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1. Un brutto risveglio
Lo guardò dormire per l’ultima volta, aveva gli occhi umidi
di pianto, doveva andare o non avrebbe più fatto in tempo. I
raggi di un pallido mattino d’inverno gli accarezzavano il viso. Era l’alba.
Si girò verso Nicol, assonnato, ma lei non era lì. Il silenzio della casa lo
sorprese; doveva essere uscita presto quella mattina, chissà perché non
l’aveva svegliato. Si preparò in fretta.”Meglio andare, una boccata d’aria mi
farà bene“, pensò. Afferrò le chiavi, ma in quel momento sentì suonare alla
porta.” Nicol, sicuramente!“ “Il signor Dylan?
Cerchiamo una certa Nicol, lei la conosce bene. Siamo della Sicurezza, ci fa
entrare?” “Si, certo. Perché, cosa è
successo, cosa c’entra Nicol con voi?” “Se vuole un consiglio non
faccia troppo il curioso, in questi casi non conviene. Si limiti a farci dare
un’occhiata in giro e vedrà che il suo nome nell’inchiesta non comparirà
neppure. Noi sappiamo essere riconoscenti, soprattutto con chi collabora.“ “Vi state sbagliando, lei
non può essere coinvolta in...” “In cosa, signor Dylan? E
qui il poliziotto si fermò un attimo, guardandolo intensamente, quasi a
carpirgli un segreto nascosto; poi aggiunse, con tono beffardo: ”Ci dica, in
fondo è quello che vogliamo. Vede, lei non sa nulla, è soltanto un ingenuo.
Sì, l’ha incontrata una sera e okay, sono cose che accadono, ma non mi venga
a dire che per questo lei la conosce.” “Come fa a sapere...” “Noi sappiamo sempre
tutto, se lo ricordi, e se le venisse in mente qualcosa d’interessante ce lo
comunichi. Comunque, non lasci la città, potremmo avere ancora bisogno di
lei.” 2. Alla ricerca di Nicol
Continuava a risentire quella voce, mentre passeggiava
nervosamente nella stanza. Un macigno si era abbattuto sulla sua vita, un
buco nero dal quale irresistibilmente si sentiva attratto e, in fondo, Nicol.
Cosa fare? Lasciarla andare, fare finta di niente come spesso nella sua vita
o era giunto il momento di capire cos’era veramente quella donna per lui.
Rischiare, sì rischiare, forse anche la vita. Quelle parole insinuanti e
piene di disprezzo a quel punto non gli sembravano altro che un vile ricatto
e una minaccia. Si guardava attorno, come se cercasse la soluzione in un
punto del muro, ma non c’era nulla se non la sua disperazione. Poi i suoi
occhi furono attratti da qualcosa d’insolito, il telefono era fuori posto.
Uno degli agenti l’aveva sicuramente mosso, eppure una sensazione di
smarrimento lo colse al solo pensare che fosse stata lei a spostarlo. Afferrò
il telefono, digitò l’ultimo numero in memoria, non era uno dei suoi, allora
Nicol aveva telefonato da lì. Gli fu facile risalire al destinatario di
quella chiamata: era un certo Zen, abitava nella parte est della città, il
suo ventre molle e putrescente. Ma cosa ci faceva Nicol lì, ormai era tardi
per chiederselo, ogni istante era prezioso. La città sembrava sprofondare in una fornace, avvolta
com’era da una nebbia acida, carica di fumi rossastri. Al volante della sua
auto Dylan la guardava scivolare nel cielo plumbeo, scomparire, inghiottita
dall’approssimarsi del temporale che avanzava minaccioso. Aveva fretta di
arrivare. Per fortuna su quella freeway non aveva incontrato traffico e ormai
era all’uscita. Tirò fuori la carta di credito e l’inserì nella cassa
automatica, ma quella maledetta gliela respinse. Era stata disattivata, non
c’erano altre spiegazioni. Si frugò nelle tasche e pagò con il poco contante che gli
restava. L’avevano tagliato fuori ed era solo all’inizio. Si diresse verso la
sotterranea, la lunga arteria che attraversava la città. Fisso, con le mani
sul volante, guardava avanti. Presto sarebbe riemerso da quella penombra
metallica fradicia d’umidità, ma un’auto scura lo seguiva a distanza, come
una presenza inquietante che doveva togliersi di dosso prima di
arrivare. 3. L’aggressione nel Metrò
Parcheggiò l’auto in un viottolo secondario e si diresse
verso il vecchio metrò. Le scale sudice e bagnate lo inghiottirono.
