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Il Canto dello Zauberberg Alla
ricerca della parola perduta
Se a causa di una parola Tony
Buddenbrook se ne era andata da Monaco e non aveva più voluto saperne del suo
secondo marito, la ricerca di una parola aveva invece indotto il giovane
Castorp, pupillo della vita e protagonista dello Zauberberg, ad inoltrarsi
sulla montagna dell'incanto, Eppure
Castorp non amava la parola, o meglio, così almeno gli obiettava il suo
umanistico pedagogo Settembrini, la santificava in maniera scortese, Ma il Wort
di cui egli era alla ricerca non aveva nulla a che vedere con la parola alata
e consunta dell'umanista italiano. L'azione
purificatrice e santificante della parola era una mistificazione, un inganno,
questo aveva appreso Castorp dall'altro suo pedagogo, il gesuita Naphta, e la
forma classica, ben lontana dall'essere una forma di vita, la vita non mirava
più che ad evirarla e a dissanguarla. Tuttavia
alla separazione di parola e di vita, difesa da Settembrini come una
superiore unità nell'armonioso cerchio del bello, Castorp non sapeva che
opporre il silenzio stellato e meditativo del suo balcone invernale. D'altronde
la ricchezza e il lusso di un linguaggio smisuratamente sproporzionato a!la
povertà de!le cose già avevano indotto il protagonista di una nove!la
manniana a chiedersi, ne!la pubblica solitudine del Caffè Florian, davanti a
San Marco e a!la luminosità dorata de!la laguna veneziana: «Niente di più
bello? Tutto qui?» Né il «senso borghese de!la vita» professato da
Settembrini, né, tanto meno, il «tutto moralmente disordinato» esaltato da Naphta, potevano offrire a
Castorp il Wort agognato. In quei
territori spirituali, infatti, non esisteva più alcuna garanzia di
corrispondenza tra le parole e le cose, anzi, erano ormai gli oggetti stessi
che, non più ava!lati da!lo schematismo trascendentale, si erano resi, con
l'elaborazione de!la teoria del «celebre signor Einstein» tanto inafferrabili
e fluttuanti da dissolversi ne!la "ciurmeria", evanescente e
illusionistica di un gioco di prestigio. L'organica
corrispondenza di forma e di vita, di parola e di significato, ne!la quale
Mann ravvisava il fondamento "cosmopolitico" de!la Kultur,
coinvolta anch'essa ne!lo sfaldarsi del concetto tradizionale di realtà, si
era degradata nell'ordinamento artificioso e vacuo dello pseudo -
universalismo "internazionale" operato dalla Zivilisation. Lo Zauberberg
Proprio in
un luogo nel quale le parole antiche sembrano essersi perse irrevocabilmente
insieme ai loro significati, il giovane Castorp va alla ricerca del suo Wort.
La Babele
linguistica nella quale egli si addentra, il «Sanatorio Internazionale
Berghof» è davvero, in senso forte, "internazionale", poiché il
cosmopolitismo vi riflette la propria immagine allo specchio
"civilizzatore" della malattia. All'interno
del Sanatorio si parlano sì tutti i linguaggi, ma essi non sono più che
balbettamenti convenzionali, tanto che, in loro alternativa, «alcuni ospiti
del Berghof studiavano Esperanto e a tavola riuscivano un po' a parlare in
quel gergo artificiale». Insieme a
questo linguaggio artificiosamente universale che, nella sua chimera di
assoluta comunicabilità, non riesce a trasmettere nient'altro che la propria
asettica inconsistenza, brani di discorsi nelle lingue più disparate si
intrecciano nella «civilissima atmosfera» del Sanatorio. In questi
linguaggi che hanno perso l'interiore corrispondenza tra forma e contenuto,
alterando in internazionalismo il loro innato cosmopolitismo, le parole non
possono che risuonare inadeguate. Accanto
alle locuzioni nelle quali Mann evidenzia l'impossibilità di dire l'essenza
profonda delle cose, fa riscontro, sullo sfondo di una cascata, il movimento
delle labbra di Peeperkorn che, dischiuse come uno squarcio nella sua
maschera da idolo, mimano nella loro afonia quel significato che le parole
non riescono più a formulare. Neppure il
linguaggio scientifico di Behrens e di Krokowski riesce a dare un nome
all'oggetto della propria indagine, poiché l'essenza delle cose sfugge al
segno luminoso dell'anatomia radiografica non meno che all'analisi delle
parole mormorate nella penombra del gabinetto psicoanalitico. La
