Dall’inferno

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1.  Londra 1888 1

2.  Susan 2

3.  L’uomo dal mantello nero 3

4.  La fine di un amore 4

5.  Rue Saint – Honoré 6

6.  Le Tuileries 6

7.  Sulle sponde dell’Atlantico 8

8.  Il fumatore d’oppio 8

9.  La visione 10

10.  Charcot 11

11.  Il duca di Clarence 12

12.  La loggia massonica 13

13.  Mary Kelly 14

14.  Il morto nel Tamigi 16

15.  Dall’inferno 17

 

 

1.  Londra 1888 

 

     Il fuoco nel camino tingeva di vividi riflessi rossastri le pareti della stanza, un salotto borghese in un elegante palazzo al centro di Londra, sulla scrivania, accanto alla finestra, una copia del “The Times” con in prima pagina l’articolo sul nuovo delitto del mostro, che da alcuni mesi seminava orrore e morte in città.

     Un uomo distinto, piuttosto avanti negli anni, osservava dalla finestra la strada. Poche le carrozze circolanti e ancor meno i passanti, che si affrettavano verso le proprie case.    

     Una strana calma innaturale stava calando su Londra con le prime ombre della sera. Cosa di orribile si stava preparando quella notte?

     L’uomo si voltò verso il giornale, lo sguardo sembrò cercare qualcosa, un dettaglio tra le righe, poi si diresse verso il camino, vi appoggiò sopra le mani e fissò il fuoco per alcuni interminabili secondi. Mise una mano nel taschino del panciotto e tirò fuori un orologio, un oggetto magnifico, finemente cesellato, lo rigirò tra le dita più volte. Si udì il secco clic metallico della molla e il quadrante interno apparve con le lancette, i numeri, le ore. Mancavano pochi minuti alle sette. Rimise l’orologio in tasca e suonò un campanello.

     Pochi istanti dopo la porta del salotto si aprì ed entrò un uomo in abito scuro, il maggiordomo, probabilmente:

“Per favore Thomas, domani consegna all’ispettore Abberline questa lettera e ora lasciami solo, più tardi non servire la cena”.

“Esce anche stasera signore, devo far preparare la carrozza?”

“No, forse farò solo due passi”.

“Bene, signore, se non c’è altro che io possa fare…”.

“Puoi andare, Thomas”.

“Buonasera, signore”, prese la lettera e si diresse verso la porta, chiudendola alle sue spalle.

     La camera ripiombò nel silenzio di prima mentre in lontananza si udivano appena gli ultimi rintocchi del Big Bang. L’uomo si passò una mano sulla fronte e chiudendo gli occhi, si abbandonò ai ricordi, ad un lontano passato in cui era stato felice e per un attimo aveva sperato di esserlo per sempre.  

 

2.  Susan

 

     Il sole splendeva negli occhi di Susan, Adrien l’ascoltava ridere divertita alle sue parole e sentiva che quella ragazza dagli occhi verdi e luminosi gli aveva stregato il cuore. Non era come per le altre, una passione, quasi un gioco e via, no, per Susan lui avrebbe fatto pazzie, ma ora doveva dirglielo, doveva sapere se anche lei lo amava.

Le prese una mano, la sfiorò con le labbra e le disse, guardandola negli occhi: “Mi ami o questo è solo un gioco per te?”

     La ragazza abbassò lo sguardo e sottrasse la mano. Lui la vide arrossire, smettere di ridere e gli sembrò di scorgere una lacrima tremare nei suoi occhi. 

Susan rialzò il bel viso e facendosi coraggio, rispose: “Vuoi prendermi in giro? Dimmi che non stai scherzando, dimmi che non farai come con Marie o come con la povera Juliette?”

     Stavolta fu Adrien a sentirsi a disagio e ad abbassare gli occhi, ma facendosi forza, le rispose: 

“Lo so, tu hai ragione, ho pensato solo a divertirmi, senza preoccuparmi se qualcuno soffriva per me ed è giusto che tu mi biasimi per quello che sono stato, lo capisco, ma ti prego, credimi, non è come con le altre. Potrei dirti mille cose, non riuscirei a convincerti lo stesso, per te sarebbero solo parole che hai già sentito. Allora, guardami negli occhi ancora per una volta, io non ti sto mentendo”.

     Susan sollevò il viso e vide i suoi occhi grandi e tristi luccicare al sole, e non c’era menzogna in essi, ma solo un’immensa sconfinata solitudine. Gli si accostò e con un filo di voce gli disse:

“Non mi farai soffrire, vero?”

“Oh, Susan…”

“Prometti?”

“Sì”.

 

3.  L’uomo dal mantello nero

 

     Il vecchio Geremia lucidava i coltelli, Adeline tirava le penne alle galline e la piccola Annette correva di qua e di là, sgambettando felice in quel primo sole di aprile. C’era una certa animazione, al villaggio erano giunti i giocolieri e nell’aria si avvertiva l’atmosfera della festa, che di lì a poco si andava a preparare.

     Le donne giravano tra le bancarelle, conducendo per mano i loro bambini e gli uomini scrutavano con attenzione le bestie in vendita, mentre tiravano sul prezzo.

     Tutt’intorno la campagna profumava di fiori e di tanto in tanto la voce allegra di qualche contadino echeggiava da qualche parte. La vita scorreva tranquilla in quell’angolo sperduto di Francia, lontano da Parigi e dai suoi intrighi di corte.

     Un uomo avvolto in un lungo mantello nero si fece largo all’improvviso tra la folla dei paesani, che occupavano la piazza, al suo fianco pendeva una lunga spada ricurva dalla foggia sconosciuta. Nessuno l’aveva notato arrivare, sembrava essere apparso all’improvviso e la gente si scostava impaurita, lasciandolo passare. L’uomo puntò senza alcuna esitazione verso il banco di Geremia e quando gli fu di fronte gli chiese, scrutandolo fisso negli occhi:

“Sto cercando Adrien Lambert, può dirmi dove posso trovarlo?”

