mostrarti qualcosa, poi se vuoi me ne andrò, niente di
più, credimi”. “Non voglio vedere nulla, si tolga davanti e mi lasci passare,
altrimenti…” rispose il giovane con fare minaccioso, tirando fuori il
coltello. L’uomo per tutta
risposta arretrò leggermente e aprì il mantello, alla fioca luce della luna
strane immagini incominciarono a prender forma sulla sua superficie. Si
vedevano uomini armati, gente che scappava, il fuoco degli incendi e le case
date ai saccheggi, una gli parve di riconoscerla, vide il camino in pietra,
la grande Bibbia di famiglia con i nomi incisi sopra e Susan, che lo fissava
disperata, stringersi il petto con le piccole mani e il sangue, il sangue,
che non finiva di uscire e infine lui pregare sulla sua tomba. Il coltello gli
cadde dalla mano, che non aveva più forza per stringere e uno strano tremito
lo scosse: “Chi è lei, cosa vuole da me, perché prova a mettermi paura con
questo scherzo crudele?” “Mi dispiace mio giovane amico, non sono qui per prendermi
gioco di lei ma per aiutarla”. “E va bene, ma si sbrighi, a casa aspettano me per la cena e
se non mi vedono arrivare si preoccuperanno”. “Stia sicuro, non le farò fare tardi, quello che ho da dirle
sarà breve, glielo assicuro”. “Allora, non perda tempo!” “Ciò che le ho mostrato prima accadrà e molto presto,
purtroppo, lei non può sfuggire al suo destino”. “Ma come fa a conoscerlo, chi è lei?” “Perché io so di te fatti che neppure tu immagini. Tu hai una
cosa, che nessun altro possiede, non è questo il tuo piccolo segreto?” “E lei come fa a saperlo?” “So molte cose, ad esempio so che non ti sei mai ammalato, che
le tue ferite non sanguinano e hai sempre goduto di ottima salute, non è
vero?” “Sì, ma…” “E non ti sei mai chiesto il perché, sì che te lo sei chiesto,
e sai anche il motivo, è il tuo segreto”. Adrien abbassò gli
occhi, in fondo l’uomo aveva ragione, lui non era come gli altri, crescendo
si era accorto di non provare dolore qualunque cosa gli accadesse e
all’inizio ne era stato perfino contento, ma poi aveva cominciato a
preoccuparsi e aveva preferito non farlo notare, per paura, forse, o per
vergogna. “Ma quello che non puoi sapere” continuò l’altro “E che questo
tuo dono ti condurrà molto lontano, ti renderà unico, speciale, nessuno mai
potrà farti del male perché tu non potrai morire. Vivi tra gli uomini, ma non
sei come loro, tu appartieni ad una specie superiore non soggetta alle leggi
di questo mondo”. “Se è come dice lei perché io non sono felice di essere così,
perché nel mio futuro c’è solo dolore?” “Sei tu che decidi del tuo destino, per questo sono qui per
aiutarti a farlo”. “E quale sarebbe la cosa più giusta per me?” “Non puoi cambiare la tua natura, nessuno d'altronde può
farlo, però puoi scegliere quello che è meglio, ma devi fidarti di me, se
veramente ami la tua Susan puoi ancora salvarla, solo tu puoi farlo?” “Ma come, mi dica in che modo?” “Tu sei venuto al mondo con un dono invidiato da tutti, eppure
quelli che temono la morte e farebbero pazzie per sottrarsi ad essa, non
sanno che c’è un prezzo da pagare, purtroppo, per ogni cosa bisogna pagare un
prezzo e il tuo è rinunciare all’amore. A te è negata questa emozione, se ti
innamori, colei che ricambierà il tuo affetto, morirà al posto tuo, e Susan
sta innamorandosi di te, per questo sono qui. Lei è in pericolo”. Adrien gli si
avvicinò e guardandolo negli occhi gli chiese con la voce tremante
dall’emozione: “Non c’è un altro modo?” “No, ragazzo mio, non c’è, mi dispiace”. “Ma cosa le dirò, mi odierà per questo!” “Il tuo tempo qui è finito, lo sai anche tu, non rendere più
penoso il distacco. Vieni? Stai per cominciare una vita nuova”. 5. Rue Saint –
Honoré
“Qui non ci sono processi da fare, Luigi non è un prigioniero
alla sbarra e noi non siamo dei giudici, ma uomini di Stato e rappresentanti
del popolo. …” La voce di
Robespierre si levava tonante sul brusio della sala, nessuno osava
allontanarsi da lì o staccare gli occhi da lui, la tensione era altissima. ”Non si tratta di emettere una sentenza favorevole o
contraria, ma di adottare un provvedimento che interessa il bene dello Stato.