All’interno, le volte annerite erano ricoperte da larghe chiazze di muffa e i
rivestimenti metallici erano rovinati al suolo nel più completo abbandono.
Avanzava cauto, facendo attenzione a dove metteva i piedi, sempre vigile ad
ogni possibile segno di pericolo. Da quando avevano aperto le nuove freeway la metropolitana
si era trasformata in un ricettacolo di emarginati e loschi affari. Imboccò
una galleria laterale, illuminata da qualche lampada sopravvissuta alla
devastazione, che lo portò diritto ai binari. Ora non restava altro che attendere.
Ogni tanto, con la coda dell’occhio, controllava se loro erano ancora lì.
C’erano: due ombre scure che si allungavano sul muro sporco e scrostato. Un rumore di ferraglia annunciò l’arrivo del treno. Attese
che i pochi viaggiatori scendessero, poi, un attimo prima che le porte si
chiudessero, balzò su. Non doveva essere stato seguito, così pensò. Si voltò
lentamente verso l’interno. Il vagone era al buio, solo un tremulo bagliore
sopravviveva in fondo. In un primo momento, complice l’oscurità, non aveva
notato nessuno; poi s’accorse che non era solo, due figure emergevano
dall’ombra, massicce, dagli abiti logori e sdruciti. Un braccio nodoso si
posò sulla sua spalla, curvandola. “Ehi amico, hai fatto un
brutto affare a salire sul metrò, stasera. Non lo sai che i tipi di
superficie non sono bene accetti qui?” Intanto l’altro gli si era portato accanto e lo guardava con
una smorfia sul grugno, aspettava solo un cenno del compagno per saltargli
addosso. Dylan fece un passo indietro, entravano in stazione, il contatto
dell’arma sulla pelle lo rassicurava. Con un colpo secco mandò in pezzi
l’ultimo starter funzionante e balzò fuori, guadagnando precipitosamente le
scale e l’uscita. 4. In fuga
Si sentiva fuori posto, sperduto in quella folla anonima
che si agitava nell’oscurità, interrotta solo dai freddi riflessi dei neon
che surrogavano il giorno. La città cominciava seriamente a sgretolarsi e
nessuno più si preoccupava di iniziare nuove costruzioni dalle fondamenta; i
sistemi elettrici e di ventilazione venivano semplicemente aggiunti
all’esterno di palazzi vecchi e fatiscenti, dando loro un aspetto minaccioso
e sgraziato. In lontananza si stagliavano, maestose all’orizzonte, le grandi
torri da cui era venuto via; quasi una città superiore, vista da lì, così
inesorabilmente separata da quel mondo fatto di celle metalliche, strutture
urbane riciclate e spazi superaffollati in continuo mutamento. L’incidente nella metropolitana non ci voleva proprio; ora
gli toccava fare un bel tratto di strada a piedi, con il rischio di non
arrivare in tempo, - pensava nervosamente, - inoltrandosi a fatica in quella
marea brulicante di razze e di linguaggi quasi incomprensibili. Mercanzie e
gente dappertutto, era un’impresa farsi largo; e poi quell’odore nauseante di
cibo avariato e gas di scolo che prendeva alla bocca dello stomaco, non c’era
abituato. All’improvviso si sentì qualcosa di duro premere contro la
schiena e una voce levarsi distinta in quella confusione di rumori. “Ci segua, signor Dylan,
senza fare storie. Ci ha ingannati una volta, ma ora non ci sfugge. Abbiamo
interrotto una conversazione proprio quando incominciava a farsi
interessante, non è vero? E poi, perché tutta questa fretta, cosa la porta
così distante dai luoghi che solitamente frequenta, la sua cara Nicol?“ Aveva riconosciuto la voce, era quella sprezzante del
