Fedor Dostoevskij
Le opere dei primi anni Sessanta
Fëdor
Michajlovic Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821. L’inizio della sua produzione
letteraria coincide con l’affermazione della “scuola naturale", che risale
al fatidico 1847, anno in cui il metodo realista prende definitivamente il
sopravvento. Mentre la sua produzione giovanile risente fortemente
dell’influenza di Gogol, le opere più mature insistono sul versante
dell’analisi psicologica dei personaggi, caratteristica peculiare dell’opera di
Dostoevskij.
La sua vita è
marcata da un avvenimento eccezionale che avrà forti ripercussioni anche sulla
sua vena artistica: la condanna a morte subita nel 1849 per attività
sovversive, commutata all’ultimo momento in ergastolo e infine condonata nel 1859.
Anche per questo, il tema della morte e della salvezza trova tanto spazio
nell’opera di Dostoevskij, che ha inizio con un romanzo breve, Memorie dal
sottosuolo (1864), in cui è anticipato il modello di analisi psicologica che
verrà utilizzato in tutti i romanzi
successivi.
Tra il 1866 e
il 1870 Dostoevskij è all'estero, ma decide di rientrare in Russia, avendo
capito che il popolo russo è per lui la fonte principale di ispirazione.
Tutto il suo
itinerario spirituale, artistico, ed esistenziale è descritto nel Diario di uno
scrittore, pubblicato a più riprese dal ’73 in poi, dal quale veniamo a
conoscere l’influenza di Puskin su Dostoevskij, oltre a quella, più facilmente
percepibile, di Gogol.
Dostoevskij
muore nel 1881, dopo aver portato a termine la fatica più grande, I fratelli
Karamazov, il capolavoro dello scrittore, ma dal Diario veniamo a sapere che
Dostoevskij progettava una prosecuzione del romanzo, in cui si sarebbe vista la
costruzione di una società felice a partire dal ramo sano della famiglia
Karamazov, il giusto Alësa.
Nel periodo
che precede la detenzione ad Omsk e Semipalatìnsk, durata dal 1849 al 1859,
Dostoevskij scrive diverse brevi composizioni, in parte afferenti ad un genere
comico-grottesco di ispirazione gogoliana, tra i quali due romanzi brevi:
Povera gente (1846), e Il sosia (1849). Il primo consta di una narrazione
epistolare ancora intrisa di sentimentalismo, ma che già descrive il mondo dei
“piccoli uomini” alla Akakij Akakievicin. Nel secondo, invece, è preponderante
il realismo fantastico e grottesco del Gogol pietroburghese (specialmente dei
racconti Memorie di un pazzo e Il naso). Il passaggio dal romanticismo al
realismo è segnalato dal racconto Le notti bianche (1848), in cui l’imitazione
gogoliana è mediata da un’originale vena lirica.
Dopo il
ritorno dal carcere, Dostoevskij pubblica dei racconti sulle riviste Il tempo e
L’epoca, di cui è attivo collaboratore, che riprendono la vena realistico -
grottesca della produzione giovanile, ma alludono chiaramente al risvolto
tragico della vita dei “piccoli uomini”: è già in atto la svolta verso
un’analisi psicologica maggiormente approfondita.
Nel 1861 esce
il primo romanzo di Dostoevskij privo di inflessioni comiche, che mostra con
crudo realismo le condizioni di vita dei “piccoli uomini”, senza alcuna
concessione al sentimentalismo: Umiliati e offesi. Si intravedono, dietro al
contrasto tra l’”umiliato” Vanja e il principe Valkorskij, tutte le
contrapposizioni tra personaggi miti e personaggi crudeli e sensuali che si
troveranno nei grandi romanzi.
Quasi
contemporaneamente, Dostoevskij pubblica un racconto di argomento chiaramente
autobiografico, ambientato in un bagno penale siberiano, dal titolo Memorie da
una casa di morti. La crudezza della descrizione e il vivido realismo della
descrizione psicologica ci mostrano chiaramente quanto si stia trasformando lo
stile dello scrittore.
Nel 1863,
esce Il giocatore, in cui la pochezza dell’uomo russo contemporaneo, quasi un
“uomo superfluo” alla Turgénev, è vista attraverso il paradigma del gioco
d’azzardo.
L’anno
successivo viene pubblicato Memorie dal sottosuolo che segna la fine
dell’apprendistato dello scrittore ed apre la via a tutti i grandi romanzi,
comprendendo tutte le tematiche della successiva produzione di Dostoevskij:
l’impossibilità di raggiungere gli ideali, la sensualità che porta
all’inabissamento, la contemporanea attrazione di cielo ed inferno. L’opera è
un allucinato monologo- che sfiora il delirio -di un personaggio non meglio
precisato, vittima di uno sdoppiamento della personalità, il quale passa
farneticando dall’autoesaltazione all’autoflagellazione. Lo studio della
psicologia umana, e l’attenzione per gli aspetti morbosi della personalità si
accompagnano qui ad un alto valore artistico, che conduce direttamente allo
stile ed alle tematiche del Dostoevskij maturo.
"DelItto e castigo" (1866)
A Pietroburgo
lo studente Raskolnikov, un giovane povero in preda a mania di grandezza e
desideroso di arricchirsi, cerca una via d'uscita dalla miseria, anche per
aiutare la madre e la sorella Dunja, che vivono miseramente in provincia e lo
mantengono mandandogli quel che Dunja guadagna come istitutrice presso la
famiglia Svidrigajlov.
Egli è
dominato dall'idea che un uomo nato per essere superiore abbia il dovere di
eliminare ogni ostacolo che si frapponga tra sé e la gloria: Sarà sotto la
suggestione di questa concezione esaltata e visionaria, rafforzata dalla ferma
convinzione nelle proprie superiori qualità, che Raskolnikov ucciderà
brutalmente una vecchia usuraia e la sua mite sorella Elisavjeta, per
impadronirsi del denaro frutto dei loro sordidi traffici, quel denaro che
invece, posseduto da lui, potrà essere usato per una vita dedita alla bellezza
e alla conoscenza.
Ma benché un
concorso di circostanze favorevoli svii le indagini, dal giorno del delitto si
aprirà nella coscienza dell’assassino una crisi angosciosa, Raskolnikov diventa
l'implacabile giudice di se stesso. Così, combattuto tra il ricordo
dell'uccisione e il timore ossessivo di venire scoperto, è assalito da accessi
di delirio e il suo ignaro amico Razumichin, onesto e ottimista, cerca
inutilmente di dargli sollievo.
