Avana
Immerso in
quell’umore fradicio e fatiscente, che tingeva di scuro i pensieri fin quasi a
toccare il cuore turbinoso, la linfa calda e ribollente, che risaliva
dall’oceano, gli sembrava di rivederla nei volti leggeri, mossi dal vento, di
quelle stupende ragazze, che gli venivano incontro per la strada. Era
impossibile dire che età avessero, salvo che erano molto giovani. I loro grandi
occhi lo fissavano seri per un attimo, poi tutt'a un tratto si posavano
altrove.
Camminava evitando le pozzanghere e il lerciume, che infangava
la strada. Improvvisamente una donna gli tagliò lo sguardo. Avanzava furtiva
con occhi bellissimi.
Si avvicinò chiedendogli dei soldi, forse l’aveva scambiato
per un turista. Gli indicò un albergo dall'altra parte della strada. La seguì.
In camera, guardandola spogliarsi distratta e frettolosa, la
vita che scorreva negli occhi di quella puttana bellissima, gli appariva
proprio tutto il suo mondo e non c’era più nessun luogo, che intendeva raggiungere,
nessuna persona, che desiderava incontrare, niente che volesse fare, soltanto
fuggire, come uno che si accorge della fine, fuggire da una morte per
avvicinarsi alla propria.
L’attirò a sé, le accarezzò i capelli lucenti, morbidi e si
avvicinò per baciarla sulla bocca, ma lei si scostò, gli disse no con la mano,
poteva comprare tutto, ma non quello, quello no.
Si frugò nelle tasche, afferrò una manciata di banconote
accartocciate e gliele mise in mano. La ragazza era sorpresa, forse spaventata.
Lui disse che andava bene così e non aggiunse altro mentre la guardava
rivestirsi e sparire.
Più tardi nella via fradicia d'umidità la lama di un coltello
luccicò nel buio, si macchiò di sangue e un corpo cadde, schizzando sordo in
una pozzanghera. L’uomo spirando, si lasciò sfuggire una parola, forse un nome.
Lui si guardò intorno. Dall'altro lato della strada incominciavano già a
raccogliersi i primi curiosi.
Si allontanò, camminando rasente i muri scrostati, in
direzione dell'Hotel Nacional, attraversò in fretta l’androne, e raggiunta la
sua camera, accese il televisore. Il viso del comandante riempì lo schermo.
Sembrava vecchio e stanco. A volte, sottolineando un passaggio, alzava un dito,
sollevava il sopracciglio, e sul suo volto passava un'espressione di
soddisfazione. Ma quarant'anni erano pesanti per tutti.
Spense la tv e si gettò sul letto. Nel sonno vedeva le strade
lastricate e bianche, le luci sfavillanti, e la gente intorno: amici, volti da
poco conosciuti e lei, che gli tendeva la mano, morbida nel suo sorriso. Quante
volte l'aveva visto perdersi dietro un gesto, una sua parola, quanto lo
desiderava adesso, che le carezze di lei bruciavano sulla pelle.
I primi raggi del sole rischiaravano l’aria. Da una finestra
della camera vedeva il giardino del vecchio hotel affacciato sul mare. Di
giorno ci camminavano i pavoni e ci cantavano gli uccelli in gabbia. Di notte
si vedeva il raggio del faro della fortezza di El Morro, che spazzava il canale
del porto.
Si vestì in fretta e uscì. Il cielo dell’Avana era terso,
limpido, come dopo un temporale, le strade, verande più che marciapiedi,
pullulavano di gente, uno sciame indaffarato e chiassoso.
La casa era poco distante dal centro in un vicolo laterale. Si
avviò lungo Calle Obispo, la strada turistica che andava dal vecchio rifugio di
Hemingway; il locale El Floridita, fino a Plaza de Armas e da lì per una di
quelle stradine, che non avevano niente di turistico: stretta, piena di gente,
buche, carretti, voci, musica, cani, biancheria appesa ad asciugare sui
balconi. Si arrestò davanti ad una scalinata malferma, che portava ad un
terrazzo, un ballatoio, in fondo al quale una porta verde. Entrò.
Dentro era piccolo, semibuio, al centro, seduta su una sedia,
una vecchia circondata da tamburi di ogni dimensione, pentole di ferro,
bambole, piatti, pietre, conchiglie, candele, profumi e petali di fiori, una
santera, probabilmente, e in un angolo due bambini giocavano piano senza far
rumore.
"La gente viene da me perché ha dei problemi", gli
disse. "Sono malati, o hanno un bimbo malato, o hanno noie con la legge.
Allora, io eseguo un rito, gli consiglio di offrire cibo agli dei o di fare un
bagno speciale. Se è necessario, sacrifico anche una capra, ma tu, senor, sei
diverso. Io la tua malattia non posso curarla ".
Tirò fuori da una
tasca laterale dell'ampia gonna una vecchia chiave tornita appesa ad un laccio
di cuoio nero, gli fece cenno di avvicinarsi e di chinarsi leggermente, e
gliela annodò al collo, poi guardandolo negli occhi con infinita tristezza,
aggiunse:
"Mi dispiace senor, mi dispiace tanto! Tu hai buon cuore,
ma invece di vivere, agisci come se stessi aspettando qualcosa. Comunque, non
preoccuparti, non appena avrai varcato quella soglia, potrai sempre andartene e
ti sentirai meglio. Ma se decidi di non farlo allora ricordati che a Santiago
solo chi è disgraziato può ancora aiutarti ".
