Dead Poet's Society

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  1. La Poesia

La Poesia è una scintilla di rivelazione

  1. Walt Whitman

Oh me, oh vita!

O Capitano, mio Capitano

La vita e le Opere

  1. Henry David Thoreau

L’Attimo fuggente

Analisi

Interpretazione

  1. Orazio

Carpe Diem

La vita e le Opere

  1. Edgar Lee Masters

La vita e le Opere

L’Antologia di Spoon River

La poesia

George Gray

  1. Emily Dickinson

La Vita e le Opere

Questa è la mia lettera al mondo

Commento

Molta pazzia è divino buonsenso

I poeti non accendono che lampade

Non sapendo quando l’alba possa venire

  1. Jacques Prévert

La Vita e le Opere

Le foglie morte

I ragazzi che si amano

Commento

 

 

 

 

  1. Cesare Pavese

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Interpretazione

Prosa

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, racconto

  1. William Blake

Ascoltate la voce del bardo

William Blake, il pensiero poetico

La prosa

Le Porte della Creazione

Sono andato nel giardino dell’amore

La vita e le opere

Blake incisore

  1. Dylan Thomas

La vita e le opere

I loro volti splendevano sotto il misto chiarore

  1. Charles Baudelaire

Il viaggio

Il viaggio estatico

La vita e le opere

Commento

  1. Stefano Benni
Lisa

Il Poeta

Vita e opere

  1. Alda Merini

Marina cara

Vita e opere

I temi della sua poesia

  1. Allen Ginsberg

Urlo

Vita e opere

La Beat Generation

 

 

 

La Poesia è una scintilla di rivelazione

 

     La poesia ci invita a superare i vincoli e le ristrettezze del vivere quotidiano, dando voce ai desideri, all’immaginazione e alla vita e a non essere prigionieri delle nostre indecisioni, ma ad osare perché una vita senza senso è condannata all’inquietudine. 

     Chi non si accontenta di quello che trova, ma vuole un’esistenza diversa, incontra nella poesia la forza che, liberando le sue emozioni e la sua sensibilità, lo mette in condizione di ascoltare veramente se stesso e di trovare la propria ispirazione. In questo modo, la poesia, mostrando le emozioni che rendono bella la vita e che ispirano i poeti, accresce la sensibilità e rende migliori le persone.

     Sulle sue porte sono incise due parole: dolore e desiderio. La poesia apre queste porte quando dà forma alle sue opere perché essa è “sensibilità” in primo luogo verso se stessi e poi, per riflesso, verso gli altri.

     Ma la sensibilità è uno scuotimento, un’eccitazione dei sensi, un acutizzarsi della visione e della capacità di sentire dell’individuo, paragonabile all’effetto che hanno il desiderio e il dolore sui nostri sensi e sui nostri equilibri mentali. Il desiderio però, a differenza del dolore, ha un oggetto e quindi circoscrive la nostra sensibilità, indirizzandola verso il suo appagamento. Il piacere, infatti, è il rilassamento della nostra sensibilità eccitata, il raggiungimento del suo stato di quiete, che si ottiene ogni volta che il desiderio viene soddisfatto, estinto. Questa è la ragione per cui quando si ama non si scrivono poesie perché esse vengono solo in assenza dell’amore o come conseguenza della sua sofferta povertà e del suo inestinguibile desiderio.

     I poeti, anche quando sono disperati ci aiutano perché il loro dolore è una forma estrema di consolazione, di sublimazione, è come se mettessero in scena la propria morte e il farlo li libera da essa e li salva.

     Il dolore è l’energia repressa, che provoca sofferenza. La poesia rivelandolo, dà sfogo alla pena, ma solo conoscendone le cause, cioè il conflitto che l’ha provocato (i temi della poesia) e modificando la propria personalità, si può davvero superare la crisi.

 

Walt Whitman

 

Oh me, oh vita !

 

Oh me, oh vita !

Domande come queste mi perseguitano,

infiniti cortei d’infedeli,

città gremite di stolti,

che vi è di nuovo in tutto questo,

oh me, oh vita !

 

Risposta

 

Che tu sei qui,

che la vita esiste e l’identità,

Che il potente spettacolo continui,

e che tu puoi contribuire con un verso.

Walt Whitman

 

     Walt Whitman, 1819 - 1892, è autore di una sola, anche se vastissima raccolta di poesie, “Foglie d’erba“. Profeta della nuova cultura americana, poeta dell’io e dell’uomo in cerca di identità, ha dedicato l’intera sua vita all’impegno civile, agli ideali della giustizia, della democrazia e alla conoscenza dell’animo umano. La sua voce impetuosa e audace è una continua fonte d'ispirazione per le generazioni a venire. Leggere Whitman è sempre un’esperienza vitale.

     Un uomo si guarda intorno e non vede che stupidità e atteggiamenti volgari sul volto della gente. Tutto quello che ha di più caro è ignorato nella mischia assurda, che lo circonda. Si sente un ospite non invitato, un passeggero clandestino. “Se questa è la vita - pensa – "che senso ha viverla, è solo uno spreco, nulla di buono o di nuovo, meglio sarebbe andare via su un’isola lontana, farla finita“. E la poesia gli risponde: “No ! La vita ha un senso perché tu sei qui ed è la tua esistenza a contribuire al suo spettacolo. “

 

O Capitano ! Mio Capitano !

 

O Capitano ! Mio Capitano !

Il viaggio è finito,

la nave ha superato ogni pericolo.

Il porto è ormai vicino.

O Capitano ! Mio Capitano !

Alzati a sentire le campane..

E’ un sogno duro questo.

Il mio Capitano non risponde,

esangui e immobili le sue labbra,

non sente il mio braccio, non ha battiti,

volontà il suo cuore.

La nave è all’ancora, sana e salva,

il viaggio è finito.

O Capitano ! Mio Capitano !

Ci mancherà il tuo sguardo,

la tua parola,

il tuo gesto sicuro,

ora che la meta è raggiunta.

Walt Whitman & Franco D’Arco

 

Walt Whitman

     (Long Island, New York 1819 - Camden, New Jersey 1892), poeta statunitense, il maggiore del XIX secolo. Ruppe con la tradizione poetica precedente, esercitando un influsso determinante sul pensiero e la letteratura americani, in particolare sull'opera d’autori come Hart Crane, William Carlos Williams, Wallace Stevens e Allen Ginsberg.

     Nato da una famiglia numerosa di condizioni modeste, Whitman lasciò la scuola ad undici anni e lavorò prima come apprendista tipografo e poi, dopo aver studiato da autodidatta, come insegnante e direttore di giornale. Nel 1839 si trasferì a New York, dove esordì come autore con componimenti e racconti di scarsa originalità, scritti per riviste popolari. Per due anni diresse il "Brooklyn Eagle", organo dei democratici di New York, che poi dovette lasciare per la sua adesione al Free-Soil Party.

     Dopo essersi guadagnato da vivere per anni con le più svariate occupazioni, si concentrò esclusivamente sull'attività letteraria. Durante la guerra di Secessione, Whitman fu infermiere negli ospedali militari di Washington, città dove, ottenuto un impiego governativo, rimase fino al 1873, quando un attacco di paralisi lo costrinse a trasferirsi col fratello a Camden. Intanto, nel 1871, erano uscite le Prospettive democratiche, oggi considerato un classico della scienza politica. Giorni rappresentativi e altre prose (1882-83) contiene ricordi e descrizioni degli anni della guerra e dell'assassinio di Abraham Lincoln, oltre ad appunti sulla natura, scritti in età più avanzata.

 

Le opere

 

     Whitman è noto soprattutto per un'unica, ampia raccolta di poesie. La prima delle numerose edizioni di Foglie d'erba uscì nel 1855; per il contenuto scandaloso, che celebrava il corpo e glorificava i sensi, l'autore dovette pubblicarla a sue spese. Si trattava di dodici poesie, ciascuna intitolata Leaves of Grass e tutte composte di innovativi versi lunghi, cadenzati e non rimati. In una lunga prefazione l'autore, del quale sul frontespizio non compariva il nome ma un ritratto, annunciava una nuova letteratura democratica, scritta da un poeta di stampo nuovo.

