« Il Castello »
Genesi e struttura dell'opera.
Precedenti letterari, stile e lingua
Scritti autobiografici e riferimenti sociologici
Roberto Fertnani & Franco D'Arco
Un
agrimensore, K., giunge in un villaggio governato da un Conte che trascorre la
sua vita in un Castello che, dall'alto della collina su cui è costruito, incombe
sul circostante territorio.
Al desiderio
dell'agrimensore di lavorare in quelle terre, difficoltà insormontabili si
oppongono: il castello è la sede di una mostruosa burocrazia, ordinata con una
complicata e inesorabile gerarchia, che amministra il villaggio con un
groviglio di leggi contrarie alla morale e alla logica. E tuttavia gli abitanti
del villaggio le accettano e se ne fanno scudo, quasi, per re- spingere
nell'isolamento il nuovo venuto il quale si trova cosi circondato da un
impenetrabile muro di diffidenza.
Eppure K. non
desiste, si attacca a qualsiasi espediente per superare questa condizione e
penetrare, "comunicare" col mondo del Castello, sintetizzato per lui
in Klan, uno dei tanti signori che vi abitano.
Riesce a
sedurre – per realizzare il suo piano – Frieda che gode i favori di Klan, ma
poi purtroppo viene da lei abbandonato. Proprio quella notte K. entra
casualmente in un albergo dove i signori del Castello alloggiano quando
scendono al villaggio: per la prima volta, uno degli innumerevoli funzionari
gli offre benevolmente aiuto. Ma K-, stanco, si addormenta e non ode il
discorso del funzionario. Qui il romanzo s'interrompe.
Le edizioni
Brod nella sua Biografia dell'amico scrive: « Il 15 marzo 1922 Franz mi lesse
l'inizio del suo romanzo Il Castello » e in una nota aggiunge: « Non riesco a
stabilire con precisione l'epoca in cui Kafka scrisse Il Castello. Il mio
diario conferma solo la data della prima lettura (che non sarà stata molto
lontana dall'inizio della stesura) ». Dopo aver rilevato che K. esemplifica la
sorte dell'ebreo costretto a difendersi in una comunità estranea, Brod accenna
a un frammento narrativo intitolato Lusinga nel villaggio, inserito nei
Diari in data 11 giugno 1914, dove in prima persona si parla dell'arrivo del
protagonista in un villaggio che non 10 accoglie volentieri: respinto da una
locanda, lo sconosciuto trova rifugio in una casa di contadini. I rapporti di
questo inserto con Il Castello sono piuttosto labili, molti particolari non
coincidono (per esempio la stagione estiva in cui si svolge Lusinga nel
villaggio), non possiamo quindi riconoscere con certezza assoluta nel breve
racconto del 1914 il nucleo del futuro romanzo.
Quanto
all'arco di tempo, Brod accenna, sempre nella Biografia, alle esperienze dello
scrittore a Zurau, nel 1917, ma una occasione decisiva per la genesi del
Castello fu l'incontro avvenuto a Merano nel 1920 con Milena Jesenska e si
presume che la stesura del Castello risalga in massima parte al gennaio e al
settembre 1922. In una lettera a Brod, del luglio 1922, troviamo un accenno al
carattere demoniaco delle figure del romanzo, anche se il discorso verte
genericamente sull'esercizio dello scrivere: « Questa discesa alle potenze
delle tenebre, questo scatena- mento di spiriti legati per natura, i
problematici amplessi e tutto quanto può avvenire laggiù, di cui qua sopra non
si sa nulla quando si scrivono racconti alla luce del sole ».
E in una
successiva lettera a Brod (timbro d'arrivo 11 settembre 1922) in una parentesi
Kafka confessa: « (infatti ho dovuto mettere da parte evidentemente per sempre
la storia del Castello) ».
Il Castello
fu pubblicato postumo, da Brod, nel 1926, con un poscritto che sosteneva la sua
tesi teologica e una nota che spiegava i criteri dell'edizione. L'autore aveva
lasciato il manoscritto senza titolo, ma lo aveva sempre denominato Il
Castello. Inoltre, in un foglio a parte, aveva elencato quindici titoli di
capitoli: 1 Arrivo, 2. Barnabas, 3. Frieda, 4. Primo colloquio con l'ostessa,
5. Dal sindaco, 6. Secondo colloquio con l'ostessa, 7 Il maestro, 8. In attesa
di Klamm, 9. Battaglia contro l'interrogatorio, 10. Per la strada, 11. (La
notte) A scuola, 12. (Il mattino) Gli aiutanti, 13. Hans, 14. Il rimprovero di
Frieda, 15. Da Amalia. Il manoscritto non s'interrompe mai; solo in ventuno
pagine Kafka aveva segnato uno stacco o inserito la parola "Kapitel".
Per la prima
edizione Brod corresse alcune sviste, introdusse in qualche punto una divisione
in capitoli, omise le ultime pagine del manoscritto, in modo che la vicenda
avesse un senso compiuto, e poche altre nel contesto che, a suo parere, non
influivano sulle linee essenziali dell'intreccio.
Nella seconda
edizione eliminava parzialmente le gravi omissioni della prima, ma solo nella
terza, in appendice, pubblicava la parte finale, interrotta, del manoscritto.
Le ragioni
che hanno indotto l'autore a lasciare incompiuto Il Castello che era
stato oggetto di un lavoro assiduo, non sono chiare. Tutto un complesso di
circostanze sfavorevoli deve avere contribuito a tale decisione: la malattia
che, diagnosticata nel 1917, progrediva e si aggravava; la relazione con
Milena, l'ispiratrice del personaggio di Frieda, che era finita per sempre, e
Kafka, se escludiamo i racconti che richiedono uno sforzo di concentrazione
minore, interruppe Il Castello, così come aveva interrotto America e lasciato
Il processo senza dargli l'ultima mano.