Fuori il cielo era pieno di nuvole. Ce n’erano molte, e ogni
tanto una copriva il sole per un minuto intero, e continuava a fare un gran
caldo, ma senza quella luce accecante di poco prima, il tempo stava di nuovo
cambiando, forse si preparava uno dei quei soliti temporali tropicali.
Guardò il foglio, che gli aveva dato la vecchia, prima di
lasciarlo andare via, e in una calligrafia grande e malferma vi lesse un
indirizzo con un nome, un nome di donna.
***
La vecchia Buick
Roadmaster rossa decapppotabile del 1949 arrancava sulla strada sterrata, che
s’inerpicava lungo i tornanti della collina.
Il luogo indicatogli dalla santera gli era davanti, ma non
c'era nessuno. Scese dall'auto e si guardò intorno. Alcune casupole dal tetto
di paglia e fango, un recinto e copertoni accatastati accanto ad una vecchia
pompa di benzina in disuso. Niente, niente di niente, probabilmente la vecchia
l'aveva preso in giro per spillargli qualche dollaro.
S'accostò al ciglio del sentiero e guardò in basso il contorno
inconfondibile della baia oltre la collina, le barche dei pescatori, che
guadagnavano il largo e il cielo terso dei tropici.
In quella calma
interrotta solo dal fruscio delle onde, che s'infrangevano sulla costa, si
rivide all'Habana, un caffè in stile spagnolo, dove i camerieri indossavano
camice bianche e farfallini neri, e la cortesia del vecchio mondo trovava la
sua espressione più concisa nei ventilatori decorati appesi al soffitto, che
giravano in modo da non disturbare le grandi farfalle dalle ali blu
addormentate sulle loro pale. Sorseggiava un pina colada ascoltando una canzone
triste, che si levava dal fondo della sala immobile e si ritrovò nel suo sogno
dove tutto era come la sera in cui fecero l'amore per la prima volta.
Aveva un vago
ricordo di un mucchio di persone, che spingevano e strattonavano e urlavano, e
poi lui e lei che correvano sotto la pioggia e incespicavano e ridevano nella
notte, e all'improvviso la lama di un rasoio, due polsi tagliati, esili come
giunchi di neve, il filo sottile raggrumato del sangue, che sgocciolava sul
pavimento e il suo viso pallido smorto, che lo fissava nello sguardo gelido,
immobile, accusatore. Una corsa pazza in ospedale, camici bianchi, che
accorrevano, gesticolavano, e che la stappavano a quella fissità di morte, poi
il buio, la notte profonda, dove tutto era viola, grigio, nero, invisibile.
Riprendendosi, si accorse che la canzone era finita da un
pezzo, scorse l'orologio, era già tardi, quella sera il suo contatto all'Avana
non sarebbe più venuto. Stava per alzarsi quando lo vide spuntare dal buio
della sala e accomodarsi al suo tavolo d'angolo. L'uomo gli raccontò una strana
storia di un professore Norte Americano,
esperto di cultura locale, che poi aveva fatto una brutta fine, ma a lui non
interessava quella storia e glielo disse:
"Vedi di non farmi
perdere tempo, lo sai perché sono qui, quindi se hai ciò che m'interessa,
possiamo concludere".
"L'hanno seguita?"
"Credo di no".
"Lo spero per lei e per
me, comunque, qui c'è quello che vuole, ma prima i soldi".
"Certo!" e gli
allungò una busta.
L'uomo controllò che ci fossero tutti, poi si alzò e
guardandolo negli occhi con un sorriso sprezzante gli disse:
"Io se fossi in lei ci
penserei bene a quella storia" e andando via gli infilò un foglietto
sgualcito nel taschino della giacca. Finì di bere e uscì.
Guardando le palme immobili oltre i tetti colorati in rovina
nella calura del giorno, ripensò a quello che gli era accaduto negli ultimi
tempi e al servizio, che l'aveva portato lì. Pericoloso fu la parola che
avevano usato, ma a lui non importava, voleva solo andare via e qualunque
ingaggio era buono per farlo.
La brezza mite, che soffiava dal Golfo e rendeva l'aria salata
così piacevole, gli accarezzò il viso. Osservò ancora per un attimo il mare,
poi ritornò verso l'auto. Aprì lo sportello e davanti si ritrovò la puttana
della sera prima.
"Mi tieni con te, senor?”- gli chiese tremante, con la paura di essere scacciata.
Col viso illuminato dal sole era ancora più bella ed indifesa.
La guardò sorpreso e le rispose di sì con gli occhi.
“Ho le chiavi di una casa,
andiamo là se vuole” – aprì la mano e gliele mostrò.
Lui fissava la strada in discesa, la vegetazione
lussureggiante, poi come se stesse seguendo un pensiero fastidioso, disse:
"L'hai ucciso tu quel
tizio fuori l'albergo ieri sera?"
"Lei non può capire,
senor".
"Cosa dovrei
capire?"
"Lei è venuto qui, crede
di sapere già tutto, di poterci giudicare, ma non è così, senor ".
"Non chiamarmi senor, mi
urta, Nicholas o come vuoi, ma non senor".