     Il vecchio vide i suoi paesani allontanarsi frettolosamente e intorno a loro due farsi il vuoto. Nella sua lunga vita aveva visto tante cose, doveva essere ormai al riparo da ogni sorpresa, eppure lo sguardo di quello sconosciuto, lo fece rabbrividire, In quel momento pensò alla morte, forse era giunta la sua ora e lui che era stato sempre un uomo pio abbassò il capo e con voce stanca ma ferma gli rispose:

“Cosa vuole dal giovane Lambert nobile signore?”

     L’uomo gli si avvicinò di qualche passo e sporgendosi verso di lui in un soffio di voce, che sembrava venire da chissà quali profondità della terra, gli disse:        

 “Ti ho chiesto dove posso trovare Adrien Lambert” e portò la mano sull’elsa della spada.

     Geremia guardò per un attimo i coltelli lucidi, che facevano bella mostra di sé sul banco, poi, controvoglia, cedette:

“Abita nella casa vicino al vecchio mulino del paese nei pressi del ruscello, lo può trovare lì stasera, prima è sempre in giro, dietro a qualche gonnella, signore”.

     L’uomo portò la mano alla tasca e tirò fuori una moneta d’oro, Geremia non ne aveva mai vista una, e con uno schiocco delle dita gliela lanciò, ringraziandolo con un cenno del capo.  

 

4.  La fine di un amore

 

    I pallidi raggi della luna riflessi nelle acque della roggia guidavano i passi di Adrien lungo il sentiero, che conduceva verso casa. La sera era tranquilla e calda e lui di tanto in tanto sorrideva, ripensando ai bei momenti trascorsi con Susan. Nell’aria il profumo fresco dell’erba tagliata lo riportò alla realtà, era quasi giunto, intravedeva già le luci di casa quando un uomo avvolto in un mantello scuro, sbucando dal folto del bosco, gli si parò davanti. Il giovane fece un balzo indietro e la mano corse all’impugnatura del coltello, che portava alla cintola, ma l’altro con un gesto volle tranquillizzarlo:

 “Non temere, non sono qui  con cattive intenzioni, voglio solo parlarti”, disse.

“Chi siete e cosa volete da me a quest’ora della notte?” ribatté Adrien.

“Solo mostrarti qualcosa, poi se vuoi me ne andrò, niente di più, credimi”.

“Non voglio vedere nulla, si tolga davanti e mi lasci passare, altrimenti…” rispose il giovane con fare minaccioso, tirando fuori il coltello.

     L’uomo per tutta risposta arretrò leggermente e aprì il mantello, alla fioca luce della luna strane immagini incominciarono a prender forma sulla sua superficie. Si vedevano uomini armati, gente che scappava, il fuoco degli incendi e le case date ai saccheggi, una gli parve di riconoscerla, vide il camino in pietra, la grande Bibbia di famiglia con i nomi incisi sopra e Susan, che lo fissava disperata, stringersi il petto con le piccole mani e il sangue, il sangue, che non finiva di uscire e infine lui pregare sulla sua tomba. 

     Il coltello gli cadde dalla mano, che non aveva più forza per stringere e uno strano tremito lo scosse:

“Chi è lei, cosa vuole da me, perché prova a mettermi paura con questo scherzo crudele?”

“Mi dispiace mio giovane amico, non sono qui per prendermi gioco di lei ma per aiutarla”.

“E va bene, ma si sbrighi, a casa aspettano me per la cena e se non mi vedono arrivare si preoccuperanno”.

“Stia sicuro, non le farò fare tardi, quello che ho da dirle sarà breve, glielo assicuro”.

“Allora, non perda tempo!”

“Ciò che le ho mostrato prima accadrà e molto presto, purtroppo, lei non può sfuggire al suo destino”.

“Ma come fa a conoscerlo, chi è lei?”

“Perché io so di te fatti che neppure tu immagini. Tu hai una cosa, che nessun altro possiede, non è questo il tuo piccolo segreto?”

“E lei come fa a saperlo?”

“So molte cose, ad esempio so che non ti sei mai ammalato, che le tue ferite non sanguinano e hai sempre goduto di ottima salute, non è vero?”

“Sì, ma…”

“E non ti sei mai chiesto il perché, sì che te lo sei chiesto, e sai anche il motivo, è il tuo segreto”.

     Adrien abbassò gli occhi, in fondo l’uomo aveva ragione, lui non era come gli altri, crescendo si era accorto di non provare dolore qualunque cosa gli accadesse e all’inizio ne era stato perfino contento, ma poi aveva cominciato a preoccuparsi e aveva preferito non farlo notare, per paura, forse, o per vergogna.

“Ma quello che non puoi sapere” continuò l’altro “E che questo tuo dono ti condurrà molto lontano, ti renderà unico, speciale, nessuno mai potrà farti del male perché tu non potrai morire. Vivi tra gli uomini, ma non sei come loro, tu appartieni ad una specie superiore non soggetta alle leggi di questo mondo”.

“Se è come dice lei perché io non sono felice di essere così, perché nel mio futuro c’è solo dolore?”

“Sei tu che decidi del tuo destino, per questo sono qui per aiutarti a farlo”.

“E quale sarebbe la cosa più giusta per me?”

“Non puoi cambiare la tua natura, nessuno d'altronde può farlo, però puoi scegliere quello che è meglio, ma devi fidarti di me, se veramente ami la tua Susan puoi ancora salvarla, solo tu puoi farlo?”

“Ma come, mi dica in che modo?”