E infine la
perenne insoddisfazione di fronte ai suoi risultati, che provocava in lui
continue crisi di sconforto e di sfiducia nelle proprie capacità artistiche.
Il Castello,
come nessun altro classico della letteratura del Novecento, ha dato origine a
una pluralità ermeneutica, che al tempo stesso affascina; e turba profondamente.
Ma per una lettura corretta di questo testo così dibattuto si deve,
innanzitutto, evitare un errore di metodo: la pretesa di scoprirvi un
significato univoco.
L'autore,
con espedienti bizzarri e maliziosi, invita, anzi costringe, chi presume di
avere rintracciato il filo d'Arianna, a deviare dalla strada fino allora
seguita e ad assumere un contegno più cauto e possibilista.
Citiamo
alcuni esempi illuminanti in proposito. Quando (all'inizio del capitolo II) K.
vede per la prima volta i due aiutanti, gli chiede dove sono gli strumenti.
Loro rispondono di non averne e di non intendersi di agrimensura: « Ma se siete
i miei vecchi aiutanti [come prima avevano sostenuto gli interessati] dovete
conoscere il mestiere ». Qui si offende volutamente la logica, perché se erano
vecchie conoscenze come faceva K. a non riconoscerli? In realtà a Kafka premeva
lasciare nella sfera del dubbio più nebuloso le identità di Artur e Jeremias e
mettere all'erta gli esegeti troppo sottili e raziocinanti.
Durante il
primo sgradevole incontro con il maestro (capitolo I) questi si meraviglia
della domanda di K.: « Come? Lei non conosce il Conte? ». « Come potrei
conoscerlo » risponde il maestro, e aggiunge forte in francese: « Abbia
riguardo alla presenza di bambini innocenti».
Qui si
potrebbe suffragare la tesi che al Castello si commettono chissà quali infamie
e turpitudini, ma tutto il decorso posteriore dell'azione contraddice questo
sospetto: del conte Westwest non si farà più parola, i funzionari passano il
loro tempo dormendo, sbrigando di malavoglia le loro pratiche o seducendo le
donne di più bassa estrazione, come in qualsiasi (cattiva) amministrazione. ma
il loro status dagli abitanti del villaggio viene invidiato e circondato da
un'aureola di prestigio.
Non c'era
nessuna necessità di circondare il nome del conte di un così esoterico
silenzio, anche perché la sua natura, benefica o malefica che sia, non viene
neppure accennata. Infine la spia più rivelatrice: Amalia lacera la lettera di
Sortini, K. (capitolo XIX) durante la notte trascorsa nell'" Albergo dei
Signori ", vede nel corridoio su un carrello un foglietto strappato da un
taccuino. Nonostante la stanchezza che lo opprime intuisce che potrebbe essere
la sua pratica, la carta che suggella il suo destino. Allora l'inserviente
distrugge senza perché il documento in minutissimi pezzi, deludendo sia
l'aspettativa di K. sia la curiosità del lettore. Così la vicenda rimane
immersa nell'ombra, in una suspense che ricorda la tecnica del romanzo
poliziesco.
Ancor più
fuorvianti sono le analogie che si possono dedurre dai prestiti letterari,
spunti, motivi, figure. In una celebre lirica del Libro d'ore di Rilke, che
all'epoca della stesura del Castello era patrimonio acquisito nei paesi di
lingua tedesca, si legge questa quartina: « Ich kreise um Gott, um den uralten
Turm / und ich kreise jahrtausend- [ang, / und ich weiss noch nicht: bin ein
Falke, ein Sturm / oder ein grosser Gesang » (Volo intorno a Dio, intorno alla
torre antichissima / e volo intorno da millenni; / e non so ancora se sono un
falco, una tempesta / o un grande cantico).
Alla fine del
capitolo IX, in un inno all'inaccessibilità di Klamm si dice che K. pensava «
...ai cerchi indistruttibili, troppo alti perché K. dal suo abisso li potesse
turbare, che descriveva secondo incomprensibili leggi e che solo per qualche
attimo si potevano intravedere: tutto questo era comune a Klamm e all'aquila ».
Nonostante la
somiglianza dell'immagine, sarebbe del tutto arbitraria l'identificazione tra
l'anima del poeta alla ricerca vorticosa di Dio e il privilegio di Klamm di
sollevarsi fino alle sfere precluse ai comuni mortali; Kafka intende solo
magnificare, con questa iperbole, la sublime lontananza dell'alto funzionario
dai problemi meschini di K.
Se dunque si
deve rinunciare a individuare un contenuto simbolico in ogni particolare del
Castello, non si deve per questo ritenerlo il semplice arbitrio di una fantasia
onirica, senza agganci con la realtà concreta dell'uomo Kafka.
Nei suoi tre
romanzi l'autore ha variato sempre la stessa istanza, il problema esistenziale
da tre prospettive diverse. In America: Karl Rossmann sperava invano di
affermare i propri diritti nell'ambito della comunità sociale, nel Processo
Josef K. soggiace al suo senso primigenio di colpa, che si estingue soltanto
con l'esecuzione finale. K. nel Castello unifica in sé le due esigenze espresse
nei romanzi precedenti perché, mentre da un lato tenta disperatamente di
inserirsi nella vita del villaggio con la qualifica di agrimensore, dall'altro
non riesce a sottrarsi alla volontà caparbia di essere accolto con tutti gli
onori al massimo livello, di conquistare a tutti i costi la certezza in un
contesto dove tutto è fluido, problematico, ambiguo. L'incarico di bidello, che
è costretto ad accettare, richiama alla memoria il compromesso riservato a Karl
Rossmann nel Teatro naturale di Oklahoma, che costituisce l'ultimo capitolo di
America.
