
Si guardò allo specchio,
ancora una linea di trucco, un colpetto alla gonna, poi sarebbe stata pronta.
Fece un passo indietro, si chinò leggermente su un lato e vide le belle gambe
ondeggiare sotto la mini cortissima. Si passò una mano tra i capelli vaporosi,
per ravvivarli, li sentì morbidi, fluttuare nell’aria e respirò con fatica. Era
stanca. La sua esile figura campeggiava di là nello specchio, invitante e
bella. Ne era sempre stata orgogliosa, ma rivederla non le diede alcuna
sicurezza. Spense la luce e uscì.
Fuori l’aria era fresca e umida. L’auto
partì subito, scivolando silenziosa lungo le vie poco affollate di traffico. La
sera invadeva i viali alberati, le viuzze laterali del lungomare e tutto il
movimento si concentrava lì, in un continuo flusso di auto che andavano
incontro alla notte da trascorrere in uno dei locali della riviera.
La
mano sul volante lo sfiorava appena, impalpabile come la notte che avanzava
lenta in quelle luci fosforescenti che le inghiottivano lo sguardo, a volte
abbagliandola, a volte nascondendosi quasi alla sua vista. L’auto filava nel
poco traffico della sera, rapida come le canzoni, che calavano sempre uguali,
erano quelle preferite, da sempre ascoltate, ma ora le davano quasi fastidio,
disagio. Cercò di non pensarci, di lasciarsi guidare dalla musica, di guardare
avanti, di arrivare presto.
Una
volta quel tratto di lungomare lo percorreva felice, era l’unico spazio che la
separava dal suo mondo, il luccicante mondo della notte, che l’ingoiava ogni
sera per farla poi riemergere la mattina dopo rinfrancata e sicura, pronta ad
affrontare la solita vita di sempre.
Guardò
nello specchietto retrovisore e vide solo i suoi occhi leggermente arrossati,
persi in quel fluttuare di luci.
In
quel momento pensò agli amici. Li vedeva pressati nell’atmosfera vellutata e
irreale, che per tante sere l’aveva accolta, corteggiandola e proteggendola e
non riusciva neppure a ricordare i loro volti, tutti così uguali, chiusi negli
stessi abiti, odori, umori. Ogni tanto qualcuno spariva, ma subito c’era chi ne
prendeva il posto e tutto tornava uguale a prima, come sempre.
Forse
era questo che l’aveva spinta a uscire da quel mondo perfetto, che la stava soffocando.
Voleva una vita propria e sapeva che lì non l’avrebbe mai avuta. Ma era
sensato? Si sforzava di valutare ogni aspetto per non sbagliare ancora una
volta. Quello che era stato il suo mondo fino ad allora non l’aveva mai
tradita, delusa, lo sapeva e sapeva anche che non le sarebbe mai mancato nulla,
avrebbe sempre avuto tutto alla sua portata, come nella bella casa dove abitava
con genitori così accomodanti e discreti. Allora perché rinunciarvi e che
avrebbero detto gli amici? Sicuramente non avrebbero capito, ma soprattutto non
avrebbero approvato.
Le
ritornarono in mente le parole di Anna Chiara, l’amica di sempre, quando
qualche giorno prima, parlando come al solito di ragazzi, se ne era uscita,
dicendo:
“Secondo me, non hai bisogno di uno così. Sì, sarà
simpatico, carino, ma per te ci vuole un altro, magari qualcuno di più leggero,
quello non fa per te ”.
E lei le aveva risposto, quasi scusandosi: “Ma lui
mi ama”.
“E cosa te ne fai? Sono solo guai. È un capriccio,
dammi retta. Hai tanti ragazzi che ti vengono dietro, al momento giusto te ne
prendi uno a modo, e fai quello che vuoi, senza fastidi, questa è la vita”.
Già,
la vita, ma lei ne voleva un’altra. Ricordava la prima volta che l’aveva visto,
che si erano conosciuti, l’estate scorsa.
Fuori
l’aria era tiepida, mossa appena da un filo di brezza e dal profumo di
eucalipto e menta che traspirava dal giardino notturno. Attraversò la striscia
di ghiaia bianca che la separava dal prato e la luce dei faretti indirizzati al
locale. Camminò sull’erba, guardando altri fasci luminosi che qua e là facevano
emergere dal buio un albero o un gruppo di arbusti e sentì di non essere
contenta. I tacchi sottili le affondavano a ogni passo sull’erba umida e
elastica, poi si fermò, e un fascio di luna la rivelò pallida e vestita di
chiaro.
A tre
metri dietro di lei, con le mani in tasca, gli occhi scuri che brillavano c’era
lui. Aveva uno strano sorriso sulle labbra, come di chi aveva già capito tutto,
senza bisogno di chiedere e la guardava. Per un attimo si sentì smarrita, senza
protezione alcuna, ma fu solo il cedimento di un istante. Le venne vicino e
disse:
“Si annoiava là dentro?” Indicando con un gesto
vago l’edificio illuminato alle sue spalle.