Nell'ansia di
avere notizie sulle indagini, ma anche per provare la sua superiorità,
Raskolnikov gioca d'astuzia con la polizia, sfidandola e il giudice Porfirij
finisce per sospettare la sua colpevolezza, ma lo lascerà andare libero, ben
calcolando che finirà lui stesso per consegnarsi nelle sue mani.
Nel disperato
tentativo di uscire dalla degradazione in cui è precipitato Raskolnikov
incontra molti relitti umani: l'impiegato ubriacone Marmeladov, la tisica
Katerina Ivanovna, sua moglie, che per fame ha spinto la figliastra Sonja alla
prostituzione e sarà proprio quest'ultima, la cui dolcezza finirà per dominare
Raskolnikov, che lo spingerà infine a costituirsi e a scontare in Siberia,
accanto a lei, che lo ha seguito, il giusto castigo.
A un primo
abbozzo del romanzo, distrutto dall'autore alla fine de11865, seguì la forma
definitiva, che uscì a puntate nella rivista Rùsskij Vèstnik a partire dal
gennaio de11866.
Dal punto dì
vista dell'intreccio "Delitto e castigo" è una delle opere più
lineari di Dostoevskij: alla vicenda centrale dello studente Raskolnikov, sì
affiancano altri due piani narrativi la storia della famiglia Marmeladov e
quella della sorella di Raskolnikov, Dunja.
Queste due
storie, benché possano apparire parallele alla vicenda di Raskolnikov, ruotano
invece intorno ad essa, trovando in due loro personaggi Sonja e Svidrigajlov, i
punti di contatto con l'eroe del romanzo.
Sonja, la
figlia maggiore dei Marmeladov, costretta a prostituirsi per sfamane la
famiglia, è colei che conduce Raskòlnikov all'espiazione e alla redenzione;
Svidrigajlov invece, uno dei pretendenti di Dunja, è il doppio deforme di
Raskolnikov ed è attraverso di lui, essere cinico e depravato, che il
protagonista prende coscienza della vigliaccheria del proprio gesto omicida.
Ma gli
avvenimenti si collocano sullo scenario di una realtà superione in cui il
delitto, la confessione e la finale condanna ai lavori forzati del protagonista
Raskolnikov si presentano come il simbolo della tragedia della libertà umana
costantemente in bilico fra gli incerti confini del male e del bene, del giusto
e dell'ingiusto
L'idea che
vive in Raskolnikov consiste nella giustificazione dell'assassinio per fini
superiori. E perciò giusto uccidere una vecchia usuraia, in quanto il denaro da
lei accumulato può essere messo al servizio di tutta l'umanità.
Gli uomini si
dividono, infatti, in due categorie, quelli "comuni" - tenuti ad
attenersi alla morale umana, a ciò che è riconosciuto come bene e male - e
quelli "eccezionali", svincolati da ogni obbligo morale e legittimati
a violare qualunque legge. Gli uomini eccezionali, proprio per la loro
superiorità, hanno il diritto di uccidere, soprattutto se il loro atto può
servire al bene comune.
In
"Delitto e castigo" tale morale del «tutto è permesso» va tuttavia
incontro alla graduale rivelazione delle sue insanabili contraddizioni.
Infatti, l'idea del Superuomo, nel momento in cui si concretizza nella realtà,
è destinata ad autodistruggersi. E la sua dissoluzione viene confermata dal
sentimento di angoscia e sofferenza che annienta Raskolnikov. Nulla di
«grande», di «straordinario e di «universale» consegue dall'omicidio che ha
commesso, anzi l'affermazione della propria volontà, invece di manifestarsi
come energia vitale, travolge la sua stessa esistenza, perché uccidendo un
essere umano in nome del proprio libero arbitrio, Raskolnikov nega il valore
dell'individuo e, con esso, se stesso e il principio che lo giustifica: la
libertà.
Il
protagonista si trasforma cosi da Superuomo in «pidocchio», tormentato dalla
consapevolezza del proprio fallimento.
Ma la via di
una libertà che, pur colpevole, non si nega e non si disgrega, è rappresentata
da Sonja, che alla morale del Superuomo pone la religione dell'amore. L'amore
affranca dalla legge, che perseguita il peccatore e discerne il bene dal male;
Sonja non condanna Raskolnikov, bensì lo ama e lo ama a tal punto da farsi
carico di un peccato che non ha commesso.
Il tema centrale dell’opera è dunque la critica di tutte
le teorie che giustificano la liceità di ogni comportamento dei presunti esseri
superiori. Il rimorso dell’assassino indica, infatti, l’esigenza di un ritorno
alla comune umanità, Raskòlnikov è costretto a costituirsi perché vuole
ritornare agli uomini: il sentimento di separazione dall’umanità, che ha
provato subito dopo il delitto, è il suo tormento, e lui, conosciuto l'abisso
di perdizione del “sottosuolo”, ha scelto Sonja, cioè la salvezza.
Il tema centrale dell’opera è la critica di tutte le
teorie che giustificano la liceità di ogni comportamento dei presunti esseri
superiori. Oltre a questo motivo fondamentale, sono presenti alcuni temi sociali
tipici della letteratura di Dostoevskij: quello del denaro, della miseria e
della fame, legati al motivo del pauperismo, così accuratamente analizzato da
Dostoevskij fin dalle sue prime opere e infine il tema della prostituzione,
specie in giovane età.
Centrale
nella dinamica del romanzo è infatti il motivo della vendita di un corpo
giovane alla libidine di uomini più anziani. È un motivo che culmina nel
rapporto tra Svidrigajlov e la sua fidanzata bambina, e che viene introdotto
nel romanzo da Sonja, per essere poi sviluppato dalla fanciulla violata, che
Raskòlnikov soccorre per strada, e ribadito dalla coppia Luzin - Dunja
L’universo
del romanzo è popolato da vari personaggi già sperimentati in altri contesti, che
vengono analizzati psicologicamente con il massimo rigore e la massima
precisione. Essi costituiscono un complesso sistema binario ruotante intorno
alla figura del protagonista: i corrotti e i corruttori, le vittime e i
carnefici e soprattutto gli “uomini del sottosuolo”, i relitti umani che
Raskolnikov incontra nei suoi vagabondaggi, contrapposti agli uomini
"comuni", l'umanità di superficie odiata e disprezzata dal
protagonista.
"Raskol" in russo significa "scisma". I
"raskolniki" o "vecchi credenti" erano pronti a subire
qualsiasi persecuzione pur di restare fedeli alle loro convinzioni. In
"Delitto e castigo" Raskolnikov, il protagonista del romanzo, si
porta dunque nel nome stesso l'idea dello scisma: egli, infatti, è lo
scismatico, poiché nel suo animo si è creata una spaccatura tra l'individuo e
il genere umano, una frattura prodotta dalle sue idee nichilistiche.