     Il componimento più lungo è quello che poi si sarebbe intitolato Canto di me stesso, visione di un io poetico che, rapito dai sensi, idealmente abbraccia tutti e ogni luogo dall'Atlantico al Pacifico. Incoraggiato dagli elogi dell'eminente filosofo e poeta Ralph Waldo Emerson, Whitman elaborò velocemente una seconda edizione di Foglie d'erba (1856), con aggiunte e revisioni. Nella terza (1860), la poesia assunse una struttura più allegorica. Rulli di tamburo (1865), inserita nell'edizione del 1867, riflette la consapevolezza maturata da Whitman sul significato della guerra di Secessione e la speranza di una riconciliazione tra Nord e Sud. Questa stessa edizione conteneva inoltre la grande elegia per la morte di Abraham Lincoln e il suo componimento più famoso, O capitano! Mio capitano!. La versione finale della raccolta poetica è del 1892, anno della morte di Whitman.

 

Henry David Thoreau

 

Andai nei boschi

perché volevo vivere

con saggezza e profondità

e succhiare tutto il midollo della vita,

sbaragliare tutto ciò che non era vita !

E non scoprire,

in punto di morte,

che non ero vissuto.

Henry David Thoreau

 

1.   Allontanamento dalla famiglia, fine dell’età dell’innocenza e inizio dell’adolescenza ;

2.   boschi, ingresso nel mondo, per vivere la propria vita, e trovare la propria identità, la propria via ;

3.   per migliorare se stesso, crescere e maturare, rinascere a nuova vita, quella adulta ;

4.   e vivere il meglio della vita, intensamente, senza sprecare nulla, perché ogni attimo è la vita intera e va vissuto come se fosse l’unico ;

5.   e lottare contro tutto ciò che non è vita : la morte, il conformismo, la noia, la stupidità, l’ipocrisia, l’egoismo, la meschinità, l’odio...;

6.   per non scoprire, alla fine, di non essere vissuto, di avere sprecato la propria esistenza con tutto ciò che non era vita.  

     

Cos’è la vita ?

 

     La vita è saggezza, conoscenza, pienezza, intensità, profondità. cioè originalità, unicità, autenticità, libertà.

     “Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale...Cogliete l’attimo, rendete straordinaria la vostra vita”.

Osare, andare incontro alla vita perché nella vita si scopre se stessi.

1.   Andai nel mondo ;

2.   perché volevo vivere il meglio della vita fino in fondo e in piena coscienza ;

3.   e battere tutto ciò che me lo impediva e che non lo era.

4.   Per non scoprire, in punto di morte, di aver sprecato l’unica occasione che avevo : la mia vita.

     La vita è straordinaria perché è la nostra unica occasione e non va sciupata, ma vissuta al meglio : “ Succhiare tutto il midollo della vita “.

     Abbiamo un’unica occasione per vivere, cerchiamo di non sprecarla, come accade quando ci lasciamo sopraffare da ciò che non lo è : osare, avere coraggio, ed essere noi stessi.

 

Cos’è la vita ?

 

     È vivere sapendo che domani non ci saremo più. E, quindi, perché rimandare quando è ora che esistiamo? Dunque, vivere la nostra unica occasione come straordinaria, poiché non si ripeterà e viverla con saggezza, sapendo cos’è la vita.

 

Henry David Thoreau

     (Concord, Massachusetts 1817-1862), scrittore e filosofo statunitense. Fu tra massimi interpreti del pensiero trascendentalista. Dopo gli studi alla Harvard University e un breve periodo dedicato all'insegnamento, Thoreau visse dal 1841 al 1843 nella casa di Ralph Waldo Emerson, dove conobbe altri trascendentalisti, fra i quali il filosofo e pedagogista Amos Bronson Alcott e i due riformatori sociali e critici letterari Margaret Fuller e George Ripley. Due anni dopo andò a vivere in una capanna sulle rive del laghetto di Walden, presso Concord, e vi rimase fino al 1847. Durante questo soggiorno si mantenne con svariati lavori manuali, dedicandosi intanto allo studio della natura, alla riflessione filosofica e alle letterature classiche e moderne. Sebbene sia stato un autore prolifico, soltanto una parte della sua opera fu pubblicata mentre era ancora in vita: alcune poesie, che comparvero sul periodico trascendentalista "The Dial"; Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack (1849), resoconto di una gita fluviale col fratello, dove allo studio della natura si affianca la speculazione metafisica; e la sua opera più famosa, Walden o vita nei boschi (1854), che, oltre a registrare gli avvenimenti più significativi dell'esperienza a Walden, presenta in modo chiaro e diretto le ragioni della scelta dell'autore a favore della vita contemplativa. Di notevole valore letterario sono il diario, pubblicato postumo, e i saggi. Tra questi, il più celebre è Disobbedienza civile (1849), nato dalla posizione di dissenso di Thoreau nei confronti di un governo che consentiva lo schiavismo ed era coinvolto nella guerra messico - americana. In questo saggio pose le basi teoriche della resistenza passiva, la forma di protesta poi adottata da Gandhi come tattica contro gli inglesi, così come dagli afroamericani per combattere la segregazione razziale negli Stati Uniti.

 

Orazio

 

O vergine cogli l’attimo che fugge.

Cogli la rosa quando è il momento,

che il tempo, lo sai, vola,

e lo stesso fiore che sboccia oggi,

domani appassirà.

Orazio

 

 

Quinto Orazio Flacco

     (Venosa 65 - Roma 8 a.C.), poeta lirico e satirico, tra i principali esponenti della letteratura latina di età augustea. Figlio di un esattore delle aste pubbliche e piccolo proprietario terriero di origine servile, fu educato a Roma e ad Atene, dove studiò la filosofia e la poesia greca all'Accademia. Poco dopo l'assassinio di Giulio Cesare nel 44 a.C., si unì a Marco Giunio Bruto, uno dei congiurati, che lo nominò tribuno militare, al comando di un'intera legione. La sconfitta dell'esercito repubblicano a Filippi nel 42 a.C., a opera delle forze congiunte di Marco Antonio e Ottaviano, fu un duro colpo per Orazio che si trovò esposto alla vendetta politica e privato dei beni di famiglia. Tuttavia, grazie all'amnistia concessa da Ottaviano, Orazio poté fare ritorno a Roma.

     In quegli anni cominciò a scrivere versi. Orazio scrisse satire, epodi, odi ed epistole. Le Satire (il primo libro fu pubblicato nel 35 a.C.; il secondo nel 30 a.C.) prendono spunto dall'opera di Lucilio e hanno forma di dialoghi in esametri: in esse Orazio dispiega il suo intento morale il cui fine è colpire, con ironia quasi sempre benevola, i più comuni vizi umani, come l'ambizione, l'avidità di ricchezza, la brama di ascesa sociale. Gli Epodi, pubblicati nel 30 a.C., sono un'aspra critica delle ingiustizie sociali ed esprimono il fervido auspicio che si ponga fine alla discordia civile (ciò avvenne nel 31 a.C. con la vittoria di Ottaviano su Antonio nella battaglia di Azio). Queste diciassette brevi poesie si ispirano ai poeti più rappresentativi dell'invettiva nella letteratura greca classica, Archiloco e Ipponatte. Nella sua opera principale, le Odi (tre libri pubblicati nel 23 a.C., il quarto più tardi), influenzata dalla poesia di Anacreonte, Alceo e Saffo,

     Orazio esaltò la pace, l'amore, l'amicizia, la convivialità, le gioie della vita semplice e i piaceri della campagna. La materia umana e morale è la stessa delle Satire, ma il tono è qui più elevato e meno confidenziale, mentre il pensiero costante della precarietà della vita conduce a valorizzare e dominare l'attimo che fugge (carpe diem, è l'esortazione che si legge nella seconda satira del libro primo, entrata poi nel lessico quotidiano), secondo i dettami filosofici di Epicuro. Intorno al 20 a.C. Orazio pubblicò il primo libro delle Epistole, lettere personali in esametri, contenenti osservazioni sulla società, la letteratura e la filosofia.