Dalla nota di
Brod alla prima edizione dell'opera, sappiamo quale doveva essere la
conclusione. Kafka non ha scritto un capitolo finale «ma una volta, su mia
domanda, mi ha spiegato come doveva terminare il romanzo. Il cosiddetto
agrimensore finirà per ottenere soddisfazione, almeno in parte. Non rinuncia
alla lotta, ma muore d'esaurimento. Intorno al suo letto di morte si raccoglie
la comunità, e in quel momento giunge dal Castello la decisione che non dà a K.
diritto di cittadinanza nel villaggio, ma per riguardo a certe circostanze
accessorie, gli concede tuttavia di viverci e di lavorarci ». Una soluzione
intermedia e, se vogliamo, meno tragica di quella di America e del Processo,
aperta all'unico spiraglio di speranza possibile su questa terra.
L'azione si
svolge nello spazio di una sola settimana, in un paesaggio gelido. Quando K.
arriva, il villaggio è affondato nella neve e alla fine Pepi rivela che
l'inverno da loro dura a lungo e anche nella bella stagione qualche volta cade
la neve. AI suo primo contatto con la gente del luogo K. nota che « il cranio
di quegli uomini sembrava fosse stato appiattito a mazzate e i lineamenti
formati nel dolore dei colpi ».
Come non
riconoscere in questa frase quell'idea di un'umanità rattristata e sofferente
che si dispiega in mille accenni e riferimenti nelle pagine autobiografiche di
Kafka? Eppure K. ha lasciato il paese nativo proprio per questa località
squallida, proprio per libera elezione.
Quando
(capitolo XIII) Frieda si augura di vivere sotto cieli mediterranei più tersi,
K. non ha dubbi e risponde con una domanda: « Che cosa avrebbe potuto attirarmi
in questo paese così tetro, se non il desiderio di rimanervi? ».
Un'autoconfessione rivelatrice del significato implicito, sotteso, in tutto il
romanzo: in questa dimora irrigidita e inospitale, l'uomo si dibatte nel
tentativo di restare proprio in questo clima e di afferrare la sua personalità,
contro tutti i decreti di un'autorità che si erige ad arbitro della sua sorte,
nella sfera fisica o metafisica.
Il conte
Westwest e i suoi intermediari, nei quali la critica ha intravisto un riflesso
del progressivo deteriorarsi dello spirito nella materia di derivazione
cabalistica, non sono né depositari di un ordine soprannaturale, Dio e i suoi
angeli, né i detentori del potere su questa terra, ma lasciando impregiudicata
qualsiasi distinzione, impersonano quella gerarchia alla quale è oscuramente
demandato di decidere del destino dell'uomo al di sopra del suo arbitrio e
delle sue aspirazioni.
In questa
prospettiva l'inserto di K., che da piccolo sale sull'orlo del muro che
circonda il cimitero del villaggio nativo e viene rimproverato dal maestro,
allude in termini sfumati alla smania, appagata solo in un attimo illusorio, di
poter gettare uno sguardo indagatore nel regno della morte, precluso alla
comprensione razionale.
« Era tarda sera quando K. arrivò. » Così, all'inizio del
romanzo, in un paesaggio di gelo si presenta il protagonista che, come il Josef
K. del Processo, ha la stessa iniziale del cognome di Kafka: l'espediente
allude, senza insistere, a una possibile identità tra personaggio e autore; del
resto il romanzo era stato iniziato in prima persona.
Sono
particolari che rivelano, o meglio lasciano nella penombra, le intenzioni dello
scrittore, il quale si diverte sempre a suggerire un'ipotesi per confonderne
subito dopo i caratteri probanti.
Così K. si
carica, ma fino a un certo limite, di tratti autobiografici, perché la sua
vicenda terrena assume un valore, che trascende l'esperienza di chi la muove e
non coincide affatto con una rievocazione letteraria della realtà, quale si
trova ad esempio nei Buddenbrook o in Disordine e dolore precoce di Thomas
Mann.
Il passato di
K., che altrove ha lasciato il paese natale, non incide affatto sul suo presente,
tutto teso ad affermare i suoi diritti alla funzione di agrimensore del
Castello, un incarico che, non si sa in quali circostanze, K. dice gli sia
stato affidato.
Le costanti
del suo carattere sono l'ostinazione e l'impazienza di raggiungere la sua meta,
in mezzo a un groviglio di difficoltà, perché deve lottare su due fronti: da un
Iato la paura, l'ostilità o l'indifferenza degli abitanti del villaggio e delle
sue autorità, dall'altro la tenace risoluzione degli alti funzionari del
Castello di non lasciarsi coinvolgere nel concedergli un colloquio
chiarificatore e di deviare le sue richieste, o comunque di persuaderlo
dell'assurdità delle sue pretese.
Ma anche qui
si tratta di atteggiamenti ambigui, non definitivi e assoluti: la freddezza degli
abitanti si scioglie nel rapporto erotico di Frieda, che lascia un'« aquila »
come Klamm, capo della X sezione del Castello, per un « lombrico » come K.,
secondo le parole dell'ostessa del Ponte.