Lei lo guardò indecisa, poi abbassando il capo, disse:
"Scusa, non volevo, ma è che ho tanta paura e quando ti ho visto arrivare
stamattina ho pensato che potevi aiutarmi. Sono stata una sciocca, lo so"
e si mise a piangere in silenzio, sollevando di tanto in tanto il bel viso per
asciugarsi le lacrime con un fazzoletto.
"Non so in quale
pasticcio ti sei cacciata. Ma perché hai pensato che proprio io potessi
aiutarti?"
"Perché sei stato gentile
e nessuno lo è stato prima con me".
"Ma io non ho fatto
niente, non avrei dovuto approfittare di te e invece…mi sono comportato come
tutti gli altri e non so neppure come ti chiami ".
"Ines,
Ines Valdes".
"Dove si trova questa
casa?"
"A La Esperanza. Sai
dov'è?"
"Certo".
Quando vi arrivarono il sole cominciava a calare
sull'orizzonte. La cittadina era un tranquillo villaggio di pescatori, con le
case schierate lungo la strada principale. Prese una via laterale e imboccò un
sentiero, che fra capre e granchi violinisti portava alla spiaggia e lì c'era
una baracca, un pontile malfermo, e una trentina di barche, che danzavano sul
mare blu.
"La mia vita è giusto un
imprevisto. Non dovrei essere qui in questa casa, non dovrei essere con te, ma
quando uno si è perso, l’unica soluzione è farsi risucchiare in un vortice,
scomparire".
E Ines vedendolo così triste
gli disse: "Non importa chi eri in passato o cosa ti è accaduto, importa
quello che sei ora".
"Allora, dammi un’occasione. Stanotte tu puoi rendermi
felice e infelice con la stessa facilità".
***
Verso l'alba dall'esterno si udirono rumori indistinti, voci
alterate. Ines si svegliò di soprassalto, guardò in direzione della porta,
tremava. Nicholas cercò di rassicurarla con un gesto della mano e le allungò il
vestito a fiori. Da fuori le grida si fecero più nitide, distinte, voci furiose
la chiamano ripetutamente e battevano sull'uscio e sulle imposte con qualcosa
di duro, forse un bastone.
“Ines, apri!”
"Aiutami, sono già
qui!" e prendendosi il viso tra le mani, la ragazza incominciò a piangere.
Lui le sollevò il capo e
guardandola negli occhi le chiese: "Chi sono, cosa vogliono da te?"
"Non c'è più tempo"
e piangeva.
"Vedi, non sono riuscito
neppure a proteggerti. Cosa posso fare io?" disse, baciando le sue gote
bagnate di lacrime, morbide e profumate di fresco, e la strinse a sé come un
bene prezioso appena ritrovato e già perduto.
"No, non dire così. Tu
puoi ancora aiutarmi".
"Come?"
"Ma devo essere sicura se
posso fidarmi di te".
"Non hai scelta o mi
credi ora, oppure…"
"Sì, sì, ti credo, lo
voglio!" e tra le lacrime aggiunse "Io non mi chiamo Ines Valdes, il
mio nome è Alba, Ines Alba".
Nicholas la fissò stupito, per un attimo abbassò lo sguardo,
non voleva farle vedere il rancore che provava contro di sé per quella sua
indifferenza, che l'aveva condotto fin lì e che probabilmente la stava perdendo.
La strinse tra le braccia e le disse:
"È colpa mia, è tutta
colpa mia! Se non fossi venuto in questo maledetto paese, loro non sarebbero
qui ora ".
"Che dici! Doveva
succedere, prima o poi".
"Forse, ma vengono a
prenderti solo perché qui ci sono io. Dovevo capirlo che sarebbe accaduto e
invece no, ho accettato quel maledetto ingaggio solo perché era pericoloso con
l'indifferenza di chi vuole farla finita. Come sono stato stupido! Perdonami,
mi dispiace, mi dispiace tanto…"
"No, non dire così,
tu…"
"Sì…?"
"Puoi fare ancora
qualcosa per me".
"Cosa?"
"Trova Jorge Sanchez, lui
ti porterà da Raoul, mio padre, e fa' quello per cui sei venuto".
I colpi alla porta si fecero violenti, l'uscio di legno non
reggendo più cadde al suolo con un fracasso irreale e un gruppo di uomini entrò
nella stanza rischiarata appena dai raggi del sole, che filtravano dalle
imposte accostate alle finestre.
Ines pallida in fondo alla stanza si stringeva nel suo
abitino chiaro e li guardava, ma non tremava più. Uno di loro, forse il capo,
la salutò, poi le disse:
“Visto? Ti abbiamo
rintracciata abbastanza in fretta".
L'uomo, allora, si avvicinò a Nicholas: “Senti, lei viene con
noi, le dobbiamo soltanto parlare, non le facciamo nulla, te lo prometto".
Nicholas lo guardò sprezzante e gli disse: “Vattene e porta
via i tuoi uomini, è molto meglio”.
“Fossi in te, non
m’intrometterei, senor. – gli rispose l'altro minaccioso, poi riaccostandosi ad
Ines "Hai fatto una nuova conquista, ma non ti servirà perché sono venuto a
riprenderti stavolta".
Si sfilò da sotto la giacca un revolver e lo puntò contro
Nicholas: "Se ti muovi o fai un solo passo, sei un uomo morto,
senor". Indietreggiò, afferrando con l'altra mano il braccio di Ines e
uscì portandosela dietro.
Il rumore di portiere, che sbattevano e pneumatici, che
sgommavano sulla terra battuta furono le ultime cose che udì cadendo, poi più
nulla, solo il volto bellissimo di Ines, che lo fissava immobile mentre la
trascinavano via.