Luigi denunciò il popolo francese come ribelle. Ricorse ai despoti stranieri
per castigarlo, non deve essere giudicato, è già condannato, oppure la
Repubblica è senza alcuna giustificazione…” Quella sera il
club dei giacobini di Rue Saint – Honoré era affollato fino all’inverosimile,
tutti erano lì, tutti volevano sapere cosa avrebbe detto Robespierre
l’indomani alla Convenzione. Poco distante dal
palco, seduto ad un tavolo ingombro di carte, un uomo scorreva una lista di
nomi e ogni tanto segnava una croce accanto. “E se lui è assolto che avviene della Rivoluzione? In questa
eventualità, l’attuale imprigionamento di Luigi è un delitto. Il popolo di
Parigi, tutti i patrioti di Francia sono
colpevoli …” L’uomo si voltò
verso l’oratore e sorrise. In quel momento qualcuno alle sue spalle gli passò
un biglietto. L’aprì. Era la pagina
strappata di un libro e sopra con inchiostro scuro vi era scritto con una
calligrafia minuta ed incerta una sola parola: “Aiuto!”. L’uomo fissò
ancora per un attimo il pezzo di carta, ne seguì con gli occhi il profilo
delle lettere, sfiorandolo con le dita, poi con un gesto nervoso lo strappò
in tanti pezzettini e li ripose in tasca. Si alzò dal tavolo e si avviò verso
il fondo della sala. “Luigi deve morire, perché la patria deve vivere!” furono le
ultime parole, che udì, uscendo. 6. Le Tuileries
La sera era fredda
e gelida, Parigi era quasi completamente deserta a quell’ora tarda della
notte. Non aveva molto tempo, il cambio della guardia al palazzo delle
Tuileries sarebbe avvenuto di lì a poco e lui doveva arrivarci prima. “Cittadino Lambert cosa vi porta qui a quest’ora della
notte?”, chiese l’ufficiale di guardia, vedendoselo comparire davanti. “Ordini, Cittadino Morel”, fu la sua risposta. “Ah, vedo che è un mandato di trasferimento e perché tutta
questa urgenza, se è lecito saperlo?” “Il prigioniero deve essere nuovamente interrogato, qualcuno
ha fatto il suo nome”. “E come mai è senza scorta, cittadino?” “Morel, fai molte domande, lo sai che è bene non sapere troppo?”
e allungò all’ufficiale una borsa rigonfia di monete, che l’uomo si apprestò
a far sparire. “Lo scopriranno presto, signore, non potrò nasconderlo a
lungo”. “Mi bastano poche ore, domani saranno tutti alla Convenzione
per decidere la sorte del re. Puoi farcela?” “Ci proverò. È stato un piacere fare affari con lei, signore”. “Canaglia, sbrigati, portami dal prigioniero”. In fondo alla
cella alla fioca luce di una torcia apparve il volto pallido e impaurito di
una giovane donna, era quello di Marie Claire. La prima volta che l’aveva
incontrata era stato diversi mesi prima in una di quelle feste che da tempo
non se ne vedevano più a Parigi. Suonava il violino magnificamente ed era
incantevole, nonostante gli abiti dimessi da musicista. In una pausa del
ricevimento, l’avvicinò. Lei si presentò come Denis Dubois, ma qualcosa nella
sua persona non lo convinse, aveva l’impressione di averla già vista da
qualche parte. I suoi modi
gentili, la naturale bellezza, l’eleganza della sua persona, che faceva da
contrasto con la modestia della sua condizione, l’avevano conquistato e lui
si era lasciato andare a quel sentimento, illudendosi di poterlo tenere a
bada e di smettere quanto prima. Da allora si erano
incontrati spesso e aveva iniziato a frequentarla. Poi una sera gli era
piombata in casa con il vestito strappato ed in lacrime. Avevano arrestato
suo padre e dalla sua voce rotta dal pianto venne a sapere che era la figlia
del conte di Anterre, lei a stento era riuscita a scappare, calandosi dalla
finestra, che dava sul giardino. Cercò di calmarla
e le promise che avrebbe fatto di tutto per aiutata, anche se la cosa
sembrava alquanto difficile perché l’uomo era accusato di complottare con gli
Inglesi e da mesi le autorità della repubblica lo cercavano. Povera Marie
Claire quante ne aveva passate. Con la sua influenza era riuscito a
nasconderla, ma per il padre non ci fu nulla da fare, l’uomo era deceduto