Talora le
potenze inaccessibili del Castello mandano a K. segni favorevoli: al suo
arrivo, quando all'osteria del Ponte, Schwarzer telefona al Castello per
accertarsi che K. abbia il permesso di soggiorno, prima riceve una risposta
negativa: « Mai sentito parlare di agrimensori », poi positiva: « Come debbo
spiegare la cosa al signor agrimensore? ». K. riceve in tempi diversi due
lettere da Klamm: la prima lo informa dei particolari, come se la sua
assunzione non fosse più materia controversa, la seconda l'elogia per una
attività che non ha mai svolto.
Queste
parvenze di verità lo inducono a perseverare nell'errore, nonostante i sensati
piccolo - borghesi del villaggio cerchino di dissuaderlo. Gli dice il sindaco
(capitolo V): « Tutti i rapporti di cui mi parla sono soltanto apparenti, ma
lei li considera reali per la sua ignoranza della situazione » e alla fine
dell'episodio di K. che ha aspettato invano Klamm nel cortile innevato
dell'"Albergo dei Signori" (capitolo VIII) e presume di avere toccato
i vertici della sua libertà negativa, Kafka commenta: « Nulla era così assurdo,
così disperato come quell'indipendenza, quell'attesa, quel1'invulnerabilità ».
L'antagonista
principale di K. è Klamm, l'enigmatico capo della X sezione, che non sarà mai
in grado di raggiungere ma soltanto di intravedere dal buco della serratura
la sera del suo arrivo all'"Albergo dei Signori": gli appare come un
burocrate sonnacchioso, con il volto cascante per l'età matura e un paio di
baffi austroungarici, non diverso dagli esemplari di capiufficio che Kafka
dovette frequentare nella sua attività di impiegato.
Klamm,
secondo alcuni, si riconnette al tedesco "klamm" = stretto, rigido
(per lo Heller il suono di questa parola produce un senso di angoscia, quasi di
claustrofobia), secondo altri con il ceco "klam", che significa
illusione.
Nella
tipologia dei solerti funzionari del Castello si distingue solo per essere
l'addetto alla sezione che si occupa dell'affare K. e per essere stato in anni
lontani l'amante dell'ostessa del Ponte e, prima di K., di Frieda, che portano
impresso nell'anima il ricordo di quel rapporto erotico.
Anche gli
altri colleghi di Klamm hanno nomi simbolici o vagamente allusivi alle loro
mansioni: Biirgel, che K. incontra per sbaglio nella sua camera da letto alI'«
Albergo dei Signori", da «biirgen"= garantire, Erlanger, che convoca
K. per trasmettergli l'ordine di lasciare Frieda, da « erlangen " =
ottenere, usati entrambi per ironica distorsione, in quanto che Biirgel riesce
a rassicurare K. solo in modo fittizio e seguita a parlare a un interlocutore
sopraffatto dal sonno, mentre Erlanger ottiene il suo scopo, ma senza concedere
nulla alle speranze di K.
Altre
etimologie meno convincenti sono state proposte per Sordini, Sortini, Galater,
mentre non sarà senza motivo lo strano nome del conte, signore del Castello,
citato del resto solo fuggevolmente. Si chiama Westwest (Occidenteoccidente),
il che ha suggerito sia il richiamo all'hotel Occidental di America, simbolo
del nostro sistema di vita, sia il concetto di tramonto o della morte che
annulla se stessa. Sono tutte relazioni possibili anche se indimostrabili,
che ci introducono in un contesto tanto più intricato quanto più ci si ostina,
come l'eroe del romanzo, a volere dare di ogni dettaglio una spiegazione univoca.
Evidente
invece il significato di Momus, il segretario rurale di Klamm, che porta lo
stesso nome del dio greco della maldicenza, mentre Barnabas equivale in ebraico
a "figlio del conforto". I personaggi maschili minori presentano
tutta la gamma della meschinità filistea: lo Schwarzer che si fa rigido custode
della legge solo per volontà di persecuzione, Lasemann che scaccia K. da casa
sua per non compromettersi, Gerstiicker che addirittura, per sgravio di
responsabilità, lo accompagna in slitta fino all'osteria del Ponte, sfidando i
rigori della notte invernale.
E poi il
sindaco, evasivo e succubo della moglie intraprendente, e il maestro, deciso a
valersi fino in fondo della sua autorità di minidespota. Mentre gli aiutanti,
Artur e Jeremias, si staccano dal grigiore degli abitanti del villaggio,
perché adombrano, in chiave grottesca, le forze irrazionali dell'istinto che
tentano di sviare K. dalla sua meta.
Su un altro
versante le figure femminili rivelano, in tutte le varianti, l'abilità kafkiana
di un'analisi psicologica rigorosa. Frieda (U Frieden " in tedesco
equivale a pace) per capriccio abbandona Klamm, che dava prestigio alle sue
mansioni d'inserviente al banco di mescita dell'Albergo dei Signori",
per uno straniero che non le darà nessuna sicurezza: in seguito lo rimprovererà
di avere usato di lei per puro calcolo, come strumento per accedere a Klamm.
La scena
della seduzione, sul pavimento della mescita non lontano dalla stanza dove
sonnecchia Klamm, anticipa quella tematica dell'eros rimedio e delusione
supremi della solitudine, che ha un'enorme fortuna nella letteratura e nel
cinema di oggi: « ...come i cani raspano disperatamente il terreno, così essi
scavano l'uno il corpo dell'altro, e poi delusi, smarriti, per trovare
un'ultima felicità, si lambivano a volte con la lingua vicendevolmente il viso
».