poliziotto, indubbiamente non era riuscito a seminarlo. Si voltò, fissandolo
negli occhi. Cercava di non farsi prendere dal panico, di rimanere lucido;
era l’unica cosa che poteva fare per non affogare. “Le piacerebbe saperlo,
vero? E va bene, avete vinto, sono stato uno stupido a credere di potercela
fare. Giochiamo a carte scoperte, io so qualcosa che a voi può servire. Ah,
ah! Ma se mi puntate ancora le
pistole contro non se ne fa nulla, potrei inventare qualunque frottola e voi
non sapreste mai la verità. E poi, a che serve scappare, mi avete già beccato
una volta.“ “Okay, ma non ci provare
lo stesso. E ora veniamo al dunque: cammina lentamente come si fa tra buoni
amici per non dare nell’occhio e intanto vuota il sacco.“ Li assecondò, muovendosi a fatica tra
la gente; poi, con uno scatto improvviso, buttò all’aria un bancone di
ferraglie e vecchi monitor che, cadendo, sprizzarono scintille e fumo
ovunque. La folla ondeggiò, percorsa da un fremito di paura. Si udirono
distintamente alcuni colpi di pistola, subito coperti da grida e lamenti. Qualcuno doveva essere stato colpito,
ma lui non aveva tempo per voltarsi, né per asciugarsi il sangue che gli colava
dalla fronte per una ferita di striscio; percepiva il rumore sordo dei loro
passi sul selciato bagnato e questo gli bastava per correre più in fretta. A
forza di spintoni si aprì un varco in quella massa belante, cercando di
mettere quanta più strada possibile tra sé e i poliziotti che lo inseguivano.
Avanzava rovesciando cataste di merci
ammucchiate accanto ai negozi e sui bordi dei marciapiedi, sparando alle
vetrine luminose per creare quanta più confusione possibile. Non c’era altro
da fare, pensava. Intanto, il puzzo di pesce fritto lo guidava. Doveva essere
vicino al quartiere cinese. Se l’avesse raggiunto, gli sarebbe stato facile
scomparire in quel dedalo di viuzze tutte uguali. Ormai non poteva più tornare indietro. Tutto era accaduto
così in fretta che gli sembrava irreale, ma non aveva rimpianti per la vita
che si era abbandonata alle spalle. Fare il colpo grosso, riempirsi di soldi
e poi ritirarsi, era quello che aveva sempre desiderato; ora invece, scopriva
con piacere che non gliene importava più nulla. Si sentiva diverso, per la
prima volta libero, anche se poteva essere l’ultima. 5. Il vecchio cinese
Un ansimare elettrico lo richiamò alla realtà, un rugginoso
transporter avanzava lentamente. Gli si buttò davanti, afferrando la maniglia
della portiera. “Se mi fai salire ti do
quest’orologio, vale un mucchio di soldi”. “Chi ti dà la caccia,
amico“ - gli rispose l’altro, accogliendolo su. S’intravedeva solo il viso
olivastro, incorniciato da una rada peluria. Doveva essere un orientale,
forse un cinese, passata la sessantina. Parlava con un accento buffo,
strascicando le parole e masticando lentamente una punta di sushi. “La polizia ! Non hai
sentito il frastuono?“ “No, io bado agli affari
miei ; però se c’è da aiutare qualcuno nei guai, sono sempre
disponibile. Non possono averla sempre vinta. “ “Grazie amico, mi salvi la
pelle “. “Lascia perdere. Dove ti
scarico piuttosto?“ “Alla...” In
quell’istante, una deflagrazione mandò in frantumi il parabrezza, inondando
di schegge l’interno. Il vecchio, ferito al viso, sanguinava abbondantemente,
ma fece in tempo ad arrestare il veicolo prima che si schiantasse contro un
muro. Dylan aprì la portiera e, rapido, si buttò sotto l’automezzo.
