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La Poesia è una scintilla di rivelazione
La poesia ci invita a superare i vincoli e le
ristrettezze del vivere quotidiano, dando voce ai desideri, all’immaginazione
e alla vita e a non essere prigionieri
delle nostre indecisioni, ma ad osare perché una vita senza senso è
condannata all’inquietudine. Chi non si accontenta di quello che
trova, ma vuole un’esistenza diversa, incontra nella poesia la forza che, liberando le sue emozioni e la sua
sensibilità, lo mette in condizione di ascoltare veramente se stesso e di
trovare la propria ispirazione. In
questo modo, la poesia, mostrando
le emozioni che rendono bella la vita e
che ispirano i poeti, accresce la sensibilità e rende migliori le persone. Sulle sue porte sono incise due parole:
dolore e desiderio. La poesia apre queste porte quando dà forma alle sue
opere perché essa è “sensibilità” in primo luogo verso se stessi e poi, per
riflesso, verso gli altri. Ma la sensibilità è uno scuotimento,
un’eccitazione dei sensi, un acutizzarsi della visione e della capacità di
sentire dell’individuo, paragonabile all’effetto che hanno il desiderio e il
dolore sui nostri sensi e sui nostri equilibri mentali. Il desiderio però, a
differenza del dolore, ha un oggetto e quindi circoscrive la nostra
sensibilità, indirizzandola verso il suo appagamento. Il piacere, infatti, è
il rilassamento della nostra sensibilità eccitata, il raggiungimento del suo
stato di quiete, che si ottiene ogni volta che il desiderio viene
soddisfatto, estinto. Questa è la ragione per cui quando si ama non si scrivono
poesie perché esse vengono solo in assenza dell’amore o come conseguenza
della sua sofferta povertà e del suo inestinguibile desiderio. I poeti, anche quando sono disperati ci
aiutano perché il loro dolore è una forma estrema di consolazione, di sublimazione,
è come se mettessero in scena la propria morte e il farlo li libera da essa e
li salva. Il dolore è l’energia repressa, che
provoca sofferenza. La poesia rivelandolo, dà sfogo alla pena, ma solo
conoscendone le cause, cioè il conflitto che l’ha provocato (i temi della
poesia) e modificando la propria personalità, si può davvero superare la
crisi. Walt Whitman
Oh
me, oh vita ! Domande
come queste mi perseguitano, infiniti
cortei d’infedeli, città
gremite di stolti, che
vi è di nuovo in tutto questo, oh
me, oh vita ! Risposta Che
tu sei qui, che
la vita esiste e l’identità, Che
il potente spettacolo continui, e
che tu puoi contribuire con un verso. Walt
Whitman Walt Whitman, 1819 - 1892, è autore di una sola, anche se vastissima raccolta di
poesie, “Foglie d’erba“. Profeta della nuova cultura americana, poeta dell’io
e dell’uomo in cerca di identità, ha dedicato l’intera sua vita all’impegno
civile, agli ideali della giustizia, della democrazia e alla conoscenza
dell’animo umano. La sua voce impetuosa e audace è una continua fonte
d'ispirazione per le generazioni a venire. Leggere Whitman è sempre
un’esperienza vitale. Un uomo si guarda intorno e non vede
che stupidità e atteggiamenti volgari sul volto della gente. Tutto quello che
ha di più caro è ignorato nella mischia assurda, che lo circonda. Si sente un
ospite non invitato, un passeggero clandestino. “Se questa è la vita - pensa
– "che senso ha viverla, è solo uno spreco, nulla di buono o di nuovo,
meglio sarebbe andare via su un’isola lontana, farla finita“. E la poesia gli
risponde: “No ! La vita ha un senso perché tu sei qui ed è la tua
esistenza a contribuire al suo spettacolo. “ O Capitano ! Mio Capitano ! O
Capitano ! Mio Capitano ! Il
viaggio è finito, la
nave ha superato ogni pericolo. Il
porto è ormai vicino. O
Capitano ! Mio Capitano ! Alzati
a sentire le campane.. E’
un sogno duro questo. Il
mio Capitano non risponde, esangui
e immobili le sue labbra, non
sente il mio braccio, non ha battiti, volontà
il suo cuore. La
nave è all’ancora, sana e salva, il
viaggio è finito. O
Capitano ! Mio Capitano ! Ci
mancherà il tuo sguardo, la
tua parola, il
tuo gesto sicuro, ora
che la meta è raggiunta. Walt
Whitman & Franco D’Arco Walt Whitman (Long Island, New York 1819 - Camden,
New Jersey 1892), poeta statunitense, il maggiore del XIX secolo. Ruppe con la tradizione poetica
precedente, esercitando un influsso determinante sul pensiero e la
letteratura americani, in particolare sull'opera d’autori come Hart Crane,
William Carlos Williams, Wallace Stevens e Allen Ginsberg. Nato da
una famiglia numerosa di condizioni modeste, Whitman lasciò la scuola ad
undici anni e lavorò prima come apprendista tipografo e poi, dopo aver
studiato da autodidatta, come insegnante e direttore di giornale. Nel 1839 si
trasferì a New York, dove esordì come autore con componimenti e racconti di
scarsa originalità, scritti per riviste popolari. Per due anni diresse il "Brooklyn
Eagle", organo dei democratici di New York, che poi dovette lasciare per
la sua adesione al Free-Soil Party. Dopo
essersi guadagnato da vivere per anni con le più svariate occupazioni, si
concentrò esclusivamente sull'attività letteraria. Durante la guerra di
Secessione, Whitman fu infermiere negli ospedali militari di Washington,
città dove, ottenuto un impiego governativo, rimase fino al 1873, quando un
attacco di paralisi lo costrinse a trasferirsi col fratello a Camden.
Intanto, nel 1871, erano uscite le Prospettive democratiche, oggi considerato
un classico della scienza politica. Giorni rappresentativi e altre prose
(1882-83) contiene ricordi e descrizioni degli anni della guerra e
dell'assassinio di Abraham Lincoln, oltre ad appunti sulla natura, scritti in
età più avanzata. Le opere Whitman è
noto soprattutto per un'unica, ampia raccolta di poesie. La prima delle
numerose edizioni di Foglie d'erba
uscì nel 1855; per il contenuto scandaloso, che celebrava il corpo e
glorificava i sensi, l'autore dovette pubblicarla a sue spese. Si trattava di
dodici poesie, ciascuna intitolata Leaves of Grass e tutte composte di
innovativi versi lunghi, cadenzati e non rimati. In una lunga prefazione
l'autore, del quale sul frontespizio non compariva il nome ma un ritratto,
annunciava una nuova letteratura democratica, scritta da un poeta di stampo
nuovo. Il
componimento più lungo è quello che poi si sarebbe intitolato Canto di me stesso, visione di un io
poetico che, rapito dai sensi, idealmente abbraccia tutti e ogni luogo
dall'Atlantico al Pacifico. Incoraggiato dagli elogi dell'eminente filosofo e
poeta Ralph Waldo Emerson, Whitman elaborò velocemente una seconda edizione
di Foglie d'erba (1856), con aggiunte e revisioni. Nella terza (1860), la
poesia assunse una struttura più allegorica. Rulli di tamburo (1865),
inserita nell'edizione del 1867, riflette la consapevolezza maturata da
Whitman sul significato della guerra di Secessione e la speranza di una
riconciliazione tra Nord e Sud. Questa stessa edizione conteneva inoltre la
grande elegia per la morte di Abraham Lincoln e il suo componimento più
famoso, O capitano! Mio capitano!. La versione finale della raccolta poetica
è del 1892, anno della morte di Whitman. Henry
David Thoreau
perché
volevo vivere con
saggezza e profondità e
succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare
tutto ciò che non era vita ! E
non scoprire, in
punto di morte, che
non ero vissuto. Henry David Thoreau 1.