“Tu sei venuto al mondo con un dono invidiato da tutti, eppure quelli che temono la morte e farebbero pazzie per sottrarsi ad essa, non sanno che c’è un prezzo da pagare, purtroppo, per ogni cosa bisogna pagare un prezzo e il tuo è rinunciare all’amore. A te è negata questa emozione, se ti innamori, colei che ricambierà il tuo affetto, morirà al posto tuo, e Susan sta innamorandosi di te, per questo sono qui. Lei è in pericolo”.

     Adrien gli si avvicinò e guardandolo negli occhi gli chiese con la voce tremante dall’emozione:

“Non c’è un altro modo?”

“No, ragazzo mio, non c’è, mi dispiace”.  

“Ma cosa le dirò, mi odierà per questo!”

“Il tuo tempo qui è finito, lo sai anche tu, non rendere più penoso il distacco. Vieni? Stai per cominciare una vita nuova”.

 

5.  Rue Saint – Honoré

 

“Qui non ci sono processi da fare, Luigi non è un prigioniero alla sbarra e noi non siamo dei giudici, ma uomini di Stato e rappresentanti del popolo. …”

     La voce di Robespierre si levava tonante sul brusio della sala, nessuno osava allontanarsi da lì o staccare gli occhi da lui, la tensione era altissima.

”Non si tratta di emettere una sentenza favorevole o contraria, ma di adottare un provvedimento che interessa il bene dello Stato. Luigi denunciò il popolo francese come ribelle. Ricorse ai despoti stranieri per castigarlo, non deve essere giudicato, è già condannato, oppure la Repubblica è senza alcuna giustificazione…”

     Quella sera il club dei giacobini di Rue Saint – Honoré era affollato fino all’inverosimile, tutti erano lì, tutti volevano sapere cosa avrebbe detto Robespierre l’indomani alla Convenzione.

     Poco distante dal palco, seduto ad un tavolo ingombro di carte, un uomo scorreva una lista di nomi e ogni tanto segnava una croce accanto.

“E se lui è assolto che avviene della Rivoluzione? In questa eventualità, l’attuale imprigionamento di Luigi è un delitto. Il popolo di Parigi, tutti i patrioti di Francia sono  colpevoli …”

     L’uomo si voltò verso l’oratore e sorrise. In quel momento qualcuno alle sue spalle gli passò un biglietto. L’aprì.

     Era la pagina strappata di un libro e sopra con inchiostro scuro vi era scritto con una calligrafia minuta ed incerta una sola parola: “Aiuto!”.

     L’uomo fissò ancora per un attimo il pezzo di carta, ne seguì con gli occhi il profilo delle lettere, sfiorandolo con le dita, poi con un gesto nervoso lo strappò in tanti pezzettini e li ripose in tasca. Si alzò dal tavolo e si avviò verso il fondo della sala.

“Luigi deve morire, perché la patria deve vivere!” furono le ultime parole, che udì, uscendo.

 

6.  Le Tuileries

 

     La sera era fredda e gelida, Parigi era quasi completamente deserta a quell’ora tarda della notte. Non aveva molto tempo, il cambio della guardia al palazzo delle Tuileries sarebbe avvenuto di lì a poco e lui doveva arrivarci prima.

“Cittadino Lambert cosa vi porta qui a quest’ora della notte?”, chiese l’ufficiale di guardia, vedendoselo comparire davanti.

“Ordini, Cittadino Morel”, fu la sua risposta.

“Ah, vedo che è un mandato di trasferimento e perché tutta questa urgenza, se è lecito saperlo?”

“Il prigioniero deve essere nuovamente interrogato, qualcuno ha fatto il suo nome”.

“E come mai è senza scorta, cittadino?”

“Morel, fai molte domande, lo sai che è bene non sapere troppo?” e allungò all’ufficiale una borsa rigonfia di monete, che l’uomo si apprestò a far sparire. 

“Lo scopriranno presto, signore, non potrò nasconderlo a lungo”.

“Mi bastano poche ore, domani saranno tutti alla Convenzione per decidere la sorte del re. Puoi farcela?”

“Ci proverò. È stato un piacere fare affari con lei, signore”.

“Canaglia, sbrigati, portami dal prigioniero”.

     In fondo alla cella alla fioca luce di una torcia apparve il volto pallido e impaurito di una giovane donna, era quello di Marie Claire. La prima volta che l’aveva incontrata era stato diversi mesi prima in una di quelle feste che da tempo non se ne vedevano più a Parigi. Suonava il violino magnificamente ed era incantevole, nonostante gli abiti dimessi da musicista. In una pausa del ricevimento, l’avvicinò. Lei si presentò come Denis Dubois, ma qualcosa nella sua persona non lo convinse, aveva l’impressione di averla già vista da qualche parte.

     I suoi modi gentili, la naturale bellezza, l’eleganza della sua persona, che faceva da contrasto con la modestia della sua condizione, l’avevano conquistato e lui si era lasciato andare a quel sentimento, illudendosi di poterlo tenere a bada e di smettere quanto prima.

     Da allora si erano incontrati spesso e aveva iniziato a frequentarla. Poi una sera gli era piombata in casa con il vestito strappato ed in lacrime. Avevano arrestato suo padre e dalla sua voce rotta dal pianto venne a sapere che era la figlia del conte di Anterre, lei a stento era riuscita a scappare, calandosi dalla finestra, che dava sul giardino.

     Cercò di calmarla e le promise che avrebbe fatto di tutto per aiutata, anche se la cosa sembrava alquanto difficile perché l’uomo era accusato di complottare con gli Inglesi e da mesi le autorità della repubblica lo cercavano.