Dall’ombra emersero alcune figure, ne riconobbe una dalla voce. “Dov’è finito l’altro? “ “Chi? Io non porto nessuno
con me. Solo merce, signore.“ “Vuoi fare il furbo. Chi
proteggi? E questo, - indicando l’orologio - non mi dire che te lo sei
fatto con i risparmi! “ “Va bene, vi dirò tutto,
signore, ma non lasciatemi qui. Sì, ho caricato uno stasera, - in quell’istante Dylan si sentì perduto.
Strinse nervosamente la pistola tra le mani, deciso a farla finita, e attese.
- ma è sceso prima dell’esplosione, imboccando la 48^.“ Il vecchio non l’aveva tradito, doveva essere proprio un
brav’uomo. Tirò un sospiro di sollievo e si lasciò andare. “Ora vi prego, aiutatemi!” Si udì uno sparo, il rumore del corpo che si abbatteva sui
sedili e la voce del poliziotto che, rivolto agli altri, diceva : “Non c’è bisogno di
chiamare alcuna squadra di rimozione, tanto tra poco saranno qui e ci penseranno
loro a far sparire ogni traccia. Andiamo.” 6. Zen
Sentì i loro passi allontanarsi mentre un velo di tristezza
gli inumidiva gli occhi. Gli unici esseri umani che aveva incontrato in quel
mondo spettrale gli erano stati portati via brutalmente. Prima Nicol, ora il
vecchio, di cui non conosceva neppure il nome. Si sentiva solo, con quell’unica labile traccia in mano,
dietro alla quale, forse non c’era nessuno. Poco per ricominciare, pensava,
ma trattenersi lì era inutile e pericoloso; meglio andare. Si tirò su,
avviandosi rapidamente per una di quelle viuzze buie che sciamavano verso il
quartiere cinese. Camminava in fretta, nel rossore del saccheggio sempre più
in lontananza. Il filo di sangue sulla fronte non gli dava più fastidio, era
ormai solo un brutto ricordo. Poi, un vociare indistinto, via via più nitido,
gli venne incontro; doveva essere una delle tante cerimonie del calendario
cinese. Finalmente era arrivato, si disse. Girò a lungo per le stradine sudice e maleodoranti, dal forte
odore di pesce e spezie, poi imboccò quella giusta, in fondo alla quale,
sotto una lanterna di carta colorata, splendeva l’insegna del negozio di Zen.
Era un emporio di oggetti in disuso: sete e perfino libri, così rari a
vedersi. Solo lì se ne potevano ancora trovare di simili. Entrò. Il locale
era rischiarato da fiammelle pendenti dal soffitto. In giro, merci
accatastate alla rinfusa e una specie di bancone intarsiato e dipinto con
misteriose decorazioni, ispirate agli antichi “I Ching“. Un campanello finemente lavorato attirò la sua attenzione.