Allontanamento dalla
famiglia, fine dell’età dell’innocenza e inizio dell’adolescenza ; 2.
boschi, ingresso nel
mondo, per vivere la propria vita, e trovare la propria identità, la propria
via ; 3.
per migliorare se stesso,
crescere e maturare, rinascere a nuova vita, quella adulta ; 4.
e vivere il meglio della
vita, intensamente, senza sprecare nulla, perché ogni attimo è la vita intera
e va vissuto come se fosse l’unico ; 5.
e lottare contro tutto
ciò che non è vita : la morte, il conformismo, la noia, la stupidità,
l’ipocrisia, l’egoismo, la meschinità, l’odio...; 6.
per non scoprire, alla
fine, di non essere vissuto, di avere sprecato la propria esistenza con tutto
ciò che non era vita. Cos’è la vita ? La vita è saggezza, conoscenza,
pienezza, intensità, profondità. cioè originalità, unicità, autenticità,
libertà. “Avranno atteso finché non è stato
troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale...Cogliete
l’attimo, rendete straordinaria la vostra vita”. Osare,
andare incontro alla vita perché nella vita si scopre se stessi. 1.
Andai nel mondo ; 2.
perché volevo vivere il
meglio della vita fino in fondo e in piena coscienza ; 3.
e battere tutto ciò che
me lo impediva e che non lo era. 4.
Per non scoprire, in
punto di morte, di aver sprecato l’unica occasione che avevo : la mia
vita. La vita è
straordinaria perché è la nostra unica occasione e non va sciupata, ma
vissuta al meglio : “ Succhiare tutto il midollo della vita “. Abbiamo
un’unica occasione per vivere, cerchiamo di non sprecarla, come accade quando
ci lasciamo sopraffare da ciò che non lo è : osare, avere coraggio, ed
essere noi stessi. Cos’è la
vita ? È vivere
sapendo che domani non ci saremo più. E, quindi, perché rimandare quando è
ora che esistiamo? Dunque, vivere la nostra unica occasione come
straordinaria, poiché non si ripeterà e viverla con saggezza, sapendo cos’è
la vita. Henry David Thoreau (Concord, Massachusetts 1817-1862), scrittore e filosofo
statunitense. Fu tra massimi interpreti del pensiero trascendentalista. Dopo
gli studi alla Harvard University e un breve periodo dedicato
all'insegnamento, Thoreau visse dal 1841 al 1843 nella casa di Ralph Waldo
Emerson, dove conobbe altri trascendentalisti, fra i quali il filosofo e
pedagogista Amos Bronson Alcott e i due riformatori sociali e critici
letterari Margaret Fuller e George Ripley. Due anni dopo andò a vivere in una
capanna sulle rive del laghetto di Walden, presso Concord, e vi rimase fino
al 1847. Durante questo soggiorno si mantenne con svariati lavori manuali,
dedicandosi intanto allo studio della natura, alla riflessione filosofica e
alle letterature classiche e moderne. Sebbene sia stato un autore prolifico,
soltanto una parte della sua opera fu pubblicata mentre era ancora in vita:
alcune poesie, che comparvero sul periodico trascendentalista "The
Dial"; Una settimana sui fiumi
Concord e Merrimack (1849),
resoconto di una gita fluviale col fratello, dove allo studio della natura si
affianca la speculazione metafisica; e la sua opera più famosa, Walden o vita nei boschi (1854), che,
oltre a registrare gli avvenimenti più significativi dell'esperienza a
Walden, presenta in modo chiaro e diretto le ragioni della scelta dell'autore
a favore della vita contemplativa. Di notevole valore letterario sono il
diario, pubblicato postumo, e i saggi. Tra questi, il più celebre è Disobbedienza civile (1849), nato
dalla posizione di dissenso di Thoreau nei confronti di un governo che
consentiva lo schiavismo ed era coinvolto nella guerra messico - americana.
In questo saggio pose le basi teoriche della resistenza passiva, la forma di
protesta poi adottata da Gandhi come tattica contro gli inglesi, così come
dagli afroamericani per combattere la segregazione razziale negli Stati
Uniti. Orazio
O vergine
cogli l’attimo che
fugge. Cogli
la rosa quando è il momento, che
il tempo, lo sai, vola, e
lo stesso fiore che sboccia oggi, domani
appassirà. Orazio Quinto Orazio Flacco
(Venosa 65 - Roma 8 a.C.), poeta lirico e satirico, tra i
principali esponenti della letteratura latina di età augustea. Figlio di un
esattore delle aste pubbliche e piccolo proprietario terriero di origine
servile, fu educato a Roma e ad Atene, dove studiò la filosofia e la poesia
greca all'Accademia. Poco dopo l'assassinio di Giulio Cesare nel
44 a.C., si unì a Marco Giunio Bruto, uno dei congiurati, che lo nominò
tribuno militare, al comando di un'intera legione. La sconfitta dell'esercito
repubblicano a Filippi nel 42 a.C., a opera delle forze congiunte di Marco
Antonio e Ottaviano, fu un duro colpo per Orazio che si trovò esposto alla
vendetta politica e privato dei beni di famiglia. Tuttavia, grazie
all'amnistia concessa da Ottaviano, Orazio poté fare ritorno a Roma. In quegli
anni cominciò a scrivere versi. Orazio scrisse satire, epodi, odi ed
epistole. Le Satire (il primo libro
fu pubblicato nel 35 a.C.; il secondo nel 30 a.C.) prendono spunto
dall'opera di Lucilio e hanno forma di dialoghi in esametri: in esse Orazio
dispiega il suo intento morale il cui fine è colpire, con ironia quasi sempre
benevola, i più comuni vizi umani, come l'ambizione, l'avidità di ricchezza,
la brama di ascesa sociale. Gli Epodi,
pubblicati nel 30 a.C., sono un'aspra critica delle ingiustizie sociali
ed esprimono il fervido auspicio che si ponga fine alla discordia civile (ciò
avvenne nel 31 a.C. con la vittoria di Ottaviano su Antonio nella
battaglia di Azio). Queste diciassette brevi poesie si ispirano ai poeti più
rappresentativi dell'invettiva nella letteratura greca classica, Archiloco e
Ipponatte. Nella sua opera principale, le Odi
(tre libri pubblicati nel 23 a.C., il quarto più tardi), influenzata
dalla poesia di Anacreonte, Alceo e Saffo, Orazio
esaltò la pace, l'amore, l'amicizia, la convivialità, le gioie della vita
semplice e i piaceri della campagna. La materia umana e morale è la stessa
delle Satire, ma il tono è qui più
elevato e meno confidenziale, mentre il pensiero costante della precarietà
della vita conduce a valorizzare e dominare l'attimo che fugge (carpe
diem, è l'esortazione che si legge nella seconda satira del libro
primo, entrata poi nel lessico quotidiano), secondo i dettami filosofici di
Epicuro. Intorno al 20 a.C. Orazio pubblicò il primo libro delle Epistole, lettere personali in
esametri, contenenti osservazioni sulla società, la letteratura e la
filosofia. Convinto
che la vera saggezza si identifichi con l’aurea mediocrità", Orazio
consigliava la moderazione anche nel perseguimento della virtù. Dal tono
intimo e riflessivo delle lettere, si direbbe che il poeta stesse compiendo
una verifica dei principi che fino allora avevano regolato la sua vita: non
intendeva più sentenziare o accusare, ma imparare a trovare la via della
felicità. Alla morte di Virgilio, nel 19 a.C., Orazio gli successe nella
fama di maggior poeta dell'epoca. Due anni più tardi, su incarico di Augusto,
compose il carme per i ludi saeculares
indetti per celebrare l'inizio del nuovo saeculum,
cioè la nuova età aurea del mondo preannunciata dagli oracoli. Tra il 17 e il
13 a.C. scrisse il quarto libro delle Odi e forse anche il secondo delle Epistole, e l'Ars Poetica
(o Epistola ai Pisoni), un manuale
in versi sullo stile, sui caratteri e gli scopi della poesia. Edgar
Lee Masters
La vita e le opere Poeta statunitense (1868 – 1950). Avviato dal
padre alla carriera forense, coltivò sempre l’amore per l’arte e la poesia.