durante uno dei primi interrogatori. Sapeva che avrebbe dovuto fermarsi lì,
trattenere il suo cuore, ma non l’aveva fatto, non ci era riuscito, amava
quella donna, l’amava alla follia. Troppo tempo era rimasto solo con se
stesso e i suoi fantasmi, ora che qualcuno trepidava per lui, non aveva la
forza per rinunciarvi, per respingerlo ancora una volta, ma così aveva
firmato la condanna della sua Marie Claire. Qualcuno doveva averla
riconosciuta ed era corso a denunciarla. Appena lo vide gli si buttò tra le braccia, tremante: “Credevo
che anche lei mi avesse abbandonato” e sciogliendosi dal suo abbraccio,
aggiunse “Grazie, io non…” “No, non dica altro, venga, non c’è tempo, usciamo da qui in
fretta. Ora non deve più avere paura”. 7. Sulle sponde
dell’Atlantico
Qualche ora dopo
erano a Le Havre, Lambert la condusse al porto. Lì non gli fu difficile
rintracciare Augustin, la sua goletta era ormeggiata nella solita caletta in
fondo alle banchine in direzione di Montivilliers. “Quale brutto vento la porta da queste parti, signore” gli
chiese il vecchio marinaio quando lo vide giungere sul molo. “Ti affido una persona, abbine cura” e gli pose in mano due
grossi diamanti. L’uomo guardò stupito le gemme, che luccicavano al pallido
sole dell’Atlantico e rispose: “Grazie, signore, non si preoccupi”. “Devi salpare subito, non c’è tempo da perdere e per un po’
non rientrare in Francia. Puoi farlo?” Certo, signore” e con un fischio richiamò a bordo gli uomini
che erano a terra. D’incanto le vele si sciolsero, la nave si apprestava a
prendere il largo. “Mia cara Marie Claire non indugiare oltre, sali ”. “E lei quando verrà?” “Presto, il tempo di sistemare le cose qui e poi ci rivedremo
a Londra”. “Ma…” Un rumore di
zoccoli lo fece voltare. Un gruppo di soldati si stava precipitando verso di
loro. “Presto Marie Claire, vai e tu Augustin, parti, taglio io la
gomena”. Si voltò e con un
colpo di spada recise di netto la corda di canapa, poi avanzò verso il centro
della banchina. I soldati gli si buttarono contro, ne atterrò uno, colpendolo
con l’elsa della spada, ma un secondo gli esplose contro la pistola. Marie Claire lo
vide battersi fino alla fine e tra le lacrime lo vide cadere sotto i
proiettili dei soldati, poi più nulla solo una linea d’ombra e la notte che
calava sull’Atlantico. 8. Il fumatore d’oppio
Un giovane
era disteso su una branda di lino, intorno corpi ammassati alla rinfusa di
uomini e di donne, vinti dall’oppio, che inalavano attraverso lunghe canne
appoggiate al suolo. L’aria acre e fumosa stagnante nella sala intorpidiva la
mente, piegava le membra, rendeva molle la coscienza di che vagava come uno
spettro tra quegli esseri alla ricerca di un inutile sollievo. Il viso pallido e
smorto sembrava in preda ad un pensiero nascosto sotto le palpebre sopite.
Ogni tanto aspirava dalla canna l’acre sostanza vaporosa e sprofondava sempre
più nella sua incoscienza. Vestiva in modo accurato e doveva essere ancora
molto giovane, nonostante una ruga si increspasse di tanto in tanto sulla
fronte spaziosa. Aveva belle mani ornate da un anello dalla foggia
orientaleggiante e fini baffetti, che gli incorniciavano il labbro. In quello
stato di quasi incoscienza a volte gli sfuggivano parole smozzicate
dall’accento incomprensibile, come se un demone gli si agitasse dentro, causandogli
dolore e scompiglio. Doveva essere in preda ad una delle solite allucinazioni
da oppio, ma stavolta non sembrava affatto piacevole. Un tremito strano lo
scuoteva e i capelli corvini, che gli scivolavano sulla fronte, erano
imperlati di sudore. Ad un tratto sbarrò gli occhi e sembrò
riconoscere l’individuo, che lo stava fissando. L’uomo, alto, distinto,
piuttosto avanti negli anni, l’osservava, pareva aspettare un suo gesto,
forse il suo risveglio. Il fumatore d’oppio si tirò su e
sollevando a fatica il braccio, reggendosi la fronte con la mano, disse: “Ho
una gran confusione in testa, non riesco a togliermi dagli occhi tutto quel