“No”, disse lei, con una voce appena percepibile.
“No, non le sembravano tutti così uguali, così
inutili?”
Mosse
un passo verso di lei. Danielle lo seguì mezzo metro alla sua destra. Lui
riprese a parlarle. La sua era una voce calda, inconfondibile, e lei cercò di
legarsi alle sue parole, di scivolarvi dentro e farsi condurre da lui.
Camminarono fianco a fianco oltre un alberello di mimosa illuminato da un
faretto sul limitare del prato. Più in là si sentiva solo il mormorio del mare
con le sue onde lunghe e tranquille. Poi lui si girò verso di lei, cercò di
distinguerla nel buio che li avvolgeva.
Lei si
fermò, e un fascio di luce la rivelò: bionda e pallida e vestita di verde. Si
guardarono per due o tre secondi, sospesi a così breve distanza; ma in piena
luce. Lei ricordava solo quel “Ci vediamo domani”, poi il cenno rapido della
suo mano e lui che scompariva di nuovo inghiottito dal buio, mentre lei
ritornava lenta sui suoi passi, dentro, dagli amici, dalla solita compagnia.
Una
leggera foschia calava silenziosa sull’asfalto umido e lei si rivedeva accanto
a lui, camminare per vie assolate e piene di gente. Le parlava di cose mai
udite, strane, di posti che non aveva mai visto. Poi si ritrovava seduta,
all’aperto, sotto il portico di una piazza antica e fascinosa dai colori
bruciati del tramonto e dell’alba e stava bene accanto a lui. Mangiavano alla
buona qualcosa di gustoso nel rumore della gente, che passava, nella confusione
delle lingue cariche di umori e colori strani e diversi. Quella era la vita che
l’attendeva, la vita che sognava, non distante, lontano da dove era, ma
diversa, sconosciuta, ogni volta da trovare insieme.
Lui
l’amava, l’aveva amata sin dalla prima volta, gli era bastato uno sguardo per
capire, lei, invece, un po’ di più. All’inizio le sembrava una cosa strana, un
tipo così le dava alla testa, la lasciava sbalordita, senza parole e più si
vedevano, più era presa di lui, poi aveva cominciato a volergli bene sul serio,
come non aveva mai fatto prima, forse era la prima volta che davvero amava
qualcuno.
Di
storie ne aveva avute molte, ma quella era diversa, inconfondibilmente diversa.
Gli altri, tutti gli altri, erano sempre così prevedibili, scontati, in mente
avevano solo una cosa, qualcuno più esperto, sapeva anche incartarla meglio, ma
quando giungeva il momento in cui era veramente contenta, proprio allora finiva
tutto, allungavano le mani e cercavano d’incassare.
Con lui
non sarebbe mai successo, lui l’amava. L’aveva cercata a lungo, come si cerca
il proprio sogno messo da parte e poi, un giorno lo si vede spuntare tra la
gente, proprio quando si è perduta ogni speranza. Lei era quel sogno, il suo crepuscolo, per questo non sarebbe mai
accaduto.
Guardava avanti, il buio della notte l’avvolgeva e la foschia si era
fatta più fitta, a tratti illuminata da irreali bagliori fosforescenti, che
segnavano la via, sembravano squarci nella notte, fantasmi che l’attiravano
sinistri, quasi ne vedeva il pallore languido dei volti. Si sentiva male, un
male da morire, che le cresceva dentro, silenzioso, tetro e le girava attorno,
come quelle luci rossastre sulla via. Si sforzava di concentrarsi sulla strada,
ma la striscia bianca svaniva continuamente inghiottita dalle folate di nebbia
che attraversava e una nostalgia struggente s’impadronì di lei, intensa,
lancinante.
Si
rivide al centro della pista, sotto i fasci di luce, che l’avvolgevano, insieme
ai suoi amici. Ballava trasportata dalla musica, con tutti gli sguardi addosso,
ancora una volta sicura della sua bellezza e poi sola, segretamente sola in un
vuoto spettrale, che l’avvolgeva tutta.
Si
ritrasse con orrore, spaventata, ora sapeva cosa fare, capiva di non poter
rinunciare a quell’immagine bella e invidiata, che tutti desideravano. La sua
vita era quella, perché cercarne un’altra?
Nel
piazzale la nebbia era più chiara sotto i lampioni. Lui era lì, appoggiato con
le spalle alla moto, l’attendeva. L’auto avanzò lenta, ma non si fermò. Il bel
volto di lei rimase immobile al di là del vetro, irrigidito in uno sguardo
assente, neppure un gesto, un cenno di riconoscimento, di addio, nulla.
Il
cellulare squillò due, tre volte, era lui che la chiamava, poi tacque. Lei alzò
appena un po’ il volume dello stereo e si lasciò condurre dalla musica, aveva
fretta di arrivare presto.
29 -
31 ottobre 2000