     Povera Marie Claire quante ne aveva passate. Con la sua influenza era riuscito a nasconderla, ma per il padre non ci fu nulla da fare, l’uomo era deceduto durante uno dei primi interrogatori. Sapeva che avrebbe dovuto fermarsi lì, trattenere il suo cuore, ma non l’aveva fatto, non ci era riuscito, amava quella donna, l’amava alla follia. Troppo tempo era rimasto solo con se stesso e i suoi fantasmi, ora che qualcuno trepidava per lui, non aveva la forza per rinunciarvi, per respingerlo ancora una volta, ma così aveva firmato la condanna della sua Marie Claire. Qualcuno doveva averla riconosciuta ed era corso a denunciarla.

Appena lo vide gli si buttò tra le braccia, tremante: “Credevo che anche lei mi avesse abbandonato” e sciogliendosi dal suo abbraccio, aggiunse “Grazie, io non…”

“No, non dica altro, venga, non c’è tempo, usciamo da qui in fretta. Ora non deve più avere paura”.

 

7.  Sulle sponde dell’Atlantico

 

     Qualche ora dopo erano a Le Havre, Lambert la condusse al porto. Lì non gli fu difficile rintracciare Augustin, la sua goletta era ormeggiata nella solita caletta in fondo alle banchine in direzione di Montivilliers.

“Quale brutto vento la porta da queste parti, signore” gli chiese il vecchio marinaio quando lo vide giungere sul molo.

“Ti affido una persona, abbine cura” e gli pose in mano due grossi diamanti.

L’uomo guardò stupito le gemme, che luccicavano al pallido sole dell’Atlantico e rispose: “Grazie, signore, non si preoccupi”.

“Devi salpare subito, non c’è tempo da perdere e per un po’ non rientrare in Francia. Puoi farlo?”

Certo, signore” e con un fischio richiamò a bordo gli uomini che erano a terra. D’incanto le vele si sciolsero, la nave si apprestava a prendere il largo.

“Mia cara Marie Claire non indugiare oltre, sali ”.

 “E lei quando verrà?”

“Presto, il tempo di sistemare le cose qui e poi ci rivedremo a Londra”.

“Ma…”

     Un rumore di zoccoli lo fece voltare. Un gruppo di soldati si stava precipitando verso di loro.

“Presto Marie Claire, vai e tu Augustin, parti, taglio io la gomena”.

     Si voltò e con un colpo di spada recise di netto la corda di canapa, poi avanzò verso il centro della banchina. I soldati gli si buttarono contro, ne atterrò uno, colpendolo con l’elsa della spada, ma un secondo gli esplose contro la pistola.

     Marie Claire lo vide battersi fino alla fine e tra le lacrime lo vide cadere sotto i proiettili dei soldati, poi più nulla solo una linea d’ombra e la notte che calava sull’Atlantico.

 

8.  Il fumatore d’oppio

 

          Un giovane era disteso su una branda di lino, intorno corpi ammassati alla rinfusa di uomini e di donne, vinti dall’oppio, che inalavano attraverso lunghe canne appoggiate al suolo. L’aria acre e fumosa stagnante nella sala intorpidiva la mente, piegava le membra, rendeva molle la coscienza di che vagava come uno spettro tra quegli esseri alla ricerca di un inutile sollievo.

     Il viso pallido e smorto sembrava in preda ad un pensiero nascosto sotto le palpebre sopite. Ogni tanto aspirava dalla canna l’acre sostanza vaporosa e sprofondava sempre più nella sua incoscienza. Vestiva in modo accurato e doveva essere ancora molto giovane, nonostante una ruga si increspasse di tanto in tanto sulla fronte spaziosa. Aveva belle mani ornate da un anello dalla foggia orientaleggiante e fini baffetti, che gli incorniciavano il labbro. In quello stato di quasi incoscienza a volte gli sfuggivano parole smozzicate dall’accento incomprensibile, come se un demone gli si agitasse dentro, causandogli dolore e scompiglio. Doveva essere in preda ad una delle solite allucinazioni da oppio, ma stavolta non sembrava affatto piacevole. Un tremito strano lo scuoteva e i capelli corvini, che gli scivolavano sulla fronte, erano imperlati di sudore.

     Ad un tratto sbarrò gli occhi e sembrò riconoscere l’individuo, che lo stava fissando. L’uomo, alto, distinto, piuttosto avanti negli anni, l’osservava, pareva aspettare un suo gesto, forse il suo risveglio.

     Il fumatore d’oppio si tirò su e sollevando a fatica il braccio, reggendosi la fronte con la mano, disse: “Ho una gran confusione in testa, non riesco a togliermi dagli occhi tutto quel sangue”.

“Lei esagera con questa roba, un giorno o l’altro la distruggerà”.

“Mi dia qualche secondo e poi sarò da lei” rispose, alzandosi a fatica dalla branda zuppa di sudore.

“Allora, ho ricevuto il suo messaggio, ispettore Abberline e sono qui”.

“Ebbene, che ha da dirmi, li ha letti i giornali?”    

“Certo, a stare a quanto dicono il quartiere malfamato di Whitechapel è stato preso di mira da un assassino, che se ne va in giro di notte ad uccidere povere donne, prostitute soprattutto: le attira con un raspo d’uva e le ammazza a tradimento per poi fare scempio dei corpi, anche con una certa professionalità. Il governo è convinto che si tratti di un macellaio o di un pellicciaio, ma io non credo, deve esserci ben altro sotto”.

“Ne è convinto?”

“Quello che penso io non ha importanza, piuttosto lei, cos’altro ha visto nelle sue visioni?”

“Nulla di speciale a parte il sangue e l’occhio di qualcuno, attraverso cui osservavo la scena del delitto. Lei che è un profondo conoscitore della mente umana e dei suoi abissi, cosa vuol dire tutto questo signor Lambert?”

”Può essere l’occhio della coscienza, la sua o quello dell’assassino, ma secondo alcuni miei studi è più da intendersi come un simbolo femminile, forse quello che ha visto era l’occhio della vittima. Ma è sicuro di non ricordare altro?”