Divenne celebre per l’Antologia di
Spoon River, affresco di un’umanità quasi sempre sconfitta, ma che almeno
nella morte trova la forza per denunciare ingiustizie e ipocrisie. Masters fu
autore anche di Canti e satire(1916),
del Libro del giorno del giudizio
(1920) e del Nuovo Spoon River
(1924). Antologia di Spoon River La poesia è tratta dalla famosa Antologia di Spoon River,
pubblicata la prima volta nel 1915. In essa Lee Masters che ispirandosi agli epigrammi sepolcrali greci
ripropone, nelle voci dei morti destati per un istante dal sonno nel cimitero
"sulla collina" di Spoon River, una cittadina del Midwest, un folgorante ritratto della profonda
provincia americana sospesa fra Otto e Novecento. Nell’Antologia vi sono
raccolte quasi 250 testi, in cui altrettanti personaggi espongono in
prima persona la propria iscrizione funebre. Ogni poesia quindi presenta la
visione della vita di ognuno, illuminata dalla sincerità e dalla superiore
comprensione che solo la morte può dare. “Ciascuno di questi morti porta in
sé una situazione, un ricordo, un paesaggio, una parola che è cosa
indicibilmente sua” (Cesare Pavese). Nell’insieme si viene a formare
l’affresco duro e commovente di un’umanità spesso sconfitta dalla vita, ma
che ha cercato pur sempre di trovare un significato alla propria esistenza. La poesia La poesia è il commento che George Gray
fa sulla propria vita, paragonata a una barca alla fonda e con le vele
ammainate, il simbolo della sua inguaribile indecisione. Ora che è morto e
non può più rimediare, sa quanto sia
essenziale affrontare la vita con coraggio (l’amore, il dolore, il lavoro, l’ambizione)
e non avere paura delle delusioni, degli inganni e dei rischi che essa può
celare. George Gray il
marmo che mi hanno scolpito – una
nave alla fonda con la vela ammainata. In
realtà non è questa la mia destinazione ma la
mia vita. Poiché
l’amore mi si offrì ed io fuggii dalla sua delusione; il
dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura; l’ambizione
mi chiamò, ma paventai i rischi. Eppure
bramavo sempre di dare un senso alla vita. Ora
so che bisogna alzare le vele e farsi
portare dai venti della sorte dovunque
spingano la nave. Dare
un senso alla vita può condurre a follia, ma
una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine
e del vano desiderio: è
una nave che desidera il mare ardentemente ma lo teme. Edgar Lee Masters Emily Dickinson
La
vita Emily Elizabeth Dickinson, 1830-1886), nata ad
Amherst, Massachussets, nel 1830, in una
famiglia del New England di rigide tradizioni puritane Visse come una
reclusa, nella casa dove era nata, con la madre e le sorelle, scrivendo in
segreto i versi che dopo la sua morte l’avrebbero resa celebre e che lei
definì “la mia lettera al mondo, che non ha mai scritto a me”. Di salute precaria, sensibilissima,
schiva e timida fino all’eccentricità, Emily cercava nella solitudine la
grandezza di una libertà interiore senza limiti ; nella sua esistenza
priva di eventi, l’evento fu proprio lei, con la sua capacità di estasiarsi
per la bellezza della natura, con i suoi amori vissuti solo nella fantasia,
ma non per questo meno appassionati, con la sua inquietudine continua, che fa
di lei una figura singolare e incomprensibile per i suoi tempi, e rende
modernissimi i suoi versi. Oggi considerata la più grande poetessa
americana del suo secolo, non solo non fu famosa in vita, ma non pubblicò se
non sette delle sue poesie anonime.
All'età di trent'anni si ritirò in un isolamento volontario per dedicarsi
esclusivamente all'espressione della sua potente vena poetica. I soli contatti
che da allora intrattenne con gli amici furono per via epistolare. Il primo a
riconoscere il suo genio fu Thomas Higginson, che tuttavia le consigliò di
non pubblicare i suoi scritti poiché violavano le convenzioni letterarie del
tempo. Dopo la morte di Emily Dickinson, fra le sue carte furono ritrovate
quasi duemila composizioni, numerose in forma di frammento, delle quali
soltanto sette erano state date alle stampe durante la vita della poetessa.
Da questo materiale furono scelte le poesie che confluirono nella prima e
fortunata raccolta del 1890. La prima edizione completa apparve nel 1955. Nel
1958 furono dati alle stampe tre volumi di lettere. Le opere Scritte con ritmo spezzato, fatto di
pause non meno che di parole, le sue poesie parlano di sentimenti ed emozioni
piccole e grandi, comunicando forza e originalità, e lasciando spazio allo
stupore e all’incertezza, per rompere i chiusi confini di quel mondo - il
suo, ma anche il nostro - che aveva cercato, invano, di “intrappolarla nella
prosa”, di impedirle di volare. Consapevole della sua “piccolezza”,
ovvero di essere una donna senza potere né cultura in una società che
richiede alle donne di essere angeli del focolare, Emily non si lasciò
abbindolare dalle fandonie del mondo, raccolse la sfida al livello più alto e
concepì un universo tutto per sé, un paradiso in terra, dove visse a dispetto
di quel Dio per cui lei era “una bambina cattiva”. In lei la ribellione divenne grazia,
l’ansia un continuo stimolo a gustare più pienamente la vita, la mancanza di
certezze si fece slancio di libertà, l’eccesso, una necessità : “Ero
così allegra che per me / l’arcobaleno era la norma / e i cieli vuoti /
l’eccezione”. Su un gioco ritmico semplice, le sue poesie cantano
dunque, il suo unico infelice amore con accenti di rimpianto per la passione,
che non esplose, o sono dolci sommesse confessioni per le piccole gioie non
avute. Solitaria, sensibilissima, la Dickinson espresse l'inquietante
tormento della sua vita, la sottile erosione dell'animo che vibrò spegnendosi
lungo il filo amaro di una rievocazione essenziale e perduta. Le sue liriche, spesso concentrate in pochi versi vigorosi e innovativi,
presentano uno schema ritmico semplice e un lessico accessibile, ma la
sintassi e la punteggiatura (ricorrente e caratteristico è il trattino)
riesce a conferire alle parole di uso comune una ricca gamma di connotazioni.