     Convinto che la vera saggezza si identifichi con l’aurea mediocrità", Orazio consigliava la moderazione anche nel perseguimento della virtù. Dal tono intimo e riflessivo delle lettere, si direbbe che il poeta stesse compiendo una verifica dei principi che fino allora avevano regolato la sua vita: non intendeva più sentenziare o accusare, ma imparare a trovare la via della felicità. Alla morte di Virgilio, nel 19 a.C., Orazio gli successe nella fama di maggior poeta dell'epoca. Due anni più tardi, su incarico di Augusto, compose il carme per i ludi saeculares indetti per celebrare l'inizio del nuovo saeculum, cioè la nuova età aurea del mondo preannunciata dagli oracoli. Tra il 17 e il 13 a.C. scrisse il quarto libro delle Odi e forse anche il secondo delle Epistole, e l'Ars Poetica (o Epistola ai Pisoni), un manuale in versi sullo stile, sui caratteri e gli scopi della poesia.

 

Edgar Lee Masters

 

La vita e le opere

 

     Poeta statunitense (1868 – 1950). Avviato dal padre alla carriera forense, coltivò sempre l’amore per l’arte e la poesia. Divenne celebre per l’Antologia di Spoon River, affresco di un’umanità quasi sempre sconfitta, ma che almeno nella morte trova la forza per denunciare ingiustizie e ipocrisie. Masters fu autore anche di Canti e satire(1916), del Libro del giorno del giudizio (1920) e del Nuovo Spoon River (1924).

 

Antologia di Spoon River

 

      La poesia è tratta dalla famosa Antologia di Spoon River, pubblicata la prima volta nel 1915. In essa Lee Masters che ispirandosi agli epigrammi sepolcrali greci ripropone, nelle voci dei morti destati per un istante dal sonno nel cimitero "sulla collina" di Spoon River, una cittadina del Midwest, un folgorante ritratto della profonda provincia americana sospesa fra Otto e Novecento. Nell’Antologia vi sono raccolte quasi 250 testi, in cui altrettanti personaggi espongono in prima persona la propria iscrizione funebre. Ogni poesia quindi presenta la visione della vita di ognuno, illuminata dalla sincerità e dalla superiore comprensione che solo la morte può dare. “Ciascuno di questi morti porta in sé una situazione, un ricordo, un paesaggio, una parola che è cosa indicibilmente sua” (Cesare Pavese). Nell’insieme si viene a formare l’affresco duro e commovente di un’umanità spesso sconfitta dalla vita, ma che ha cercato pur sempre di trovare un significato alla propria esistenza.

 

La poesia

 

     La poesia è il commento che George Gray fa sulla propria vita, paragonata a una barca alla fonda e con le vele ammainate, il simbolo della sua inguaribile indecisione. Ora che è morto e non può  più rimediare, sa quanto sia essenziale affrontare la vita con coraggio (l’amore, il dolore, il lavoro, l’ambizione) e non avere paura delle delusioni, degli inganni e dei rischi che essa può celare.

 

George Gray

 

Ho osservato tante volte

il marmo che mi hanno scolpito –

una nave alla fonda con la vela ammainata.

In realtà non è questa la mia destinazione

ma la mia vita.

Poiché l’amore mi si offrì ed io fuggii dalla sua

delusione;

il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.

Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.

Ora so che bisogna alzare le vele

e farsi portare dai venti della sorte

dovunque spingano la nave.

Dare un senso alla vita può condurre a follia,

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio:

è una nave che desidera il mare ardentemente ma lo teme.

Edgar Lee Masters

 

Emily Dickinson

 

La vita

 

     Emily Elizabeth Dickinson, 1830-1886), nata ad Amherst, Massachussets, nel 1830, in una famiglia del New England di rigide tradizioni puritane Visse come una reclusa, nella casa dove era nata, con la madre e le sorelle, scrivendo in segreto i versi che dopo la sua morte l’avrebbero resa celebre e che lei definì “la mia lettera al mondo, che non ha mai scritto a me”.

     Di salute precaria, sensibilissima, schiva e timida fino all’eccentricità, Emily cercava nella solitudine la grandezza di una libertà interiore senza limiti ; nella sua esistenza priva di eventi, l’evento fu proprio lei, con la sua capacità di estasiarsi per la bellezza della natura, con i suoi amori vissuti solo nella fantasia, ma non per questo meno appassionati, con la sua inquietudine continua, che fa di lei una figura singolare e incomprensibile per i suoi tempi, e rende modernissimi i suoi versi.

     Oggi considerata la più grande poetessa americana del suo secolo, non solo non fu famosa in vita, ma non pubblicò se non sette delle sue poesie anonime. All'età di trent'anni si ritirò in un isolamento volontario per dedicarsi esclusivamente all'espressione della sua potente vena poetica. I soli contatti che da allora intrattenne con gli amici furono per via epistolare.

     Il primo a riconoscere il suo genio fu Thomas Higginson, che tuttavia le consigliò di non pubblicare i suoi scritti poiché violavano le convenzioni letterarie del tempo. Dopo la morte di Emily Dickinson, fra le sue carte furono ritrovate quasi duemila composizioni, numerose in forma di frammento, delle quali soltanto sette erano state date alle stampe durante la vita della poetessa. Da questo materiale furono scelte le poesie che confluirono nella prima e fortunata raccolta del 1890. La prima edizione completa apparve nel 1955. Nel 1958 furono dati alle stampe tre volumi di lettere.

 

Le opere

 

     Scritte con ritmo spezzato, fatto di pause non meno che di parole, le sue poesie parlano di sentimenti ed emozioni piccole e grandi, comunicando forza e originalità, e lasciando spazio allo stupore e all’incertezza, per rompere i chiusi confini di quel mondo - il suo, ma anche il nostro - che aveva cercato, invano, di “intrappolarla nella prosa”, di impedirle di volare.

     Consapevole della sua “piccolezza”, ovvero di essere una donna senza potere né cultura in una società che richiede alle donne di essere angeli del focolare, Emily non si lasciò abbindolare dalle fandonie del mondo, raccolse la sfida al livello più alto e concepì un universo tutto per sé, un paradiso in terra, dove visse a dispetto di quel Dio per cui lei era “una bambina cattiva”.

     In lei la ribellione divenne grazia, l’ansia un continuo stimolo a gustare più pienamente la vita, la mancanza di certezze si fece slancio di libertà, l’eccesso, una necessità : “Ero così allegra che per me / l’arcobaleno era la norma / e i cieli vuoti / l’eccezione”.

     Su un gioco ritmico semplice, le sue poesie cantano dunque, il suo unico infelice amore con accenti di rimpianto per la passione, che non esplose, o sono dolci sommesse confessioni per le piccole gioie non avute. Solitaria, sensibilissima, la Dickinson espresse l'inquietante tormento della sua vita, la sottile erosione dell'animo che vibrò spegnendosi lungo il filo amaro di una rievocazione essenziale e perduta. Le sue liriche, spesso concentrate in pochi versi vigorosi e innovativi, presentano uno schema ritmico semplice e un lessico accessibile, ma la sintassi e la punteggiatura (ricorrente e caratteristico è il trattino) riesce a conferire alle parole di uso comune una ricca gamma di connotazioni.

     Le immagini e le metafore derivano tanto da un'acuta osservazione della natura quanto da una fantasia variegata nei contenuti e arguta nell'espressione, che rievoca i poeti metafisici inglesi del Seicento. La combinazione di temi di portata universale e originalità del sentire personale, accanto all'uso di forme poetiche familiari, avvicina le liriche della Dickinson all'opera del poeta inglese William Blake.

 

 

Questa è la mia lettera al mondo

 

Questa è la mia lettera al mondo

che a me non scrisse mai -

le semplici notizie che la natura disse -

con tenera maestà

 

Il suo messaggio è affidato

 a mani che non so  vedere -

per amore di lei - dolci - compatrioti -

giudicate - di me - teneramente

Emily Dickinson

 

Commento alla poesia

    

     Nella vita, la Dickinson si era tenuta lontana dal mondo, le appariva troppo diverso rispetto a come se l’era immaginato nella sua infanzia felice e la sua durezza e indifferenza, la spaventava. L’amore per la poesia le diede però la forza di reagire e di uscire dalla sua solitudine. Ed è in esso che si affida con tenerezza nell’essere giudicata.