Frieda,
biondina gracile e insignificante, assurge qui al mito della donna divoratrice
di uomini, che Wedekind, in un'atmosfera carica di tensione espressionista, aveva
inaugurato nella sua dilogia di Lulu.
A Frieda si
contrappone non tanto l'ingenua Pepi, che la sostituisce alI'"Albergo dei
Signori ", quanto Gisa la maestra, che per un atto di crudeltà gratuita,
con un pretesto futile, costringe prima il suo gatto a graffiare la mano di K.,
e poi Frieda a lavare il gatto in una bagnarola.
L'ostessa del
Ponte, antica amante di Klamm e protettrice di Frieda, ha, nell'economia del
romanzo, una funzione duplice: da un lato confida a K. il suo eterno rimpianto
per la gioventù trascorsa tra i favori di Klamm, preludendo così all'analoga
nostalgia di Frieda, e dall'altro, con la sua fittizia simpatia che si tramuta
poi in aperta inimicizia per K., gli ricorda la mutabilità e fragilità delle
sue speranze, tanto che riappare inaspettatamente alI"' Albergo dei
Signori " la notte stessa che K. tenta di risolvere il suo dilemma con un
colpo di mano, entrando nella slitta aperta di Klamm.
La famiglia
Barnabas. La storia della famiglia Barnabas, il messaggero occasionale ma di
professione aiutocalzolaio che il Castello ha messo a disposizione di K., si
colloca nel contesto del romanzo come un excursus a sé: di ogni membro del
nucleo si ricostruiscono i precedenti, in modo da formare con le singole
tessere l'insieme di un mosaico.
Un tempo era
una famiglia serena: oltre a Barnabas le due sorelle, Olga e Amalia, la madre e
il padre, ancora valido e socio del corpo dei pompieri locale; ma un giorno a
una festa popolare per l'inaugurazione di una pompa nuova, dono del Castello
alla comunità, un alto funzionario, Sortini, si è invaghito di Amalia, ornata
di una collana di granate di Boemia, avuta in prestito. Il giorno dopo Amalia
riceve una lettera con l'ordine perentorio di recarsi al Castello. redatta in
termini irriferibili; indignata la giovane straccia la missiva sotto gli occhi
del messaggero.
Da allora,
mentre Amalia si rinchiude in una solitudine orgogliosa, la famiglia comincia a
decadere, i genitori invecchiano precocemente, la gente del villaggio li evita
insieme con i tre figli, come segnati dalla colpa e dalla sciagura. Barnabas
accetta il posto, neppure retribuito, di messaggero per ingraziarsi con i suoi
servigi le autorità del Castello e Olga, per carpire un impossibile intervento
a favore dei suoi, arriva persino a prostituirsi alla masnada dei servitori
dell" Albergo dei Signori".
K. sente
subito una inspiegabile affinità spirituale con questi reietti e la sua
amicizia per loro scatenerà le ire e la gelosia di Frieda. Max Brod,
riferendosi a Terrore e tremore di Kierkegaard, ha spiegato l'episodio con il
confronto tra la prova richiesta da Dio a Abramo con il sacrificio di Isacco;
lo Heller, a ragione, la ritiene una trovata comica, data l'inconsistenza
dell'espressione: Dio sta a Isacco come Sortini sta ad Amalia.
Senza
pretendere di dare una esegesi capillare di un episodio di cui Kafka ha voluto
sottolineare l'esito scandaloso, sembra legittimo inserirlo in quel clima
generale di soprusi che i signori del Castello esercitano sulla gente del
villaggio, uomini e donne che siano. Solo Amalia si ribella, mentre
l'alternativa è impersonata dalla « ragazza del Castello » che K. vede esangue
in casa di Lasemann, malata di inguaribile nostalgia.
Tanto che K.,
quando troverà un amico nel piccolo Hans Brunswick, che lo sostiene moralmente
contro il maestro e la signorina Gisa, chiederà al ragazzo di essere messo in
contatto con la madre, proponendosi di aiutarla con le sue virtù terapeutiche,
ma in realtà per esplorare una via ulteriore per avvicinarsi al mistero del
Castello.
Il tema
fondamentale del Castello è la lotta impari, disperata, dell'individuo per
inserirsi in una compagine che da un lato lo invita, o così sembra, dall'altro
invece tende a emarginarlo e a escluderlo.
Non risulta
mai che K. sia stato assunto, qualche volta gli altri immaginano che si tratti
di un pretesto per crearsi un titolo di prestigio e di rispettabilità. Lo
Heller interpreta il termine tedesco per agrimensore" Landvermesser"
nel suo valore etimologico. "Vermessen " significa misurare, quindi
" Landvermesser " è chi vuole " ordinare la vita terrena e farla
funzionare entro confini ben definiti". Ma "Vermesser" allude
anche a "Vermessenheit", hybris; all'aggettivo "vermessen",
audace, al verbo "sich vermessen ", " commettere un atto di
orgoglio ", e anche, inoltre, " applicare la misura sbagliata",
"commettere un errore di misurazione".
Non si pensi
che questa polivalenza semantica sia stata escogitata dal capriccio degli
esegeti, che hanno commesso abusi incredibili nello stabilire bizzarre
coincidenze simboliche o allegoriche.
Tutti i
significati connessi al sostantivo " Landvermesser " si possono
applicare senza sforzo alla vicenda di K., e corrispondono anche alla
predilezione di Kafka per le sottigliezze giuridiche, per l'analisi minuziosa
dei pro e dei contro di una situazione, alla sua sfiducia nella possibilità di
tracciare sempre una linea netta tra la luce della certezza e la penombra del
dubbio.