Le
immagini e le metafore derivano tanto da un'acuta osservazione della natura
quanto da una fantasia variegata nei contenuti e arguta nell'espressione, che
rievoca i poeti metafisici inglesi del Seicento. La combinazione di temi di
portata universale e originalità del sentire personale, accanto all'uso di
forme poetiche familiari, avvicina le liriche della Dickinson all'opera del
poeta inglese William Blake. Questa è la mia lettera al mondo Questa è la mia lettera al
mondo che a me non scrisse mai - le semplici notizie che la
natura disse - con tenera maestà Il suo messaggio è affidato a mani che non so vedere
- per amore di lei - dolci -
compatrioti - giudicate - di me -
teneramente Emily Dickinson Commento alla poesia Nella vita, la Dickinson si era tenuta
lontana dal mondo, le appariva troppo diverso rispetto a come se l’era
immaginato nella sua infanzia felice e la sua durezza e indifferenza, la
spaventava. L’amore per la poesia le diede però la forza di reagire e di
uscire dalla sua solitudine. Ed è in esso che si affida con tenerezza
nell’essere giudicata. Il primo verso è un’apertura al mondo,
segue l’amara rievocazione delle ragioni della propria solitudine e infine,
nella seconda strofa, la poesia diventa la base su cui fondare il nuovo
rapporto col mondo, avvertito ora, come una dolce e fraterna comunità a cui
chiedere tenerezza e comprensione. La poesia è riuscita, quindi, là dove
aveva fallito la vita. Essa ha dissolto il muro di incomprensione e di
dolore che separava la Dickinson dagli altri e le ha permesso di scoprire una
ricchezza di sentimenti su cui rifondare la sua esistenza. Molta pazzia è divino buon senso Molta pazzia è divino buon
senso - per un occhio avvertito - molto buon senso - pura pazzia
- è la maggioranza in questo, come in tutto, a prevalere - Di’ sì - e sei sano - ribellati - subito sei
pericoloso - e ti trattano con catene - Emily Dickinson I poeti non accendono che lampade I poeti non accendono che
lampade - essi stessi - si spengono ... Dopo il grande dolore, viene
un sentimento composto - i nervi siedono cerimoniosi,
come tombe - il cuore rigido si interroga
se fu lui che soffrì, e fu ieri, o quanti secoli
fa ? I piedi, meccanici, vanno in
giro - di terra, o aria, o altro - una via di legno - divenuti incuranti, un appagamento di quarzo, come
una pietra - questa è l’ora di piombo - ricordata, se si sopravvive, come un congelato ricorda la
neve - prima il freddo - poi lo
stupore - poi il lasciarsi andare. Emily Dickinson Non sapendo quando l’alba possa venire Non sapendo quando l’alba
possa venire, apro ogni porta, che abbia piume, come un
uccello, o onde, come il mare. Portare la nostra parte di
notte - la nostra parte di aurora - riempire il nostro spazio di
felicità il nostro spazio di dolore - Qui una stella, e là una
stella, alcuni si perdono ! Qui una nebbia, e là una
nebbia, infine - il giorno. Emily Dickinson Jacques Prévert
La Vita e le Opere Jacques Prévert è il più amato dei poeti moderni presso le giovani
generazioni. Nato il 4 febbraio 1900
a Neuilly - sur - Seine e morto a Ononville - la - Petite nel 1977. Prévert è il poeta della vita immediata, egli ci parla di un
mondo palpabile, vero per la gente qualunque. È per questo che è essenzialmente popolare. Qual è allora la
vita e i temi della sua
poesia ? Essi sono : l’infanzia,
l’amore, il dolore, la guerra, gli animali, i poveri, la religione e le
stagioni. Ingenua e maldestra, l’infanzia
è per Prévert la sola età in cui è possibile risuscitare il mondo puro, non
compromesso dalla meschinità e dall’egoismo degli adulti. Chiusi
nell’universo concentrazionario della famiglia e della scuola, i bambini
hanno ancora la capacità di sognare. L’amore, ecco forse solo l’amore
ha il potere di farci ridiventare bambini. L’amore può presentarsi a noi in
tante forme : c’è l’amore sognato, quello respinto, quello
minacciato, quello votato al ricordo, quello felice e
quello sventurato...Ciò che conta, secondo Prévert, è la sua intima forza
rigeneratrice. Per Prévert l’amore non conosce mezze misure : è
la scoperta che sconvolge l’esistenza, è la libertà che riedifica una vita
soffocata dall’ipocrisia o immeschinita dalla volgarità. L’affermazione
di questo amore è spesso volutamente provocatoria nei confronti della
morale tradizionale. Quando l’amore “ libero “ si realizza, esso detta a
Prévert visioni di travolgente forza vitale. Infine, esso è il solo che può
spezzare, dentro di noi, la morsa stringente del dolore. Ma il dolore che Prévert canta
in molte sue liriche è quel sentimento particolare che discende dallo
sgomento del vivere e che sembra trovare sfogo, alternativamente, tra
noia e angoscia. Questo sgomento, questa noia o angoscia nascono in noi dal costatare
come la vita non sia che un’orribile ripetizione. Di fronte ad esso
esistono però mali collettivi ancora più gravi come la guerra, la violenza
e la religione. Contro di essi l’anarchico - pacifista Prévert scrive
versi di commossa indignazione, consapevole com’è che la missione del poeta
sia quella di parlare in nome degli innocenti e degli oppressi. Ateo e laico, Prévert ha per la
religione la stessa diffidenza e orrore che per la guerra. Troppo
spesso, a suo avviso, la religione accetta la stessa logica della violenza,
la stessa gerarchia sociale. Sicché, la guerra e la religione sono l’oggetto
dell’ironia sferzante di Prévert perché i poveri ne sono le
vittime eccellenti. Da questa profonda solidarietà umana verso i
deboli e i diseredati, nascono molte poesie di toccante semplicità. Gli animali e in primo luogo gli
uccelli, simbolo della libertà, della fantasia e della capacità
di sognare dell’uomo, cioè due dei modi attraverso i quali egli
può, se vuole, sfuggire alla monotonia deprimente della quotidianità,
occupano uno spazio importante nella sua produzione poetica. Infine, le stagioni nelle quali
il poeta scopre quasi un loro monito morale, un patrimonio d’istinti e di
affetti (la primavera come metafora dell’innocenza). La sua poesia è solo in apparenza semplice e immediata come la vita che vuole rappresentare,
in realtà vi è un sotterraneo e faticoso lavorio di ricomposizione della
realtà sulla pagina, fatta di manipolazioni di parole, di creazione di parole
nuove, di calembours, del recupero del senso primario di certe parole e della
combinazione dei suoni, attraverso le allitterazioni. Le foglie morte Oh, vorrei tanto che anche tu
ricordassi i giorni felici del nostro amore Com’era bella la vita e come era più bruciante il sole le foglie morte cadono a mucchi... Vedi : non ho dimenticato Le foglie morte cadono a mucchi come i ricordi, e i rimpianti e il vento del nord porta via tutto nella più fredda notte che dimentica Vedi : non ho dimenticato la canzone che mi cantavi. È una canzone che ci somiglia Tu che mi amavi e io ti amavo E vivevamo, noi due, insieme tu che mi amavi io che ti amavo Ma la vita separa chi si ama Piano, piano senza nessun rumore e il mare cancella sulla sabbia i passi degli amanti divisi Le foglie morte cadono a mucchi e come loro, i ricordi, i rimpianti Ma il mio fedele e silenzioso amore sorride ancora, dice grazie alla