     Il primo verso è un’apertura al mondo, segue l’amara rievocazione delle ragioni della propria solitudine e infine, nella seconda strofa, la poesia diventa la base su cui fondare il nuovo rapporto col mondo, avvertito ora, come una dolce e fraterna comunità a cui chiedere tenerezza e comprensione.

     La poesia è riuscita, quindi, là dove aveva fallito la vita. Essa ha dissolto il muro di incomprensione e di dolore che separava la Dickinson dagli altri e le ha permesso di scoprire una ricchezza di sentimenti su cui rifondare la sua esistenza.

    

Molta pazzia è divino buon senso

 

Molta pazzia è divino buon senso -

per un occhio avvertito -

molto buon senso - pura pazzia -

è la maggioranza

 in questo, come in tutto, a prevalere -

Di’ sì - e sei sano -

ribellati - subito sei pericoloso -

e ti trattano con catene -

 Emily Dickinson

 

I poeti non accendono che lampade

 

I poeti non accendono che lampade -

essi stessi - si spengono ...

 

Dopo il grande dolore, viene un sentimento composto -

i nervi siedono cerimoniosi, come tombe -

il cuore rigido si interroga se fu lui che soffrì,

e fu ieri, o quanti secoli fa ?

 

I piedi, meccanici, vanno in giro -

di terra, o aria, o altro -

una via di legno -

divenuti incuranti,

un appagamento di quarzo, come una pietra -

 

questa è l’ora di piombo -

ricordata, se si sopravvive,

come un congelato ricorda la neve -

prima il freddo - poi lo stupore - poi il lasciarsi andare.

Emily Dickinson

 

Non sapendo quando l’alba possa venire

 

Non sapendo quando l’alba possa venire,

apro ogni porta,

che abbia piume, come un uccello,

o onde, come il mare.

 

Portare la nostra parte di notte -

la nostra parte di aurora -

riempire il nostro spazio di felicità

il nostro spazio di dolore -

 

Qui una stella, e là una stella,

alcuni si perdono !

Qui una nebbia, e là una nebbia,

infine - il giorno.

Emily Dickinson

 

Jacques Prévert

 

La Vita e le Opere

 

     Jacques Prévert è il più amato dei poeti moderni presso le giovani generazioni. Nato il 4 febbraio 1900 a Neuilly - sur - Seine e morto a Ononville - la - Petite nel 1977.

     Prévert è il poeta della vita immediata, egli ci parla di un mondo palpabile, vero per la gente qualunque.  È per questo che è essenzialmente popolare. Qual è allora la vita e i temi della sua poesia ? Essi sono : l’infanzia, l’amore, il dolore, la guerra, gli animali, i poveri, la religione e le stagioni.

     Ingenua e maldestra, l’infanzia è per Prévert la sola età in cui è possibile risuscitare il mondo puro, non compromesso dalla meschinità e dall’egoismo degli adulti. Chiusi nell’universo concentrazionario della famiglia e della scuola, i bambini hanno ancora la capacità di sognare.

     L’amore, ecco forse solo l’amore ha il potere di farci ridiventare bambini. L’amore può presentarsi a noi in tante forme : c’è l’amore sognato, quello respinto, quello minacciato, quello votato al ricordo, quello felice e quello sventurato...Ciò che conta, secondo Prévert, è la sua intima forza rigeneratrice. Per Prévert l’amore non conosce mezze misure : è la scoperta che sconvolge l’esistenza, è la libertà che riedifica una vita soffocata dall’ipocrisia o immeschinita dalla volgarità. L’affermazione di questo amore è spesso volutamente provocatoria nei confronti della morale tradizionale. Quando l’amore “ libero “ si realizza, esso detta a Prévert visioni di travolgente forza vitale. Infine, esso è il solo che può spezzare, dentro di noi, la morsa stringente del dolore.

     Ma il dolore che Prévert canta in molte sue liriche è quel sentimento particolare che discende dallo sgomento del vivere e che sembra trovare sfogo, alternativamente, tra noia e angoscia. Questo sgomento, questa noia o angoscia nascono in noi dal costatare come la vita non sia che un’orribile ripetizione. Di fronte ad esso esistono però mali collettivi ancora più gravi come la guerra, la violenza e la religione. Contro di essi l’anarchico - pacifista Prévert scrive versi di commossa indignazione, consapevole com’è che la missione del poeta sia quella di parlare in nome degli innocenti e degli oppressi.

     Ateo e laico, Prévert ha per la religione la stessa diffidenza e orrore che per la guerra. Troppo spesso, a suo avviso, la religione accetta la stessa logica della violenza, la stessa gerarchia sociale. Sicché, la guerra e la religione sono l’oggetto dell’ironia sferzante di Prévert perché i poveri ne sono le vittime eccellenti. Da questa profonda solidarietà umana verso i deboli e i diseredati, nascono molte poesie di toccante semplicità.

     Gli animali e in primo luogo gli uccelli, simbolo della libertà, della fantasia e della capacità di sognare dell’uomo, cioè due dei modi attraverso i quali egli può, se vuole, sfuggire alla monotonia deprimente della quotidianità, occupano uno spazio importante nella sua produzione poetica.

     Infine, le stagioni nelle quali il poeta scopre quasi un loro monito morale, un patrimonio d’istinti e di affetti (la primavera come metafora dell’innocenza).

     La sua poesia è solo in apparenza semplice e immediata come la vita che vuole rappresentare, in realtà vi è un sotterraneo e faticoso lavorio di ricomposizione della realtà sulla pagina, fatta di manipolazioni di parole, di creazione di parole nuove, di calembours, del recupero del senso primario di certe parole e della combinazione dei suoni, attraverso le allitterazioni.  

 

Le foglie morte

 

Oh, vorrei tanto che anche tu ricordassi

i giorni felici del nostro amore

Com’era bella la vita

e come era più bruciante il sole

le foglie morte cadono a mucchi...

Vedi : non ho dimenticato

Le foglie morte cadono a mucchi

come i ricordi, e i rimpianti

e il vento del nord porta via tutto

nella più fredda notte che dimentica

Vedi : non ho dimenticato

la canzone che mi cantavi.

 

È una canzone che ci somiglia

Tu che mi amavi

e io ti amavo

E vivevamo, noi due, insieme

tu che mi amavi

io che ti amavo

Ma la vita separa chi si ama

Piano, piano

senza nessun rumore

e il mare cancella sulla sabbia

i passi degli amanti divisi

 

Le foglie morte cadono a mucchi

e come loro, i ricordi, i rimpianti

Ma il mio fedele e silenzioso amore

sorride ancora, dice grazie alla vita

Ti amavo tanto, eri così bella

Come potrei dimenticarti

Com’era più bella la vita

e com’era più bruciante il sole

Eri la mia più dolce amica...

Ma non ho ormai che rimpianti

E la canzone che tu cantavi

la sentirò per sempre.

 

È una canzone che ci somiglia

Tu che mi amavi

e io ti amavo

E vivevamo, noi due, insieme

tu che mi amavi

io che ti amavo

Ma la vita separa chi si ama

Piano, piano

senza nessun rumore

e il mare cancella sulla sabbia

i passi degli amanti divisi

 

I ragazzi che si amano

 

I ragazzi che si amano si baciano  

In piedi contro le porte della notte                                                                                                                                                                               I passanti che passano se li segnano a dito

Ma i ragazzi che si amano

Non ci sono per nessuno

E se qualcosa trema nella notte

Non sono loro ma la loro ombra

Per far rabbia ai passanti

Per far rabbia disprezzo invidia riso

I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno

Sono altrove lontano più lontano della notte

Più in alto del giorno

Nella luce accecante del loro primo amore.