***
Sentì che gli occhi gli si chiudevano in preda ad un'enorme
stanchezza e nel sogno inerte, che ora l'avvolgeva, si ritrovò ad una festa,
non distingueva bene le facce, e ogni cosa gli appariva confusa, poi la vide e
ricordò tutto, doveva essere la sera in cui incontrò Lisa per la prima volta.
Lei stava con Stefano, il ragazzo con cui lui divideva
l'appartamento. Era così esile e bella e aveva occhi neri, occhi così dolci,
malinconici, remissivi, che gli sembrò assurdo vederla insieme con un tipo come
Stefano.
Alcune settimane dopo venne a sapere che l'aveva lasciata per
un'altra e allora accettò l'invito di un'amica.
Quando lo vide entrare nel locale per la sorpresa Lisa prese
un'aria timida e il suo viso fu attraversato dalla luce della luna da sembrare
quasi indifeso, e per tutta la serata non ebbe occhi e parole che per lui.
"Mi piacciono le ragazze
che vengono da famiglie distrutte", le disse Nicholas, "Che mangiano
cioccolata come disperate e sono affascinate dalle giornate di pioggia. Aspetto
da sempre una ragazza così".
"Cielo! Una ragazza che
viene da una famiglia distrutta, che mangia cioccolata come una disperata ed è
affascinata dalle giornate di pioggia, ma sono io!" gli rispose Lisa.
Quando la festa finì la ragazza lo seguì a casa sua. Le mani
le tremavano e le lacrime a lungo trattenute, fluirono giù copiose dai suoi
occhi neri e profondissimi e si sentì annegare in quella solitudine da cui
disperatamente cercava di scappare. Pensava a come si era sbagliata su di lui,
ma era in collera soprattutto con se stessa, con quella sua paura di essere
respinta, abbandonata, che le aveva impedito di dirgli di no e ciò la faceva
sentire ancora più sconfitta ed umiliata.
Nicholas la guardava singhiozzare, la prese tra le braccia e
la tenne stretta, e solo allora capì:
"Era questo ciò che
volevi. Ti riaccompagno a casa se vuoi" disse amareggiato, poi aggiunse
"Sono stato felice, credevo che lo fossi anche tu. Resta con me stanotte,
non andare via".
"Sai cosa vorrei?" gli rispose Lisa "Incontrarti
di nuovo. Incontrarti qui. Incontrarti e baciarti. Cosa di meglio di un bacio
quando ci si sente romantici e soli. Io vorrei di quegli abbracci che sanno di
braccia attorno, che stringono facendo scivolare via le lacrime e il freddo,
che non regala brividi d'amore. Questo vorrei".
In seguito Lisa gli raccontò che a sedici anni aveva avuto un
ragazzo, un ventenne magro, dal volto corrucciato e triste, che si chiamava
Matteo e gli era sembrato il grande amore della sua vita. Matteo era pieno di
ideali e di convinzioni e cause perse e fu un tormento. Lisa lo lasciò. Preferì
Luca, un amico che viveva poco distante e lui finì in una clinica psichiatrica.
Poi si trasferì a Torino in una piccola mansarda nei pressi
dell'università e si dedicò alla scrittura, fu una delusione. All'università
conobbe molti ragazzi, ma si sentiva solo usata e allora ritornò a casa nella
vecchia camera dal soffitto blu.
"Mi sono stancata di
quella vita," disse una notte a Beatrice, sua sorella.
"Ne sei sicura?"
"Non so…Ho avuto
paura".
Si erano abbracciate e avevano dormito nella stessa stanza. Ma
Beatrice sapeva, che prima o poi Lisa avrebbe di nuovo abbandonato la casa. Era
troppo giovane, troppo diversa per quel mondo tranquillo e borghese, che la
poteva sì difendere dall'ansia della vita, ma non preservarne gli effetti
distruttivi.
Cominciarono i litigi. Lisa era insofferente a tutto, e alla
fine dopo una furibonda discussione con la madre, una donna secca e scattante
ancora molto bella, che curava personalmente l'ingente patrimonio di famiglia,
tornò a Torino e conobbe Stefano.
Ma Lisa era come un gatto, muto e angosciato. Aveva seppellito
Nicholas di dolore, una materia sconosciuta, brutale, ma viva.
"Lascia che tutto sia
perfetto" gli diceva. "Tu puoi farmi volare lontano, puoi rendermi
felice e infelice con la stessa facilità. Questa è la tua forza".
Il silenzio era il più dolce degli assedi. Il suo desiderio
d’amore si nascondeva nel corpo di Lisa e lei gli diceva: "Devi ricordarti
di me! Come ti ricordi di te stesso" e le sue lacrime scivolarono sulle
labbra di Nicholas, piangeva.
Le storie hanno tutte un prezzo. Nicholas doveva capire che
per tutto si paga un prezzo e quella con Lisa era: "Non mi lasciare, non
ho niente, solo te".
L'amava al punto di dimenticare se stesso, ma non bastava e
questo era il suo problema. Così trasformò in carezze tutte le maledizioni,
accarezzò tutto il suo corpo con una tenerezza infinita finché con un filo di
voce Lisa gli disse felice: “Ti amo da morire” e l'amore si dissolse in una malinconia
sempre più vaga.