vita Ti amavo tanto, eri così bella Come potrei dimenticarti Com’era più bella la vita e com’era più bruciante il sole Eri la mia più dolce amica... Ma non ho ormai che rimpianti E la canzone che tu cantavi la sentirò per sempre. È una canzone che ci somiglia Tu che mi amavi e io ti amavo E vivevamo, noi due, insieme tu che mi amavi io che ti amavo Ma la vita separa chi si ama Piano, piano senza nessun rumore e il mare cancella sulla sabbia i passi degli amanti divisi I ragazzi che si amano I
ragazzi che si amano si baciano In piedi contro le porte della
notte
I passanti che passano se li segnano a dito Ma
i ragazzi che si amano Non
ci sono per nessuno E
se qualcosa trema nella notte Non
sono loro ma la loro ombra Per
far rabbia ai passanti Per
far rabbia disprezzo invidia riso I
ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Sono
altrove lontano più lontano della notte Più
in alto del giorno Nella
luce accecante del loro primo amore. Jacques Prévert Commento
della poesia Di cosa ci parla questa poesia di
Jacques Prévert ? Essa ci mostra due ragazzi che si amano e si baciano
al tramonto e la gente che passa, vedendoli, li disapprova indignata, ma loro
non notano nulla, non ci sono per nessuno, vivono esclusivamente nel loro
primo amore. Perché l’amore tra due giovani deve
essere schernito, disapprovato, come se fosse qualcosa di proibito o un
delitto che non va commesso e i giovani additati come criminali da
condannare e combattere ? Forse perché i giovani hanno ancora il
coraggio, che deriva dall’incoscienza o dall’innocenza dei loro anni, di
manifestarlo liberamente, di viverlo come amore. E cos’è allora, l’amore di
cui ci parla il poeta ? E’ l’amore che rigenera l’esistenza, è l’amore
che acceca e rende unici e straordinari, è l’amore che crea un mondo e
annulla gli altri, che rende invisibili e senza paura, è un amore che libera. Cesare
Pavese
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – questa
morte che ci accompagna dal
mattino alla sera, insonne, sorda,
come un vecchio rimorso o
un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno
una vana parola, un
grido taciuto, un silenzio. Così
li vedi ogni mattina quando
su te sola ti pieghi nello
specchio. O cara speranza, quel
giorno sapremo anche noi che
sei la vita e sei il nulla. Per
tutti la morte ha uno sguardo. Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà
come smettere un vizio, come
vedere nello specchio riemergere
un viso morto, come
ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo
nel gorgo muti. Cesare
Pavese 22 marzo 1950 Interpretazione La poesia si apre con l’immagine di una
donna, che si guarda allo specchio la mattina e vede nei suoi occhi la vita
spegnersi lentamente in solitudine, in un presente dominato dalla morte (“un
vizio assurdo”), mentre al futuro è riservato sempre la “cara speranza”
dell’amore e della vita. Ma per chi non si fa più illusioni, come il poeta,
questa speranza è diventata ormai, solo un desiderio di morte, l’unica cosa
autentica e vera rimasta in un mondo senza più sentimenti. Il poeta, allora, ne prende il posto e
attende la morte, che verrà a liberarlo dal disamore con gli stessi occhi di
lei: disperati e soli. I simboli della vita sono ora quelli della morte, non
più considerata un male, ma una liberazione,mentre “il vizio assurdo” è
diventato la vita senza più amore. L’inizio è di stampo profetico: “Tempus
veniet”, Seneca. Segue il tema degli occhi, caratteristico della poesia
d’origine petrarchesca e poi, l’invocazione alla speranza, che richiama alla
mente certi luoghi leopardiani e di “A Silvia in particolare, versi 49 – 50:
“Anche peria fra poco la speranza mia dolce, agli anni miei…”, dai quali
Pavese riprende le parole “cara” e “speranza”. L’insistente impiego dei verbi al
futuro mostra come per Pavese l’amore appartenga ad un tipo d’esperienza, che
non è realizzabile nel presente, quel presente dominato dalla “morte” e dal
“nulla” Se vita e morte appaiono congiunte indissolubilmente, solo la morte,
venendo a mancare la vita, ormai ridotta ad inautenticità e sconfitta, potrà
realizzare il perenne e insoddisfatto desiderio d’amore del poeta. Prosa Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi. Questa
morte che ci portiamo dentro e
che ci consuma la vita, come un vizio assurdo. Ogni
mattina quando su te sola ti pieghi nello
specchio, vedi nei tuoi occhi la tua solitudine. O
cara speranza d’amore quando
verrai, scopriremo anche noi che sei la morte perché
d’autentico e vero c’è rimasto soltanto lei. Per
tutti la morte ha un modo di venire, di guardare. Quando
verrà la mia morte, avrà la solitudine dei tuoi occhi. Sarà
allora, come smettere il vizio di vivere, come
vedere nello specchio, affiorare
il mio viso, che la vita ha spento, come
ascoltare bocche chiuse dal silenzio delle parole. Scenderemo
nel nulla, muti. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, racconto Nel gennaio1950
all’inizio di quell’anno di cui non vedrà la fine, Pavese incontra a Roma le
sorelle Dowling, due attrici americane, che sono venute a tentare la fortuna
nel cinema italiano. Doris ha avuto un ruolo a fianco di Silvana Mangano in
“Riso amaro” di Giuseppe De Santis, Constance ha due anni più di lei, ha
interpretato ruoli in commedie musicali americane, esce da una relazione con
Elia Kazan, che nelle sue memorie ne parla come della grande passione
sessuale della sua vita. Pavese s’innamora di Constance, che gli
cede. Annota nel suo diario il 16 marzo: ”Il passo è stato terribile, eppure
è fatto. Incredibile dolcezza di lei, parole di speranza, le notti di
Cervinia, le notti di Torino, è una ragazza, una normale ragazza, eppure è
lei, terribile! Dal profondo del cuore non meritavo tanto.” Comincia la stesura delle “Due sorelle”
e contemporaneamente scrive per Constance le poesie della sua ultima
raccolta: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Ma in aprile la breve euforia è già svanita, Constance deve
tornare negli Stati Uniti, a lungo gli fa sperare un ritorno sempre
imminente, ma ne rimanda sempre la data. Pavese ne è addolorato, le scrive:
“Carissima, non tornerai più a me, anche se rimetterai piede in Italia.
Entrambi abbiamo qualcosa da fare nella vita, che rende improbabile che
c’incontriamo di nuovo. Manco a parlarne di sposarti, come ho disperatamente
sperato, ma la felicità è qualcosa che si chiama Jo, Harry o John, non
Cesare.” Nel giugno di quello stesso anno, gli
comunicano che gli è stato assegnato il Premio Strega per la “Bella estate”.