 Jacques Prévert

 

Commento della poesia

 

     Di cosa ci parla questa poesia di Jacques Prévert ? Essa ci mostra due ragazzi che si amano e si baciano al tramonto e la gente che passa, vedendoli, li disapprova indignata, ma loro non notano nulla, non ci sono per nessuno, vivono esclusivamente nel loro primo amore.

     Perché l’amore tra due giovani deve essere schernito, disapprovato, come se fosse qualcosa di proibito o un delitto che non va commesso  e i giovani additati come criminali da condannare e combattere ?

     Forse perché i giovani hanno ancora il coraggio, che deriva dall’incoscienza o dall’innocenza dei loro anni, di manifestarlo liberamente, di viverlo come amore. E cos’è allora, l’amore di cui ci parla il poeta ? E’ l’amore che rigenera l’esistenza, è l’amore che acceca e rende unici e straordinari, è l’amore che crea un mondo e annulla gli altri, che rende invisibili e senza paura, è un amore che libera.

 

Cesare Pavese

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

 

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese 22 marzo 1950

 

Interpretazione

 

     La poesia si apre con l’immagine di una donna, che si guarda allo specchio la mattina e vede nei suoi occhi la vita spegnersi lentamente in solitudine, in un presente dominato dalla morte (“un vizio assurdo”), mentre al futuro è riservato sempre la “cara speranza” dell’amore e della vita. Ma per chi non si fa più illusioni, come il poeta, questa speranza è diventata ormai, solo un desiderio di morte, l’unica cosa autentica e vera rimasta in un mondo senza più sentimenti.

     Il poeta, allora, ne prende il posto e attende la morte, che verrà a liberarlo dal disamore con gli stessi occhi di lei: disperati e soli. I simboli della vita sono ora quelli della morte, non più considerata un male, ma una liberazione,mentre “il vizio assurdo” è diventato la vita senza più amore.

     L’inizio è di stampo profetico: “Tempus veniet”, Seneca. Segue il tema degli occhi, caratteristico della poesia d’origine petrarchesca e poi, l’invocazione alla speranza, che richiama alla mente certi luoghi leopardiani e di “A Silvia in particolare, versi 49 – 50: “Anche peria fra poco la speranza mia dolce, agli anni miei…”, dai quali Pavese riprende le parole “cara” e “speranza”.

     L’insistente impiego dei verbi al futuro mostra come per Pavese l’amore appartenga ad un tipo d’esperienza, che non è realizzabile nel presente, quel presente dominato dalla “morte” e dal “nulla” Se vita e morte appaiono congiunte indissolubilmente, solo la morte, venendo a mancare la vita, ormai ridotta ad inautenticità e sconfitta, potrà realizzare il perenne e insoddisfatto desiderio d’amore del poeta.

 

Prosa

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Questa morte che ci portiamo dentro

e che ci consuma la vita, come un vizio assurdo.

Ogni mattina quando su te sola ti pieghi

nello specchio, vedi nei tuoi occhi la tua solitudine.

O cara speranza d’amore

quando verrai, scopriremo anche noi che sei la morte

perché d’autentico e vero c’è rimasto soltanto lei.

Per tutti la morte ha un modo di venire, di guardare.

Quando verrà la mia morte, avrà la solitudine dei tuoi occhi.

Sarà allora, come smettere il vizio di vivere,

come vedere nello specchio,

affiorare il mio viso, che la vita ha spento,

come ascoltare bocche chiuse dal silenzio delle parole.

Scenderemo nel nulla, muti.

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, racconto

 

     Nel gennaio1950 all’inizio di quell’anno di cui non vedrà la fine, Pavese incontra a Roma le sorelle Dowling, due attrici americane, che sono venute a tentare la fortuna nel cinema italiano. Doris ha avuto un ruolo a fianco di Silvana Mangano in “Riso amaro” di Giuseppe De Santis, Constance ha due anni più di lei, ha interpretato ruoli in commedie musicali americane, esce da una relazione con Elia Kazan, che nelle sue memorie ne parla come della grande passione sessuale della sua vita.

     Pavese s’innamora di Constance, che gli cede. Annota nel suo diario il 16 marzo: ”Il passo è stato terribile, eppure è fatto. Incredibile dolcezza di lei, parole di speranza, le notti di Cervinia, le notti di Torino, è una ragazza, una normale ragazza, eppure è lei, terribile! Dal profondo del cuore non meritavo tanto.”

     Comincia la stesura delle “Due sorelle” e contemporaneamente scrive per Constance le poesie della sua ultima raccolta: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Ma in aprile la breve euforia è già svanita, Constance deve tornare negli Stati Uniti, a lungo gli fa sperare un ritorno sempre imminente, ma ne rimanda sempre la data. Pavese ne è addolorato, le scrive: “Carissima, non tornerai più a me, anche se rimetterai piede in Italia. Entrambi abbiamo qualcosa da fare nella vita, che rende improbabile che c’incontriamo di nuovo. Manco a parlarne di sposarti, come ho disperatamente sperato, ma la felicità è qualcosa che si chiama Jo, Harry o John, non Cesare.”

     Nel giugno di quello stesso anno, gli comunicano che gli è stato assegnato il Premio Strega per la “Bella estate”. Si reca a Roma, ma in assenza di Constance sempre negli Stati Uniti, è Doris che l’accompagna per ritirarlo. In luglio Pavese torna un’ultima volta a Santo Stefano e confida a Nuto, un suo amico d’infanzia, che aspetta una telefonata da Constance, cui ha chiesto di sposarlo:

“Pensaci ancora – gli dice Nuto – una donna straniera così strana come dici, non fa per te. Con tante belle ragazze semplici, che ci sono qui dalle nostre parti, proprio un’americana devi andare a sposare? Ti pentiresti presto.” Pavese gli risponde: “Non importa, lo so, durerà al massimo due anni, due anni in più da vivere.”

     La risposta è negativa. Annota nel suo diario: “Ci siamo, tutto crolla, lo stoicismo è il suicidio.” Tre mesi prima, mentre tutto andava bene tra lui e Constance, aveva già intuito, come si sarebbe concluso quest’ultimo tentativo:

“Non ci si uccide per amore di una donna, ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.”

     Il 26 agosto 1950, un sabato, Pavese lascia l’appartamento di Via La Marmora. Verso le due del pomeriggio prende il tram, che lo condurrà alla stazione. Arrivato lì, scende all’Albergo Roma, chiede una camera con telefono, gli danno la “43” al terzo piano in fondo al corridoio, non è rivolta sulla piazza della stazione, ma su una piazzetta laterale. In quest’ultimo fine settimana d’agosto, la maggior parte dei torinesi ha lasciato la città e quelli che sono rimasti, sono usciti al cinema o a ballare. 

     Quel pomeriggio Pavese non esce dalla camera, si fa portare un tè, poi chiede alla recezione un numero di telefono dietro l’altro.

     La sera dopo, domenica, verso le 20,30, siccome non ha dato segni di vita tutto il giorno, il padrone decide di far sfondare la porta. Pavese è steso sul letto, vestito, ha gli occhi chiusi, il volto disteso, sul lavandino le sedici bustine delle compresse, che ha ingoiato, un sonnifero, che prende da due anni. Sul davanzale della finestra una lettera bruciata, che si dissolve in cenere appena la si prende in mano.

 

“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono.

Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

Cesare Pavese

Franco D’Arco 10 gennaio 1999 

 

William Blake

 

Ascoltate la voce del bardo!

 

Ascoltate la voce del bardo!

che Presente, Passato & Futuro vede,

le cui orecchie hanno udito

la Parola Sacra

che ha camminato fra gli alberi antichi,

 

chiamando l’Anima caduta,

e piangendo nella rugiada della sera,

che potrebbe controllare

il polo stellato

e la caduta, caduta luce rinnovare !

 

“O Terra, o Terra torna !

Levati dall’erba coperta di rugiada ;

la notte è passata

e il mattino

si alza dalla massa addormentata.

 

Non voltarti più via :

perché vuoi voltarti via ?

Il pavimento stellato

la sponda d’acqua

ti sono donati fino all’inizio della giornata.”

