a casa di Martino
La camera era comoda e spaziosa, sulla parete di
fronte all’entrata, un’ampia libreria e poster un po’ ovunque, Alex e Martino
si fermarono un attimo, giusto il tempo di prendere fiato, poi, liberatosi del
maglione, Martino scomparve sul terrazzo, Alex, prima di raggiungerlo, rimase
ad osservare per qualche secondo le foto dell’amico, che spiccavano in bella
mostra su un pannello della parete del letto, erano i suoi momenti di gioia,
raccolti lì nel vano tentativo di trattenere ancora qualcosa di quei ragazzi
felici, che un tempo era stato. Si scostò dalla parete e si decise
a raggiungerlo fuori, lo trovò intento a farsi la barba, sorpreso, gli chiese:
“Che fai?”
L’amico, senza scomporsi, asciugò il rasoio e, con ironia, gli
rispose:
“Indovina? Schiuma, rasoio e
dopobarba”.
Era proprio uno strano tipo Martino, sempre imprevedibile,
perfino nelle abitudini quotidiane era così diverso da lui, ma ora non ne
capiva la ragione e glielo domandò:
“Perché alle 5,20?”
“Perché so che domattina, non
avrò voglia”.
Ecco la differenza, lui non avrebbe mai fatto una cosa se non
gli andava, se non ne aveva voglia, nessuno avrebbe potuto mai costringerlo a
farla, era proprio diverso, ora Alex incominciava a rendersene conto, a vedere
la distanza sempre più incolmabile che lo separava da lui e allontanandosi,
aggiunse:
“Martino, tu lo sai che non
sarò mai così, è vero?”
Lo disse in modo convinto, serio, ci teneva al suo giudizio,
ma voleva da lui anche comprensione e indulgenza per la propria debolezza e,
quindi, si sarebbe accontentato anche di qualche mezza bugia, pur di non
rinunciare alla propria fragilità. Martino l’aveva capito, ma non era il tipo da
mentire e poi, proprio con un amico e, allora, gli rispose ironicamente con
un’altra domanda:
“Fai la vittima?”
Deluso, Alex gli ribatté, aggrappandosi ancora una volta alla
sua insicurezza, sperando in tal modo di ottenere comprensione e protezione
dall’amico:
“È no, dai, dico davvero.
Quando mi confronto con le situazioni, non mi sento mai all’altezza dello
standard che si aspettano gli altri”.
Martino si voltò di scatto, nervoso, non lo era mai stato con
Alex, ma l’amarezza e la delusione che provava quella sera, avevano cancellato
ogni comprensione e gentilezza dal suo volto perché l’amico ne aveva solo
approfittato per rifugiarsi nelle proprie debolezze e ora cercava perfino di
farselo complice nella propria rovina e lui non poteva permetterlo, non se lo
sarebbe mai perdonato, doveva scuoterlo a tutti i costi da quel suo torpore,
che lo stava mandando a picco e gli rimaneva ormai un solo modo per farlo,
essere duro con lui, non offrirgli più scappatoie alla sua indolenza, alla sua
debolezza e gli puntò due dita alla gola, rinfacciandogli con rabbia:
“Cristo, non ti sopporto
quando ti lamenti! Dì una sillaba e ti secco”.
Lasciò la presa, Alex accennò ad una reazione, si sollevò, ma
lui fu pronto a stenderlo di nuovo, poggiandogli una mano sul collo e l’altra
sulla spalla. Non aveva ancora finito e doveva essere chiaro che non stava
scherzando.
“Mi hai rotto Il cazzo con
quest’aria, come se tu avessi tutte le sfighe del mondo. Quanto tempo credi che
ci sia, non c’è tutto questo tempo!”
Lo disse in fretta, come se volesse chiudere al più presto una
situazione per lui spiacevole. Era veramente stanco di Alex, di quel continuo
commiserarsi diventato il suo unico motivo di vita e di quel suo atteggiamento
infantile ed egoista, che gli impediva di vedere di là dal proprio malessere.