Si reca a Roma, ma in assenza di Constance sempre negli Stati Uniti, è Doris
che l’accompagna per ritirarlo. In luglio Pavese torna un’ultima volta a
Santo Stefano e confida a Nuto, un suo amico d’infanzia, che aspetta una
telefonata da Constance, cui ha chiesto di sposarlo: “Pensaci
ancora – gli dice Nuto – una donna straniera così strana come dici, non fa
per te. Con tante belle ragazze semplici, che ci sono qui dalle nostre parti,
proprio un’americana devi andare a sposare? Ti pentiresti presto.” Pavese gli
risponde: “Non importa, lo so, durerà al massimo due anni, due anni in più da
vivere.” La risposta è negativa. Annota nel suo
diario: “Ci siamo, tutto crolla, lo stoicismo è il suicidio.” Tre mesi prima,
mentre tutto andava bene tra lui e Constance, aveva già intuito, come si
sarebbe concluso quest’ultimo tentativo: “Non
ci si uccide per amore di una donna, ci si uccide perché un amore, qualunque
amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.” Il 26 agosto 1950, un sabato, Pavese
lascia l’appartamento di Via La Marmora. Verso le due del pomeriggio prende
il tram, che lo condurrà alla stazione. Arrivato lì, scende all’Albergo Roma,
chiede una camera con telefono, gli danno la “43” al terzo piano in fondo al
corridoio, non è rivolta sulla piazza della stazione, ma su una piazzetta
laterale. In quest’ultimo fine settimana d’agosto, la maggior parte dei
torinesi ha lasciato la città e quelli che sono rimasti, sono usciti al
cinema o a ballare. Quel pomeriggio Pavese non esce dalla
camera, si fa portare un tè, poi chiede alla recezione un numero di telefono
dietro l’altro. La sera dopo,
domenica, verso le 20,30, siccome non ha dato segni di vita tutto il giorno,
il padrone decide di far sfondare la porta. Pavese è steso sul letto,
vestito, ha gli occhi chiusi, il volto disteso, sul lavandino le sedici
bustine delle compresse, che ha ingoiato, un sonnifero, che prende da due
anni. Sul davanzale della finestra una lettera bruciata, che si dissolve in
cenere appena la si prende in mano. “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.” Cesare Pavese Franco D’Arco 10 gennaio 1999 William
Blake
Ascoltate
la voce del bardo! Ascoltate
la voce del bardo! che
Presente, Passato & Futuro vede, le
cui orecchie hanno udito la
Parola Sacra che
ha camminato fra gli alberi antichi, chiamando
l’Anima caduta, e
piangendo nella rugiada della sera, che
potrebbe controllare il
polo stellato e
la caduta, caduta luce rinnovare ! “O
Terra, o Terra torna ! Levati
dall’erba coperta di rugiada ; la
notte è passata e
il mattino si
alza dalla massa addormentata. Non
voltarti più via : perché
vuoi voltarti via ? Il
pavimento stellato la
sponda d’acqua ti
sono donati fino all’inizio della giornata.” William
Blake William Blake, il pensiero
poetico “La natura
della mia opera è visionaria e immaginativa...I Profeti non sono mai
esistiti... Ogni uomo onesto è un Profeta...Un Profeta è un visionario,
poiché vedendo le cause al di là degli effetti sa quando è giunta la pienezza
del tempo... L’Immaginazione è il corpo divino in Ogni Uomo...Per me questo
Mondo è tutta una sola Visione di Fantasia...La strada dell’eccesso porta al
palazzo della saggezza...Esuberanza è bellezza...Tutto ciò che vive è
Sacro...Scoprire l’Infinito in ogni cosa... Senza Contrari non c’è
progresso...L’eternità è innamorata dei prodotti del tempo...La follia è un
labirinto senza fine...Un solo Potere fa il Poeta : l’Immaginazione, la
Visione... La Poesia è Visione. “ Da i “Canti dell’esperienza”
La prosa Ascoltate la voce del bardo ! che Presente, Passato & Futuro vede, le cui orecchie hanno udito la Parola Sacra che ha camminato fra gli alberi antichi, chiamando l’Anima caduta, e piangendo nella rugiada della sera, che potrebbe controllare il polo stellato e la caduta, caduta luce rinnovare ! “O Terra, o Terra torna ! Levati dall’erba coperta di rugiada ; la notte è passata e il mattino si alza dalla massa addormentata. Non voltarti più via : perché vuoi voltarti via ? Il pavimento stellato la sponda d’acqua ti sono donati fino all’inizio della giornata.” Ascoltate la voce del poeta ! Il profeta che nella
visione, vede il Presente, il Passato e il Futuro, che ha udito, di persona, la sacra verità e che già un tempo, inutilmente, ha parlato all’umanità perduta, ma essa non l’ha seguito, egli può essere la guida e rinnovare la luce che si à spenta nello sterile cuore degli uomini ! O visione, Terra pura dell’inizio, mostrati, ritorna a
noi ! Liberati dal tuo mantello d’erba, coperto di rugiada ; il mattino si ridesta
dal sonno informe, l’epoca della decadenza è giunta alla fine. E tu, uomo non volgere più il capo da un’altra
parte : ascolta la voce del poeta, perché guardi al passato, quando ti parla di ciò che verrà ? Il cielo stellato e il mare ci sono stati dati sin della creazione del mondo, ora dobbiamo ritrovare la terra, quella che ci fu donata un tempo, e che, per nostra colpa, perdemmo. C’è una vecchia canzone dei Rolling Stones che fa
cosi : “ Dappertutto sento il suono di gente che marcia che carica perché l’estate è qui e il momento è giusto per combattere nella strada, ragazzo. Ma che cosa può fare un povero ragazzo tranne il solito vecchio rock and roll, la sonnolenta città di Londra non è il posto giusto per un guerrigliero “. Per William Blake vissuto pure lui a
Londra, con Pitt e Wellington, non c’era molto altro da fare che avere
visioni e dipingere e scrivere e cantare. Fu considerato un pazzo o, nel
migliore dei casi, un eccentrico. Per molto tempo dimenticato, o ricordato
con uno o due liriche in un’antologia, o venerato come maestro da cerchie di
iniziati (Yeats ). Le
Porte della Creazione Se
le porte della percezione fossero purificate ogni
cosa apparirebbe all’uomo com’è, infinita. Poiché
l’uomo ha talmente rinchiuso se stesso da
vedere tutto soltanto
attraverso le strette fenditure della sua caverna. William
Blake Sono andato al Giardino dell’Amore Sono
andato al Giardino dell’Amore, e
ho visto quello che non avevo visto mai ; una
Cappella era costruita lì in mezzo, dove
io giocavo sul prato. E
le porte di questa Cappella erano chiuse, e “
Tu non devi “ scritto sulla porta ; così
mi volsi verso il Giardino dell’Amore che
tanti dolci fiori portava ; e
vidi che era pieno di tombe, e
pietre tombali dove dovevano essere i fiori ; e
Preti in nere vesti andavano attorno, e
circondavano con rovi le mie gioie & piaceri. William
Blake La vita (Londra 1757-1827), poeta,
pittore e incisore britannico, autore di una forma originale di poesia
visionaria illustrata. Con il suo rifiuto degli ideali illuministici, Blake è
considerato fra i precursori del movimento romantico. Figlio di un
commerciante londinese, autodidatta, lesse il mistico tedesco Jakob Böhme e
il teosofo svedese Emanuel Swedenborg. In gioventù studiò disegno. Entrato
alla Royal Academy, si trovò presto in conflitto con le teorie estetiche del
presidente Joshua Reynolds, sostenitore del gusto neoclassico. L’opera poetica Blake è conosciuto per i Canti
dell'innocenza (1789) e i Canti
dell'esperienza (1794).Al centro della sua poetica sta il potere creativo
dell'immaginazione, che plasma l'esperienza umana, permettendo di conquistare
un'innocenza autentica altrimenti irraggiungibile. Tra i "libri
profetici", opere in versi composte a partire dal 1789, in cui Blake
espresse la sua condanna della tirannia politica e sociale del XVIII secolo,
si ricordano La rivoluzione francese
(1791), America (1793), Le visioni delle figlie di Albione
(1793), Europa (1794) e anche
un'opera in prosa, Il matrimonio del
cielo e dell'inferno (1790-1793), in cui Blake cercò di conciliare le
antinomie della vita. Nei grandi poemi visionari composti e illustrati fra il
1804 e il 1820: Milton (1804-1808),
Vala, o i quattro Zoas (1797-1800)
e Gerusalemme (1804-1820), rinunciò
a ogni modello tradizionale tanto nella metrica e nello stile quanto nello
sviluppo narrativo e nel tratteggio dei personaggi. Blake illustratore e incisore Blake illustrò le due raccolte dei suoi Canti con incisioni originali, ottenute con una tecnica tuttora
in parte oscura, che creano un rapporto complesso e suggestivo tra parola e
immagine. Come per la poesia, anche l'arte grafica di Blake si opponeva alle
convenzioni del XVIII secolo. Dylan Thomas
La vita e le Opere Thomas, Dylan (Swansea, Galles 1914 - New York
1953), poeta britannico, la cui opera poetica, narrativa
e teatrale è fortemente legata alle sue radici gallesi. Conclusi gli studi
nel 1931, nel 1934 si trasferì a Londra, dove nello stesso anno pubblicò la
raccolta poetica d’esordio, Diciotto poesie
(1934. Questo primo volume, seguito da Venticinque
poesie (1936) e La mappa dell’amore
(1939), rivela la predilezione di Thomas per un linguaggio vivido e intimo,
in cui l’effetto sonoro delle parole non ha minore importanza del loro
significato. Benché a tratti oscura per gli elementi
visionari e di suggestione surrealistica che contiene, la sua opera giovanile
anticipa i temi della sessualità, della morte, della religione e della
redenzione che avrebbero caratterizzato tutta la poesia di Thomas. Molte
poesie raccolte in Morti ed entrate
(1946) attingono alle esperienze di vita che segnarono lo scrittore durante
il conflitto mondiale. Meno
votate all’introspezione rispetto alle prime poesie, questa raccolta e Nel paese del sonno (1951) sono di
solito considerate le opere più riuscite dell’autore. Tra le altre si ricorda
l’insieme di bozzetti autobiografici Ritratto
dell’autore da cucciolo (1940). I loro volti splendevano sotto il misto chiarore I
loro volti splendevano sotto il misto chiarore Della
luce lunare e della lampada Che
dava un senso ai loro vuoti baci, E
trasformava l’isola di quell’amore da due soldi In
un paese sontuoso, le tombe accanto a loro In
pozzi di calore. Per
pochi istanti I
loro volti splendettero, la pioggia notturna Pendeva
appuntita nel vento, Prima
che la luna si spostasse e la linfa esaurisse, Lei
nel vestito dozzinale dicendo cose dozzinali, Lui
rispondendo, Senza
sapere che il raggio era venuto e passato, I
suicidi sfilano ancora, ora maturi per morire. Dylan Thomas, Poesie inedite Charles
Baudelaire
Il viaggio I
veri viaggiatori partono per partire ; cuori
leggeri simili a palloni, mai
cercano di sfuggire al loro destino, e,
senza sapere perché, dicono sempre : Andiamo ! Sognando...