Nel delitto
invece il protagonista scopre la propria essenza di "pidocchio",
d'insetto insignificante, incapace di trasformare il male in bene e a toglierlo
da quest'impasse sarà l'amore di Sonja, che lo guiderà verso il pentimento e la
salvezza.
Svidrigajlov
è il doppio di Raskolnikov, che riconosce in lui il riflesso del proprio
destino subumano. Egli incarna la trasformazione della ribellione in stato
d'indifferenza, dell'orgoglio titanico in voluttà abbietta, del tormento per la
propria caduta in ebbrezza per la propria denigrazione. La vita si trasforma
così per Svidrigajlov nel teatro della propria voluttà, riducendolo schiavo
della sensualità e della concupiscenza.
Animato da
spirito di dissacrazione, Svidrigajlov trasforma la propria esistenza in un
trastullo destinato a consumarsi nel nulla. Tragico è, infatti, il suo destino,
che si conclude con il suicidio.
Costretta a
prostituirsi per sfamare la famiglia, Sonja non rinuncia alla propria dignità
di persona libera, assumendosi la responsabilità della propria degradazione e
sofferenza.
Ed è proprio
questa sua sofferenza a conferirle una specie di sacralità, che conquista
Raskolnikov. La fanciulla, animata dalla fede, accoglie nel proprio dolore
quella del giovane e, attraverso l'amore, restituisce a Raskolnikov la dignità,
che sembrava aver perduto nel peccato e nella disperazione.
il pragmatico
Porfirij Petrovi, che disputa col protagonista sul diritto di commettere
omicidi e lo induce a confessare, è il giudice istruttore che indaga sul
delitto dell'usuraia ed è l'autentico interlocutore dialettico di Raskolnikov.
Egli è dotato di una profonda intuizione e riesce ad unire alla propria
attività un profondo senso umano, fondato sul rispetto della libertà dell'uomo.
Certo che i fatti
sono solo il prodotto dell'animo umano, egli porta alla luce le contraddizioni
interiori di Raskolnikov, che si sente così smascherato nel proprio segreto,
cosciente del proprio fallimento e perciò indotto alla confessione del delitto.
Consapevole
che la pena ha un senso solo se interiormente richiesta dall'omicida, Porfirij
lascia libero Raskòlnikov. Solo così il castigo esterno, che prima o poi si
abbatterà su di lui, sarà il coronamento del suo istinto d'autopunizione; e il
sistema di repressione giudiziario potrà concilierà con la libertà
dell'individuo, mantenendone intatta la dignità.
Questo
personaggio si contrappone al giudice istruttore, egli è imbevuto di
filantropia socialista, tanto da attribuire all'ambiente e alle circostanze
l'origine del male nell'uomo, che viene così sollevato dalla propria
responsabilità personale.
il gretto e
ricco Luzin, il promesso sposo della sorella di Raskolnikov; espressione della
morale farisaica, usa la propria immagine di uomo rispettabile, generoso e
nobile per nascondere la propria avidità e venalità.
L'amico di
Raskolnikov ha un animo nobile e limpido, egli affronta i problemi morali con
la semplicità di chi vive senza mediazioni intellettuali astratte o astruse.
La sorella del protagonista, donna fedele e coraggiosa.
Il narratore è onnisciente; il punto di vista è la
focalizzazione zero.
L’incubo che
perseguita il protagonista di Delitto e castigo, lo studente Raskolnikov,
contiene nella sua intollerabile carica di crudeltà e di sofferenza le
motivazioni che lo spingeranno al delitto da cui la vicenda del romanzo prende
le mosse.
La
rievocazione del sogno permette di penetrare nella personalità contorta del
giovane, morbosamente sensibile allo spettacolo della violenza che insieme lo
attrae e lo respinge, presentandosi alla sua mente febbrile come la legge
suprema dell’esistenza, ripugnante ma necessaria per un uomo forte che vuole
dare un senso alla propria vita.
Sarà sotto la
suggestione di queste concezioni esaltate e visionarie, rafforzate dalla ferma
convinzione nelle proprie superiori qualità, che Raskolnikov ucciderà
brutalmente una vecchia usuraia e la sorella di lei, per impadronirsi del
denaro frutto dei loro sordidi traffici, quel denaro che invece, posseduto da
lui, potrà essere usato per una vita dedita alla bellezza e alla conoscenza.
Compiuto il
delitto, si aprirà nella coscienza dell’assassino una crisi angosciosa che,
anche con l’aiuto di Sonja, una infelice ragazza che la miseria ha costretto
alla prostituzione, lo porterà a confessare la sua colpa e ad accettare il
castigo.
Le scene di
abiezione di cui il romanzo è intessuto accentuano, per contrasto, la forza
rigeneratrice del bene, che riesce a mantenere intatta la sua purezza anche
sotto l’incalzare della malvagità e della degenerazione.
Parte I, capitolo V
Ed ecco fece questo sogno: lui e il padre vanno per la
strada verso il cimitero e passano davanti all’osteria; egli tiene il padre per
mano e si volta spaventato a guardar l’osteria. Una circostanza speciale attrae
la sua attenzione: questa volta pare ci sia lí una festa, una folla di mogli
d’artigiani agghindate e di contadine coi loro mariti e ogni sorta di gente.
Tutti sono ubriachi, tutti cantano canzoni, e vicino all’entrata dell’osteria
sta una telega, una telega strana. È uno di quei gran carri a cui si attaccano
le grosse bestie da tiro e coi quali si trasportano mercanzie e botti di vino.
A lui piaceva sempre guardare quegli enormi cavalli da tiro, dalle lunghe
criniere e dalle zampe massicce, che andavano tranquilli, con passo misurato, e
tiravano dietro di sé un’intera montagna di roba, per nulla sfiancati, come se
col carico si sentissero perfin meglio che senza. Ma ora, fatto strano, a una
cosi grossa telega era attaccata una piccola, scarna rozza da contadini, di
color lupino, una di quelle che egli aveva spesso veduto slombarsi a tirare un
alto carico di legna o di fieno, specialmente se il carro s’era affondato nella
mota o in un solco della strada, mentre i contadini le picchiavano sempre tanto
forte, tanto forte con la frusta, talvolta perfin sul muso e sugli occhi, e lui
ne provava una gran pena, cosi grande che per poco non piangeva e la mamma
doveva sempre tirarlo via dalla finestra. Ma ecco improvvisamente un baccano:
dall’osteria escono gridando e cantando, con le balalaiche, ubriachi fradici,
certi contadini di alta statura in camiciotto rosso e azzurro, col gabbano
sulle spalle: – Montate, montate tutti! – grida uno, giovane ancora, dal collo
taurino e dalla faccia carnosa, rossa come una carota, – vi porterò tutti,
sedetevi –. E subito echeggiavano risate ed esclamazioni:
– Una simile brenna, sí che ci porta!