Lo agitò; dapprima dolcemente, poi, con più insistenza, e ogni volta l’attesa
si faceva più opprimente: nulla accadeva, non c’era nessuno. Il suo viaggio,
dunque, era giunto al termine. Tutto finito, perduto. Un senso di amarezza e
di disagio s’impadronì di lui, ma non voleva lasciarsi sopraffare
dall’emozione. Tentò ancora, più e più volte, poi qualcosa avvenne. Un rumore
di passi e una figura apparve nel vano di luce dietro al banco. “Cosa vuole nel cuore
della notte, il negozio è chiuso. A quest’ora non si ricevono clienti.” L’uomo lo fissava calmo, sicuro di sé, come se la visita non
gli fosse completamente inattesa. Era alto, capelli lunghi, neri, che gli
scivolavano sulle spalle, e occhi splendenti, come due lame d’acciaio. “Il signor Zen?“ “Si“. Dylan tirò un sospiro di sollievo. Finalmente l’aveva di
fronte. Qualcosa incominciava a girare per il verso giusto. “Lei, invece, è Dylan“. “Come fa a conoscermi?“ “Chi piomberebbe qui, nel
profondo della notte, se non lei.“ “Se mi conosce, allora sa
perché sono qui“. “Vuole che le dica dov’è
Nicol, vero ? Si trova al sicuro, dove nessuno le può più fare del male.
Credo che sia sincero, altrimenti non avrebbe corso tanti pericoli per
giungere fin qui se non l’amasse. Comunque, c’è rimasto poco tempo; loro non
l’hanno mai persa di vista e lei costituisce una minaccia per Nicol”. Dylan si sentì raggelare, gli sembrava di sprofondare sempre
più nella notte; poi, facendo appello a tutte le sue forze, replicò : “Come una minaccia. Cosa
intende ? Non capisco.“ L’altro lo guardò per un
attimo interminabile, era vicinissimo. “Loro si stanno servendo di lei per
arrivare a Nicol e prenderci tutti “. “Tutti chi? “
Ribatté Dylan, sempre più confuso. Eppure qualcosa incominciava a
capire. Che quello non fosse il miglior mondo possibile, l’aveva sempre
immaginato. Nella sua vita ne aveva viste tante; troppe volte, però, aveva
lasciato correre per non immischiarsi in faccende che non lo riguardavano, o da
cui era bene tenersi alla larga. Ora, forse, era giunto al capolinea. “Chi è Nicol, chi siete
voi?“ - chiese Dylan, aggrappandosi a quelle parole come ad
un’ultima speranza. “Noi? In fondo a Nicol
glielo devo, ma è l’ultima cosa che faccio per lei. - disse, come riflettendo
tra sé. “Ha mai sentito parlare
della Zona?“ “No, cos’è?“ “L’immaginavo. La Zona
contaminata, ciò che è al di là di questa interminabile città, il luogo dove
finisce tutto lo “schifo” del mondo. Già, ma lei viene dalle Torri, è
abituato alla vita perfetta, fatta di comodità, Free way tirate a lucido. Mai
un dubbio, un’esitazione, o forse le fa comodo non vedere. Non si è mai
chiesto che fine facessero tutti coloro che non arrivavano in cima come lei,
dove finissero. No, mi sto lasciando prendere dal sentimento. Mi scusi, lei
non può essere così, altrimenti non avrebbe dato un calcio a tutto quello che
aveva per venire qui. Io non so dov’è Nicol, ma posso indicarle la persona
che può condurla da lei. Si chiama Milton, lo troverà al Paradise, se se la
sente di attraversare i “Bastioni” ; perché è lì che dovrà cercarlo.” 7. I Bastioni
Era quello un luogo maledetto. Dylan ne aveva sentito
parlare una o due volte e sempre a bassa voce, con timore. Una terra di
nessuno, abbandonata a se stessa, popolata solo da spettri; così venivano
chiamati i relitti umani, gli esclusi dalla città. “Prenda questo bracciale,
le potrà essere utile e vada, non ha più molto tempo se vuole trovarlo“. “Come farò per
riconoscerlo?“ “Ci penserà lui, non si
preoccupi e qui ci sono le indicazioni per non perdersi. Le memorizzi e poi