Martino non l’aveva avuta quella possibilità, non aveva incontrato ragazze come
Aidi, e vederla ora, sciupata in quel modo, lo rattristava profondamente perché
Alex non aveva capito niente, si illudeva, come tutti gli altri, di poter
rimandare all’infinito ciò che non si sarebbe più fatto, che non sarebbe più
tornato e lui, adesso che il suo tempo era giunto alla fine, un’altra occasione
per farglielo capire, non l’aveva più, allora si allontanò da lui e aggiunse:
“Io non ce l’ho”.
Alex lo guardava, il rancore era scomparso dai suoi occhi, si era finalmente reso conto di quanto l’avesse deluso e che lo stava perdendo, si alzò lentamente e lo seguì in camera. Martino si lasciò andare su una poltrona, abbattuto, piegò la testa leggermente di lato, sprofondando nei suoi pensieri, Alex, in piedi, l’osservò per qualche secondo, poi si andò a sedere sul letto di fronte, incrociò le mani, mordendosi le unghie per la tensione e ripensò alle parole dell’amico, sentiva di nuovo che erano distanti, come lo erano stati prima, tornando dalla casa di Aidi. Il silenzio era sceso tra i due, non c’era più nulla da dire, tutto stava finendo amaramente e Alex non sapeva proprio come rimediare, ma fu Martino a pensarci, rispondendo alla domanda che lui gli aveva rivolto prima e alla quale, non aveva risposto:
“Perché non ti confronti solo
con le situazioni che t’interessano? - si tirò su e avvicinandosi, continuò - È
ovvio che se pensi a tutto quello che esiste, che cazzo c’è di bello! Se inizi
a pensare di fare l’ingegnere, fa schifo, ma perché ti devi mettere in queste
condizioni. Vuoi fare l’ingegnere?”
Alex, continuando a mordersi le unghie e col volto basso, gli
rispose con un tono imbronciato: “No!”
“E allora? - gli ribatté
Martino - Vuoi suonare il basso? E suona il basso. Cerca di farlo bene,
divertiti e basta”.
Parole chiare, inconfondibili, che mostravano ad Alex, in modo
semplice e diretto, che era lui a dover scegliere della sua vita e fare solo
quello che si sentiva veramente, senza lasciarsi condizionare da ciò che gli
altri volevano da lui, ma farlo bene perché solo così poteva esserne contento e
divertirsi. Alex rialzò finalmente il capo e guardò di nuovo in viso Martino,
ora, non ne aveva più timore, sentiva che poteva ancora contare sul suo
appoggio, che lui non l’aveva abbandonato, si alzò e infilò una cassetta nel
videoregistratore. Sullo schermo del televisore apparvero le immagini di una
statua, quella di Cristo, trasportata da un elicottero nei cieli della Roma de
“La dolce vita” di Fellini, Alex, vedendole, si lasciò andare ad una
confessione:
“I miei mi hanno sempre
forzato a sbattermi, a muovermi”.
Ora erano di nuovo vicini, uno accanto all’altro e Martino
aggiunse: “Vuoi un consiglio? Credo che sia molto meglio stare fermi”. Quella
era la cosa migliore da fare e lui lo sapeva bene perché le occasioni di
felicità ci vengono incontro spontaneamente, non le si può comprare né
rimandare e bisogna essere pronti, poiché non si può sapere né il giorno né
l’ora e coglierle, possono non presentarsi più, ma per farlo, occorre vederle,
sentirle, essere diversi da quelli che credono di vivere e, invece,
sopravvivono in un’esistenza programmata da altri.
“Stare fermi?” ripeté Alex,
allontanandosi un po’ per riflettere e capire davvero quello che gli stava
dicendo l’amico.
“Sì!” ribatté Martino,
convinto.
“Ma sì, forse hai ragione tu.
Perché dovrei sacrificare i momenti di felicità, che mi vengono incontro
spontaneamente lungo la strada?” aggiunse Alex.
“Vedo che inizi a capire”,
gli rispose soddisfatto Martino e Alex allegro concluse:
“Io, me felice d’oggi,
sacrificato per un eventuale me stesso cinquantenne calvo e sovrappeso”. I due
amici si guardarono negli occhi e Martino sorridendo, approvò con un cenno del
capo.
Liberamente tratto dal film:
“Jack Frusciante è uscito dal gruppo”
18 - 20 febbraio 1999
Franco D’Arco