– Ma tu, Mikolka, hai la testa a segno? Attaccare un
cavalluccio cosi a una telega come questa!
– Questa bestia avrà di sicuro vent’anni, ragazzi!
– Montate, vi porto tutti! – grida di nuovo Mikolka,
saltando per il primo nella telega, poi prende le redini e si pianta in piedi
sul davanti del carro. – Il baio è andato via l’altro giorno con Matvèj, –
grida dalla telega, – e questa cavallina, ragazzi, mi strazia soltanto il
cuore: sarei capace di ammazzarla, mangia solo il pane a ufo. Montate, vi dico!
La metterò al galoppo! Andrà di galoppo! Andrà di galoppo! – E piglia in mano
la frusta, preparandosi con voluttà a picchiare la bestia.
– Ma montate dunque! – sghignazzano nella folla. –
Sentite, andrà di galoppo.
– Son già dieci anni che non galoppa.
– Galopperà!
– Non risparmiatela, ragazzi, ognuno pigli la frusta,
pronti!
– Cosi! Frustala!
Tutti salgono sulla telega di Mikolka tra risate e
facezie. Sono salite sei persone e ce ne stanno ancora. Prendono con sé una
contadina, grossa e rubiconda. Ha una veste rossa di cotone, una cuffia con
perline di vetro, nei piedi gli zoccoli, schiaccia nocciole coi denti e
ridacchia. Nella folla intorno si ride pure, e in verità, come non ridere? una
cavallina cosi misera che porterà al galoppo un peso simile! Due giovanotti nella
telega prendono subito una frusta ciascuno per aiutare Mikolka. Si sente un
“via!” e la rozza, pur tirando con tutte le sue forze, non soltanto non va di
galoppo, ma anche al passo ce la può fare appena appena, e non fa che agitare
le zampe, gemere e rattrappirsi sotto i colpi delle tre fruste che le cadono
addosso come una gragnuola. Le risate nella telega e nella folla raddoppiano,
ma Mikolka si arrabbia e, nel suo furore, mena colpi sempre più fitti sulla
cavallina, come se credesse davvero che può andar di galoppo.
– Lasciate venire anche me, ragazzi, – grida un
contadinotto dalla folla, inuzzolito.
– Monta! Montate tutti! – grida Mikolka, – vi porterà
tutti. La frusterò a morte –. E frusta, frusta, e non sa più con che cosa
percuoterla, tanto s’è accanito.
– Babbo, babbo, – egli grida al padre, – babbo che cosa
fanno? Babbo, picchiano il povero cavallino!
– Andiamo, andiamo! – dice il padre, – sono ubriachi,
scherzano, quegli stupidi; andiamo, non guardare! – e vuol condurlo via, ma
egli si strappa dalle sue braccia e, fuori di sé, corre verso il cavallino. Ma
il povero cavallo è ormai in cattive condizioni. Ansa, si ferma, tira di nuovo,
per poco non cade.
– Frustala a morte! – grida Mikolka, – ormai ci siamo. La
finirò!
– Ma che non sei cristiano, eh? boia! – grida un vecchio
dalla folla.
– S’è mai visto che un cavalluccio cosi tiri un peso
simile? – soggiunge un altro.
– L’ammazzerai! – grida un terzo.
– Non toccare! È roba mia! Faccio quel che voglio!
Montate ancora! Montate tutti! Voglio assolutamente che vada di galoppo!...
A un tratto echeggia una salva di risate e copre ogni
voce: la cavallina non ha resistito ai colpi sempre più fitti e s’è messa a
ricalcitrare, impotente. Perfino il vecchio non ha potuto reggere e sorride! E
davvero: è una cavallina cosi misera, e spara ancora dei calci!
Due contadinotti della folla si procurano anch’essi una
frusta e corrono verso il cavallino per picchiarlo sui fianchi. Uno corre da
una parte e l’altro dall’altra.
– Frustala sul muso, sugli occhi, sugli occhi! – grida
Mikolka.
– Una canzone, ragazzi! – grida qualcuno dal carro, e
tutti sul carro attaccano in coro. Echeggia una canzone scapigliata, un
tamburello tintinna, ai ritornelli si accompagna il fischio. La contadina
schiaccia nocciole e ridacchia.
[...] Egli corre accanto al cavallino, corre avanti, vede
come lo frustano sugli occhi, perfino sugli occhi! Piange. Il suo cuore si
solleva, le lacrime gli colano giú. Uno dei percuotitori lo urta nel viso; egli
non sente, si torce le mani, grida, si getta verso il vecchio canuto dalla
barba brizzolata che crolla il capo e biasima tutto ciò. Una donna lo prende
per un braccio e vuol condurlo via; ma egli si divincola e corre di nuovo verso
il cavallino. Quello è già ai suoi ultimi sforzi, ma ancora una volta comincia
a ricalcitrare.
– Ah, carogna, che ti possano!... – urla furioso Mikolka.
Getta la frusta, si china e tira fuori dal fondo della telega una lunga e
grossa stanga, la prende per un capo con le due mani e con sforzo la fa roteare
sopra la bestia.
– Ora la fa scoppiare! – gridano intorno.
– L’ammazza!
– È roba mia! – grida Mikolka e con tutta la forza del
braccio abbassa la stanga. Risuona un colpo sordo.
– Picchiala, picchiala! Perché vi siete fermati? –
gridano delle voci dalla folla.
E Mikolka brandisce un’altra volta la stanga e un secondo
colpo assestato con violenza piomba sul dorso della disgraziata rozza. Essa si
accascia con tutta la groppa, ma sussulta e tira, tira con tutte le sue forze
in varie direzioni per mettere in movimento il carro; ma da tutte le parti
l’accolgono sei fruste e la stanga si solleva daccapo e scende per la terza
volta, poi per la quarta, cadenzatamene, con violenza. Mikolka è furioso di non
poterla uccidere d’un sol colpo.
– Ha la pelle dura! – gridano intorno.
– Ora cadrà di sicuro, ragazzi, è la sua fine! – grida
dalla folla uno spettatore.
– Darle con la scure bisogna! Finirla in una volta sola!
– grida un terzo.