La vedeva con un'aria di volta in volta più infelice e dove
c'era lei c'erano conflitto e caos. Sapeva che la stava perdendo, che lei stava
scivolando via dal suo fianco fino a quando un giorno gli disse:" Oggi non
ho più passioni, per questo ho facilmente paura".
Lisa era in auto con lui. Bella, esile, inquieta, dal viso
arrossato, parlava in modo stravolto. Aveva una minigonna bianca a pois minuti
color pervinca, una maglietta nera e un foulard giallo allacciato attorno ai
fianchi.
Guardava davanti, le sue mani coprivano il viso quasi a
difenderlo dal ricordo che sa di abbandono, malinconico come musica che può
farti piangere se vuole.
Cacciò un urlo: "Voglio
scendere! Fammi scendere!"
"Non posso ora!
Aspetta!"
Gridò con tutto il
fiato che aveva in gola. Si attaccò al suo braccio e prese a tirarlo con tutte
e due le mani. L'auto sbandò ma lui non si fermò. Era incolonnato e si sarebbe
fatto tamponare. Rallentò. "Sto fermandomi!" disse.
Lisa cacciò un altro urlo e gli azzannò il braccio. Sentì un
dolore acuto. La macchina scartò sulla destra nella zona di sosta dell'autobus.
Lisa schizzò fuori. Si mise a correre nella direzione opposta cercando di
fermare un'altra macchina. Nicholas la chiamò più volte. Fu inutile. Finì
inghiottita dai fari accesi e dalle luci della strada.
Più tardi nella
penombra della sua casa telefonò alla madre, ma le rispose solo la segreteria
telefonica:"Vorrei vederti mamma. Potrei venire da te, domani, fammi
sapere se ci sei, ciao" le lasciò detto.
La TV accesa
rovesciava il mondo, fuori pioveva e lei contava le vene dei suoi polsi
posandoci sopra spilli, premeva per godere dell'apparizione di piccole perle
rosse, sceglieva quelle più spesse e scure in prossimità del palmo incurante
delle linee della vita e nello specchio davanti che la guardava sdoppiandola,
vide l'imperfezione della sua esistenza. Pianse e chiamò le tenebre, e non
c'era più nulla a proteggerla e non altri baci se non il nulla. Chiuse gli
occhi e mosse le labbra e la sua vita incominciò a sciogliersi goccia a goccia
nello specchio delle sue vene tagliate.
La porta si aprì sul suo bel corpo, il suo suicidio splendeva.
Nicholas la trovò pallida come un foglio di carta, il suo pallore era uno stato
d’animo, una specie di trance, il colore della notte le toglieva il respiro,
morbida come priva di ossa, sfinita dal dolore, esausta, dimentica di tutto,
senza paura e senza ferite, bellissima.
La cosa più perfetta dentro di lui era stata fatta a pezzi e
il tempo si divise in due, quello che era accaduto prima e quello che sarebbe
accaduto dopo: l’amore che aveva e che non avrebbe avuto più.
Si stava facendo sempre più buio e il terrore del sorriso di
Lisa svaniva, non riusciva più a vederlo. Poi gli sembrò che qualcuno gli si
fosse seduto vicino e lo stesse chiamando. Alzò gli occhi e gli parve di
riconoscerne la voce, era quella di una vecchia che gli aveva preso il viso tra
le mani e gli stava parlando.
***
Dovevano essere trascorse parecchie ore perché la stanza era
inondata di sole, Nicholas si tirò su a fatica. Una striscia bruna di sangue
raffermo strappava la camicia proprio in direzione del cuore, la scrutò con
attenzione, poi avvertì qualcosa, che graffiava la pelle, infilò la mano e nel
palmo si ritrovò la chiave, che la santera gli aveva messo al collo.
La guardò, era ammaccata sul bordo. Quella vecchia dallo
sguardo materno e rassicurante in un modo oscuro gli aveva salvato la vita, e
allora l'assurda speranza che lei sola poteva aiutarlo a ritrovare Ines, a
salvarla, gli fece dimenticare il dolore, la paura e ogni altro pensiero,
tranne che doveva rivederla e in quel momento gli tornarono alla mente le
ambigue e misteriose parole dell'indovina:
Santiago de Cuba era all'estremo lembo orientale dell'isola.
Per tutto il viaggio si era chiesto se stava facendo la cosa giusta, ma non
aveva scelta, a cosa si poteva riferire la vecchia con quelle parole se non ad
una città, a quella città. Era folle, lo sapeva, ma non aveva trovato nient'altro
di meglio.
Vi giunse all'imbrunire. La mente si affollava di immagini,
che gli venivano incontro: una corona di montagne, quelle della Sierra Maestra,
strade sinuose, case rosa e verdi, volti neri che ricordavano un passato di
porto di schiavi, carrozze a cavalli che portavano la gente alla stazione
ferroviaria vicino ai dock del porto o verso i vari quartieri.
Era carnevale, la festa che la città celebrava in onore del
santo patrono Santiago. Nel buio le strade scintillavano di luci, erano agitate
dalla musica, un misto di conga, rumba e salsa.
Tra la folla in strada spiccava una giovane danzatrice nera,
alta ed elegante, ballava su un carro allegorico accompagnata da un mugolo di
danzatori e musicisti. Nell'aria aleggiavano spiriti africani, ma forse era la
ferita, che gli faceva maledettamente male. Poi si ricordò che Santiago era una
roccaforte della Santeria, il culto degli dei dell'Africa, dei santi cattolici e
delle loro immagini.