“Ho una gran confusione in testa, ogni tanto come un flash ho delle visioni, se riuscissi almeno a fermarle per qualche istante. Ecco, ora vedo un coltello dalla foggia particolare, mi sembra un bisturi o uno di quei coltelli usati nelle autopsie per le asportazioni. Sì, è lui, ora la visione è più nitida, lo vedo, è macchiato di sangue, e…c’è una carrozza, che si allontana nel buio”.

“Un bisturi, troppo professionale per un macellaio, non crede?”

“Già, sembra essere un medico o comunque qualcuno che ha a che fare con la professione, bisogna indagare in questa direzione”. 

“Però non le sembra strano che un assassino se ne vada in giro ad uccidere povere donne in carrozza? Perché ha visto una carrozza, vero?”

“Sì, ma forse ho esagerato con l’oppio”.

“Probabile”.

“Signor Lambert, la persona che mi ha fatto il suo nome mi ha raccontato anche strane storie sul suo conto”.

“Ah e cosa, ispettore? Sarei curioso di saperlo”.

“Che nessuno sa nulla del suo passato, si conoscono solo i suoi testi di medicina e di psichiatria e che è membro onorario della Royal Academy. Qualcuno bisbiglia anche che conosce molto bene il duca di Clarence, il nipote della nostra regina. Si arriva perfino a mormorare che lei lo stia curando da chissà quale malattia. Credo proprio che mi stia nascondendo qualcosa, lei sa molto di più su questo caso di quanto vuole far intendere”.

“E come potrei, mi dica?”

“È furbo, no, direi di più, lei è troppo intelligente e la persona che mi ha fatto il suo nome, ha tenuto a mettermi sull’avviso”.

“Davvero? E chi sarebbe costui?”

“Lord Salisbury”.

“Addirittura! Allora devo ritenermi sospettato?”

“Per il momento no, ma non lasci la città e si renda sempre reperibile”.

“Conosce il mio indirizzo, ispettore Abberline”.

“Bene, arrivederci signor Lambert, può andare ”.

“Mi lasci dire ancora una cosa. C’è chi vuole nascondere la verità sotto un cumulo di delitti e di sangue. Lei è un giovane intelligente, anche se i suoi modi di condurre l’indagine non sono proprio ortodossi, quindi si lasci dare un consiglio: segua il suoi istinto, vedrà che non può sbagliare. C’è qualcuno che rimesta nel torpido e non sono io quello, ispettore”.

 

9.  La visione

 

     Abberline lo vide andare via, si guardò attorno e i suoi occhi caddero su una bottiglia di Assenzio riposta su un tavolino lì accanto. Allungò la mano e si versò un po’ del prezioso liquido in un bicchiere, vi appoggiò sopra un cucchiaino su cui sciolse alla lenta fiamma di un cerino una zolletta scura di una sostanza gommosa, che intinse con alcune gocce di laudano, mescolò l’intruglio, poi con una smorfia di disgusto, lo bevve e si ridistese sulla branda di lino. Chiuse gli occhi e attese.

     Lentamente la sua mente sprofondò nell’abisso della sua visione e dalla notte vide emergere una carrozza dai fanali verdi, che si fermava in un angolo ceco della strada, vi scese un uomo, Lambert, avvolto in un nero mantello, qualcosa gli luccicava tra le mani, lo vide entrare in un portone, salire delle scale rugginose, accostarsi ad un uomo disteso su un letto, sembrava infermo o legato, agitava la testa, pronunciava parole sconnesse e senza senso, era giovane e dal volto conosciuto, ma non riusciva a ricordare chi fosse e poi vide una mano stringere una siringa con l’ago intinto di sangue. C’era troppo buio nella stanza, sentì il rumore di una porta aprirsi, vide Lambert uscire e una striscia di sangue colargli sugli occhi, un’altra donna quella sera era stata uccisa nel quartiere di Whitechapel.

 

10.  Charcot

 

    Le ampie vetrate erano inondate dalla luce del tramonto. Le strade di Londra erano animate di traffico, i suoi rumori arrivavano sin lì. Due uomini conversavano comodamente seduti, sorseggiando un buon bicchiere di brandy. Nel camino schioppettava un buon ceppo di rovere.

“Ho voluto incontrarla perché un mio paziente ha fatto espressamente il suo nome, ma le circostanze in cui ciò è accaduto sono del tutto particolari. Cosa sa dei miei studi sull’isteria, signor Lambert?”

“Abbastanza per dirle con tutta sincerità, signor Charcot, che i miglioramenti terapeutici riscontrati con la sua cura basata sull’ipnosi sono più apparenti che reali, agiscono superficialmente sui sintomi, o su taluni di essi, ma non sono in grado di intervenire sulle cause, che li determinano e questo mi dispiace dirglielo, perché riconosco la sua buona intenzione e una certa efficacia, ma nulla di più. Perché me lo chiede? “

“Conosco molto bene le sue ricerche sui disturbi nervosi e lei potrebbe aiutarmi a capire se le manifestazioni del paziente di cui le parlavo sono il prodotto di una simulazione o, come invece propendo a credere, sincere”.

“Se vuole conoscere il mio modesto parere è bene che io sappia tutto dall’inizio, non crede, mio caro Charcot?”

     L’uomo ebbe un attimo di esitazione, ma poi reclinando leggermente il capo, disse, inumidendosi le labbra:

“Ha ragione, se ha la pazienza di ascoltarmi le racconterò ogni cosa”.

“Per questo abbiamo tutta la sera, può iniziare quando vuole”.  

“Circa una settimana fa il dottor Farrel, un mio vecchio amico, venne a trovarmi all’ospedale della Salpetrière a Parigi. Se lo ricorda, vero?

“Certo, vi ho passato diversi mesi preparando i miei studi clinici sulle neuropatologie della mente ed è lì che ci siamo conosciuti, non l’ho dimenticato, ma continui la prego”.