sangue”. “Lei esagera con questa roba, un giorno o l’altro la
distruggerà”. “Mi dia qualche secondo e poi sarò da lei” rispose, alzandosi
a fatica dalla branda zuppa di sudore. “Allora, ho ricevuto il suo messaggio, ispettore Abberline e
sono qui”. “Ebbene, che ha da dirmi, li ha letti i giornali?” “Certo, a stare a quanto dicono il quartiere malfamato di Whitechapel
è stato preso di mira da un assassino, che se ne va in giro di notte ad
uccidere povere donne, prostitute soprattutto: le attira con un raspo d’uva e
le ammazza a tradimento per poi fare scempio dei corpi, anche con una certa
professionalità. Il governo è convinto che si tratti di un macellaio o di un
pellicciaio, ma io non credo, deve esserci ben altro sotto”. “Ne è convinto?” “Quello che penso io non ha importanza, piuttosto lei,
cos’altro ha visto nelle sue visioni?” “Nulla di speciale a parte il sangue e l’occhio di qualcuno,
attraverso cui osservavo la scena del delitto. Lei che è un profondo
conoscitore della mente umana e dei suoi abissi, cosa vuol dire tutto questo
signor Lambert?” ”Può essere l’occhio della coscienza, la sua o quello
dell’assassino, ma secondo alcuni miei studi è più da intendersi come un
simbolo femminile, forse quello che ha visto era l’occhio della vittima. Ma è
sicuro di non ricordare altro?” “Ho una gran confusione in testa, ogni tanto come un flash ho
delle visioni, se riuscissi almeno a fermarle per qualche istante. Ecco, ora
vedo un coltello dalla foggia particolare, mi sembra un bisturi o uno di quei
coltelli usati nelle autopsie per le asportazioni. Sì, è lui, ora la visione
è più nitida, lo vedo, è macchiato di sangue, e…c’è una carrozza, che si
allontana nel buio”. “Un bisturi, troppo professionale per un macellaio, non
crede?” “Già, sembra essere un medico o comunque qualcuno che ha a che
fare con la professione, bisogna indagare in questa direzione”. “Però non le sembra strano che un assassino se ne vada in giro
ad uccidere povere donne in carrozza? Perché ha visto una carrozza, vero?” “Sì, ma forse ho esagerato con l’oppio”. “Probabile”. “Signor Lambert, la persona che mi ha fatto il suo nome mi ha
raccontato anche strane storie sul suo conto”. “Ah e cosa, ispettore? Sarei curioso di saperlo”. “Che nessuno sa nulla del suo passato, si conoscono solo i
suoi testi di medicina e di psichiatria e che è membro onorario della Royal Academy.
Qualcuno bisbiglia anche che conosce molto bene il duca di Clarence, il
nipote della nostra regina. Si arriva perfino a mormorare che lei lo stia
curando da chissà quale malattia. Credo proprio che mi stia nascondendo
qualcosa, lei sa molto di più su questo caso di quanto vuole far intendere”. “E come potrei, mi dica?” “È furbo, no, direi di più, lei è troppo intelligente e la
persona che mi ha fatto il suo nome, ha tenuto a mettermi sull’avviso”. “Davvero? E chi sarebbe costui?” “Lord Salisbury”. “Addirittura! Allora devo ritenermi sospettato?” “Per il momento no, ma non lasci la città e si renda sempre
reperibile”. “Conosce il mio indirizzo, ispettore Abberline”. “Bene, arrivederci signor Lambert, può andare ”. “Mi lasci dire ancora una cosa. C’è chi vuole nascondere la
verità sotto un cumulo di delitti e di sangue. Lei è un giovane intelligente,
anche se i suoi modi di condurre l’indagine non sono proprio ortodossi,
quindi si lasci dare un consiglio: segua il suoi istinto, vedrà che non può
sbagliare. C’è qualcuno che rimesta nel torpido e non sono io quello,
ispettore”. 9. La visione
Abberline lo vide
andare via, si guardò attorno e i suoi occhi caddero su una bottiglia di
Assenzio riposta su un tavolino lì accanto. Allungò la mano e si versò un po’
del prezioso liquido in un bicchiere, vi appoggiò sopra un cucchiaino su cui
sciolse alla lenta fiamma di un cerino una zolletta scura di una sostanza
gommosa, che intinse con alcune gocce di laudano, mescolò l’intruglio, poi
con una smorfia di disgusto, lo bevve e si ridistese sulla branda di lino.