E in quell'istante vide sul bordo della via, fermo, appoggiato
ad un lampione, un nano sulle stampelle, che chiedeva l'elemosina, allora capì
tutto o volle crederlo. Scese dall'auto e avvicinandosi al pover'uomo gli
chiese dove poteva trovare Vicenta Tejeda, la santera.
Il nano alzò in aria una delle sue stampelle e gli indicò una
via in fondo alla quale doveva esserci l'abitazione della vecchia, poi rise
felice alla vista dei cinquanta dollari che Nicholas gli aveva messo in mano.
Vicenta esercitava in una stanzetta sul retro di casa sua, era circondata dai
soliti arnesi e sembrava aspettarlo.
"Sei venuto per la
ragazza, vero?"
"Come fai a
saperlo?"
"Lo vedo nei tuoi occhi,
ma è meglio che ti curi prima la ferita, può infettarsi, questo è un clima che
non ti fa bene, ragazzo mio".
Andò nell'altra stanza, poi ritornò dopo qualche minuto con un
impacco di erbe e glielo applicò sopra. "Ora stammi a sentire, se davvero
vuoi salvarla devi fare presto. Prima che la prendessero, ti ha fatto un
nome?"
"Sì, mi ha parlato di un
certo Sanchez, Jorge Sanchez, ma non so chi è né dove posso trovarlo" e
abbassò il capo sconsolato.
"Non ti preoccupare,
Ramon lo troverà per te. Ora va, ti aspetta un lungo viaggio, domani devi
essere a Vinales e non hai molto tempo, lì Ramon ti porterà da Sanchez”.
"Ma come farò a
incontrarlo?"
"Ci penserà lui, hai
sempre la tua bella macchina e poi ora che ti vedo meglio, sei più carino di
quanto ricordassi. Ora so perché le piaci e lui saprà riconoscerti".
***
Nicholas percorreva
l'autopista in direzione Ovest, fra piantagioni di banane, colline lontane,
depositi di tabacco e riso steso ad asciugare. Era una strada comoda, ma le
macchine erano poche e gli autobus ancora meno. Grandi camion trasportavano
persone pigiate come sardine. Svoltò a destra a Pinar del Rio, capoluogo
dell'omonima provincia, e si arrampicò su delle collinette fino alla città di
Vinales.
"Lo cubano – està aquì!", La vera Cuba
– sta qui! Prometteva un cartellone. La zona era bella davvero. La foschia
mattutina copriva la valle, massi di arenaria scura si ergevano come antichi
dei. Gli uccelli volavano in cerchio, mentre già i primi braccianti entravano
nei campi di manioca e di fagioli.
La città, un tempo centro agricolo, sembrava appena sfiorita
dagli anni. Case con portici, alti pini, un'atmosfera tranquilla e gentile e
qualche raro passante per le strade. Sulla piazza principale di Vinales sorgeva
la chiesa cattolica, chissà perché decise di fermarsi proprio lì per riposarsi
qualche minuto dalla lunga notte passata a guidare senza mai fermarsi. Si
addormentò. Quando riaprì gli occhi un prete gli si fece incontro, era padre
Ramon Delgado.
"Buenos dias, senor"
disse il prete "La stavo aspettando. Non c'è più molto tempo, la persona
che sta cercando è in chiesa, venga".
È a Oriente dell'Avana
che si estende la gran parte dell'isola: verdi mari di canna da zucchero,
montagne, vaqueros sui loro piccoli cavalli, contadini con i buoi. Jorge
Sanchez guidava la Buick rossa, si diressero prima ad Est, poi a Sud e
arrivarono a Trinidad. Una volta quella città era un fiorente porto dello
zucchero, ma quel tempo era ormai finito.
Buena Vista stava su una collinetta in una valle di canne, era
un piccolo villaggio e in cima alla salita sorgeva la bella casa padronale,
circondata da un portico e sormontato da un attico. La casa poggiava su
pilastri, in modo che gli animali e le provviste potessero starvi sotto, al
riparo. L'interno era arioso, pieno di luce, con un porticato. Raoul lo
aspettava seduto su un vecchio dondolo, sorseggiava una limonata fresca, quando
lo vide entrare si alzò e gli mosse incontro.
Aveva gli occhi lucidi, doveva essere emozionato, gli porse la
mano, Nicholas gliela strinse e l'uomo gli chiese di sua figlia, lui non
rispose, non sapeva che dirgli e abbassò il capo.
"Perché non è rimasto nella sua bella terra, perché è
venuto qui, cosa credeva di trovare?" e lo guardava addolorato, poi si
sfilò da sotto la giacca un pacchetto di carte e gliele diede "Le porti
con sé, via, è per queste che è venuto, no? E allora vada e se ha un po' di
buon cuore, non venga più a Cuba, senor".
Fuori l'attendeva
Jorge Sanchez, vedendolo arrivare scuro in volto gli si avvicinò e prendendolo
per un braccio gli disse a bruciapelo:
"Non è questo il momento di abbattersi, se vuole ancora
salvarla porti queste carte da Manuel, Manuel Limonta, è lui che l'ha
presa".
"E chi è costui?" gli chiese Nicholas salendo in auto.
"L'alma nera de Cuba,
senor" gli rispose Sanchez.