Nel motivo
centrale del romanzo convergono, come i raggi verso il centro, gli episodi che
esemplificano la velleità e la presunzione del carattere di K. Pretende a tutti
i costi di parlare con Klamm, il quale non ha mai rivolto la parola alla sua ex
- amante Frieda, e che perfino Barnabas, il suo messaggero, non è sicuro di
conoscere.
Quando il
piccolo Hans Brunswick gli parla della malattia della madre, la ragazza del
Castello, K. vanta le sue virtù terapeutiche e, per convalidare la fiducia
nella sua capacità, dice che al suo paese lo chiamavano « erba amara..». Invano
l'ostessa del Ponte lo avverte che « è spaventosamente all'oscuro della
situazione », che « è il più ignaro di tutti ». Alla fine del colloquio K. non
solo non si lascia persuadere, ma sospetta che l'ostessa abbia « paura per
Klamm », invertendo i termini del rapporto con una baldanza gratuita.
D'altra parte
K. nella sua cecità di fronte all'ignoto, non riuscirà mai a ridimensionare le
autorità del Castello nelle loro entità effettive: questi uomini grassocci o
mingherlini, sempre mezzo appisolati, intransigenti e dispotici con le donne,
non hanno in se nessuna maestà, ma sono un riflesso della miseria che coinvolge
tutti e tutto, anche lo stesso edificio del Castello, un insieme di costruzioni
a due piani e di case basse, con una torre, intorno cui svolazzano stormi di
cornacchie. Klaus Wagenbach ha creduto di identificare il modello concreto che
ha ispirato Kafka, nel castello di Wossek, cento chilometri a sud di Praga,
accanto a un villaggio, luogo d'origine della famiglia di lui e che l'autore,
nell'infanzia, doveva avere visitato, almeno in occasione dei funerali del
nonno paterno, nel 1889.
Contemplato
nella stagione invernale, molti particolari coincidono, ma i risultati dello
studio del Wagenbach non sono probanti in modo definitivo, in quanto che il
complesso (un castello che domina un villaggio su un fiume) ricorre in troppe
località della Boemia; tuttavia non possiamo escludere che il castello di
Wossek gli sia rimasto così impresso nella memoria da costituire il prototipo
della sua futura creazione fantastica.
Nell'atmosfera che avvolge Castello e villaggio, i rapporti umani sono dominati dall'estraneità e dalla solitudine; solo, per fuggevoli intervalli,
il rapporto erotico di Frieda e K., o peggio ancora tra Olga e i servitori
dell'«Albergo dei Signori ", accentua, invece di eliminare, l'indifferenza
reciproca. I colloqui non stabiliscono mai un flusso di simpatia tra gli
interlocutori, ma seguono le leggi di una casistica capillare; anche le
discussioni più pro- tratte e minuziose non si concludono mai con un dato
sicuro e acquisito.
I confronti
si svolgono quasi sempre in ambienti disadatti, come l'aula scolastica dove K.
si è insediato, o inospitali, come la casa di Lasemann o l'osteria del Ponte,
oppure in locali angusti e soffocanti, come la stanza dove K. parla con
Biirgel. All'interno di questa cappa di angoscia non mancano neppure i momenti
comici, causati dalla disparità tra le forze di K. e la difficoltà insuperabile
del suo compito.
La seconda
lettera di Klamm, che l'elogia di un lavoro mai eseguito, ha un sapore di
sarcasmo. Le umiliazioni del signor agrimensore, costretto per sopravvivere
alle mansioni di bidello in una piccola scuola rurale e a sottrarre la legna
per riscaldarsi, esposto al mattino ai rimproveri del maestro, alle angherie
della maestra e agli schiamazzi degli alunni, ha la vivacità icastica delle
scene di eroi bastonati, cari alla cinematografia muta degli anni venti.
Così la scena
di Barnabas padre che, pompiere benemerito, salva Galater, il funzionario
ciccione, da un incendio, o quella di Biirgel nudo « molto simile alla statua
di un dio greco », che cerca di ripararsi le parti scoperte, e la sequela della
suddivisione delle pratiche, caotica e frenetica, nel corridoio dell"'
Albergo dei Signori ", condotta con un ritmo che ricorda i primi film di
Chaplin o di Buster Keaton.
Se per
America sappiamo che l'ambizione di Kafka era di scrivere un romanzo alla
Dickens, e quindi disponiamo di un riferimento preciso, per Il Castello gli
influssi letterari documentabili sono più mediati e meno sicuri. La critica (in
Italia, Aloisio Rendi) ha indicato il Michael Kohlhaas di Kleist -citato anche
da Oskar Walzel come termine di confronto nel- la sua recensione alla
Metamorfosi, nel 1916 -poi Babicka (La nonna) della scrittrice ceca
dell'Ottocento Bozena Nemcovà, o lo svizzero Robert Walser, autore di Jakob von
Gunten.
Difficile
d'altra parte non riconoscere analogie almeno esterne tra Il processo e n
Castello da una parte, e i romanzi di due scrittori boemi di lingua tedesca
coevi, Alfred Kubjn e Gustav Meyrinck, evocatori di atmosfere spettrali, anche
se non sono del tutto evidenti i tramiti che intercorrono tra le modeste storie
dell'Altra parte o del Golem, e un capolavoro in assoluto come n Castello.