William Blake

 

William Blake, il pensiero poetico

 

     “La natura della mia opera è visionaria e immaginativa...I Profeti non sono mai esistiti... Ogni uomo onesto è un Profeta...Un Profeta è un visionario, poiché vedendo le cause al di là degli effetti sa quando è giunta la pienezza del tempo... L’Immaginazione è il corpo divino in Ogni Uomo...Per me questo Mondo è tutta una sola Visione di Fantasia...La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza...Esuberanza è bellezza...Tutto ciò che vive è Sacro...Scoprire l’Infinito in ogni cosa... Senza Contrari non c’è progresso...L’eternità è innamorata dei prodotti del tempo...La follia è un labirinto senza fine...Un solo Potere fa il Poeta : l’Immaginazione, la Visione... La Poesia è Visione. “

Da i “Canti dell’esperienza”                                                                                                    

 

La prosa

 

Ascoltate la voce del bardo !

che Presente, Passato & Futuro vede,

le cui orecchie hanno udito

la Parola Sacra

che ha camminato fra gli alberi antichi,

 

chiamando l’Anima caduta,

e piangendo nella rugiada della sera,

che potrebbe controllare

il polo stellato

e la caduta, caduta luce rinnovare !

 

“O Terra, o Terra torna !

Levati dall’erba coperta di rugiada ;

la notte è passata

e il mattino

si alza dalla massa addormentata.

 

Non voltarti più via :

perché vuoi voltarti via ?

Il pavimento stellato

la sponda d’acqua

ti sono donati fino all’inizio della giornata.”

 

Ascoltate la voce del poeta ! Il profeta che nella visione,

vede il Presente, il Passato e il Futuro,

che ha udito, di persona, la sacra verità

e che già un tempo, inutilmente,

 

ha parlato all’umanità perduta,

ma essa non l’ha seguito,

egli può essere la guida

e rinnovare la luce che si à spenta

nello sterile cuore degli uomini !

 

O visione, Terra pura dell’inizio, mostrati, ritorna a noi !

Liberati dal tuo mantello d’erba,

coperto di rugiada ;

il mattino si ridesta  dal sonno informe,

l’epoca della decadenza è giunta alla fine.

 

E tu, uomo non volgere più il capo da un’altra parte :

ascolta la voce del poeta, perché guardi al passato,

quando ti parla di ciò che verrà ?

Il cielo stellato e il mare

ci sono stati dati sin della creazione del mondo,

ora dobbiamo ritrovare

la terra, quella che ci fu donata un tempo,

e che, per nostra colpa, perdemmo.

 

C’è una vecchia canzone dei Rolling Stones che fa cosi :

“ Dappertutto sento il suono

di gente che marcia che carica

perché l’estate è qui e il momento è giusto

per combattere nella strada, ragazzo.

Ma che cosa può fare un povero ragazzo

tranne il solito vecchio rock and roll,

la sonnolenta città di Londra non è

il posto giusto per un guerrigliero “.

 

     Per William Blake vissuto pure lui a Londra, con Pitt e Wellington, non c’era molto altro da fare che avere visioni e dipingere e scrivere e cantare. Fu considerato un pazzo o, nel migliore dei casi, un eccentrico. Per molto tempo dimenticato, o ricordato con uno o due liriche in un’antologia, o venerato come maestro da cerchie di iniziati (Yeats ).

 

Le Porte della Creazione

 

Se le porte della percezione fossero purificate

ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è,

infinita.

Poiché l’uomo ha talmente rinchiuso se stesso

da vedere tutto

soltanto attraverso le strette fenditure della sua caverna.

William Blake

 

Sono andato al Giardino dell’Amore

 

Sono andato al Giardino dell’Amore,

e ho visto quello che non avevo visto mai ;

una Cappella era costruita lì in mezzo,

dove io giocavo sul prato.

 

E le porte di questa Cappella erano chiuse,

e “ Tu non devi “ scritto sulla porta ;

così mi volsi verso il Giardino dell’Amore

che tanti dolci fiori portava ;

 

e vidi che era pieno di tombe,

e pietre tombali dove dovevano essere i fiori ;

e Preti in nere vesti andavano attorno,

e circondavano con rovi le mie gioie & piaceri.

William Blake

 

La vita

 

(Londra 1757-1827), poeta, pittore e incisore britannico, autore di una forma originale di poesia visionaria illustrata. Con il suo rifiuto degli ideali illuministici, Blake è considerato fra i precursori del movimento romantico. Figlio di un commerciante londinese, autodidatta, lesse il mistico tedesco Jakob Böhme e il teosofo svedese Emanuel Swedenborg. In gioventù studiò disegno. Entrato alla Royal Academy, si trovò presto in conflitto con le teorie estetiche del presidente Joshua Reynolds, sostenitore del gusto neoclassico.

 L’opera poetica

 

     Blake è conosciuto per i Canti dell'innocenza (1789) e i Canti dell'esperienza (1794).Al centro della sua poetica sta il potere creativo dell'immaginazione, che plasma l'esperienza umana, permettendo di conquistare un'innocenza autentica altrimenti irraggiungibile. Tra i "libri profetici", opere in versi composte a partire dal 1789, in cui Blake espresse la sua condanna della tirannia politica e sociale del XVIII secolo, si ricordano La rivoluzione francese (1791), America (1793), Le visioni delle figlie di Albione (1793), Europa (1794) e anche un'opera in prosa, Il matrimonio del cielo e dell'inferno (1790-1793), in cui Blake cercò di conciliare le antinomie della vita. Nei grandi poemi visionari composti e illustrati fra il 1804 e il 1820: Milton (1804-1808), Vala, o i quattro Zoas (1797-1800) e Gerusalemme (1804-1820), rinunciò a ogni modello tradizionale tanto nella metrica e nello stile quanto nello sviluppo narrativo e nel tratteggio dei personaggi.

 

Blake illustratore e incisore

 

     Blake illustrò le due raccolte dei suoi Canti con incisioni originali, ottenute con una tecnica tuttora in parte oscura, che creano un rapporto complesso e suggestivo tra parola e immagine. Come per la poesia, anche l'arte grafica di Blake si opponeva alle convenzioni del XVIII secolo.

 

Dylan Thomas

 

La vita e le Opere

 

     Thomas, Dylan (Swansea, Galles 1914 - New York 1953), poeta britannico, la cui opera poetica, narrativa e teatrale è fortemente legata alle sue radici gallesi. Conclusi gli studi nel 1931, nel 1934 si trasferì a Londra, dove nello stesso anno pubblicò la raccolta poetica d’esordio, Diciotto poesie (1934. Questo primo volume, seguito da Venticinque poesie (1936) e La mappa dell’amore (1939), rivela la predilezione di Thomas per un linguaggio vivido e intimo, in cui l’effetto sonoro delle parole non ha minore importanza del loro significato.

     Benché a tratti oscura per gli elementi visionari e di suggestione surrealistica che contiene, la sua opera giovanile anticipa i temi della sessualità, della morte, della religione e della redenzione che avrebbero caratterizzato tutta la poesia di Thomas. Molte poesie raccolte in Morti ed entrate (1946) attingono alle esperienze di vita che segnarono lo scrittore durante il conflitto mondiale.

     Meno votate all’introspezione rispetto alle prime poesie, questa raccolta e Nel paese del sonno (1951) sono di solito considerate le opere più riuscite dell’autore. Tra le altre si ricorda l’insieme di bozzetti autobiografici Ritratto dell’autore da cucciolo (1940).

 

I loro volti splendevano sotto il misto chiarore

 

I loro volti splendevano sotto il misto chiarore

Della luce lunare e della lampada

Che dava un senso ai loro vuoti baci,

E trasformava l’isola di quell’amore da due soldi

In un paese sontuoso, le tombe accanto a loro

In pozzi di calore.

Per pochi istanti

I loro volti splendettero, la pioggia notturna

Pendeva appuntita nel vento,

Prima che la luna si spostasse e la linfa esaurisse,

Lei nel vestito dozzinale dicendo cose dozzinali,

Lui rispondendo,

Senza sapere che il raggio era venuto e passato,

I suicidi sfilano ancora, ora maturi per morire.

