Alessia viveva nel fondo del cuore
 

 

 

 

 

 

 


     Alessia era partita, un cenno della mano, un bacio, nient’altro. Ora era lì a fissare il profilo della costa, che svaniva lento all’orizzonte in quella luce opaca all’imbrunire e gli era difficile non pensarci.

    Era bella senza sapere di esserlo. E forse era qualcos’altro ancora. Il mondo all’inizio che gli arrivava fin lì guardandola e l’intonazione a tutto l’essenziale e vero che gli premeva nel fondo: un sussurro inaspettato che lei sapeva ridire. Quel suo viso dolce, che lo fissava timidamente negli occhi cadendoci dentro, gli aveva lasciato un vuoto, che non riusciva a colmare e se quella partenza non avesse avuto il sapore di un addio, avrebbe certamente trovato il modo di reagire, di continuare, ma ora gli sembrava solo inutile.    

     L’aveva incontrata diversi mesi prima, era con i suoi amici, ma non sembrava contenta. Entrando, gli altri non si erano neppure accorti della sua presenza, continuavano a parlare e a scherzare un po’ scioccamente tra loro, si avvicinò a uno dei finestroni e quando si girò, lei lo stava guardando. L’aveva visto già altre volte, ma adesso che gli era davanti tutto ciò che sapeva, che le era stato detto di lui, l’andava cercando con gli occhi e non riusciva proprio a vederlo. Delusa ritornò a loro, alle loro chiacchiere. Finse di non accorgersene e passò oltre, ma nei giorni seguenti quello sguardo penetrante in attesa e i lunghi capelli scuri che le scivolavano sulla fronte e che ogni tanto lei scostava dal viso con la mano con un gesto aggraziato, non riuscì a dimenticarli.

* * *

     Una sera il lungomare era ancora affollato di gente, turisti ritardatari, compagnie variopinte di giovani, che si destreggiavano in quegli ultimi scampoli d’estate. Seguiva l’onda lunga, che costeggiava il mare, accanto il profumo intenso e il fruscio di seta dell’abito di Valeria lo faceva sentire meno solo. La mano di lei gli accarezzava il braccio, morbida. Camminava tranquilla, felice e lui, di tanto intanto, provava a interrompere il silenzio con qualche parola, qualche battuta, ma era inutile, lei gli rispondeva piano e lasciava spegnere ogni suo tentativo, era fatta così.

     Lungo l’ampio viale alberato si fermarono in un ristorantino che si affacciava sul mare, il profumo della notte filtrava dalle ampie vetrate, che davano sulla marina e dentro era un mormorio soffuso di luci e suoni. Valeria sorseggiava un aperitivo. Gli piaceva guardarla, perdersi nella sua bellezza e lei gli sorrideva imbarazzata, ma contenta che la trovasse ancora attraente coma la prima volta. L’aveva amato sin dall’inizio, di un amore silenzioso, sicuro e quella sicurezza, un po’ alla volta aveva reso tutto più difficile, consueto, ma lei non lo notava, non se ne accorgeva neppure, era contenta e quello le bastava. 

     Ora gli parlava, le solite cose, gli stessi argomenti di sempre e si sentiva perso in quell’orizzonte rassicurante e tiepido, che lo allontanava da tutto ciò che gli batteva dentro, le rispondeva, cercava di prestarle attenzione, ma la sua mente era da tutt’altra parte e non poteva farci niente e così finse interesse per tutta la serata. L’aveva immaginata diversamente quella storia, forse aveva voluto solo illudersi o pretendere troppo, sì, doveva essere così. La guardava parlare, muovere le labbra, fare la spiritosa con lui e gli dispiaceva che ora tutto stava finendo proprio in quella deriva quieta e accomodante, che lo stava consumando un po’ alla volta.

“Perché non lasci quel lavoro, non vedi che ci stai solo male. Accetta la proposta di mio padre, non t’impegnerà più di tanto. Che ne dici, sarebbe un modo per venirne fuori?”

     La guardava in silenzio, ma non rispondeva. Già altre volte lei aveva affrontato l’argomento ed era stato sempre evasivo, ma ora insisteva di nuovo e a lui non andava di parlarne. Certo, avrebbe fatto la vita, che si aspettava Valeria, avrebbe seguito il profilo di tutti quelli che lei conosceva e tutto sarebbe ritornato a posto, in ordine, ma lei non capiva, anche se l’amava, non riusciva proprio a capirlo.

“Lo sai che quelle cose non m’interessano perché vuoi insistere?”

“Perché non puoi continuare così, a volte bisogna accettare e poi è un incarico che ti permetterà di conoscere altra gente, di avere nuove occasioni”.

“Occasioni, dici? Non so che farmene, non le ho mai cercate ”.

“Ma è per questo che te lo chiedo, fallo per me, per noi. Perché buttare via quello che c’è di buono, sei sprecato lì e lo sai”.

Le prese la mano e per farla contenta le disse: “Ci penserò. Va bene? Ora però godiamoci la serata, è una delle ultime di questa estate e non mi va di sciuparla così. Vuoi?”

     Valeria gli sorrise e smise di insistere, era questo che amava in lui, quel suo modo di affrontare le cose senza mai farle pesare, senza mai ferire, anche quando non gli andava.