“Mi chiese un consulto per un suo giovane paziente affetto da disturbi degenerativi della coscienza. Nei pochi momenti di lucidità assumeva una personalità a dir poco sorprendente tanto da far sospettare in casi come questo la simulazione. Per questo era venuto da me, per fugare ogni possibile dubbio”.

“E lei ha accettato?”

“Conosco Farrel da anni, non me la sono sentita di rifiutarmi e così sono venuto a Londra e ieri ho indotto il paziente in uno stato di profonda ipnosi. Come lei ben sa in quella condizione è impossibile ogni forma di simulazione”.

“Ebbene, cosa ha scoperto?”

“Nei pochi istanti di lucidità il giovane affermava di essere stato rapito, ma non ricordava quando. Rammentava solo pochi particolari ed era spaventatissimo. Mi ha parlato di alcuni uomini dal volto coperto, che gli strappavano dalle braccia la moglie e gliela portavano via, mentre lui veniva drogato con una siringa. E poi, quando l’ho chiamato per nome si è agitato moltissimo e ha affermato di non essere Neill Owen ma Alberto Vittorio, duca di Clarence, il nipote della regina. Al di là di una certa somiglianza la cosa mi è sembrata alquanto dubbia. Sa nello stato in cui è ridotto la malattia ha inciso parecchio sulle condizioni fisiche del paziente. Il giovane però insisteva e chiedeva aiuto non per sé ma per la moglie, diceva che l’avrebbero uccisa, che quelli erano dei mostri e a questo punto ha fatto il suo nome. Ecco perché sono venuto da lei. Ha mai conosciuto il duca di Clarence?”

     Adrien lo guardò fisso negli occhi e senza manifestare alcuna emozione gli rispose con tono affabile e sicuro: 

“No, mai avuto il piacere di conoscere il giovane duca di Clarence, probabilmente il suo paziente deve aver letto il mio nome da qualche parte, forse proprio nella clinica del suo amico”.

“Ne ero sicuro, mio caro Lambert, lei mi ha tolto un peso dalla coscienza. A questo punto non ci sono più dubbi è un tipico caso di disturbo della personalità indotto dall’aggravarsi della malattia, d’altronde i suoi libri sono molto conosciuti e non è affatto improbabile che qualche copia l’abbia vista proprio in clinica”. 

“Sì, deve essere andata proprio così. Se posso fare ancora qualcosa per lei me lo dica, io sono a sua disposizione”.

“No, lei è già stato sin troppo gentile, grazie, grazie di tutto”.

“Allora, mi permetta di invitarla a cena stasera, così potremo ricordare la sua bella città, che mi manca tanto”.

“Questo sì, con vero piacere, mio caro Adrien”.

 

11.  Il duca di Clarence

 

     La punta di un ago spruzzò alcune gocce nell’aria, l’uomo ebbe un sussulto, aprì gli occhi e dal suo viso scomparve ogni traccia della malattia.

“Albert riesci a sentirmi, sono Adrien, sono qui per aiutarti, mi senti, Albert?”

     La stanza era debolmente rischiarata dai raggi della luna, che filtravano attraverso le spesse grate di una finestra, dentro un lettino di ferro e il corpo di un uomo, che vi giaceva sopra.

“Adrien, amico mio, sei venuto finalmente! Da tanto tempo ti aspettavo, ora sei qui, ora…”

“Non ti affaticare, con calma dimmi tutto”.

“Mi dispiace, mi…”

“Di cosa devi dispiacerti, amico mio?”

“È colpa mia, non dovevo, sono stato un ingenuo, me l’hanno portata via!”

“Chi?”

“Ann, mia moglie”.

“E da quando è che sei sposato?”

“Oh, è l’ultima sciocchezza che ho fatto, ma credimi è l’unica cosa buona della mia vita”.

“Che stai dicendo povero amico mio!”

“La verità, Adrien, ascoltami perché solo tu puoi aiutarmi”.

“Sono qui, non preoccuparti”.

“Ho conosciuto Ann Cook, mia moglie, circa un anno fa a Whitechapel. Allora mi facevo passare per Eddy, un pittore, e avevo uno studio in una bella mansarda in Ridley Street. Conobbi Ann e me ne innamorai, la sposai segretamente qualche mese dopo. Della cosa sono a conoscenza solo le sue amiche o almeno così credevo”.

“Già, purtroppo!”

 “Ma c’è dell’altro, amico mio”.

“Cosa?”

“Ho una bambina, Alice, ma non so che fine ha fatto, quando ci hanno presi a Ridley Street era affidata a Mary Jane Kelly, un’amica di mia moglie. Capisci che se lo scoprono, la bambina è…Non voglio pensarci!”

“Non preoccuparti, ora devi solo riposare, il tuo segreto è in buone mani”.

“Grazie, amico mio, ah…” le sue palpebre si fecero pesanti, il viso si contorse in una smorfia sgradevole e gli occhi tornarono spenti e fissi come prima. 

“Addio, mio povero Albert” e, voltandosi verso la porta, Adrien uscì dalla stanza.

 

12.  La loggia massonica

 

     Una lama brillava nel buio, colpiva sicura. Si udiva il cupo strofinio del metallo, che penetrava le carni. Sangue. La scena era confusa, indistinta. Non si scorgeva il volto di colui che impugnava l’arma, ma di certo si percepiva l’orrore di quanto stava accadendo, poi di nuovo la visione si oscurò e il buio della mente si stese sugli occhi appannati.

     Una sala rischiarata da torce messe in circolo, una balaustra in alto, e uomini raccolti intorno, al centro la cerimonia era alla fine.

“Ve lo avevo detto che del dottor Farrel non c’era da fidarsi”.

“Ma di lui aveva garantito personalmente sir William Gull, lord Salisbury”.