Dylan Thomas, Poesie inedite

 

Charles Baudelaire

 

Il viaggio

 

I veri viaggiatori partono per partire ;

cuori leggeri simili a palloni,

mai cercano di sfuggire al loro destino,

e, senza sapere perché, dicono sempre : Andiamo !

Sognando... voluttà vaste, multiformi, sconosciute, ...

Oh stupefacenti viaggiatori !... Mostrateci... le vostre visioni...

E’ una sapienza amara quella che si ricava dal viaggio !...

Se puoi restare, resta ; parti, se necessario....

e inebriarti della dolcezza strana di questo pomeriggio che non avrà mai fine !...

E’ ora !..Salpiamo... Per trovare il nuovo nel grembo dell’Ignoto !

 Charles Baudelaire

 

La vita

 

Nato nel 1821, trascorse quasi tutta la sua vita a Parigi dove vi morì nel 1867. La sua raccolta di poesie, “I fiori del male” fu pubblicata nel 1857.

 

La poesia e le opere

    

     Baudelaire si sente un esiliato, un estraneo, nel mondo in cui è costretto a vivere e questa coscienza di diversità ed estraneità approda a un senso profondo di stanchezza ( spleen ) o ad un atteggiamento di rivolta a cui inesorabilmente, subentra la frustrazione. Le terre da cui si è esiliati ( l’infanzia, un ideale di una vita piena ed integra ) non sono però raggiungibili benché continuamente sentite e cercate, non resta, quindi che l’aspirazione alla bellezza e all’arte ( poesia ) ; l’oblio della propria disperata condizione, il sogno di nuovi paradisi, che ripaghino almeno di ciò da cui si è esiliati ( i paradisi artificiali della droga o di qualsiasi altra sollecitazione che permetta di abbandonarsi a nuove sensazioni ). Oppure il vagheggiamento di partire ( in senso proprio o simbolico ), di andare lontano verso nuove albe, verso ciò che è diverso, insolito, sottraendosi così alla trama dei tristi giorni già scontati in partenza. “ Tuffarsi in fondo all’abisso, toccare il fondo dell’Ignoto per trovarvi il nuovo”.

 

Gli sviluppi

 

     Da un lato egli è il profeta e l’iniziatore di una nuova poesia, che ripudia l’oggettivo e affonda le sue radici nell’ineffabilità e nel misticismo dei sensi; ma dall’altro egli crea una poesia, che non concede nulla all’arbitrario e all’informe e che fa del rigore espressivo e della consapevolezza i suoi canoni irrinunciabili.

     La prima tendenza, con la riscoperta dell’individuo e l’assoluta priorità dell’io, sarà approfondita da Verlaine, Rimbaud e Mallarmé. La seconda sarà ripresa invece dai “parnassiani”, che la realizzeranno come ritorno al realismo e al classicismo.

 

Il viaggio estatico

 

Le cause ;

il fine ;

la visione ;

la nuova conoscenza ;

il congedo.

 

La struttura della poesia

 

Perché si parte?

 

1.   Per la voglia di scoprire nuovi mondi ;

2.   per rancore ;

3.   per amari desideri ;

4.   per sfuggire una patria ignobile ;

5.   per l’orrore della propria nascita;

6.   per una donna, per un amore tradito, finito o per non cedere alla sua schiavitù;

7.   “ Ma i veri viaggiatori partono per partire, mai cercano di sfuggire al loro destino. “

 

Qual è la forza, il demone che ci guida nel viaggio? 

 

1.   La curiosità;

2.   la speranza ;

3.   la ricerca della meta del viaggio, ma essa è sempre più in là, si sposta continuamente, è un miraggio, una chimera, un prodotto della nostra fantasia.

 

L’invito del lettore al poeta a mostrargli la visione, a raccontargli cosa ha visto nel viaggio:

 

     E voi viaggiatori raccontateci le vostre storie. Mostrateci le vostre visioni perché ci distraggano dalle nostre prigioni quotidiane. Dite, che avete visto ?

 

La visione:

 

1.   i paesaggi fisici che non sono riusciti a vincere la noia : stelle, oceani e deserti ;

2.   i paesaggi della civiltà : città, grandiosi paesaggi, arcani sortilegi e mai che il desiderio si acquietasse perché ” è bello solo ciò che è lontano “ ;

3.   paesaggi esotici e orientaleggianti.

 

E poi, ancora ? L’eterno peccato:

 

1.   la donna schiava delle sue passioni e della sua vanità, vile, stupida e presuntuosa ;

2.   l’uomo tiranno, ingordo, vizioso, duro e cupido ;

3.   il boia che gode ;

4.   il festino finito in tragedia ;

5.   il veleno del potere che logora il despota ;

6.   il popolo innamorato della frusta abbrutente ;

7.   le religioni che si crogiolano nella voluttà ;

8.   l’umanità che nella sua agonia maledice il suo Dio e il suo simile ;

9.   e i meno sciocchi rifugiarsi nella demenza dell’oppio pur di sottrarsi al gregge.

 

Qual è la nuova conoscenza che si acquista nel viaggio?

 

     Il viaggio rivela sempre la stessa immagine del mondo nel tempo come nello spazio : esso è un unico deserto di noia (ennuì).

     Si fugge, si va via per ingannare il tempo, il vero nemico, ma è inutile. Alla fine, esso ci afferra e ci conduce nell’ultimo viaggio incontro alle tenebre. La sua voce suadente ci inviterà a mangiare il loto fragrante, a cogliere i frutti della nostra ultima vendemmia ( “ di questo pomeriggio che non avrà mai fine “ ). Dunque, la sapienza a cui perviene il viaggio è che tutto è noia e ad essa non si può sfuggire, come non si può ingannare il tempo ( la sua misura ) perché esso arriverà inesorabile e ci condurrà nel nostro ultimo viaggio verso l’Ignoto, la morte.

 

Il congedo, la scelta dell’Ignoto

 

     Il racconto è finito, ma chi ha ascoltato, ora si lascia andare all’ebbrezza della visione e decide di partire, di accogliere l’invito, come ” I veri viaggiatori “, che “partono per partire - e - mai cercano di sfuggire al loro destino... Versaci il tuo veleno... vogliamo... tuffarci in fondo all’abisso... Per trovare il nuovo nel grembo dell’Ignoto ! “

     Solo la morte, dunque sfugge alla noia perché è in grado di offrire veramente il nuovo, l’Ignoto.

 

Commento della poesia

 

Si parte per sfuggire alla noia,

ma alla fine del viaggio si scopre che il mondo ne è totalmente avvinto.

Resta un solo rimedio :

cercare il nuovo nell’Ignoto,

nel suo grembo caldo e accogliente,

come quello della grande madre Terra,

nel quale gli uomini vi vengono sepolti

e a cui ritornano nell’ultimo vero viaggio della loro vita.

Baudelaire ci invita, dunque all’unico evento nuovo e ignoto della vita,

la nostra morte.

 

Stefano Benni

 

Lisa

 

Io cammino a occhi chiusi

sognando la riva del mare

e ho piccoli piedi per fuggire.

Vorrei cambiare ogni ora

ma non chiamatemi incostante,

ho bisogno di andare via e di restare.

Amo il silenzio,

che separa le parole

non quello che vien dopo,

come ciò che so del mondo

e dormire tra le tue braccia,

sentirti parlare

e vorrei che scrivessi

di me su tutti i muri,

ma non so dove andare

questa sera, nel buio

e non so dove trovarti.

Stefano Benni & Franco D’Arco

 

Il Poeta

 

Il poeta è un uccello

che becca le parole

sotto la neve del normale,

viene sul davanzale

e scappa, impaurito

se lo vuoi catturare.

Il poeta ha qualcosa nello sguardo

che tu dici : è un poeta.

E’ scontroso, ombroso: guai chiamarlo poeta, 

è una cometa

che annuncia un mondo nuovo

e ha nella parola

tutta intera la rabbia del mondo.

Il poeta è sincero, biondo

e sempre suicida.

Il poeta è una sfida alla banalità del mondo,

poi, un giorno va via

in un’isola lontana

e lascia un gran vuoto

nella poesia,

la sua.