     Fuori l’aria fresca della sera le accarezzava i capelli, gonfiandoglieli appena, si stringeva a lui, morbida come un’onda, una sensazione piacevole e profumata. All’altezza della rotonda dove la strada s’allarga verso il mare, la incrociò di nuovo, Alessia era in compagnia di un’amica, parlavano, qualcosa doveva turbarle perché c’era agitazione sui loro volti, forse anche qualche lacrima trattenuta appena. L’altra lo salutò subito, lei lo fissò e non disse nulla, forse l’imbarazzava farsi vedere così, oppure non gli importava niente di lui, ma non poteva saperlo né scoprirlo, non era solo, le salutò soltanto e continuò. Valeria lo guardava, aspettava che lui le parlasse, ma non accadde e allora glielo chiese:

“Chi sono?”  

“Due ragazze del corso”, rispose lui, lasciando cadere la cosa.

“Carine! Non le ho mai viste”, incalzò lei, curiosa di saperne di più. Non gli aveva mai chiesto nulla del suo lavoro, non le interessava, lo considerava solo noioso e poco gratificante, ma ora vi aveva visto qualcosa di insolito, di strano e voleva capire.

“Le trovi davvero carine?”

“Sì, certo, anche se così giovani”.

“E non hai notato nient’altro?”

“Cosa?”

La guardò per un attimo e poi aggiunse: “Non hai visto come a una delle due brillavano gli occhi, ma non per la gioia, no”.

Lei si arrestò, ritirò la mano dal suo braccio e lo fissò intensamente, sorpresa, avrebbe voluto chiedergli di più, ma poi preferì rinunciarvi e disse solo:

“Hai ragione, godiamoci la serata e non pensiamo ad altro. Ho voglia di un bel gelato e poi di andare in quella nuova discoteca, che aprono stasera. Va bene?” Lui le sfiorò il viso con la mano e si avviarono verso le luci dei locali lungo la marina. 

     L’auto scura filava lungo i tornanti della collina, sotto si stendeva placido il mare, il suo profumo arrivava fin lì. Era una bella sera d’estate, di luna chiara e lei guidava, guardando la strada e ogni tanto sorrideva, intonando le canzoni dello stereo. Le piaceva cantare quei vecchi motivi. Lui, invece, rimaneva silenzioso, non era il suo genere, ma a lei andava e questo bastava.

     Il rumore dei pneumatici si arrestò sulla ghiaia asciutta del vialetto davanti casa, era un villino adagiato sulla collina all’ombra di un boschetto, con un bel prato come giardino e i faretti a illuminare tutt’intorno. Dentro, un lungo corridoio su cui si aprivano le camere era illuminato nei punti giusti da ricercate applique, che gettavano dei bei coni di luce morbida al soffitto. Le lampade erano i soli oggetti appesi lungo quei muri e la sola altra cosa dispersa in tanto spazio era un portaombrelli forse in alabastro, percorso da infinite venature celesti e grigio azzurre, laterale all’entrata. Da qualche parte arrivava della musica dolce. Tanto disadorno era il corridoio quanto ricco di suppellettili appariva il salone della casa. Si accomodò su un divano piuttosto basso ma soffice e accogliente al punto giusto, mentre lei scompariva di là, lasciando acceso il televisore, apparentemente senza marca, grosso, che trasmetteva un programma a volume abbassato. A lato del televisore c’era un tavolo tondo che prendeva luce da una grande vetrata panoramica.

     Poco dopo nella penombra dorata della stanza lei gli si avvicinò e gli disse che era contenta come non era mai stata. Con quei pantaloni a vita bassa color crema e quel maglioncino nero, delizioso, era bella da togliere il respiro e lui la strinse a sé nel buio, immergendosi nell’onda morbida in cui lei lo invitava e volle credere che fosse ancora possibile trattenere il tempo come la prima volta.

     Nel buio della camera Valeria ora riposava tranquilla, ne sentiva il respiro soffice contro il cuscino, lui invece non aveva sonno, si alzò e ritornò nel salone. Con un gesto distratto, avviò a basso volume la segreteria telefonica, ascoltò le solite voci delle amiche di lei e poi, inconfondibile, udì quella di Floris e alla mente riapparvero le sere passate in sua compagnia quando erano giovani e tutto sembrava ancora possibile, poi quel tempo era finito e ognuno aveva preso strade diverse. L’ultima volta che si erano visti, era stato un pomeriggio a Milano di tanti anni prima per una mostra di Munch ed ora era ancora per una mostra, che lo chiamava.

     Finalmente era giunto dove voleva, all’inizio qualche gallerista di poco conto, ma poi aveva fatto strada e adesso lo cercava per il catalogo della sua, voleva che fosse lui a scriverlo. Nel silenzio profondo della sala si guardò attorno, aveva dimenticato troppe cose e ora una telefonata gliele riportava alla mente, così, quasi per caso. Lui a vent’anni in giro per l’Italia, le serate passate in compagnia, le ragazze di allora e quelle discussioni interminabili, che le accompagnavano. Tante cose che si conoscono quando si è giovani e che ardono come una festa ad ogni passo, fin tanto che dura il sogno, la gioventù.

     Avrebbe scritto quel catalogo, certo, ma gli dispiaceva che si era ricordato di lui solo per quello. Si appuntò il numero di telefono e l’indirizzo su un foglietto di carta, lo ripiegò e lo fece sparire in una tasca.

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21 giugno – 22 luglio 2001

Franco D’Arco

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