“E adesso come si esce da questo pasticcio?”

“Ce ne stiamo già occupando…”

“E come mai stanotte qualcuno si è introdotto nella clinica e ha visitato il nostro paziente?”

“Ma, lord Salisbury…”

“Siete degli incompetenti! Sapete cosa significa questo, che il nostro uomo ha scoperto tutto o quasi, bisogna fermarlo”.

“Certo, James, l’ispettore Abberline è stato già informato al riguardo e su Adrien Lambert gravano pesanti sospetti”.

“Non c’è più tempo dopo i delitti di Elizabeth Stride e Catherine Eddowes, è rimasta solo l’ultima testimone: Mary Kelly. Voglio che la cosa sia fatta in modo che tutto ricada su Adrien Lambert”.  

“Bene, milord, sarà fatto”.

“No, mi fido solo di lei, signor Druitt, che il suo corpo venga ripescato dal Tamigi a pochi metri da Osiers, la sua abitazione qui a Londra, bisogna che sembri un suicidio, così la confessione è firmata e noi non dovremo più occuparci di questo caso increscioso. Sua maestà è già troppo turbata, non sopporterebbe altro”.

“Certo, James”.

“Un’ultima cosa, quando tutto sarà finito, fate sparire sir William Gull, è ormai fuori controllo, tutto quel sangue gli ha dato alla testa e poi c’è quel giovane ispettore, credo che una promozione e un nuovo incarico, magari lontano da qui, servirebbe a togliercelo per sempre dai piedi”.

“Sarà fatto e per il nostro paziente, cosa ha deciso, signore?”

“Ho parlato a lungo con lord Hallsham e insieme abbiamo deciso che va trasferito in un luogo segreto, ci penserà il capo della polizia metropolitana, sir Robert Anderson”.

     L’uomo si lustrò il distintivo appuntato sul petto, una squadra e un compasso incrociati su un fondo blu, si voltò verso la balaustra e guardò in basso gli ultimi momenti dell’iniziazione di un nuovo adepto. 

     Abberline aprì gli occhi, non era mai stato lucido come allora, si alzò a fatica, raccolse il cappello dal tavolino e uscì in fretta dalla sala.

 

13.  Mary Kelly

 

“Non entrate. Non ce n’è bisogno, signore”, si affrettò a dire il sergente, vedendo sopraggiungere l’ispettore Abberline.

“Mi lasci passare, la prego”.

“Come vuole lei signore, ma non c’è molto da vedere, l’assassino ne ha fatto scempio”.

     Il sangue era ovunque, sul muro, dietro il letto dove riverso era il cadavere irriconoscibile di una giovane donna e per terra in una lunga scia di sangue, che arrivava fino al camino dove bruciavano ancora alcuni poveri resti della vittima.

     Abberline si portò la mano sugli occhi, cercando di nascondere quell’orrore, ma poi qualcosa attrasse la sua attenzione, si accostò al cadavere e raccolse dal petto martoriato  della donna una ciocca di capelli recisi.

“Ha notato qualcosa, ispettore?”

     Il giovane strinse tra le dita quel ciuffetto di capelli castani e voltandosi verso l’agente,  rispose:

“No, continuate pure”. 

     Era una debole speranza, ma lui si sentì il cuore sollevato. I capelli di Mary erano rossi, non poteva sbagliarsi, quelli non erano i suoi.

     Il giorno che l’aveva vista la prima volta a Whitechapel, quasi l’aveva aggredito. Era così spaventata e indifesa, che da subito aveva provato qualcosa per quella ragazza bella e terribilmente sola, ma poi davanti ad un buon piatto di minestra e ad un bicchiere di birra lei si era calmata.

     Da allora aveva cercato di proteggerla in tutti i modi mentre le sue amiche cadevano una ad una sotto i colpi di quel vile assassino. L’aveva tolta dalla strada, nascosta in quella stanza al numero 13 di Miller's Court. Credeva così di tenerla al sicuro fino alla conclusione dell’inchiesta, ma invece le sue visioni non l’avevano protetta abbastanza.

     Uscì in fretta dalla stanza e si diresse verso Spitalfields lì a due passi ed entrò da Ten Bells, il  pub, che si trovava nella piazzetta dove  le aveva detto di lasciargli notizie di sé.

“È arrivata qui poco prima dell’alba. Andava di fretta. Mi ha dato questa per voi” disse il barista vedendolo entrare e gli consegnò una lettera.

 

“Mi avevate chiesto di attendere, ma un amico di Eddy è venuto a prendermi stanotte. Aveva con sé la piccola Alice. Ha detto che vi conosce, si chiama Adrien Lambert.

     Ho solo il tempo di lasciarvi questa lettera. Qui c’è l’indirizzo dove potrete trovarci, penserà lui a tutto.

     Vi aspettiamo con ansia. Io so, so che dentro il mio cuore vivremo felici in riva al mare, come nella vostra visione. Spero di abbracciarvi presto, caro.

Con tutto il mio amore,

Mary.”

 

     Il giovane fissò ancora per un istante il foglio di carta, poi lo piegò con cura e lo infilò in tasca. 

 

14.  Il morto nel Tamigi

 

     Adrien prese il cappello e il bastone e uscì. L’aria fresca della sera gli accarezzava il viso. Poco più in la il fiume scorreva placido e monotono. La città sembrava deserta quando all’improvviso una carrozza dai fanali verdi sbucò dal fondo della via, puntando dritto su di lui. Nell’aria immobile della sera si udì un colpo secco e il cilindro rotolò al suolo. Dalla vettura scesero due individui, raccolsero da terra Lambert e lo caricarono sulla carrozza.

