Una dolce sera di maggio
 

 

 

 

 

 

 


     Era una dolce sera di maggio, col cielo azzurro e l’ultimo scorcio di sole che ingialliva i palazzi di fronte fino a rendere dorati i tetti e bionde le sedie dei bar. Intorno tanti gruppetti di ragazzi, ognuno stretto alla sua compagnia, in fondo alla piazza, proprio nell’arco in ombra di un portico, stavano i due.

     Marco con un foulard annodato al collo di traverso, i jeans e gli stivaletti neri e Lisa pallida e minuta, raccolta nel suo piumino nero, si guardavano, sembrava che aspettassero qualcosa o qualcuno, ma nessuno arrivava a strapparli da quel posto in ombra, che li nascondeva agli occhi degli altri.

     Le parole e i rumori della piazza si fecero più sommessi, lontani, mentre il sole tramontava dietro le torri e i tetti. Calava la sera. le compagnie chiassose e i crocchi di giovani si scioglievano per ritrovarsi di lì a qualche ora, di nuovo insieme da qualche parte della città, ma non i due. Stavano fermi, immobili ad aspettare che tutti fossero andati via, poi, guardandosi negli occhi ebbero entrambi un unico, triste, pensiero: lei ricordò le sere passate in camera, nel suo piccolo mondo, dove si rifugiava per non vedere il vuoto, che la circondava in quella sua grande casa deserta e silenziosa. Marco pensava ai cibi freddi, ai volti assenti dei suoi, alle domande meccaniche, che lo aspettavano ogni volta, al gelo impalpabile, che si era insinuato col tempo tra loro, come una malattia oscura, senza rimedio. Poi i loro occhi s’incontrarono di nuovo, lei sospirò e disse, inquieta:

“Si è fatto tardi, devo andare”.

     Allora lui l’accarezzò con gli occhi, poi stendendo un braccio l’avvicinò a sé. In quel momento sembrava davvero bella nella luce del crepuscolo, che l’avvolgeva tutta e le illuminava i capelli d’oro, non voleva lasciarla andare via, almeno non quella sera, non ce l’avrebbe fatta a tornare a casa e ritrovarsi solo, ancora una volta.

     Era ormai stanco di essere trattato come un sorvegliato speciale, sempre a rimorchio di qualcuno, che ordinava la sua vita e non gli chiedeva mai se era d’accordo, contento, nulla.

     Lisa lo guardò e vide la sua tristezza negli occhi di lui. Abbassò le palpebre, ma non poteva nasconderla, l’avrebbe notata comunque.

“Che vita è la nostra, me lo sai dire?” Le chiese sconsolato, poi, senza attendere la sua risposta, continuò:

“Momenti, ore forse, strappati a giorni tutti uguali, che poco a poco distruggono la nostra gioia, senza che riusciamo a farci nulla ”.

     Gli occhi di Lisa cominciarono a diventare lucidi, ma lui non si fermava, cercava di tirarle fuori le parole che voleva sentirsi dire, quelle che gli avrebbero fatto più male. Le lacrime cominciarono a scendere sulle guance, lei, ora, si sentiva irrimediabilmente sola e piangeva. Marco le vide e allora capì quanto la stava facendo soffrire e che non era giusto farsi del male, a quello bastava la vita e l’avvicinò a sé, asciugandole le lacrime con la mano.

“Mi vuoi bene?” le chiese.      

“Sì” disse lei in un sospiro e lui la baciò, scostandole leggermente i capelli, che le erano scivolati sul viso.

“Se potessimo andare via da qui e vivere la nostra vita”.

     Lei lo guardava, vedeva i suoi occhi brillare dal desiderio, accendersi alla fantasia, gli prese una mano e l’appoggiò al viso, quella sensazione di calore a contatto della pelle, la faceva sentire al sicuro, protetta, non piangeva più, disse solo:

“E mi porterai via presto?”

     Marco tacque. Sembrava riflettere con fatica, come se stesse vagliando in fretta una serie infinita di possibilità, di perché, poi le chiese:

“È successo qualcosa in casa tua?” E, stringendole le mani, aggiunse:

“Non mi nascondere nulla, ti prego, non lasciarmi fuori”.

Lisa annuì, esitante.

“È così”, egli disse abbattuto. “Lo sapevo....” E si prese la testa tra le mani. Lei si appoggiò alla sua spalla. Disse semplicemente:

“Non essere triste”.

     E rimasero così a lungo in quella piazza silenziosa dove tutto taceva. A un tratto il giovane si alzò e disse:

“Vieni via con me, Alex m’ha fatto sapere che al Prince quel posto c’è ancora”.