voluttà vaste, multiformi, sconosciute, ... Oh
stupefacenti viaggiatori !... Mostrateci... le vostre visioni... E’
una sapienza amara quella che si ricava dal viaggio !... Se
puoi restare, resta ; parti, se necessario.... e
inebriarti della dolcezza strana di questo pomeriggio che non avrà mai
fine !... E’
ora !..Salpiamo... Per trovare il nuovo
nel grembo dell’Ignoto ! Charles Baudelaire La vita Nato
nel 1821, trascorse quasi tutta la sua vita a Parigi dove vi morì nel 1867.
La sua raccolta di poesie, “I fiori del male” fu pubblicata nel 1857. La poesia e le opere Baudelaire si sente un esiliato, un
estraneo, nel mondo in cui è costretto a vivere e questa coscienza di
diversità ed estraneità approda a un senso profondo di stanchezza (
spleen ) o ad un atteggiamento di rivolta a cui inesorabilmente,
subentra la frustrazione. Le terre da cui si è esiliati ( l’infanzia, un
ideale di una vita piena ed integra ) non sono però raggiungibili benché
continuamente sentite e cercate, non resta, quindi che l’aspirazione alla
bellezza e all’arte ( poesia ) ; l’oblio della propria
disperata condizione, il sogno di nuovi paradisi, che ripaghino almeno
di ciò da cui si è esiliati ( i paradisi artificiali della droga o di
qualsiasi altra sollecitazione che permetta di abbandonarsi a nuove
sensazioni ). Oppure il vagheggiamento di partire ( in senso proprio o
simbolico ), di andare lontano verso nuove albe, verso ciò che è diverso,
insolito, sottraendosi così alla trama dei tristi giorni già scontati in
partenza. “ Tuffarsi in fondo all’abisso, toccare il fondo dell’Ignoto per
trovarvi il nuovo”. Gli sviluppi Da un lato egli è il profeta e
l’iniziatore di una nuova poesia, che ripudia l’oggettivo e affonda le sue
radici nell’ineffabilità e nel misticismo dei sensi; ma dall’altro egli crea
una poesia, che non concede nulla all’arbitrario e all’informe e che fa del
rigore espressivo e della consapevolezza i suoi canoni irrinunciabili. La prima tendenza, con la riscoperta
dell’individuo e l’assoluta priorità dell’io, sarà approfondita da Verlaine,
Rimbaud e Mallarmé. La seconda sarà ripresa invece dai “parnassiani”, che la
realizzeranno come ritorno al realismo e al classicismo. Il
viaggio estatico Le
cause ; il
fine ; la
visione ; la
nuova conoscenza ; il
congedo. La struttura della poesia Perché si parte? 1. Per la voglia di scoprire nuovi mondi ; 2. per rancore ; 3. per amari desideri ; 4. per sfuggire una patria ignobile ; 5. per l’orrore della propria nascita; 6. per una donna, per un amore tradito, finito o per non
cedere alla sua schiavitù; 7. “ Ma i veri viaggiatori partono per partire, mai
cercano di sfuggire al loro destino. “ Qual è la forza, il demone
che ci guida nel viaggio? 1.
La curiosità; 2.
la speranza ; 3.
la ricerca della meta del
viaggio, ma essa è sempre più in là, si sposta continuamente, è un miraggio,
una chimera, un prodotto della nostra fantasia. L’invito del lettore al poeta a mostrargli la visione, a
raccontargli cosa ha visto nel viaggio: E voi viaggiatori raccontateci le
vostre storie. Mostrateci le vostre visioni perché ci distraggano dalle
nostre prigioni quotidiane. Dite, che avete visto ? La
visione: 1.
i paesaggi fisici che non
sono riusciti a vincere la noia : stelle, oceani e deserti ; 2.
i paesaggi della
civiltà : città, grandiosi paesaggi, arcani sortilegi e mai che il
desiderio si acquietasse perché ” è bello solo ciò che è lontano “ ; 3.
paesaggi esotici e
orientaleggianti. E
poi, ancora ? L’eterno peccato: 1.
la donna schiava delle
sue passioni e della sua vanità, vile, stupida e presuntuosa ; 2.
l’uomo tiranno, ingordo,
vizioso, duro e cupido ; 3.
il boia che gode ; 4.
il festino finito in
tragedia ; 5.
il veleno del potere che
logora il despota ; 6.
il popolo innamorato
della frusta abbrutente ; 7.
le religioni che si
crogiolano nella voluttà ; 8.
l’umanità che nella sua
agonia maledice il suo Dio e il suo simile ; 9.