Stefano Benni & Franco D’Arco

 

Vita e Opere

 

     Benni, Stefano (Bologna, 1947- ) scrittore e giornalista satirico italiano, (collaboratore di quotidiani come “il Manifesto” e di mensili come “Linea d’ombra”). L’esordio letterario avvenne con Bar Sport (1976), in cui è ritratta con il gusto della deformazione caricaturale la tipica umanità da bar, dal professore alcolizzato al giocatore di flipper, all’appassionato di calcio. La tribù di Moro Seduto (1977) è un libro di impianto decisamente satirico, mentre le prime poesie sono raccolte in Prima o poi l’amore arriva (1981), un libro di divertenti esempi di parodia in versi.

     Ma il successo giunse soprattutto con i successivi romanzi e racconti. Ai romanzi appartengono Terra! (1983), Comici spaventati guerrieri (1986), La compagnia dei Celestini (1992) ed Elianto (1996); ai racconti Il bar sotto il mare (1987) e L’ultima lacrima (1994).

 

Alda Merini

 

Marina cara

 

Marina cara,

la giovinezza ti lambisce le spalle

ed è onerosa come la poesia :

portare la giovinezza

è portare un peso tremendo,

sognare fughe e fardelli d’amore

e amare uomini senza capirne il senso.

Il divario di una musica

il divario della tua fantasia

non possono che prendere spettri,

perciò ogni tanto te ne vai lontana

in cerca di una perduta ragione di vita

in cerca certamente della tua anima.

Alda Merini

 

Vita e opere

 

     Nasce a Milano nel 1931. Intorno ai quindici anni scrive le prime poesie. Nel 1953 pubblica il primo volume di versi, La presenza di Orfeo. Il manifestarsi di una malattia mentale la costringe al silenzio. Le poesie in cui confluiscono queste esperienze vengono raccolte e pubblicate nel 1984 con il titolo La Terra Santa. Della sua produzione recente vanno ricordate la raccolta Ballate non pagate ( 1995 ) e, in prosa, L’altra verità, Diario di una diversa ( 1986 ) e Il tormento delle figure ( 1990 ).Nelle sue poesie  Alda racconta il suo mondo dorato, lacerato dal dolore, ma ancora vivo di emozioni e di sentimenti nobili e sinceri. I temi della sua opera sono quelli della poesia: l’amore, la follia, la morte, la poesia, la giovinezza, la vita, la fede cercata e perduta, i sogni.

 

Allen Ginsberg

 

Urlo

 

Ho visto le menti migliori della mia generazione

distrutte dalla follia,

trascinarsi per strade all’alba,

 lasciando una scia di ambigue cartoline.

Giravano e giravano tra i binari morti

chiedendosi dove andare e andavano,

senza lasciare cuori spezzati

e scomparivano nelle ceneri di poesie sparse,

dimenticati tra la foschia spettrale

e l’ultima porta chiusa,

nient’altro che un pezzetto di speranza nell’allucinazione

per ricreare la povera prosa umana.

Battuti & sconosciuti,

ma dicendo qui

ciò che si potrebbe

lasciar dire nel tempo dopo la morte

1956

Juxebox all’idrogeno.

Allen Ginsberg & Franco D’Arco

 

Vita e opere

 

     1926 – 1998 Opere: Urlo e Altri Poemi, 1956, Kaddish  e Altri Poemi, 1961, La caduta dell’America, 1973 e Minds Breatts, 1977.Dietro il suo “ Urlo “ affiora il ribellismo misticheggiante di Blake e le influenze più ravvicinate di Whitman, di Pound e di Williams.La sua poesia denuncia l’autoritarismo di un sistema che minaccia di divenire devastante.

     È il momento della beat generation, delle rivolte giovanili degli anni della guerra in Vietnam e della musica come strumento di lotta e di liberazione e Ginsberg trasforma la sua poesia in testi musicali e i versi in incantamenti.

     Ma già a metà degli anni Settanta il Movimento tende però ad esaurirsi, il grande sogno comunitario si frantuma, facendo precipitare nuovamente gli Stati Uniti nell’apatia e nell’individualismo degli anni Cinquanta, proprio come il poeta aveva profetizzato nella “Caduta dell’America” e prima ancora in Urlo.

 

Vita e Opere

 

     Allen Ginsberg, (Newark, New Jersey 1926 - New York 1997), poeta statunitense, considerato il portavoce della beat generation degli anni Cinquanta. Riallacciandosi alla tradizione di Walt Whitman e William Carlos Williams, usò nei versi toni informali, discorsivi e immediati che, insieme al trattamento esplicito delle tematiche sessuali e al richiamo alle religioni orientali, ne fecero, per quegli anni, una figura trasgressiva. Fra le sue raccolte poetiche sono da citare Urlo (1956), un'accusa rabbiosa contro le false speranze e le promesse mancate dell'America, Kaddish (1961) e La caduta dell'America (1972).

 

La Beat Generation

 

     Come era accaduto dopo il primo conflitto mondiale, anche nei primi anni del secondo dopoguerra alcune ristrette fasce sociali sentono l’esigenza di liberarsi dalle tradizioni moralistiche e dalle regole dei padri, esercitando forme di contestazione totale, sia nel pensiero che negli stili di vita. La Beat generation (così sarà chiamata questa generazione) è caratterizzata da atteggiamenti ostinatamente ribelli, anticonformisti, asociali, influenzati dall’esistenzialismo e da filosofie orientali come lo zen.

     I beat e i loro seguaci introducono l'uso delle droghe (allucinogeni, hashish e marijuana) nella cultura occidentale. Ritengono infatti che l'uso di sostanze che alterino la percezione avvicini l'uomo all'esperienza del trascendente e lo liberi dai legami con lo squallore e i vizi del presente..

     I luoghi dove il movimento beat prende forma e si sviluppa sono l’Università di Berkeley, in California, alcuni quartieri di New York, ma soprattutto le città della costa orientale americana, San Francisco e Los Angeles.

     La condizione di ribellione quotidiana alla società contemporanea si riflette nella produzione artistica e letteraria. Nell’ambito di questa nuova cultura, un gruppo di giovani autori si fa luce con un nuovo genere di libri, ispirati agli hippies e alla ribellione. Sono gli scrittori David Sailinger, Jack Kerouac e William Burroughs e i poeti Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti.

Franco D'Arco

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Indice

 

La Poesia

·        La Poesia è una scintilla di rivelazione

·        Una letterature del dolore e della vita

·        Emozioni & Poesia

 

Walt Whitman

·        Oh me, oh vita!

·        O Capitano, mio Capitano

·        La vita e le Opere

 

Henry David Thoreau

·        L’Attimo fuggente

·        Analisi

·        Interpretazione

 

Orazio

·        Carpe Diem

·        La vita e le Opere

 

Edgar Lee Masters

·        La vita e le Opere

·        L’Antologia di Spoon River

·        La poesia

·        George Gray

 

Emily Dickinson

·        La Vita e le Opere

·        Questa è la mia lettera al mondo

·        Commento

·        Molta pazzia è divino buonsenso

·        I poeti non accendono che lampade

·        Non sapendo quando l’alba possa venire

 

Jacques Prévert

·        La Vita e le Opere

·        Le foglie morte

·        I ragazzi che si amano

·        Commento

 

Cesare Pavese

·        Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

·        Interpretazione

·        Prosa

·        Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, racconto

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William Blake

·        Ascoltate la voce del bardo

·        William Blake, il pensiero poetico

·        La prosa

·        Le Porte della Creazione

·        Sono andato nel giardino dell’amore

·        La vita e le opere

·        Blake incisore

 

Dylan Thomas

·        La vita e le opere

·        I loro volti splendevano sotto il misto chiarore

 

Charles Baudelaire

·        Il viaggio

·        Il viaggio estatico

·        La vita e le opere

·        Commento

 

Stefano Benni

·        Lisa

·        Il Poeta

·        Vita e opere

 

Alda Merini

·        Marina cara

·        Vita e opere

·        I temi della sua poesia

 

Allen Ginsberg

·        Urlo

·        Vita e opere

·        La Beat Generation

 

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