le distrugga. Addio“. Dylan
raccolse il foglio, si allacciò il bracciale di cuoio e con un senso di
oppressione, a stento celato, lo salutò. Avanzava tra cumuli di detriti e macerie sparse ovunque;
lampioni divelti insieme a vecchie insegne rugginose intralciavano la strada,
solo a tratti ricoperta da quello che un tempo era stato asfalto. In
lontananza, i bagliori degli incendi e degli spari arrossavano il cammino. Intorno, grattacieli sventrati
e anneriti dal fuoco si stendevano come nere lapidi gigantesche per
chilometri all’orizzonte. Un mondo spettrale gli veniva incontro
con le sue vestigia fumanti e i suoi esseri perduti, larve di un’umanità
agonizzante, vaganti tra mucchi di rifiuti contesi selvaggiamente per quel
poco che ancora riuscivano a offrire. Se esisteva un inferno non poteva che
essere quello. L’orrore gli era davanti e più si inoltrava in esso, più forte
era il senso di vuoto e di morte che gli cresceva dentro. A volte, in
quei lunghi giorni, pensava che fosse
solo un incubo, un terribile sogno da cui presto ne sarebbe venuto fuori, ma
ogni segno al suo passaggio lo smentiva miseramente. Sprofondava sempre più
nel cuore della tenebra nel quale era avviluppato il mondo e non vedeva via
d’uscita, ma solo orrore. Dov’era Nicol, l’ultimo filo di speranza a cui aggrapparsi
prima di cedere, di scomparire in quel gorgo maledetto che lo stava
risucchiando? Ora più che mai ne aveva un estremo bisogno, una necessità
disperata. I traccianti illuminavano il cielo a giorno. Sentiva il
ronzio delle pale dei loro rotori volteggiare nell’aria; poi li vide calare giù, come neri avvoltoi.
L’odore acre della benzina gli toglieva il respiro, era napalm, che si levava
alto in dense colonne di fuoco come un moderno angelo dell’apocalisse. Trovò riparo sotto un cumulo di macerie, ma coloro che erano
rimasti all’aperto non avevano avuto scampo, ardevano come torce umane. Quando ritornò il silenzio,
riemerse, crateri fumanti erano sparsi dappertutto. Si rialzò, ma qualcosa lo
tratteneva, si sentì trascinare verso il basso. Poi, più nulla. 8. Il Paradise
Un frastuono lontano fu la prima cosa che percepì,
riprendendo conoscenza. Era steso al suolo, legato per le mani e
completamente al buio. Un rumore di passi, poi, qualcuno che lo tirava su e
lo trascinava a forza per un lungo corridoio al termine del quale vedeva una
luce abbagliante. Era finito in una specie di arena tumultuante di visi,
corpi appena ricoperti da brandelli di vestiti o solo da tatuaggi cruenti. Un
tempo doveva essere stato un locale notturno, forse una discoteca ; se
ne vedevano ancora i resti ammuffiti e una vecchia insegna al neon troppo
lontana per essere riconosciuta. “Facciamolo a pezzi, non è
uno dei nostri. Deve essere un infiltrato.“ “Si, divertiamoci un po’
con lui. Diamogli benzina, come fanno con noi!“ La folla urlava, agitandosi convulsamente in quell’atmosfera
satura di fumo e di musica digitata ad alto volume. Era sprofondato nel cuore
dell’abisso e assisteva ai suoi riti macabri. Doveva finire così la sua pazza
avventura? Fatto a pezzi da quegli esseri che avevano seppellito ogni tratto
di umanità? Vittima inconsapevole dell’orrore che aveva trasformato il mondo
in un inferno? Ormai ne era disperatamente certo. Come era lontana la sua
Nicol con i suoi occhi verdi, nascosti dai lunghi capelli biondi. Lo trascinarono al centro dell’arena. Sentiva le loro urla,
i clamori. Alzò lo sguardo verso l’alto, istintivamente, per non vederli e i
suoi occhi incrociarono l’insegna luminosa del Paradise, che pendeva dal soffitto.