nostalgia manniana che già nel Tonio Kròger era rivolta, se pur velata da un
po' di disprezzo, alle parole degli occhiazzurrini figli della vita, si
colora, nello Zauberberg, della consapevolezza che in «un mondo
esperantizzato» qual è il Sanatorio, il linguaggio del quotidiano non può che
rifugiarsi nella profondità insondabile della memoria. Fondante è,
per lo Zauberberg, che il tempo dolce - volgare della vita in pianura sia
dato come perduto: i linguaggi che si intrecciano così eterogenei nella sala
da pranzo del Berghof, rimanendo come sospesi in quell'aria impregnata di
microbi e dell'odore acre della formalina, sono brandelli di tempo perduto,
di quotidianità remote, irrecuperabili. Anche i
sigari che Castorp si fa spedire dalla pianura, come le riviste massoniche
recapitate per posta a Settembrini, sono detriti di linguaggi persi per
sempre, frammenti impigliati con poche altre cose - una canzonetta insulsa,
un orologio col monogramma, il taglio obliquo e azzurrino degli occhi
chirghisi - nel vuoto internazionale del Sanatorio. Con questi frantumi di linguaggi Mann dispone il variegato mosaico dello Zauberberg offrendone ogni scheggia, colta nel suo riaffiorare dall'onda della memoria, alla Bildung del giovane Castorp. Memoria e composizione
E per
consentire a quei materiali linguistici di emergere con tutti i loro
conflitti e le loro contraddizioni nell'unità formale di un romanzo che
intendeva avere come protagonista il tempo stesso in se e per se, il tempo
come elemento costitutivo della vita e della musica, Mann adotta la tecnica
di scrittura più peculiarmente musicale e denomina il suo procedimento una
«composizione narrativa». Proprio
perché intende comporre anziché creare gli elementi linguistici del suo
romanzo, Mann non esita a valersi di quel termine 'composizione' che Goethe
stigmatizzava come una «parola abbietta», adatta al più per indicare «un
pasticcio, un biscotto che risulta di uova, di farina e di zucchero» ma non
una creazione spirituale che dovrebbe invece scaturire dalla compenetrazione
delle singole parti in un tutto, operata d'un sol impeto dal soffio demonico
del genio. Gli anni nei quali Mann mette a punto la «libera composizione musicale del narratore» sono quelli che proporrà, nel Faustus, all'apprendistato compositivo del suo immaginario coetaneo, Adrian Leverkun, così che anche per lo scrittore: considerando l'ora musicale e l'età dell'adepto, era quasi inevitabile che qua e là si sentisse l'influsso di Gustav Mahler. Gustav Mahler e il Canto della Terra
Non è
dunque un tedesco ma un austriaco, è l'ebreo - moravo Gustav Mahler il
compositore che impronta di sé il clima musicale nel quale si trovano immersi
i tedeschissimi Leverkuhn e Mann. Il fatto è
che in Germania la musica era stata condizionata dall'idealismo tedesco,
strutturandosi come un sistema tale da escludere da sé, come nota Adorno
(Wagner e Mahler, 1960, p. 196), la categoria della vita, confinata invece
nella letteratura, nel romanzo; al contrario, la cultura austriaca, immune da
quell'idealismo, offriva il potenziale ottimale ad una musica intenzionata a
trasporre in sé il vissuto. Ed era
stato proprio Mahler che, ricorrendo a quell'espediente epico - romanzesco
denominato nel linguaggio dei suoni con il nome di variante, aveva immesso
nell'idioma colto della sinfonia i materiali della musica
"inferiore", realizzando in tal modo la «prosa musicale» attribuita
poi da Mann al protagonista del suo romanzo faustiano, dopo averla scelta
come procedimento compositivo per lo Zauberberg. Come Mahler
intesse le sue sinfonie con «formule che ritornano come ritornelli portando
con sé ciò che è avvenuto e ciò che deve avvenire», così Mann compone lo
Zauberberg servendosi di «formule non solo come riferimento al passato, ma
anche come anticipazione del futuro»: entrambi dunque ricorrono alle
varianti. Grazie ad
esse tanto la musica di Mahler quanto il romanzo di Mann eleggono la durata
temporale ad ingrediente della composizione e le stagioni ruotanti sulla
montagna dell'incanto si fanno, come gli inarrestabili movimenti delle
sinfonie mahleriane, simboli del corso del tempo. È inoltre
sulle "varianti" che Mahler struttura «la scena del suo dialetto»,