Chiuse gli occhi e attese. Lentamente la sua
mente sprofondò nell’abisso della sua visione e dalla notte vide emergere una
carrozza dai fanali verdi, che si fermava in un angolo ceco della strada, vi
scese un uomo, Lambert, avvolto in un nero mantello, qualcosa gli luccicava
tra le mani, lo vide entrare in un portone, salire delle scale rugginose,
accostarsi ad un uomo disteso su un letto, sembrava infermo o legato, agitava
la testa, pronunciava parole sconnesse e senza senso, era giovane e dal volto
conosciuto, ma non riusciva a ricordare chi fosse e poi vide una mano
stringere una siringa con l’ago intinto di sangue. C’era troppo buio nella
stanza, sentì il rumore di una porta aprirsi, vide Lambert uscire e una
striscia di sangue colargli sugli occhi, un’altra donna quella sera era stata
uccisa nel quartiere di Whitechapel. 10. Charcot
Le ampie vetrate erano inondate dalla
luce del tramonto. Le strade di Londra erano animate di traffico, i suoi
rumori arrivavano sin lì. Due uomini conversavano comodamente seduti,
sorseggiando un buon bicchiere di brandy. Nel camino schioppettava un buon
ceppo di rovere. “Ho
voluto incontrarla perché un mio paziente ha fatto espressamente il suo nome,
ma le circostanze in cui ciò è accaduto sono del tutto particolari. Cosa sa
dei miei studi sull’isteria, signor Lambert?” “Abbastanza per dirle con tutta sincerità, signor Charcot, che
i miglioramenti terapeutici riscontrati con la sua cura basata sull’ipnosi sono
più apparenti che reali, agiscono superficialmente sui sintomi, o su taluni
di essi, ma non sono in grado di intervenire sulle cause, che li determinano
e questo mi dispiace dirglielo, perché riconosco la sua buona intenzione e
una certa efficacia, ma nulla di più. Perché me lo chiede? “ “Conosco molto bene le sue ricerche sui disturbi nervosi e lei
potrebbe aiutarmi a capire se le manifestazioni del paziente di cui le
parlavo sono il prodotto di una simulazione o, come invece propendo a
credere, sincere”. “Se vuole conoscere il mio modesto parere è bene che io sappia
tutto dall’inizio, non crede, mio caro Charcot?” L’uomo ebbe un
attimo di esitazione, ma poi reclinando leggermente il capo, disse,
inumidendosi le labbra: “Ha ragione, se ha la pazienza di ascoltarmi le racconterò
ogni cosa”. “Per questo abbiamo tutta la sera, può iniziare quando
vuole”. “Circa una settimana fa il dottor Farrel, un mio vecchio
amico, venne a trovarmi all’ospedale della Salpetrière a Parigi. Se lo
ricorda, vero? “Certo, vi ho passato diversi mesi preparando i miei studi
clinici sulle neuropatologie della mente ed è lì che ci siamo conosciuti, non
l’ho dimenticato, ma continui la prego”. “Mi chiese un consulto per un suo giovane paziente affetto da
disturbi degenerativi della coscienza. Nei pochi momenti di lucidità assumeva
una personalità a dir poco sorprendente tanto da far sospettare in casi come
questo la simulazione. Per questo era venuto da me, per fugare ogni possibile
dubbio”. “E lei ha accettato?” “Conosco Farrel da anni, non me la sono sentita di rifiutarmi
e così sono venuto a Londra e ieri ho indotto il paziente in uno stato di
profonda ipnosi. Come lei ben sa in quella condizione è impossibile ogni
forma di simulazione”. “Ebbene, cosa ha scoperto?” “Nei pochi istanti di lucidità il giovane affermava di essere
stato rapito, ma non ricordava quando. Rammentava solo pochi particolari ed
era spaventatissimo. Mi ha parlato di alcuni uomini dal volto coperto, che
gli strappavano dalle braccia la moglie e gliela portavano via, mentre lui
veniva drogato con una siringa. E poi, quando l’ho chiamato per nome si è
agitato moltissimo e ha affermato di non essere Neill Owen ma Alberto
Vittorio, duca di Clarence, il nipote della regina. Al di là di una certa
somiglianza la cosa mi è sembrata alquanto dubbia. Sa nello stato in cui è
ridotto la malattia ha inciso parecchio sulle condizioni fisiche del
paziente. Il giovane però insisteva e chiedeva aiuto non per sé ma per la
moglie, diceva che l’avrebbero uccisa, che quelli erano dei mostri e a questo
punto ha fatto il suo nome. Ecco perché sono venuto da lei. Ha mai conosciuto
il duca di Clarence?” Adrien lo guardò
fisso negli occhi e senza manifestare alcuna emozione gli rispose con tono
affabile e sicuro: “No, mai avuto il piacere di conoscere il giovane duca di
Clarence, probabilmente il suo paziente deve aver letto il mio nome da
qualche parte, forse proprio nella clinica del suo amico”. “Ne ero sicuro, mio caro Lambert, lei mi ha tolto un peso
dalla coscienza. A questo punto non ci sono più dubbi è un tipico caso di
disturbo della personalità indotto dall’aggravarsi della malattia, d’altronde
i suoi libri sono molto conosciuti e non è affatto improbabile che qualche
copia l’abbia vista proprio in clinica”.