Alla fine l’aveva trovato. Non era come se l’era immaginato, ma non gli
importava più nulla, tutto stava per finire. 9. Milton
Una lama tranciò di netto gli stracci che lo tenevano
legato, poi una voce, più forte delle altre, che gridava : “Quest’uomo mi appartiene,
fate largo!“ Il vociare assordante cessò. Raccolti in uno spettrale
silenzio, un mare di occhi era su di
loro. L’uomo, in un lungo impermeabile nero, si faceva strada con larghi
gesti delle mani, calmo, sicuro di sé. Quando furono fuori, si presentò. “Mi chiamo Milton. L’ha
mandata Zen, l’ho riconosciuta dal bracciale. Venga, abbiamo poco tempo, se
vuole raggiungere la Zona”. “Molto distante?“ chiese
Dylan, riprendendosi a fatica dallo stupore e dalle emozioni. “Abbastanza, ma la
raggiungeremo agevolmente. Ho qui una jeep e in un paio d’ore saremo sul
posto. Ora andiamo, prima che gli elicotteri delle Squadre speciali ci
scoprano“. Si erano lasciati alle spalle le alte colonne di fumo che
annerivano il cielo. Da tempo non s’incontravano più ruderi; la Zona doveva
essere ormai vicinissima. “Ci siamo, - disse Milton,
interrompendo il silenzio che gravava sui due. - Quella che vede stendersi
laggiù è la Zona”. “Zen è stato evasivo,
parlandomene. Cos’è veramente?“ “Difficile a dirsi. Un
tempo vi scaricavano ogni sorta di rifiuti, poi qualcosa accadde, alle
terribili contaminazioni seguì una mutazione. Da allora la Zona è stata dichiarata “off limits“ e
costituisce una barriera invalicabile per tutti quei disperati che vorrebbero
fuggire dall’inferno dei Bastioni. Ma non c’è scampo lì. Solo una morte più
lenta e disumana”. “E allora, a cosa è
servito tutto questo se non esiste alcuna speranza?“ ribatté Dylan, pallido
in volto. “Non sei venuto qui solo
per Nicol o l’hai già dimenticata?” gli rispose calmo Milton, guardandolo
negli occhi. “Si, ma ora comprendo le
parole di Zen quando alludeva a Nicol e a un luogo dove nessuno poteva più
farle del male. Egli si riferiva alla Zona, da cui non c’è scampo.“ “No amico, una possibilità
rimane. Esiste uno stretto sentiero non contaminato che l’attraversa, una
specie di via invisibile, che si rivela solo ad alcuni, e io sono uno di
questi. Passeremo di lì e tu rivedrai Nicol. Ora andiamo. Altri sono
interessati al segreto. Pensa se cadesse nelle mani delle Autorità. Sarebbe
la nostra fine e non ci sarebbe davvero più speranza”. Entrarono nella Zona, una landa desolata in un pallore
grigiastro. Dylan camminava nell’ombra di Milton, facendo attenzione a non
uscire mai dai suoi passi. Non riusciva più a rendersi conto del tempo che
scorreva, gli sembrava un’eternità, prigioniero in quel mondo sospeso tra la
notte e il giorno; poi la voce di Milton lo ridestò da quella specie di
incubo. “Siamo arrivati alla fine,
qui termina la Zona. Sei libero“. “Cosa troverò al di là?“ “La tua Nicol“. “E poi?“ “Un mondo nuovo o forse
un’altra città. Va’, è solo un sogno, amico, è solo il tuo sogno.”
Dell’antica cattedrale si levavano imponenti solo i bianchi
muri di cinta. Così la vide Dylan nel chiarore del mattino, mentre scendeva
lungo il dolce pendio della collina.
Una figura di donna si staccò dal portale, muovendogli incontro. Era
Nicol. Meraviglioso non dire niente, guardarsi e basta. 25.7- 5.8.1997 Franco D’Arco |
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