e i meno sciocchi
rifugiarsi nella demenza dell’oppio pur di sottrarsi al gregge. Qual è la nuova conoscenza
che si acquista nel viaggio? Il viaggio rivela sempre la stessa
immagine del mondo nel tempo come nello spazio : esso è un unico deserto
di noia (ennuì). Si fugge, si va via per ingannare il tempo,
il vero nemico, ma è inutile. Alla fine, esso ci afferra e ci conduce
nell’ultimo viaggio incontro alle tenebre. La sua voce suadente ci inviterà a
mangiare il loto fragrante, a cogliere i frutti della nostra ultima vendemmia
( “ di questo pomeriggio che non avrà mai fine “ ). Dunque, la sapienza a cui
perviene il viaggio è che tutto è noia e ad essa non si può sfuggire, come
non si può ingannare il tempo ( la sua misura ) perché esso arriverà
inesorabile e ci condurrà nel nostro ultimo viaggio verso l’Ignoto, la morte. Il
congedo, la scelta dell’Ignoto Il racconto è finito, ma chi ha
ascoltato, ora si lascia andare all’ebbrezza della visione e decide di
partire, di accogliere l’invito, come ” I veri viaggiatori “, che “partono
per partire - e - mai cercano di sfuggire al loro destino... Versaci il tuo
veleno... vogliamo... tuffarci in fondo all’abisso... Per trovare il nuovo nel
grembo dell’Ignoto ! “ Solo la morte, dunque sfugge alla noia
perché è in grado di offrire veramente il nuovo, l’Ignoto. Commento della poesia Si
parte per sfuggire alla noia, ma
alla fine del viaggio si scopre che il mondo ne è totalmente avvinto. Resta
un solo rimedio : cercare
il nuovo nell’Ignoto, nel
suo grembo caldo e accogliente, come
quello della grande madre Terra, nel
quale gli uomini vi vengono sepolti e a
cui ritornano nell’ultimo vero viaggio della loro vita. Baudelaire
ci invita, dunque all’unico evento nuovo e ignoto della vita, la
nostra morte. Stefano
Benni
Lisa Io
cammino a occhi chiusi sognando
la riva del mare e
ho piccoli piedi per fuggire. Vorrei
cambiare ogni ora ma
non chiamatemi incostante, ho
bisogno di andare via e di restare. Amo
il silenzio, che
separa le parole non
quello che vien dopo, come
ciò che so del mondo e
dormire tra le tue braccia, sentirti
parlare e
vorrei che scrivessi di
me su tutti i muri, ma
non so dove andare questa
sera, nel buio e
non so dove trovarti. Stefano
Benni & Franco D’Arco Il Poeta Il
poeta è un uccello che
becca le parole sotto
la neve del normale, viene
sul davanzale e
scappa, impaurito se
lo vuoi catturare. Il
poeta ha qualcosa nello sguardo che
tu dici : è un poeta. E’
scontroso, ombroso: guai chiamarlo poeta, è
una cometa che
annuncia un mondo nuovo e
ha nella parola tutta
intera la rabbia del mondo. Il
poeta è sincero, biondo e
sempre suicida. Il
poeta è una sfida alla banalità del mondo, poi,
un giorno va via in
un’isola lontana e
lascia un gran vuoto nella
poesia, la
sua. Stefano
Benni & Franco D’Arco Vita e Opere Benni, Stefano (Bologna, 1947- ) scrittore e
giornalista satirico italiano, (collaboratore di quotidiani come “il
Manifesto” e di mensili come “Linea d’ombra”). L’esordio letterario avvenne
con Bar Sport (1976), in cui è
ritratta con il gusto della deformazione caricaturale la tipica umanità da
bar, dal professore alcolizzato al giocatore di flipper, all’appassionato di
calcio. La tribù di Moro Seduto
(1977) è un libro di impianto decisamente satirico, mentre le prime poesie
sono raccolte in Prima o poi l’amore
arriva (1981), un libro di divertenti esempi di parodia in versi. Ma il
successo giunse soprattutto con i successivi romanzi e racconti. Ai romanzi
appartengono Terra! (1983), Comici spaventati guerrieri (1986), La compagnia dei Celestini (1992) ed Elianto (1996); ai racconti Il bar sotto il mare (1987) e L’ultima lacrima (1994). Alda Merini
Marina
cara Marina
cara, la
giovinezza ti lambisce le spalle ed
è onerosa come la poesia : portare
la giovinezza è
portare un peso tremendo, sognare
fughe e fardelli d’amore e
amare uomini senza capirne il senso. Il
divario di una musica il
divario della tua fantasia non
possono che prendere spettri, perciò
ogni tanto te ne vai lontana in
cerca di una perduta ragione di vita in
cerca certamente della tua anima. Alda
Merini Vita e opere Nasce a Milano nel 1931. Intorno ai
quindici anni scrive le prime poesie. Nel 1953 pubblica il primo volume di
versi, La presenza di Orfeo. Il manifestarsi di una malattia mentale la
costringe al silenzio. Le poesie in cui confluiscono queste esperienze
vengono raccolte e pubblicate nel 1984 con il titolo La Terra Santa. Della
sua produzione recente vanno ricordate la raccolta Ballate non pagate ( 1995
) e, in prosa, L’altra verità, Diario di una diversa ( 1986 ) e Il tormento
delle figure ( 1990 ).Nelle sue poesie
Alda racconta il suo mondo dorato, lacerato dal dolore, ma ancora vivo
di emozioni e di sentimenti nobili e sinceri. I temi della sua opera sono
quelli della poesia: l’amore, la follia, la morte, la poesia, la giovinezza,
la vita, la fede cercata e perduta, i sogni. Allen
Ginsberg
Urlo
Ho
visto le menti migliori della mia generazione distrutte
dalla follia, trascinarsi
per strade all’alba, lasciando una scia di ambigue cartoline. Giravano
e giravano tra i binari morti chiedendosi
dove andare e andavano, senza
lasciare cuori spezzati e
scomparivano nelle ceneri di poesie sparse, dimenticati
tra la foschia spettrale e
l’ultima porta chiusa, nient’altro
che un pezzetto di speranza nell’allucinazione per
ricreare la povera prosa umana. Battuti
& sconosciuti, ma
dicendo qui ciò
che si potrebbe lasciar
dire nel tempo dopo la morte 1956 Juxebox
all’idrogeno. Allen
Ginsberg & Franco D’Arco Vita e opere 1926 – 1998 Opere: Urlo e Altri Poemi,
1956, Kaddish e Altri Poemi,
1961, La caduta dell’America, 1973 e Minds Breatts, 1977.Dietro il
suo “ Urlo “ affiora il ribellismo misticheggiante di Blake e le influenze
più ravvicinate di Whitman, di Pound e di Williams.La sua poesia denuncia
l’autoritarismo di un sistema che minaccia di divenire devastante. È il momento della beat generation,
delle rivolte giovanili degli anni della guerra in Vietnam e della musica
come strumento di lotta e di liberazione e Ginsberg trasforma la sua poesia
in testi musicali e i versi in incantamenti. Ma già a metà degli anni Settanta il
Movimento tende però ad esaurirsi, il grande sogno comunitario si frantuma,
facendo precipitare nuovamente gli Stati Uniti nell’apatia e
nell’individualismo degli anni Cinquanta, proprio come il poeta aveva
profetizzato nella “Caduta dell’America” e prima ancora in Urlo. Vita e Opere Allen Ginsberg, (Newark, New Jersey 1926 - New York 1997),
poeta statunitense, considerato il portavoce della beat generation degli anni
Cinquanta. Riallacciandosi alla tradizione di Walt Whitman e William Carlos
Williams, usò nei versi toni informali, discorsivi e immediati che, insieme
al trattamento esplicito delle tematiche sessuali e al richiamo alle
religioni orientali, ne fecero, per quegli anni, una figura trasgressiva. Fra
le sue raccolte poetiche sono da citare Urlo
(1956), un'accusa rabbiosa contro le false speranze e le promesse mancate
dell'America, Kaddish (1961) e La caduta dell'America (1972). La Beat Generation
Come era accaduto dopo il primo conflitto mondiale, anche
nei primi anni del secondo dopoguerra alcune ristrette fasce sociali sentono
l’esigenza di liberarsi dalle tradizioni moralistiche e dalle regole dei
padri, esercitando forme di contestazione totale, sia nel pensiero che negli
stili di vita. La Beat generation (così sarà chiamata questa generazione) è
caratterizzata da atteggiamenti ostinatamente ribelli, anticonformisti,
asociali, influenzati dall’esistenzialismo e da filosofie orientali come lo
zen. I beat e i loro seguaci introducono l'uso delle droghe
(allucinogeni, hashish e marijuana) nella cultura occidentale. Ritengono
infatti che l'uso di sostanze che alterino la percezione avvicini l'uomo
all'esperienza del trascendente e lo liberi dai legami con lo squallore e i
vizi del presente.. I luoghi dove il movimento
beat prende forma e si sviluppa sono l’Università di Berkeley, in California,
alcuni quartieri di New York, ma soprattutto le città della costa orientale
americana, San Francisco e Los Angeles. La
condizione di ribellione quotidiana alla società contemporanea si riflette nella produzione
artistica e letteraria. Nell’ambito di questa nuova cultura, un gruppo di
giovani autori si fa luce con un nuovo genere di libri, ispirati agli hippies
e alla ribellione. Sono gli scrittori David Sailinger, Jack Kerouac e William
Burroughs e i poeti Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. Franco D'Arco Indice
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