– Che ti mangino le zanzare! Fate largo! – si mette a
urlare come un forsennato Mikolka, poi getta la stanga, si china di nuovo nella
telega e ne tira fuori una sbarra di ferro. – Attenzione! – grida e con quanta
forza ha ne assesta un colpo al suo povero cavallino. Il colpo è piombato, la
bestia ha barcollato, s’è accasciata, vuole ancora tirare, ma la spranga le
ricade sul dorso con estrema violenza, ed essa stramazza a terra, come se le
avessero tagliato tutt’e quattro le zampe d’un colpo.
– Finitela! – grida Mikolka e, come fuori di sé, salta
giù dal carro. Alcuni contadinotti, rossi e ubriachi anche loro, afferrano quel
che trovano, fruste, bastoni, la stanga, e corrono verso la cavallina
boccheggiante. Mikolka si mette di fianco e comincia a batterla con la sbarra a
casaccio sul dorso. La rozza allunga il muso, respira pesantemente e muore.
– L’ha finita! – gridano nella folla.
– È perché non è andata di galoppo!
– Roba mia! – urla Mikolka con la spranga nelle mani e
con gli occhi iniettati di sangue. Egli sta lí, come se rimpiangesse di non
aver più nessuno da battere.
(trad. Einaudi, Torino, 1964, di A. Polledro)
"Delitto
e castigo" ci presenta una prima sintesi dell’universo tragico di
Dostoevskij. “Il protagonista, Raskolnikov, un giovane studente che ha dovuto
lasciare l’università per mancanza di mezzi, è spinto dalla miseria – nella
quale egli comprende anche l’impossibilità di aiutare la madre e la sorella che
sta per sacrificarsi con un matrimonio odioso per aiutare lui – ed altresì, se
non principalmente, da considerazioni teoriche, ad uccidere una vecchia usuraia,
delitto che incidentalmente ne porta con sé un secondo, l’uccisione della
sorella di lei per evitarne la testimonianza.
Le
considerazioni teoriche sono quelle che ebbero la loro codificazione nel
“superuomo” di Nietzsche, ma nel romanzo si intrecciano e fondono con quelle
pratiche, con una “tragica” coincidenza che conferma quanto Dostoevskij aveva
fatto dire al suo “uomo del sottosuolo”.
È questo
forse l’aspetto più criticamente tragico dell’azione di Raskolnikov, ma nello
stesso tempo quello che nella sua “umanità” rende più comprensibile il processo
del rimorso, reso tanto più umano dall’incontro di Raskolnikov con Sonja
Marmeladova, la giovanetta che, prostituendosi, cerca di venire in aiuto alla
sua famiglia e di sfamare i fratellini, e alla quale l’avvince la purezza di
cuore con cui ella vive la sua vita disperata, senza cercare alcuna
giustificazione che non sia “puramente umana” alla propria condotta.
Tutti gli
episodi che si aggiungono a questo, più che episodi sono elementi essenziali
allo svolgimento del processo interiore di Raskolnikov: così quello dell’amore
dell’alcolizzato e inebetito Marmeladov per la sua seconda moglie Katerina
Ivanovna e per la figlia Sonja; cosi quello del rifiuto che Dunja, la sorella
di Raskolnikov, dà finalmente al suo pretendente, il gretto e ricco Luzin e
quello infine del possidente Svidrigajlov che, innamorato di Dunja, la quale è
stata istitutrice in casa sua, per poter pretendere di sposarla avvelena la
propria moglie e alla fine, dopo aver tentato invano di sedurre con la violenza
la giovane, si uccide.
Col delitto
di Raskolnikov Dostoevskij s’era proposto di mostrare come il delitto non fosse
altro che la teoria dell’egoismo razionale portato alle sue ultime
conseguenze”.
Il personaggio
di Raskolnikov si caratterizza nel confronto con l’amico Razumichin, onesto e
generoso, e col giudice Porfirij Petrovic, che maieuticamente lo aiuta a
confessare il delitto e le ragioni teoriche che ne sono alla base.
Già nel Père
Goriot di Balzac emerge la problematica della giustificazione del delitto
(Rastignac si chiede se l’uomo ha il diritto di fare del male a fin di bene, di
uccidere un essere dannoso per dare la felicità a chi ne ha bisogno).
Raskolnikov cita il modello di Napoleone, che diventa mito di onnipotenza al di
là del bene e del male, anticipando lo Übermensch di Nietzsche (non a caso
ammiratore del romanzo).
Il tema
centrale dell’opera è dunque la critica di ogni teoria che giustifichi la
liceità di ogni comportamento dei presunti esseri superiori.
Il rimorso
dell’assassino indica l’esigenza di un ritorno alla comune umanità, come dice
Dostoevskij: “Raskòlnikov è costretto a costituirsi perché, anche a costo di
morire nell’ergastolo, egli vuole ritornare agli uomini: il sentimento di
separazione dall’umanità, che egli ha provato subito dopo il delitto, è il suo
tormento”.
Le pagine che
proponiamo in lettura sono fondamentali per capire la logica aberrante che
porta Raskolnikov non solo al delitto ma soprattutto alla sua giustificazione.
Lo studente confessa l’assassinio alla dolce e sventurata Sonja, la giovane
prostituta dall’animo puro e forte che riuscirà a redimerlo col suo amore.
– Che cosa è successo, insomma?– disse, come se avesse
riflettuto e avesse deciso. – È successo proprio cosi! Ecco: io volevo
diventare un Napoleone, e perciò ho ucciso. É Be’, ora capisci?
– N... no – mormorò Sonja io tono timido e ingenuo –
però... parla, parla! Capirò, dentro di me capirò tutto! – lo supplicò.
– Capirai? Va bene, vedremo!
Fece una pausa e rifletté a lungo.
– Il nocciolo della faccenda è tutto qui. Un giorno
rivolsi a me questa domanda: se al mio posto, per esempio, ci fosse stato
Napoleone e per cominciare la sua carriera non avesse avuto a portata di mano
né Tolone, né l’Egitto, né il passaggio del Monte Bianco, e invece di tutte
queste cose belle e monumentali gli fosse capitata semplicemente una ridicola
vecchietta, vedova di un archivista, e se per di più avesse dovuto ucciderla,
per poterle rubare tutti i suoi soldi (per la carriera, capisci?), ebbene, lo
avrebbe fatto, se non ci fosse stata altra via d’uscita? Non si sarebbe sentito
urtato, al pensiero di un’azione cosi poco monumentale e... e cosi delittuosa?