“Sì, deve essere andata proprio così. Se posso fare ancora
qualcosa per lei me lo dica, io sono a sua disposizione”. “No, lei è già stato sin troppo gentile, grazie, grazie di
tutto”. “Allora, mi permetta di invitarla a cena stasera, così potremo
ricordare la sua bella città, che mi manca tanto”. “Questo sì, con vero piacere, mio caro Adrien”. 11. Il duca di
Clarence
La punta di un ago
spruzzò alcune gocce nell’aria, l’uomo ebbe un sussulto, aprì gli occhi e dal
suo viso scomparve ogni traccia della malattia. “Albert riesci a sentirmi, sono Adrien, sono qui per aiutarti,
mi senti, Albert?” La stanza era
debolmente rischiarata dai raggi della luna, che filtravano attraverso le
spesse grate di una finestra, dentro un lettino di ferro e il corpo di un
uomo, che vi giaceva sopra. “Adrien, amico mio, sei venuto finalmente! Da tanto tempo ti
aspettavo, ora sei qui, ora…” “Non ti affaticare, con calma dimmi tutto”. “Mi dispiace, mi…” “Di cosa devi dispiacerti, amico mio?” “È colpa mia, non dovevo, sono stato un ingenuo, me l’hanno
portata via!” “Chi?” “Ann, mia moglie”. “E da quando è che sei sposato?” “Oh, è l’ultima sciocchezza che ho fatto, ma credimi è l’unica
cosa buona della mia vita”. “Che stai dicendo povero amico mio!” “La verità, Adrien, ascoltami perché solo tu puoi aiutarmi”. “Sono qui, non preoccuparti”. “Ho conosciuto Ann Cook, mia moglie, circa un anno fa a
Whitechapel. Allora mi facevo passare per Eddy, un pittore, e avevo uno
studio in una bella mansarda in Ridley Street. Conobbi Ann e me ne innamorai,
la sposai segretamente qualche mese dopo. Della cosa sono a conoscenza solo
le sue amiche o almeno così credevo”. “Già, purtroppo!” “Ma c’è dell’altro,
amico mio”. “Cosa?” “Ho una bambina, Alice, ma non so che fine ha fatto, quando ci
hanno presi a Ridley Street era affidata a Mary Jane Kelly, un’amica di mia
moglie. Capisci che se lo scoprono, la bambina è…Non voglio pensarci!” “Non preoccuparti, ora devi solo riposare, il tuo segreto è in
buone mani”. “Grazie, amico mio, ah…” le sue palpebre si fecero pesanti, il
viso si contorse in una smorfia sgradevole e gli occhi tornarono spenti e
fissi come prima. “Addio, mio povero Albert” e, voltandosi verso la porta,
Adrien uscì dalla stanza. 12. La loggia
massonica
Una lama brillava
nel buio, colpiva sicura. Si udiva il cupo strofinio del metallo, che
penetrava le carni. Sangue. La scena era confusa, indistinta. Non si scorgeva
il volto di colui che impugnava l’arma, ma di certo si percepiva l’orrore di
quanto stava accadendo, poi di nuovo la visione si oscurò e il buio della
mente si stese sugli occhi appannati. Una sala
rischiarata da torce messe in circolo, una balaustra in alto, e uomini
raccolti intorno, al centro la cerimonia era alla fine. “Ve lo avevo detto che del dottor Farrel non c’era da
fidarsi”. “Ma di lui aveva garantito personalmente sir William Gull,
lord Salisbury”. “E adesso come si esce da questo pasticcio?” “Ce ne stiamo già occupando…” “E come mai stanotte qualcuno si è introdotto nella clinica e
ha visitato il nostro paziente?” “Ma, lord Salisbury…” “Siete degli incompetenti! Sapete cosa significa questo, che
il nostro uomo ha scoperto tutto o quasi, bisogna fermarlo”. “Certo, James, l’ispettore Abberline è stato già informato al
riguardo e su Adrien Lambert gravano pesanti sospetti”. “Non c’è più tempo dopo i delitti di Elizabeth Stride e
Catherine Eddowes, è rimasta solo l’ultima testimone: Mary Kelly. Voglio che
la cosa sia fatta in modo che tutto ricada su Adrien Lambert”. “Bene, milord, sarà fatto”. “No, mi fido solo di lei, signor Druitt, che il suo corpo
venga ripescato dal Tamigi a pochi metri da Osiers, la sua abitazione qui a
Londra, bisogna che sembri un suicidio, così la confessione è firmata e noi
non dovremo più occuparci di questo caso increscioso. Sua maestà è già troppo
turbata, non sopporterebbe altro”. “Certo, James”. “Un’ultima cosa, quando tutto sarà finito, fate sparire sir
William Gull, è ormai fuori controllo, tutto quel sangue gli ha dato alla
testa e poi c’è quel giovane ispettore, credo che una promozione e un nuovo
incarico, magari lontano da qui, servirebbe a togliercelo per sempre dai
