Cesare Pavese
questa
morte che ci
accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
Cesare Pavese 22 marzo 1950
*
La poesia si apre con l’immagine di una
donna,
che si guarda allo specchio la mattina
e vede nei suoi occhi la vita spegnersi
lentamente in solitudine,
in un presente dominato dalla morte (“un
vizio assurdo”),
mentre al futuro è riservato sempre la
“cara speranza” dell’amore e della vita.
Ma per chi non si fa più illusioni, come il
poeta,
questa speranza è diventata ormai, solo un
desiderio di morte,
l’unica cosa autentica e vera rimasta in un
mondo senza più sentimenti.
Il poeta, allora, ne prende il posto e
attende la morte,
che verrà a liberarlo dal disamore con gli
stessi occhi di lei: disperati e soli.
I simboli della vita sono ora quelli della
morte,
non più considerata un male, ma una
liberazione,
mentre “il vizio assurdo” è diventato la
vita senza più amore.
L’inizio è di stampo profetico: “Tempus
veniet”, Seneca.
Segue il tema degli occhi, caratteristico
della poesia d’origine petrarchesca
e poi, l’invocazione alla speranza, che
richiama alla mente certi luoghi leopardiani
e di “A Silvia in particolare, versi 49 –
50: “Anche peria fra poco la speranza mia dolce,
agli anni miei…”,
dai quali Pavese riprende le parole “cara”
e “speranza”.
L’insistente impiego dei verbi al futuro
mostra come per Pavese
l’amore appartenga ad un tipo d’esperienza,
che non è realizzabile nel presente,
quel presente dominato dalla “morte” e dal
“nulla”
Se vita e morte appaiono congiunte
indissolubilmente,
solo la morte, venendo a mancare la vita,
ormai ridotta ad inautenticità e sconfitta,
potrà realizzare il perenne e insoddisfatto
desiderio d’amore del poeta.
Franco D’Arco
*
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Questa morte che ci portiamo dentro
e che ci consuma la vita, come un vizio
assurdo.
Ogni mattina quando su te sola ti pieghi
nello specchio, vedi nei tuoi occhi la tua
solitudine.
O cara speranza d’amore
quando verrai, scopriremo anche noi che sei
la morte
perché d’autentico e vero c’è rimasto
soltanto lei.
Per tutti la morte ha un modo di venire, di
guardare.
Quando verrà la mia morte, avrà la
solitudine dei tuoi occhi.
Sarà allora, come smettere il vizio di
vivere,
come vedere nello specchio,
affiorare il mio viso, che la vita ha
spento,
come ascoltare bocche chiuse dal silenzio
delle parole.
Scenderemo nel nulla, muti.
*
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Nel gennaio1950 all’inizio di quell’anno
di cui non vedrà la fine, Pavese incontra a Roma le sorelle Dowling, due
attrici americane, che sono venute a tentare la fortuna nel cinema italiano.
Doris ha avuto un ruolo a fianco di Silvana Mangano in “Riso amaro” di Giuseppe
De Santis, Constance ha due anni più di lei, ha interpretato ruoli in commedie
musicali americane, esce da una relazione con Elia Kazan, che nelle sue memorie
ne parla come della grande passione sessuale della sua vita.
Pavese s’innamora di Constance, che gli
cede. Annota nel suo diario il 16 marzo:
”Il passo è stato terribile, eppure è fatto. Incredibile dolcezza di
lei, parole di speranza, le notti di Cervinia, le notti di Torino, è una
ragazza, una normale ragazza, eppure è lei, terribile! Dal profondo del cuore
non meritavo tanto.”
Comincia la
stesura delle “Due sorelle” e contemporaneamente scrive per Constance le poesie
della sua ultima raccolta: “Verrà la
morte e avrà i tuoi occhi”. Ma in aprile la breve euforia è già svanita,
Constance deve tornare negli Stati Uniti, a lungo gli fa sperare un ritorno
sempre imminente, ma ne rimanda sempre la data. Pavese ne è addolorato, le
scrive: “Carissima, non tornerai più a me, anche se rimetterai piede in Italia.
Entrambi abbiamo qualcosa da fare nella vita, che rende improbabile che
c’incontriamo di nuovo. Manco a parlarne di sposarti, come ho disperatamente
sperato, ma la felicità è qualcosa che si chiama Jo, Harry o John, non Cesare.”
Nel giugno di
quello stesso anno, gli comunicano che gli è stato assegnato il Premio Strega
per la “Bella estate”. Si reca a Roma, ma in assenza di Constance sempre negli
Stati Uniti, è Doris che l’accompagna per ritirarlo. In luglio Pavese torna
un’ultima volta a Santo Stefano e confida a Nuto, un suo amico d’infanzia, che
aspetta una telefonata da Constance, cui ha chiesto di sposarlo:
“Pensaci ancora – gli dice Nuto – una donna straniera così
strana come dici, non fa per te. Con tante belle ragazze semplici, che ci sono
qui dalle nostre parti, proprio un’americana devi andare a sposare? Ti
pentiresti presto.” Pavese gli risponde: “Non importa, lo so, durerà al massimo
due anni, due anni in più da vivere.”
La risposta è
negativa. Annota nel suo diario: “Ci siamo, tutto crolla, lo stoicismo è il suicidio.”
Tre mesi prima, mentre tutto andava bene tra lui e Constance, aveva già
intuito, come si sarebbe concluso quest’ultimo tentativo:
“Non ci si uccide per amore di una donna, ci si uccide perché
un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità,
nulla.”
Il 26 agosto
1950, un sabato, Pavese lascia l’appartamento di Via La Marmora. Verso le due
del pomeriggio prende il tram, che lo condurrà alla stazione. Arrivato lì, scende
all’Albergo Roma, chiede una camera con telefono, gli danno la “43” al terzo
piano in fondo al corridoio, non è rivolta sulla piazza della stazione, ma su
una piazzetta laterale. In quest’ultimo fine settimana d’agosto, la maggior
parte dei torinesi ha lasciato la città e quelli che sono rimasti, sono usciti
al cinema o a ballare.
Quel pomeriggio
Pavese non esce dalla camera, si fa portare un tè, poi chiede alla recezione un
numero di telefono dietro l’altro.
La sera dopo, domenica, verso le 20,30,
siccome non ha dato segni di vita tutto il giorno, il padrone decide di far
sfondare la porta. Pavese è steso sul letto, vestito, ha gli occhi chiusi, il
volto disteso, sul lavandino le sedici bustine delle compresse, che ha
ingoiato, un sonnifero, che prende da due anni. Sul davanzale della finestra
una lettera bruciata, che si dissolve in cenere appena la si prende in mano.
“Perdono tutti e a tutti
chiedo perdono.
Va bene? Non fate troppi
pettegolezzi.”
10 gennaio 1999
Franco D’Arco