***
Al margine di una
radura, avvolta nell'ombra, silenziosa si ergeva la casa, più in là uno stagno
verdeggiante, poco più che uno specchio d'acqua. Un tempo doveva essere stata
una bella villa coloniale bianca e rossa dalle eleganti colonne lungo la
veranda nel cuore di una piantagione di canna da zucchero di mille ettari, ora
era un disastro, completamente abbandonata e disadorna. La gente del luogo la
chiamava la villa degli spiriti e se ne teneva a distanza.
Verso l'alba la porta della
camera si spalancò con un rumore sordo, entrò un uomo. Nello spiraglio di luce
Ines riconobbe Manuel Limonta, nessuno lo seguiva, era solo e un tiepido raggio
di sole illuminò la paura sul suo volto bellissimo, lui era lì per lei, solo
per lei, nessuno più poteva salvarla.
“Non voglio litigare con te”
le disse “E tu non puoi permetterti di litigare con me, non ti conviene. Se
farai la brava, alla fine una soluzione la troveremo”.
Ines lo guardava avvicinarsi, tremava, lui cercava di
stringerla, di afferrarla alla vita, di bloccarla e lei con la mano di
scostargli il polso.
“Dovresti volermi bene” le
disse, “E invece non vuoi un bel niente. Amore, come mai?”
Allungò la mano per afferrarle il braccio, ma la ragazza
riuscì a sfuggirgli. Fece per dargli uno schiaffo, ma lui lo schivò. Sentì il
proprio cuore che batteva, ma poi lui la colpì e dentro di sé sognò di
difendersi e persino di riuscire a colpirlo.
“Non ti senti bene” disse lui
“ Si vede che stai male”.
Le fu sopra e la schiacciò sotto il suo peso. Aveva mani forti
e ruvide e quelle stesse mani si posarono sulle sue gambe e se anche lei non
voleva salivano lo stesso.
Allora Ines lo supplicò di lasciarla in pace, lo supplicò e
gli disse che le stava facendo male, ma lui la tenne ferma più forte e la
strinse più forte. E poi cominciò a spingere e la prese, e mentre spingeva
dentro di lei disse che era tutta colpa sua, della sua caparbia testardaggine,
era lei che lo voleva, era lei che non aveva fatto nulla per evitarlo, per
aiutarlo. E lui si sentiva come se tutti i peccati gli fossero piombati addosso.
E poi la baciò con furia e continuò a tenerla ferma e a spingere schiacciandola
sotto il proprio peso, e quando tutto fu finito la guardò con gli occhi
cerchiati di scuro e rise e la colpì di nuovo.
Si sentì il rumore delle ossa, e Manuel la colpì ancora e le
disse che non voleva udire né gemiti né risa.
“Oh!” sussurrò “ Perché? Cosa ti costava dirmi quel nome? Vita
mia, amore mio. Dormi ora e sogna, adesso davvero non ci sono più parole, nulla
più che puoi fare per me” e lasciò cadere il corpo di Ines sul freddo
pavimento.
***
Il vecchio capannone
del La Habanos, l'azienda di Stato dei famosi sigari cubani, era in ombra.
Dentro in una grande stanza soffusa dei colori scuri del tabacco, solo scarti
di lavorazione e un uomo, fumava un Cohiba addossato ad un muro cadente. Quando
vide entrare Nicholas si scostò. Era l'uomo che aveva arrestato Ines.
"Allora, senor ha portato quello che voglio?"
"Prima la ragazza".
"Ah, ah, lei non può porre nessuna condizione, non ha mai
avuto buone carte da giocare in questa partita, senor".
"Altrimenti cosa fai, mi uccidi di nuovo?"
"Sta sicuro, è tutto a posto, tu dammi le carte e io ti
consegno la ragazza. Mi sembra uno scambio equo, no?"
"Facciamola finita, dove posso trovarla" e gli allungò
una grossa busta marrone.
"Non è distante da qui, è a San Jan y Martinez nella
vecchia villa degli spiriti vicino allo stagno dei pavoni".
Nicholas volava di
nuovo incontro alla notte in una corsa pazza contro il tempo. La località era
ormai vicina, ne intravedeva già la radura e lo stagno e in mente gli
ritornavano le poesie di Raoul, ricordava ogni parola, ma una in particolare
gli scoppiava nel cuore come una maledizione, un presentimento:
«Dormo tra i rottami
Quella che è morta è la mia bellezza
Questa finestra dell’anima
È diventata così buia
Non tornerà più
Non tornerà più. »
La villa degli spiriti gli era ormai di
fronte, spiccava nella notte silenziosa, scura, non un rumore, una luce, nulla.
Entrò e al bagliore di una torcia vide quello che non avrebbe mai voluto
vedere. Ines era adagiata sul pavimento nudo di terra odorosa di muschio.
Nicholas la prese in braccio, non aveva un livido, odorava di sale al buio e il
suo corpo era leggero come un tenero fiore di malva appena strappato dal muro e
in quel momento la sconfinata e buia tristezza, che da tempo aveva preso
possesso del suo cuore si fece tenebra e nient'altro che tenebra, canto
selvaggio e abisso di lacrime. Sonno cadeva e ruvida notte di cose impietrite,
disabitate montagne e irte terre senza nessuno intorno.
***
Il suo profumo delicato e intenso lo accompagnava ancora
mentre guardava dalla ristretta cornice dell'oblò il paesaggio che gli parlava
del giorno e della notte, dei confini fra i mondi della terra e dell'aria,
allorché per uno strano riflesso sul vetro apparve il suo volto appesantito,
affaticato, solo.