    Lisa accennò ad un sorriso nei begli occhi pieni di lacrime. Lui prese di nuovo come prima le sue piccole mani, le portò a sé e la guardò, come mai aveva fatto prima. Le stava chiedendo troppo, il loro ormai non era più un gioco, ma non sapeva che altro fare se non cercare una via d’uscita, anche la più folle e disperata. Lei scosse la testa, ma non ebbe la forza di dire nulla.

     Con i capelli mossi dal vento, la vide andare via, scomparire nel buio della piazza, nel silenzio che lo circondava. In quel momento si sentiva un naufrago, che aveva smarrito ogni porto sicuro. Vagava per le vie della città, senza neppure riconoscerle, fuggiva il più lontano possibile da casa, ma davanti gli compariva sempre quell’esile figura, che svaniva nel buio della notte, la sua notte.

     Non aveva voglia di ascoltare musica quella sera. Si buttò sul letto, ma non riusciva a dormire, guardò l’orologio, era l’una, doveva aver vagato per ore in città. In casa tutti dormivano, il silenzio era completo, opprimente. Si alzò e solo allora si accorse del libro, che lui aveva regalato a Lisa qualche giorno prima per il suo compleanno. Era sul suo tavolo di lavoro sopra ad altri libri. Come mai era lì? Di sicuro l’aveva portato lei, quella sera, ma perché? Lo prese tra le mani, l’aprì delicatamente, scorse con gli occhi la dedica che le aveva scritto e non riusciva a capire, poi, sulla pagina successiva vide la scrittura minuta di lei, poche parole spezzate da una forte emozione:

 

     “Ti scrivo piangendo. Oggi i miei si sono lasciati definitivamente, l’ho saputo stasera, per loro, ora sono solo d’impaccio. Hai ragione, andiamocene. Di noi non interessa niente a nessuno  Domattina alle sei sarò alla stazione. Anna ti porterà il libro, di lei mi posso fidare. Allora aspettami. È deciso, domattina alle sei.

Tua

Lisa”

 

     Richiuse il libro e rimase lì, immobile. Pensava a come tutto fosse accaduto così in fretta e sentiva che in quel momento una parte di sé moriva, senza lasciare tracce, era la sua gioventù, che scompariva in quelle poche righe con le speranze, le gioie, i sogni e l’infinita tristezza, che l’avevano accompagnata, custodita e protetta.

     Ma ora chi era lui? Era profondamente se stesso e nessuno. Nessuno. Sentì di impazzire, una, dieci, mille volte e in quel momento gli apparve lei, pallida e minuta, andargli incontro e lui, innamorato dei suoi occhi grandi e scuri, sorriderle felice, poi ricordò la prima volta che la vide tra le belle facce delle amiche, che le tenevano compagnia sui gradini di San Petronio, e i prati dei giardini Margherita dove spesso andavano a godersi il primo sole di primavera e, infine, la sera in cui si incontrarono e parlando, lui le diede il primo bacio. Tutto ritornò buio e silenzioso, ma lui ora sapeva chi era, aveva solo bisogno di riposare un po’ prima dell’alba.

     La stazione era animata da uno strano suono, una specie di fruscio lontano come quello del nastro vuoto quand’è finita la canzone. Ed era fredda, un gelo umido le sfiorava la pelle, lento, attraverso i jeans. Era in piedi, appoggiata al muro accanto all’edicola ancora chiusa. Vi rimase per un tempo imprecisato, forse minuti, poi incominciò a camminare lungo la banchina. Sopra il bavero del suo piumino nero le cadevano i capelli scuri, avevano l’aria leggera dei capelli appena lavati, ancora un po’ umidi e odorosi. Camminava a passi lenti, discontinui, si arrestò davanti a un telefono pubblico, guardò l’orologio e rimase lì ferma, immobile, a volte sfregandosi le piccole mani per riscaldarle.  

     La foschia della notte incominciava a diradarsi, il cielo si tingeva di colori, Lisa fissò il ricevitore come se non ricordasse più a cosa servisse, poi si decise e lo sollevò, ma lo lasciò ricadere, andandosene. Attraversò il salone d’ingresso, uscì dalla stazione, guardò in giro. In quel momento il piazzale si animava di auto, di gente: pendolari, che si recavano al lavoro, viaggiatori assonnati e indifferenti, che andavano e venivano. Incominciava a fare giorno.

     Lei rientrò, era pallida, si stringeva nelle braccia con un’espressione cupa e si lasciò cadere su una panchina. Lui non era venuto ed era inutile cercarlo. Ora si sentiva veramente sola, senza più niente, guardava i binari, il treno in partenza e i suoi occhi scuri, increduli, luccicavano nel chiarore dell’alba. A un tratto, sul selciato risuonarono dei passi affrettati. Si voltò, alzò gli occhi e lo vide arrivare alle sue spalle, aveva i capelli scomposti per la corsa e le sorrideva, appena in tempo.

 

5 – 7 febbraio 2000

Franco D’Arco

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