piedi”. “Sarà fatto e per il nostro paziente, cosa ha deciso,
signore?” “Ho parlato a lungo con lord Hallsham e insieme abbiamo deciso
che va trasferito in un luogo segreto, ci penserà il capo della polizia
metropolitana, sir Robert Anderson”. L’uomo si lustrò
il distintivo appuntato sul petto, una squadra e un compasso incrociati su un
fondo blu, si voltò verso la balaustra e guardò in basso gli ultimi momenti
dell’iniziazione di un nuovo adepto. Abberline aprì gli
occhi, non era mai stato lucido come allora, si alzò a fatica, raccolse il
cappello dal tavolino e uscì in fretta dalla sala. 13. Mary Kelly
“Non entrate. Non ce n’è bisogno, signore”, si affrettò a dire il sergente,
vedendo sopraggiungere l’ispettore Abberline. “Mi lasci passare, la prego”. “Come vuole lei signore, ma non c’è molto da vedere,
l’assassino ne ha fatto scempio”. Il sangue era
ovunque, sul muro, dietro il letto dove riverso era il cadavere
irriconoscibile di una giovane donna e per terra in una lunga scia di sangue,
che arrivava fino al camino dove bruciavano ancora alcuni poveri resti della
vittima. Abberline si portò
la mano sugli occhi, cercando di nascondere quell’orrore, ma poi qualcosa
attrasse la sua attenzione, si accostò al cadavere e raccolse dal petto
martoriato della donna una ciocca di
capelli recisi. “Ha notato qualcosa, ispettore?” Il giovane strinse tra le dita quel
ciuffetto di capelli castani e voltandosi verso l’agente, rispose: “No,
continuate pure”. Era una debole
speranza, ma lui si sentì il cuore sollevato. I capelli di Mary erano rossi,
non poteva sbagliarsi, quelli non erano i suoi. Il giorno che
l’aveva vista la prima volta a Whitechapel, quasi l’aveva aggredito. Era così
spaventata e indifesa, che da subito aveva provato qualcosa per quella
ragazza bella e terribilmente sola, ma poi davanti ad un buon piatto di
minestra e ad un bicchiere di birra lei si era calmata. Da allora aveva
cercato di proteggerla in tutti i modi mentre le sue amiche cadevano una ad
una sotto i colpi di quel vile assassino. L’aveva tolta dalla strada,
nascosta in quella stanza al numero 13 di Miller's Court. Credeva così di
tenerla al sicuro fino alla conclusione dell’inchiesta, ma invece le sue
visioni non l’avevano protetta abbastanza. Uscì in fretta
dalla stanza e si diresse verso Spitalfields lì a due passi ed entrò da Ten
Bells, il pub, che si trovava nella
piazzetta dove le aveva detto di
lasciargli notizie di sé. “È arrivata qui poco prima dell’alba. Andava di fretta. Mi ha
dato questa per voi” disse il barista vedendolo entrare e gli consegnò una
lettera. “Mi avevate chiesto di attendere, ma un amico di Eddy è venuto
a prendermi stanotte. Aveva con sé la piccola Alice. Ha detto che vi conosce,
si chiama Adrien Lambert. Ho solo il tempo
di lasciarvi questa lettera. Qui c’è l’indirizzo dove potrete trovarci,
penserà lui a tutto. Vi aspettiamo con
ansia. Io so, so che dentro il mio cuore vivremo felici in riva al mare, come
nella vostra visione. Spero di abbracciarvi presto, caro. Con tutto il mio amore, Mary.” Il giovane fissò ancora per un istante
il foglio di carta, poi lo piegò con cura e lo infilò in tasca. 14. Il morto
nel Tamigi
Adrien prese il
cappello e il bastone e uscì. L’aria fresca della sera gli accarezzava il
viso. Poco più in la il fiume scorreva placido e monotono. La città sembrava
deserta quando all’improvviso una carrozza dai fanali verdi sbucò dal fondo
della via, puntando dritto su di lui. Nell’aria immobile della sera si udì un
colpo secco e il cilindro rotolò al suolo. Dalla vettura scesero due
individui, raccolsero da terra Lambert e lo caricarono sulla carrozza. Il mattino dopo il
corpo di John Druitt Montague con le tasche piene di pietre fu ripescato nel
Tamigi a pochi metri da Osiers. Dopo la scoperta del suo cadavere i delitti a
Whitechapel cessarono e la stampa collegò quello strano suicidio ai delitti
del mostro, soprattutto dopo aver scoperto che Druitt era membro di un club
detto degli Apostoli, una società dai fini oscuri alla quale appartenevano
molti aristocratici e si vociferò allora anche un possibile erede al trono
d'Inghilterra. 15.