Allora ricordò l'ultima notte all'Avana e risentì il vento
sotto la pelle. Guardava l'orizzonte, ma non poteva vedere altro che un fondale
grigio screziato di aria e di vento, di densità acquose e di nubi cariche di
pioggia. Ombre argentee si specchiavano nell'aria umida; lui stesso, sul molo,
non era che un riflesso irriconoscibile guardato dalle nubi e dal mare.
La fortezza di El Morro, massiccia si ergeva forte e paurosa
come un complesso di colpa: l'avamposto della tristezza dal quale rivolgere
domande senza risposte. Stringeva nelle mani un piccolo quadernetto nero dove
aveva trascritto a memoria le poesie di Raul, e un desiderio prepotente lo
spingeva in basso verso l'abisso, ma il ricordo di Ines, la sua fragile grazia
senza confini, lo riportò ai suoi doveri, doveva pubblicare quella storia, lo
doveva ad Ines, a Raoul e a tutti quelli che aveva incontrato e che lo avevano
aiutato a ritrovarsi, poi sarebbe giunto anche per lui il momento degli addii.
L'aereo perse bruscamente quota iniziando la discesa verso
l'Italia e in quel momento pensò che con il trascorrere del tempo, gli eventi
del passato si sarebbero fatti sempre più chiari, preziosi e luminosi, nonostante
il dolore immenso che provava.
Era così, doveva crederci, poi un'idea assurda, impossibile,
gli scivolò sugli occhi e rincorse le tracce dei sogni lasciate sul suo viso
riflesso nel finestrino dell'aereo.
“Ero convinto di trovarla qui” disse Nicholas a Beatrice,
entrando nella bella casa adagiata sulla collina. Lei gli strinse la mano. Lo
guardò dolce. “Sa che la stai cercando?”
Nicholas scrollò la testa e si prese il viso tra le mani. “No,
non credo”.
“Perché non lasci perdere allora?”
“Ha bisogno di me” sussurrò Nicholas.
Beatrice lo baciò sui capelli. ”O forse” disse “Sei tu che hai
bisogno di lei più di quanto non credi”.
“Sì, è così, pensavo di riuscire a farmene una ragione e invece
ho distrutto la mia vita con il suo ricordo. Tu sai dov’è, vero?” Portami da
lei e da tanto che non la vedo”.
“Come vuoi, ma non ti prometto nulla. Ora è diversa, si è messa
il cuore in pace, è guarita, non so come ti riceverà.
Quando Nicholas
entrò nella stanza. Lisa aveva una minigonna bianca a pois minuti color pervinca.
Una maglietta nera e un foulard giallo annodato attorno alla vita. I capelli
erano finissimi. Le scendevano sulla schiena. La sua espressione fu di stupore,
ma più che altro sembrava domandasse perché erano lì.
“Lisa…” disse Nicholas. La guardò e sorrise.
Lei si irrigidì.
Serrò le braccia lungo i fianchi ed esplose in un urlo. Si girò e scappò via.
“Lisa…” ripeté lui, correndole dietro “Aspetta!”
La raggiunse nel
parco, era seduta su una panchina all’ombra di un albero: Si arrestò di colpo,
non voleva spaventarla di nuovo, ma lei si alzò e gli mosse incontro.
“Sono calma ora, scusami per prima, ma è che vedendoti così
all’improvviso l’emozione, i ricordi sono stati troppo grandi per me e io non
ci sono più abituata”, poi cambiando inaspettatamente discorso, aggiunse “È che
ho cercato di immaginare questo momento, ma non ci sono mai riuscita, era
sempre così buio intorno a me, che non vedevo nulla, non riuscivo neppure a
ricordare il tuo volto”.
“Oh, cara, sono qui” e l’abbracciò.
Ecco finalmente
l’aveva trovata. Stava lì, seduto al suo fianco. I mesi e gli anni che li
avevano separati gli sembravano in realtà un istante. Rivedendola,
riabbracciandola, ebbe come la certezza che Lisa non l’avesse mai abbandonato.
Quella fu la sua gioia più grande: ritrovarla come se non fosse mai accaduto
niente, ancora bella come allora, ancora giovane, ancora con i capelli ondulati
e lisci, il suo corpo gracile, il suo viso allungato e tenero della prima
volta, ma senza più il fantasma di quella sua malattia sotterranea, che le
toglieva il respiro ed era nera e umida come la malinconia.
“Cosa hai fatto in tutto questo tempo” gli chiese Lisa,
guardandolo negli occhi.
“Ti ho cercata, ti ho cercata tanto”.
“E mi hai trovata alla fine?”
“Sì”.
“Verrò con te a casa” disse.
Nicholas l’abbracciò
e la strinse forte. Uscirono così, tenendosi per mano, respirando l’aria
profumata del mattino.
“Voglio fare l’amore con te” disse stringendola, Lisa sorrise.
Lo desiderava. L’aveva desiderato tante altre volte in tutto quel tempo di
solitudine e di malattia e sempre con lo stesso entusiasmo. Si sentiva amata e
lo amava.
“Sai chi sono?” le disse.
“Sì” gli rispose Lisa “Uno straniero. Che parla la mia stessa
lingua” e lo baciò.
4 gennaio 2002 – 22 marzo 2004