Be’, ti dirò che con questa “domanda” io mi sono tormentato un bel pezzo, tanto
che mi vergognai terribilmente, quando alla fine intuii (quasi all’improvviso),
che non solo non si sarebbe sentito urtato, ma non gli sarebbe nemmeno venuto
in testa che la cosa non fosse abbastanza monumentale… anzi, non avrebbe
assolutamente capito che cosa ci fosse da sentirsi urtati. E se non avesse
avuto nessun’altra strada, l’avrebbe strozzata senza darle neppure il tempo di
fiatare, senza nessuna esitazione! Allora anch’io... non esitai più... e la
strozzai, seguendo un esempio cosi autorevole... Ed è successo proprio cosi! Ti
viene da ridere? Sí, Sonja, la cosa più ridicola è che, forse, è successo
proprio cosi…
Sonja non aveva nessuna voglia di ridere.
– È meglio che mi parliate chiaramente… senza esempi –
gli disse, con un tono ancora più timido e con un filo di voce.
Raskolnikov si girò verso di lei, la guardò con tristezza
e le prese le mani.
– Hai ragione anche questa volta, Sonja. Sono tutte
sciocchezze, forse sono soltanto chiacchiere! Vedi: tu sai che mia madre non
possiede quasi nulla. Mia sorella ha avuto un’educazione, per caso, ed è
condannata a girare da un posto all’altro facendo l’istitutrice. Tutte le loro
speranze erano riposte in me. Io studiavo, ma non potevo mantenermi
all’università e sono stato costretto a lasciarla per un certo tempo. Ma anche
se le cose fossero andate avanti cosi, fra dieci, dodici anni (se le
circostanze fossero state favorevoli) avrei potuto sperare di diventare un
insegnante o un impiegato qualunque, con mille rubli di stipendio – pareva che
le dicesse delle cose imparate a memoria. – Ma intanto mia madre si sarebbe
consumata per gli affanni e i dispiaceri, e io non sarei riuscito comunque a
darle la tranquillità, e mia sorella... be’, a mia sorella poteva capitare
anche di peggio!… E poi, perché dover rinunciare sempre a tutto, doversi
voltare sempre dall’altra parte, dover dimenticare la mamma e dover sopportare
umilmente, per esempio, un affronto alla propria sorella? Per quale scopo? Per
mettere su, dopo aver seppellito loro, un’altra famiglia, con moglie e figli, e
lasciare poi anche quelli senza un soldo e senza un pezzo di pane?... E allora
decisi che, dopo essermi impadronito del denaro della vecchia, lo avrei
adoperato per i primi anni, senza tormentare più mia madre, per mantenermi
all’università e per i primi passi dopo l’università; e cosi avrei fatto tutto
con larghezza, con una base, in modo da crearmi una nuova carriera e prendere
una strada nuova, indipendente... Be’… ecco tutto … Si capisce che, a uccidere
la vecchia, ho fatto male… E ora basta!
Arrivò alla fine del suo racconto quasi spossato e chinò
la testa.
– Oh, non è questo, non è questo! – esclamò Sonja,
angosciata. – Come si può... No, non è cosi, non è cosi!
– Lo vedi anche tu che non è cosi!... Eppure ti ho
raccontato tutto sinceramente, è la verità!
– Ma quale verità! Oh, Signore!
– Ho ucciso soltanto un pidocchio, Sonja, inutile,
schifoso, nocivo.
– Un essere umano, lo chiamate un pidocchio!
– Ma sí, lo so anch’io che non è un pidocchio – rispose lui,
guardandola in modo strano. – Del resto, io dico degli spropositi, Sonja –
aggiunse – è già un bel pezzo che dico degli spropositi... Non è affatto cosi;
hai detto bene. Ci sono tutt’altri motivi, tutt’altri, tutt’altri!... È un bel
pezzo che non parlo con nessuno, Sonja... Ora mi duole molto la testa.
I suoi occhi ardevano di un fuoco febbrile. Cominciava
quasi a delirare; un sorriso inquieto errava sulle sue labbra. Attraverso
quello stato di eccitazione traspariva ormai una tremenda spossatezza. Sonja
capì quanto si stesse torturando. Anche a lei cominciava a girare la testa. E
lui parlava in un modo cosi strano; le sembrava di capire qualcosa, ma... “Ma
come mai! Oh, Signore! “. E si torceva le mani, disperata.
– No, Sonja, non è cosi! – ricominciò Raskolnikov,
alzando la testa di scatto, come se un improvviso mutamento nel corso dei suoi
pensieri lo avesse rianimato. – Non è cosi! O meglio... supponi (sí, è meglio
davvero!), supponi che io sia permaloso, invidioso, cattivo, ignobile,
vendicativo, be’... e magari anche incline alla pazzia. (Mettiamo pure tutto
insieme! Della pazzia ne parlavano già prima, io me n’ero accorto!). Ti ho
detto che non potevo mantenermi all’università. Ma lo sai che, invece, avrei
anche potuto arrivarci? Mia madre mi avrebbe mandato il denaro sufficiente per
pagarmi gli studi, e per le scarpe, i vestiti e il pane me li sarei guadagnati
anche da me, di sicuro! Le lezioni capitavano; mi offrivano mezzo rublo l’una.
Razumichin4, infatti, lavora! Ma io mi arrabbiai e non volli. Proprio cosi, mi
arrabbiai (che bella parola!). Allora, come un ragno, mi ficcai nel mio
cantuccio. Tu sei stata nel mio canile, l’hai visto... Ma lo sai, Sonja, che i
soffitti bassi e le stanze strette opprimono l’anima e il cervello! Oh, come
odiavo quel canile! Eppure, non volevo uscire di lì. Non volevo apposta! Non
uscivo per giornate intere e non volevo lavorare, e non volevo nemmeno
mangiare, stavo sempre sdraiato. Se Nastasja mi portava qualcosa, mangiavo, e
se non mi portava nulla, passavo cosi anche un giorno intero; non chiedevo
nulla apposta, per la rabbia! Di notte non c’era lume, stavo sdraiato al buio,
ma non volevo guadagnare per comprarmi le candele. Bisognava studiare e io
avevo venduto tutti i libri; e sulla mia tavola, sugli appunti, sui quaderni,
anche ora c’è un dito di polvere. Preferivo stare sdraiato e pensare. Pensavo
sempre... E facevo sempre certi sogni, sogni strani, non ti so dire che sogni!
Però, allora cominciò anche a sembrarmi... No, non va bene! Non lo racconto
bene nemmeno ora! Vedi, io mi domandavo sempre: perché sono cosi stupido?