     Il mattino dopo il corpo di John Druitt Montague con le tasche piene di pietre fu ripescato nel Tamigi a pochi metri da Osiers. Dopo la scoperta del suo cadavere i delitti a Whitechapel cessarono e la stampa collegò quello strano suicidio ai delitti del mostro, soprattutto dopo aver scoperto che Druitt era membro di un club detto degli Apostoli, una società dai fini oscuri alla quale appartenevano molti aristocratici e si vociferò allora anche un possibile erede al trono d'Inghilterra.

 

15.  Dall’inferno

 

     La mente vagava nei verdi prati dove un tempo aveva amato Jane, la vide sorridergli felice e invitarlo con la mano a seguirlo, ma lui restava immobile mentre lei si allontanava e tutto ritornava buio e cupo.

     Chiuse gli occhi e vide lo squallore del quartiere di Soho, con le sue strade fangose e tutti quei pezzenti, e i suoi lampioni accesi fin dalla sera precedente per combattere quell’oscurità diurna da incubo. La nebbia si alzò un poco, lasciando intravedere una strada sporca, un negozio di verdura, un ristorante francese d’infimo ordine, diversi bambini vestiti di stracci davanti alle porte delle case, e donne di diverse nazionalità che se ne andavano, con le chiavi in mano, a bersi il loro bicchiere quotidiano da Jimmy Leight, il pub all’angolo. Più in là intravide l’insegna rossa e oro dell’King’s, che occhieggiava all’ingresso di un portone seminascosto.

     Un uomo scendeva i pochi gradini, che conducevano all’interno, lo vide attraversare la sala dei fumatori d’oppio e giungere fino a lui, lo riconobbe nel suo vestito elegante, nel suo portamento dignitoso.

“Alla Casa di Correzione Marylebone ho trovato la povera Ann Cook, la madre della piccola Alice. Non ho potuto fare nulla per lei, lord Salisbury e i suoi complici l’hanno ridotta una povera demente. Ma questo lei già lo sapeva, lo ha sicuramente letto negli incartamenti della Sezione Speciale della Polizia metropolitana, vero?

“Sì, nell’ufficio di sir Robert Anderson in una delle mie visioni”.

“Ieri sono andato all’Orfanotrofio di Bishopsgrave e lì mi sono fatto consegnare la bambina. Pagando non mi è stato difficile. In serata sono passato a prendere Mary Kelly e le ho affidato Alice, era così contenta di vederla, sarà una buona madre per la bambina e la piccola la renderà felice. Stamattina presto le ho imbarcate entrambe sul postale per l’Irlanda, non avranno più problemi glielo assicuro e di nessun tipo.

“Grazie, senza il suo intervento non so se sarei riuscito a salvarle, signor Lambert”.

L’uomo abbassò la fronte, poi guardandolo diritto negli occhi, gli chiese: “Ha trovato la lettera?”

“Sì”. 

“E cosa ha intenzione di fare, ora?”

“Raggiungerò Mary quando le cose si saranno calmate”.

“Crede che vi lasceranno tranquilli?”

“In fondo cosa sanno di noi, nulla o quasi. Per la polizia la donna ritrovata uccisa al numero 13 di Miller's Court è Mary Kelly e della bambina non sanno niente”.

“Ma conoscono lei”.

“Sì, però non sospettano nulla, credono che io mi sia bevuto tutte le malignità sul suo conto, signore”.

“Già, lei è un bravo detective, ma ha qualcosa che gli altri non hanno”.

“Cosa, signor Lambert?”

“Non so se chiamarlo dono, giudicherà lei”.

“Che vuol dire, amico mio, si spieghi”.

“Non si è mai chiesto come mai lei ha quelle visioni?”

“Tutti coloro che fanno uso di oppiacei le hanno, è risaputo”.

“Ma non del suo tipo, signor Abberline”.

“Che vuol dire?”

“Da quando ha iniziato ad averle?”

     Il giovane abbassò lo sguardo, si portò una mano alla fronte e con un gesto nervoso scostò una ciocca di capelli, che gli era scivolata sugli occhi, sembrava voler prendere tempo, meditare sulla risposta.

“Lo so cosa non vuole dirmi” continuò Lambert “Tutto è iniziato due anni fa quando la sua giovane moglie, che lei amava alla follia, è morta di parto. Vero?”

“E lei come fa a sapere queste cose?”

“Mi dispiace mio giovane amico, ma quello che sto per dirle mi fa ancora più male”.

“Cos’altro devo sapere, parli”.

“Le sue visioni sono iniziate subito dopo la morte di sua moglie e non perché trovava sollievo al dolore per quella perdita nell’oppio e nel laudano, no, c’è dell’altro che deve conoscere. Lei ha il dono speciale di vedere le cose prima che accadano, di entrare nella mente degli assassini, di conoscere i misteri più nascosti della mente umana, ma come ogni cosa che ti viene data, un’altra ti viene tolta”, esitò.

“Continui, adesso non può più tacere”.

“Lei non poteva conoscerlo, non ancora almeno”.

“Cosa? Mi dica cosa, signor Lambert?”

“Dall’inferno da cui proviene, mio giovane amico, non le è concesso amare. Ma questo lei non lo poteva sapere, non se ne faccia una colpa”.

“Dio, perché io!” e il giovane si prese il viso tra le mani.

“Forse perché doveva salvare Mary Kelly e la piccola Alice. Non le sembra questo un buon motivo?”

Abberline sollevò il capo e guardando Lambert negli occhi, disse: “Sì”. 

“Ora sa cosa deve fare”.

“Ci rivedremo?”

“Mai più, domani le verrà recapitata una mia lettera da parte di Thomas, il mio maggiordomo, troverà le mie disposizioni e tutto quanto d’ora in poi le servirà, addio mio giovane amico”.

     La visione si oscurò e nel pallore della fiamma Abberline vide la lettera di Mary consumarsi lentamente tra le sue mani.

 

 

Franco D’Arco

28 marzo – 7 aprile 2007

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