I precedenti
letterari non sono di grande aiuto per ricostruire la genesi del romanzo, anche
per l'eccessiva disinvoltura di certa critica anglosassone, che non ha esitato
a ricorrere a paralleli indimostrabili come La Divina Commedia di Dante
o il Watt di Beckett, alla ricerca di affinità pretestuose o inesistenti.
Alle tante
definizioni della narrativa di Kafka, una recente di Clemens Heselhaus, ci
sembra più delle altre pertinente per essere racchiusa in una formula
plausibile, « antifiaba ». Qui l'elemento fiabesco è la presenza misteriosa
del" Castello", mentre il. polo dialettico opposto è rappresentato
dal disaccordo del protagonista con il mondo e dal tentativo da lui perseguito
di imporsi con ogni mezzo.
Da questi due
elementi contrastanti ne deriva una particolare equivocità, con il suo
intreccio indissolubile di divagazione fantastico - onirica e di descrizione
meticolosa del particolare realistico.
D'altra parte
Kafka era troppo conscio delle zone oscure che gravano sul destino
dell'individuo per pensare a un romanzo di impronta naturalistica. Anche nel
breve frammento Un messaggio dell'imperatore e nell'inserto Di fronte alla
legge, quando aveva voluto significare l'impossibilità dell'uomo di accedere
alla "verità", si era servito della forma della parabola, per
alludere allo iato incolmabile che intercorre tra volontà del singolo e
necessità esistenziale.
Come i
modelli letterari non sono determinanti per l'invenzione di Kafka, cos! gli
esempi linguistici hanno agito sulla struttura del suo stile, senza mai
soffocarne l'originalità. Lo scrittore parlava correttamente il ceco, ma
nell'enclave ebraica di Praga, la borghesia preferiva educare i suoi figli alla
cultura tedesca, che era quella della classe dominante Il tedesco di Praga,
affine per ragioni di contiguità all'austriaco, si era evoluto con
caratteristiche regionali specifiche, che si notano anche in Kafka (per esempio
l'uso di "trotzdem" invece di "obwobll.
Il lessico
poi era abbastanza povero, in quanto che escludeva il vivace apporto dialettale
comune a tutto il territorio linguistico tedesco, essendo Praga situata
all'interno di un paese prevalentemente slavo.
Kafka ha
creato su questa base uno strumento espressivo inconfondibile per la precisione
e la secchezza del periodo, unito da un tono grigio. uniforme, in una compagine
senza incrinature.
La critica ha
notato che il narratore non sposta l'evento nel passato, ma lo dispiega sotto
gli occhi del lettore, in modo che l'assurdo, nel suo svolgersi, acquista la
credibilità del reale; tuttavia un esame più approfondito dei testi rivela che
non si tratta di un metodo esclusivo, in quanto che l'autore interviene anche
dall'esterno, con il suo commento, o con una serie di interrogativi che
sfuggono al flusso puramente interiore del personaggio Anche se la presente
edizione è dedicata al nostro pubblico, non sarà inutile riportare a questo punto
un brano dell'originale (inizio del capitolo VIII), prima in tedesco e poi
nella traduzione italiana.
La prima
parte non si scosta da una usuale sequela di frasi semplici, nella quale
predomina esclusiva la paratassi: i concetti sono allineati l'uno all'altro in
un ritmo rapido che esprime la serenità riacquistata da K. uscito dalla calca
opprimente della stanza che aveva abitato all'osteria del Ponte.
Si respira
insieme con il protagonista quell'aria fresca, pulita di neve. Ma subito dopo
si apre un inserto che rovescia l'impressione di serenità. I contorni del
Castello, che dovrebbe essere abitato ma che per K. non ha mai dato segni di
vita, incombono in un silenzio sinistro sul paesaggio circostante, percorso da
K. che si reca all'" Albergo dei Signori".
Le tenebre
precoci della sera invernale lo celano a poco a poco e lo trasferiscono nel
regno del dubbio e dell'irreale. In modo che acquista tratti antropomorfici
enigmatici e minacciosi, dando a Kafka l'occasione per esercitare tutti i
sofismi del suo ingegno; K. infatti ha la sensazione di trovarsi di fronte a
una persona sola e inosservata, oppure, capovolgendo la definizione, che si
sente osservata ma senza perdere la sua indifferenza di fronte a occhi
estranei.
Ne consegue
che gli sguardi di K. si sentono attratti irresistibilmente anche se non
riescono a fissare a lungo l'oggetto, creando un rapporto di reciprocità, dove
non si distingue la causa dall'effetto.
L'episodio è
ripartito in tre periodi: il primo, descrittivo, solo verso la fine ( « eppure
gli occhi lo pretendevano, intolleranti di quella calma » ), prelude
all'atmosfera inquietante espressa nelle spire del secondo, il più lungo ed
elaborato, che trascina il lettore nella stessa angoscia provata da K., mentre
l'ultimo conclude la scena in tono smorzato, reinserendo nel contesto la
notazione realistica del tutto che sprofonda nell'oscurità.
Anche se
breve, il passo riferito ci introduce nell'officina letteraria di Kafka, che ha
sempre usato un linguaggio semplice, incisivo, fatto di parole usuali e di una
sintassi perspicua, perfino elementare.
Il fascino
della sua narrativa, lontana sia dall'automatismo naturalistico, sia dal
turgore espressionista, s'impone soprattutto per il suo carattere di linearità
e di chiarezza. Nella monocromia del suo stile è racchiuso il segreto della sua
arte, che solo in tempi recenti la critica ha studiato con strumenti adeguati,
abbandonando la pretesa di tradurre in termini razionali i segni cifrati di una
fantasia che Kafka stesso confermava di non essere in grado di spiegare fino in
fondo.