Perché, se gli altri sono stupidi e se ormai so con certezza che sono stupidi,
non cerco di essere più intelligente di loro? Poi riconobbi, Sonja, che, a
voler aspettare che tutti diventino intelligenti, sarebbe una cosa troppo
lunga... E poi riconobbi che questo non accadrà mai, che gli uomini non
cambieranno, e non c’è nessuno che li possa cambiare, e non vale la pena di
affaticarsi. Sì, è cosi! È la loro legge... È una legge, Sonja! È cosi!... Io
adesso so che chi è forte di mente e di spirito, è un dominatore! Chi osa
molto, ha sempre ragione. Chi è capace di sputare su qualcosa di grande,
diventa un legislatore, e chi più di tutti osa, più di tutti ha ragione! Cosi è
andata finora e cosi sarà sempre! Solo un cieco non lo vede!
Raskolnikov, nel dire questo, benché guardasse Sonja, non
si preoccupava più se lei capisse o no. Aveva la febbre. Era in preda a una
specie di cupo entusiasmo (effettivamente, non parlava con nessuno da troppo
tempo!). Sonja capì che questo cupo catechismo era diventato la sua fede e la
sua legge.
– Allora compresi, Sonja – continuò Raskolnikov con
fervore – che il potere spetta soltanto a chi osa chinarsi per prenderlo. C’è
una sola cosa da fare, una sola: basta osare! E allora, per la prima volta in
vita mia, mi venne un’idea che nessuno aveva mai avuto prima di me! Nessuno! A
un tratto mi apparve chiaro che nessuno finora, vedendo tutte queste assurdità,
aveva osato prendere il tutto bellamente per la coda e scaraventare tutto al
diavolo! Io... io ho voluto osare, e ho ucciso... ho voluto soltanto osare,
Sonja, ecco la vera ragione!
– Oh, state zitto, state zitto! – gridò Sonja, giungendo
le mani. – Vi siete allontanato da Dio, e Dio vi ha colpito, abbandonandovi al
diavolo!...
– A proposito, Sonja, quando stavo sdraiato al buio e
pensavo a tutte queste cose, era il diavolo che mi tentava? Eh?
– State zitto! Non ridete, bestemmiatore, voi non capite
nulla, nulla! Oh, Signore! Non capirà mai nulla, nulla!
– Taci, Sonja, io non rido affatto, lo so anch’io che era
il demonio a trascinarmi. Taci, Sonja, taci – ripeté Raskolnikov in tono cupo e
insistente. – Io so tutto. Tutte queste cose le ho già rimuginate e bisbigliate
a me stesso mille volte, quando stavo sdraiato al buio... Le ho discusse tra me
fino all’ultimo particolare, e so tutto, tutto! E mi erano venute tanto a noia,
tanto a noia, tutte queste chiacchiere! Volevo dimenticare ogni cosa e
ricominciare da principio, Sonja, e smettere di chiacchierare! E credi davvero
che sia andato là come un imbecille, cosi all’impazzata? Ci sono andato con
molto cervello, ed è proprio questo che mi ha rovinato! E credi davvero, per
esempio, che io non sapessi almeno questo: che, se mi domandavo e ridomandavo:
“Ho il diritto di prendere il potere?”, voleva dire che non ne avevo il
diritto? Oppure che, se io mi pongo la domanda: “L’uomo è davvero un
pidocchio?”, vuol dire che l’uomo per me non è più un pidocchio, ma è un
pidocchio per quelli ai quali non viene neppure in mente di domandarselo e che
vanno diritti senza farsi nessuna domanda... E se per tanti giorni mi sono
tormentato chiedendomi: “Napoleone ci andrebbe o no?”, è perché sentivo
chiaramente di non essere un Napoleone... Ho sopportato tutta la tortura di
tutte queste chiacchiere, Sonja, e mi è venuto il desiderio di liberarmi da
tutto quel peso: ho voluto uccidere senza casistica, Sonja, uccidere per me
stesso, per me solo! Non ho ucciso per aiutare mia madre, sciocchezze! Non ho
ucciso per avere i mezzi e il potere e per diventare un benefattore
dell’umanità. Sciocchezze! Ho ucciso e basta; ho ucciso per me stesso, per me
solo; quanto a sapere se poi avrei beneficato qualcuno, o se invece, per tutta
la vita, come un ragno, avrei acchiappato tutti nella mia ragnatela e avrei
succhiato a tutti il sangue, a me in quel momento non importava proprio
nulla!... E soprattutto, non era il denaro che mi occorreva, Sonja, quando ho
ucciso; non era tanto il denaro, quanto un’altra cosa... Tutto questo, ora, lo
so... Capiscimi bene: forse, anche andando per quella strada, non avrei
commesso mai più un assassinio. Avevo bisogno di sapere un’altra cosa, c’era
un’altra cosa che mi spingeva la mano: avevo bisogno di sapere, di saperlo
subito, se io ero un pidocchio come tutti o un uomo! Sarei stato capace di
scavalcare l’ostacolo o no? Avrei avuto il coraggio di chinarmi e di prendere o
no? Ero un essere pavido, o avevo il diritto...
– Di uccidere? O avevate il diritto di uccidere? –
esclamò Sonja, battendo le mani.
– E... eh, Sonja! – gridò Raskolnikov, irritato, e voleva
ribattere qualcosa, ma si interruppe e la guardò con disprezzo. – Non mi
interrompere, Sonja! Volevo dimostrarti solo una cosa: che il diavolo allora mi
trascinò, e soltanto dopo mi spiegò che non avevo il diritto di andarci, perché
ero proprio un pidocchio come tutti! Mi ha preso in giro, e io ora sono venuto
da te! Accogli quest’ospite! Se non fossi un pidocchio, sarei venuto da te?
Ascoltami: quando sono andato dalla vecchia quel giorno, ci sono andato solo per
provare... Sappilo!
– E l’avete uccisa! L’avete uccisa!
– Sì, ma come l’ho uccisa? Si uccide in quel modo? Si va
cosi a uccidere, come ci sono andato io? Un giorno ti racconterò come ci sono
andato... Ho forse ucciso quella vecchia? Ho ucciso me stesso, non quella
vecchia! Mi sono accoppato con un colpo solo, e per sempre!... E quella vecchia
l’ha uccisa il diavolo, non io... Basta, basta, Sonja, basta! Lasciami stare –
gridò a un tratto, con un’angoscia spasmodica – lasciami stare!