insufflando nella forma ormai raggelata della sinfonia le movenze dialettali
delle danze contadine morave, i canti dei minatori, le bande militari, quella
musica insomma che era stata lo sfondo quotidiano della sua infanzia,
trascorsa in un paese sul confine dell'impero austroungarico. Allo stesso
modo, con le "varianti", Mann traspone «l'umoristico sottofondo del
dialetto settentrionale» - così come risuonava sotto il tetto a cuspide della
casa paterna e si perdeva nelle raffiche di vento salmastro, per le strade
tortuose - nell'impateticità di uno stile che altro non è se non «il
paesaggio linguistico basso tedesco, anseatico e lubecchese». Quanto Mann
fosse consapevole dell'affinità del proprio metodo di
"composizione" con quello elaborato da Mahler traspare da questa
considerazione dell'impolitico: Di quel che
ho prodotto, dei miei lavori d'arte pensatene quel che volete e dovete, ma
erano pur sempre buone partiture e i musicisti le hanno amate, le ha amate,
per esempio, Gustav Mahler (Considerazioni di un impolitico, p. 275). E proprio Mahler aveva riscattato la
"ruggine" dei materiali musicali da lui prescelti, sottraendoli,
grazie ad un accorto filtro filologico all'improprietà e alla perdita del
significato, tentando la "mediazione vitale" auspicata da Mann, tra
la morte come mancanza di forma, propria della musica "plebea", e
la morte come eccesso di forma, nella quale si era irrigidita la struttura
classica della sinfonia, assicurando in tal modo non solo l'epurazione di
questi materiali dai significati, ma anche dalla benché minima nostalgia. Nel comune rimpianto per il mondo
ancestrale e perduto nel quale la vita e la forma parevano amalgamare nella
compiuta pregnanza della mediazione segnica, le composizioni di Mahler e di
Mann focalizzano un punto di convergenza ben preciso, quel topos ad un tempo
artistico e popolare, letterario e musicale, costituito dal Lied. È nel "Geist des Liedes
" che Mann, come Mahler, cerca l'aura perduta delle parole, "il
recupero musicale del senso profondo della parola poetica, pur sempre
ancorata all'uso del quotidiano, un recupero che nell'universo del suono
avrebbe dato alla parola l'unica possibile base ontologica". (U. Duse,
Gustav Mahler, Torino 1975, p. 129). La parola ritrovata nel "Lied von der Erde" Così riscotendosi dal torpore, Castorp
comprende di aver finalmente trovato il Wort che da tanto tempo
cercava, il Wort che il leder mahleriano ha ordito sulle immagini
arcaiche dell'armonia degli opposti. Esso non è una parola, ma la
parola segreta dell'umanità, quella che in tempi mitici l'uomo ha distillato
dalle cose e dinanzi ad essa l'essenza oscura della vita e della morte, le
disquisizioni di Naphta e di Settembrini sembrano trascolorare. Un simile Traumwort è la parola del sogno collettivo dell'umanità, la "forma fatta solo d'amore e di bontà", l'unica vera forma, quella del mito umanizzato e chiarificato dell'ironia. L'Abschied allo Zauberberg Per essere fedele a questa parola di un
nuovo umanesimo che preservi la Terra del Lied dallo scadimento, Catorp
comprende di dover dare alla montagna dell'incanto, l'Abschied con il quale
anche il cavaliere mahleriano aveva chiuso il suo "Canto della
Terra". L'ironia ultima risorsa alla tragedia della vita Caduta Weimar e sopravvenuti gli orrori
nazisti, la Terra del Lied sognato nello Zauberberg continuerà anche nelle
opere successive di Mann a far echeggiare il suo Traumwort, scisso
nelle due parole vecchiotte e un po' antiquate, humus e humanitas,
cui il narratore accordava un'incondizionata predilezione. Thomas Mann, però non comporrà più le
sue "partiture" alla maniera mahleriana e per preservare alle
parole la loro aura, si affiderà all'ironia stessa, - che Mann considerava il
grado più alto dell'amore, l'eros della medierà, che non sa decidersi per la
vita o per lo spirito, perché nessuno dei due è il principio maschile o
quello femminile – a farsi "forma d'amore". Sarà infatti sulla canzone della
"parodia come stile" che Mann proporrà ancora una volta il Traumwort
del "Lied von der Erde" al
suo ultimo personaggi, Felix Krull, un giramondo che la vita sta bene attento
a viversela come parodia della vita. Franco D'Arco |
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