Scrive Gyorgy
Lukàcs nel Significato attuale del realismo critico: « Il mondo del
capitalismo odierno come inferno e l'impotenza di tutto ciò che è umano davanti
alla potenza di questo inferno, costituisce il contenuto dell'opera di Kafka ».
Kafka scrisse Il Castello fra il 1921 e il 1922, quando trascorreva penosamente
i suoi giorni, meditando sulla sua sorte e sulla malattia che lo consumava.
A leggere le
non numerose pagine del suo diario di questo periodo, si incontrano notazioni
stupende sulla monotonia dell'esistere, sull'inquietudine del cuore, sulla
consapevolezza del proprio fallimento.
Per esempio:
« 2 novembre (1921). Vaga speranza vaga fiducia. Un interminabile torbido
pomeriggio domenicale che ingoia anni interi, un pomeriggio fatto di anni. A
volta a volta disperato nelle vie deserte e calmato sul divano. Stupore alla
vista delle nubi assurde, incolori, migranti quasi incessantemente. "Tu
sei destinato a un grande lunedì." "Ben detto ma la domenica non
finisce mai" ». Mancano invece i riferimenti diretti ai problemi che pure
dovevano angustiarlo, sulla composizione del Castello che, se non il più
riuscito, è il più ambizioso tra i romanzi di Kafka. Soltanto possiamo trovarvi
allusioni indirette come questa: « 19 ottobre... Mosè non arrivò a Canaan, non
perché la sua vita fosse troppo breve ma perché era una vita umana ».
Nella massima
è racchiuso in sintesi il perché del tentativo frustrato di K.: non era in
grado di toccare la sua meta, per il fatto che ad agire erano le forze di un
uomo. Oppure: « 30 ottobre... La solida delimitazione dei corpi umani è
spaventosa », che richiama subito la scena del coito tra K. e Frieda sul
pavimento della mescita dell"' Albergo dei Signori ", con il loro
disperato avvinghiarsi tra le pozze di birra.
Ma i soli
agganci sicuri del romanzo alla biografia di Kafka sono le esperienze del
rapporto con Milena Jesenska - che fallirà per l'incapacità di lui di adeguarsi
al reale -adombrato nel. l'amore senza esiti tra K. e Frieda, e la presenza del
nome K., che allude tuttavia a una cifra umana universale.
Come nel
pomeriggio di domenica del frammento citato, il tempo nel Castello, è così
lento da sembrare quasi immobile e, a ragione, la critica ha individuato la
allucinante contemporaneità di tutto il decorso della vicenda di K., che alle
sue spalle ha un passato insignificante, mentre di fronte a se non ha nessuna
prospettiva di futuro. K. vive immerso nel presente e percorre gli ambulacri di
un labirinto, costruito ad arte perché chi si smarrisce non possa mai
raggiungere la meta che si propone.
Questi dati
di fatto sembrano contraddire il giudizio, forse troppo assiomatico, di Lukacs
ma, se trascuriamo gli spunti biografici, per altro molto labili e incerti, e
analizziamo n Castello nelle relazioni predeterminate tra padroni, esecutori e
servi, vediamo che la struttura portante di questa comunità fantastica non si
discosta dal modello consueto di una società capitalistica autoritaria e
arretrata.
La mansione
di misurare i campi non si realizzerà mai anche perché sarebbe un atto
rivoluzionario in questo mondo statico.
Da un lato abbiamo
i signori e gli alti funzionari che amministrano la legge in modo unilaterale,
senza lasciarsi sviare dalle istanze dei postulanti, e con una nozione del
diritto addirittura feudale, se, come Sortini, credono lecito qualsiasi loro
capriccio.
A un livello
più basso ci sono gli impiegati minori - i quadri intermedi - come il sindaco o
il maestro, che sono gli esecutori fedeli e ottusi, qualche volta perfino
malvagi, delle disposizioni che vengono dall'alto.
Poi tutta la
folla della classe popolare, timorosa di compromettersi, come Gerstiicker o
l'ostessa del Ponte, e infine i miti e i vinti, come il piccolo Hans Brunswick,
o la famiglia Barnabas, messi al bando e guardati con diffidenza perché non
godono il favore dei potenti.
Sarebbe
arbitrario trovare in questi gradi una scala precisa di valori sociologici, ma
nel suo populismo istintivo Kafka ha voluto riprodurre una società basata
sull'arbitrio degli interessi costituiti, la stessa alla quale non ha mai
risparmiato le critiche più severe.
Anche se n
Castello fu scritto negli anni 1921-1922, e quindi dopo la fine della seconda
guerra mondiale, l'idea che Kafka aveva dello stato rimase ferma al modello
della monarchia austroungarica investita, come tutta la realtà che lo circonda,
dal suo scontento radicale.
Per questo i
funzionari del Castello sono quelli del Processo, con la loro aria sonnolenta e
il loro amore per le distinzioni gerarchiche fino all'assurdo, sono anche i
burocrati del decrepito impero asburgico.
Oggi, dopo
l'orrore dei campi di sterminio, nei quali perirono i familiari superstiti di
Kafka, lo scrittore non sarebbe stato così intransigente con la sua epoca. O
forse il quadro che Kafka ci ha lasciato dovrà servire allo storico per
correggere l'immagine idilliaca della monarchia plurinazionale, quale si è
configurata nella memoria dei posteri, come paradigma di ordine e di serietà
amministrativa. Ma Kafka, come dice di se stesso, era costituzionalmente
predisposto ad accogliere e ad esprimere il negativo del suo tempo.