(trad. Einaudi, Torino, 1964, di A. Polledro)
Il
protagonista del secondo grande romanzo di Dostoevskij, L'idiota, pubblicato
nel 1869, è il principe Myskin, personaggio caratterizzato fin dall’inizio come
positivo, non avendo mai vissuto nella società, ma essendo cresciuto in un
villaggio svizzero dove è guarito da una malattia nervosa che lo porta ad
essere indifeso e fiducioso nel prossimo. Di ritorno in Russia, si scontra con
una società malata e crudele, dove il suo atteggiamento bonario ed innocente è considerato
da “idiota”. Egli si lega contemporaneamente a due donne, con quell’affetto che
lui solo sa tributare ad ogni essere umano: la viziata e capricciosa Aglàja, e
la donna di mondo Nastasja Filìppovna, dal carattere complesso e sfuggente. Di
quest’ultima è innamorato anche Rogò‡in, conoscente del principe, incarnazione
di quel principio sensuale che non manca mai nei romanzi di Dostoevskij.
Rogò‡in, folle di gelosia per il rapporto ambiguo che lega Myskin a Nastasja
Filìpovna, tenta prima di uccidere l’amico, infine uccide la donna. Sul
cadavere di Nastasja, Rogo‡in veglia una notte intera, assieme a Myskin, che
ripiomba in questa circostanza nel suo stato di idiozia, ritorno finale allo
stato di purezza dell’infanzia come rifiuto del male del mondo, l’unico moto di
autodifesa possibile per il protagonista che non sa vivere nella società.
Gli appunti
preparatori al romanzo mostrano come fosse intenzione di Dostoevskij creare una
figura di assoluta, incontaminata purezza che cerca di redimere il mondo con la
sua innocenza, simile, a detta dello scrittore, a Cristo, ma anche a Don
Chisciotte, in quanto la bestialità dell’uomo lo costringe a rientrare nel suo
stato di follia per non contaminarsi.
Il principe
Myskin è senz’altro il più bel personaggio creato da Dostoevskij, forse il più
affascinante della letteratura mondiale, mentre la miriade di personaggi che
agisce intorno a lui è da considerare un po’ convenzionale, con alcune
significative eccezioni in Nastasja Filìpovna e Rogò‡in.
I demoni
(1871) e L’adolescente (1875) seguono L’idiota e, pur non presentando
significativi passi avanti né a livello di stile, né a livello di tematiche
affrontate, meritano comunque di essere annoverati tra i capolavori di Dostoevskij.
I demoni
(1871) ripresenta il tema caro a Dostoevskij del delitto e della punizione,
inserito questa volta nel contesto della rivolta nichilista tipica degli anni Sessanta -Settanta. Il
protagonista Stavrogin è un negatore di Dio, che desidera fondare un nuovo
stato anarchico e istiga i suoi compagni di lotta ad uccidere. I quattro
“demoni”, Stavrògin e i compagni, hanno tutti atteggiamenti diversi riguardo
all’ateismo e all’omicidio, e proprio i dialoghi in cui si delineano le diverse
posizioni rappresentano i vertici del romanzo, che risulta nell’insieme un po’
farraginoso.
L’adolescente
(1875) predispone all’atmosfera dell’ultimo grande romanzo, I fratelli
Karamazov. È un’opera centrata su un unico protagonista, Arkàdij Dolgorùkij,
attorno al quale si muovono gli altri personaggi. Il protagonista è portato a
grandi sofferenze a causa del proprio carattere egocentrico e presuntuoso, ma
in lui latita il senso di rassegnazione cristiana che è predominante nella
figura del suo patrigno, Makàr Ivànovic, che incarna le virtù di mitezza e
l’umiltà del religioso popolo russo. L’allontanamento da queste virtù
significa, come avviene per Arkàdij, la perdizione.
L’ultimo
romanzo di Dostoevskij è anche il suo capolavoro, la summa di tutte le
tematiche presentate nei precedenti romanzi, il vertice della capacità
d'introspezione psicologica dell’artista.
Caratteristica peculiare del romanzo è quella di non avere un unico
protagonista, ma i protagonisti sono almeno quattro: tutti i figli di Fëdor
demoni, vale a dire Mìtja, Ivan, Alësa e Smerdjakov, il figlio naturale. La
trama ha un impianto di genere poliziesco: chi ha ucciso il vecchio Fëdor
demoni? I sospetti si appuntano sul figlio maggiore, il sensuale Mìtja, capace di
straordinarie prove di generosità e di altrettanto straordinari abbrutimenti,
che contende al padre l’amore della bella Grùsenka. Man mano che la trama si
sviluppa, si comprende che l’istigatore dell’omicidio è invece Ivan, scettico e
raffinato, nemico della religione, ossessionato dal demone della mediocrità,
che gli appare in sogno sotto forma di diavolo. Tuttavia, a compiere
materialmente il delitto è stato l’inquieto, debole Smerdjakòv, figlio di Fëdor
e di una vagabonda, su cui hanno fatto presa le parole piene di odio di Ivan. A
questo mondo di violenza sembra estraneo unicamente il figlio minore, il mite
Alësa, che nega in se stesso la supremazia dei sensi e, uscito dal monastero in
cui è stato educato, si avvia tra gli uomini per fornire un esempio di bontà
secondo gli insegnamenti del monaco Zosìma.
Ivan,
sconvolto dalla propria capacità di arrecare il male con le proprie idee
(Smerdjakòv uccide proprio perché involontariamente sobillato da Ivan),
impazzisce e Smerdjakòv si uccide, rendendo impossibile per Mìtja, accusato
dell’omicidio del padre, ogni possibilità di essere scagionato, che accetta
dunque con cristiana rassegnazione la condanna e parte per la Siberia.
L’ampia
digressione contenuta nel romanzo, detta “leggenda del grande inquisitore”, è
di enorme importanza per lo studio delle idee dell’autore riguardo la
religione, la libertà umana, la giustizia. Si tratta di un frammento di
un’opera narrativa progettata da Ivan demoni e da lui narrata al fratello
Alësa, ambientato nella Spagna dell’Inquisizione, in cui il grande inquisitore
condanna a morte Cristo, nuovamente disceso a liberare il mondo dai peccati.
Egli spiega al Cristo che la Chiesa non deve dare all’uomo la libertà, bensì
impedire che l’uomo abbia il libero arbitrio, poiché questo è generatore
unicamente di infelicità e di dissidi, mentre l’assoggettamento alla chiesa è
fonte di felicità, poiché dà all’uomo certezze assolute.
Dal
personaggio di Alësa avrebbe dovuto svilupparsi un nuovo romanzo, prosecuzione
ideale dei Fratelli demoni e punto di arrivo della progettata trilogia, La vita
di un grande peccatore, che comprendeva anche I demoni e i demoni stessi. È
proprio Alësa il principio positivo e vivificatore della famiglia demoni, colui
che vince la sensualità di Mìtja e la razionalità di Ivan in nome della mitezza
e della bontà dello spirito cristiano, dal quale si deve partire per costruire
una nuova umanità.