Dall’inferno
La mente vagava
nei verdi prati dove un tempo aveva amato Jane, la vide sorridergli felice e
invitarlo con la mano a seguirlo, ma lui restava immobile mentre lei si
allontanava e tutto ritornava buio e cupo. Chiuse gli occhi e
vide lo squallore del quartiere di Soho, con le sue strade fangose e tutti
quei pezzenti, e i suoi lampioni accesi fin dalla sera precedente per
combattere quell’oscurità diurna da incubo. La nebbia si alzò un poco, lasciando
intravedere una strada sporca, un negozio di verdura, un ristorante francese
d’infimo ordine, diversi bambini vestiti di stracci davanti alle porte delle
case, e donne di diverse nazionalità che se ne andavano, con le chiavi in
mano, a bersi il loro bicchiere quotidiano da Jimmy Leight, il pub
all’angolo. Più in là intravide l’insegna rossa e oro dell’King’s, che
occhieggiava all’ingresso di un portone seminascosto. Un uomo scendeva i
pochi gradini, che conducevano all’interno, lo vide attraversare la sala dei
fumatori d’oppio e giungere fino a lui, lo riconobbe nel suo vestito
elegante, nel suo portamento dignitoso. “Alla Casa di Correzione Marylebone ho trovato la povera Ann
Cook, la madre della piccola Alice. Non ho potuto fare nulla per lei, lord
Salisbury e i suoi complici l’hanno ridotta una povera demente. Ma questo lei
già lo sapeva, lo ha sicuramente letto negli incartamenti della Sezione
Speciale della Polizia metropolitana, vero? “Sì, nell’ufficio di sir Robert Anderson in una delle mie
visioni”. “Ieri sono andato all’Orfanotrofio di Bishopsgrave e lì mi
sono fatto consegnare la bambina. Pagando non mi è stato difficile. In serata
sono passato a prendere Mary Kelly e le ho affidato Alice, era così contenta
di vederla, sarà una buona madre per la bambina e la piccola la renderà
felice. Stamattina presto le ho imbarcate entrambe sul postale per l’Irlanda,
non avranno più problemi glielo assicuro e di nessun tipo. “Grazie, senza il suo intervento non so se sarei riuscito a
salvarle, signor Lambert”. L’uomo abbassò la fronte, poi guardandolo diritto negli occhi,
gli chiese: “Ha trovato la lettera?” “Sì”. “E cosa ha intenzione di fare, ora?” “Raggiungerò Mary quando le cose si saranno calmate”. “Crede che vi lasceranno tranquilli?” “In fondo cosa sanno di noi, nulla o quasi. Per la polizia la
donna ritrovata uccisa al numero 13 di Miller's Court è Mary Kelly e della
bambina non sanno niente”. “Ma conoscono lei”. “Sì, però non sospettano nulla, credono che io mi sia bevuto
tutte le malignità sul suo conto, signore”. “Già, lei è un bravo detective, ma ha qualcosa che gli altri
non hanno”. “Cosa, signor Lambert?” “Non so se chiamarlo dono, giudicherà lei”. “Che vuol dire, amico mio, si spieghi”. “Non si è mai chiesto come mai lei ha quelle visioni?” “Tutti coloro che fanno uso di oppiacei le hanno, è risaputo”. “Ma non del suo tipo, signor Abberline”. “Che vuol dire?” “Da quando ha iniziato ad averle?” Il giovane abbassò
lo sguardo, si portò una mano alla fronte e con un gesto nervoso scostò una
ciocca di capelli, che gli era scivolata sugli occhi, sembrava voler prendere
tempo, meditare sulla risposta. “Lo so cosa non vuole dirmi” continuò Lambert “Tutto è
iniziato due anni fa quando la sua giovane moglie, che lei amava alla follia,
è morta di parto. Vero?” “E lei come fa a sapere queste cose?” “Mi dispiace mio giovane amico, ma quello che sto per dirle mi
fa ancora più male”. “Cos’altro devo sapere, parli”. “Le sue
visioni sono iniziate subito dopo la morte di sua moglie e non perché trovava
sollievo al dolore per quella perdita nell’oppio e nel laudano, no, c’è
dell’altro che deve conoscere. Lei ha il dono speciale di vedere le cose
prima che accadano, di entrare nella mente degli assassini, di conoscere i
misteri più nascosti della mente umana, ma come ogni cosa che ti viene data,
un’altra ti viene tolta”, esitò. “Continui,
adesso non può più tacere”. “Lei non
poteva conoscerlo, non ancora almeno”. “Cosa? Mi
dica cosa, signor Lambert?” “Dall’inferno
da cui proviene, mio giovane amico, non le è concesso amare. Ma questo lei
non lo poteva sapere, non se ne faccia una colpa”. “Dio,
perché io!” e il giovane si prese il viso tra le mani. “Forse
perché doveva salvare Mary Kelly e la piccola Alice. Non le sembra questo un
buon motivo?” Abberline
sollevò il capo e guardando Lambert negli occhi, disse: “Sì”. “Ora sa
cosa deve fare”. “Ci
rivedremo?” “Mai più,
domani le verrà recapitata una mia lettera da parte di Thomas, il mio
maggiordomo, troverà le mie disposizioni e tutto quanto d’ora in poi le
servirà, addio mio giovane amico”. La visione si oscurò e nel pallore
della fiamma Abberline vide la lettera di Mary consumarsi lentamente tra le
sue mani. Franco D’Arco
28 marzo – 7 aprile 2007 |
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